mercoledì, 15 luglio 2009

SLITHER (2006)

Vi ricordate di quel piccolo gioiellino degli anni ottanta intitolato Night of the Creeps ? Un B-movie horror fantascientifico diretto dal geniale Fred Dekker (a proposito qualcuno sa che cavolo sta facendo?) che parlava di schifose sanguisughe aliene che si infilavano nelle persone trasformandole in zombie. Non è ben chiaro se Slither sia una sorta di omaggio o remake riadattato di questo cult movie uscito da noi con il pessimo titolo "Dimensione Terrore", certo è che ne ricalca lo spirito (oltre alla trama) in maniera impressionante. L'estroso regista targato Troma James Gunn dirige ottimamente con chiari intenti nostalgici le vicende di una piccola comunità americana su cui piomba una strana meteora il cui contenuto si insinua nello sfortunato Grant Grant (un redivivo quanto ironico Michael Rooker), dapprima i cambiamenti sono in positivo (aumento della libido, forza) ma quando l'insano appetito di carne cruda comincia a prendere il sopravvento le cose iniziano a complicarsi. Dopo aver morso e mutato la sua amante Shelby (Jenna Fischer) la rapisce e la rinchiude in un fienile dove verrà rinvenuta mostruosamente gonfia come un pallone aerostatico. Al suo rinvenimento la polizia scoprirà che dal suo corpo esploso fuoriescono migliaia di vermoni alieni i quali, penetrando in bocca alle persone ne assumeranno il controllo trasformandoli in zombi.

Nonostante siamo di fronte a un prodotto low budget, la confezione è ottima, il ritmo è forsennato e gli effetti sono buoni, merito di uno sviluppo della trama concepito in maniera da centellinare le situazioni dosandole al modo giusto, insaporendo il tutto con una verve ironica che richiama molto le precedenti produzioni in casa Lloyd Kaufman, non a caso poi Gunn è anche sceneggiatore ( suo lo script del remake di Dawn of the Dead ) oltre ad essere un appassionato dei cult del passato le cui numerose citazioni, all'interno del film non possono passare inosservate, oltre al film di Dekker, infatti, troviamo rimandi a Frank Henenlotter (Basket Case), John Carpenter (La Cosa), David Cronenberg (il vermone che nuota nella vasca da bagno con la ragazza nuda ricorda molto una scena de "Il Demone sotto la pelle" in cui, del resto, c'erano anche i vermoni) e dulcis in fundo le trasmutazioni gommose di Society (tanto per chiarirsi la foto sotto non vi ricorda quello splendido film di Stuart Gordon intitolato "From Beyond"?).

Slither quindi si rivela oltre ad essere un buon prodotto da entertainment, anche una discreta operazione nostalgica della meravigliosa decade horror per eccellenza, ovvero gli eighteis e tutto il loro armamentario di geniali schifezze sanguinolente.

James Gunn, ha realizzato recentemente "PG Porn" una serie televisiva che sembra decisamente interessante, basata infatti sulle situazioni da cinema porno in cui vengono volutamente omesse le scene hard, mantenendo intatte le altre caratteristiche.  

lunedì, 01 giugno 2009

L'ULTIMO UOMO SULLA TERRA (1964)

Considerato non solo una delle più efficaci trasposizioni del bellissimo romanzo di Richard Matheson "Io sono Leggenda" ma anche uno dei più sorprendenti B movie italiani degli anni sessanta, L'ultimo uomo sulla terra è stato addirittura considerato fonte ispiratrice per George A. Romero e il suo Night of the Living Dead . Certo le atmosfere ci sono tutte anche se all'epoca furono tante le possibilità di ispirazione per Romero (vedi a tal proposito il surreale e simbolico Carnival of Souls .

Sicuramente, ai fini della confezione più che decorosa del film giocarono molto la collaborazione con tecnici americani, essendo una co-produzione, le atmosfere regalate dalla location dell'Eur di Roma, la presenza di un monumento alla recitazione come Vincent Price e dulcis in fundo la suggestiva fotografia in bianco e nero di Franco Delli Colli, insomma i soldi degli americani e le maestranze italiane poterono un miracolo irripetibile nel nostro paese, ovvero quello di realizzare un film di genere potente ed efficace, da poco tempo riscoperto (cioè poco dopo l'uscita di quella schifezza di I Am Legend con Will Smith) e apprezzato dai critici di tutto il mondo. Un colpaccio dunque, partorito dalla mente di quel genio del B movie che era Samuel Z. Arkoff coadiuvato dalla collaborazione dello stesso Matheson in veste di co-sceneggiatore sotto falso nome ( Logan Swanson), ma quanto si può considerare italiano un film di questo tipo? Certo qualcuno potrebbe obiettare che il regista, quindi la mente pulsante del progetto era italiano, quel tal Ubaldo Ragona di cui si ebbero poche tracce nel cinema mondiale, tuttavia ciò non è accertato, fonti abbastanza attendibili danno come regista effettivo tal Sidney Salkow che non compare nemmeno nei titoli, questo, pare perchè la Titanus impose solo nomi italiani all'interno della pellicola, insomma una specie di convenzione che prevedeva di maestranze locali, ed in effetti scorrendo la pagina di Imdb si nota subito che, a parte la produzione, tutta la troupe era italiana. Tra l'altro Imdb accredita in co-regia anche il sedicente regista. Ma quanto girò uno e quanto girò l'altro? C'è chi afferma che il nome di Salkow compare per esigenze produttive nella versione estera, c'è chi dice che era lo stesso Ragona sotto falso nome (ma chi afferma questa cosa dice una stronzata!), c'è invece chi come me se ne frega un pò e si gode le spettrali sequenze di Price che gira per le strade deserte a caccia di vampiri con punteruoli di frassino e collane d'aglio, mentre il suo buon amico Ben (un'ottimo Giacomo Rossi-Stuart) si piazza tutte le sere di fronte a casa sua per ucciderlo insieme ad altre creature della notte più simili a zombie che a succhiasangue.

Un ottimo film in sostanza, gravato da una serie di interrogativi che ne alimentano la sua aura mitologica, tra i quali sorge spontaneo e lecito anche il domandarsi perchè, se tra gli sceneggiatori c'era lo stesso scrittore, ha accettato di cambiare il nome al personaggio trasformando Robert Neville (il protagonista originale) in Robert Morgan?

 

 

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venerdì, 16 gennaio 2009

ZOMBIE STRIPPERS (2008)

Probabilmente chi si aspettava uno zombi horror in stile Romero sarà rimasto deluso ma del resto il titolo stesso non nasconde la vena humor-trash weirdo di questa pellicola birichina. Strizzando l'occhio all'ultimo Robert Rodriguez il regista Jay Lee si propone di realizzare un curioso omaggio ai B-movie low budget degli anni'70, curioso perchè oltre alle classiche tematiche dello zombie movie vi inserisce anche alcuni rimandi a Death Becomes Her  di Robert Zemeckis sopratutto nello scontro tra le due strippers Jenna Jameson e Shamron Moore trasformate in cadaveri viventi per la supremazia erotica di una delle due. Non mancano anche i riferimenti ad un altro classico della commedia horror ovvero Teen Wolf sopratutto per quanto riguarda la tematica del mostro che viene subito accettato dalla massa ed anzi idolatrato, qui portato addirittura all'estremo con un gruppo di lap dancers  che scoprono di avere più successo fra i clienti una volta tramutate in zombi.

Questo accade quando, in un laboratorio scientifico viene sperimentato un gas per trasformare i morti in soldati invincibili (anticipato da una divertente presentazione televisiva), gli scienziati perdono il controllo ed interviene una squadra speciale, peccato che uno dei membri venga morso e fugga all'esterno, in un capannone adibito alla lap dance clandestina, dove morsica una delle ballerine. Curiosamente la neo zombessa scopre di avere più successo da morta che da viva pur non potendo rinunciare al suo pasto umano, e infatti, a fine esibizione, sceglie uno del pubblico e se lo porta in camerino (ma non per quello che pensa lui). Il successo della nudie lady scatena però l'invidia delle altre che, paradossalmente cercano in tutti i modi di tramutarsi in zombie anche loro per non perdere il lavoro. Robert Englund gigioneggia al solito nella parte del padrone del sexy bar, mentre la pornostar Jenna Jameson appare in gran forma nonostante non sia più una ragazzina, ed anche truccata da cadavere ambulante sa essere sexy. Per il resto ci troviamo di fronte ad un film innocuo che se da una parte fa storcere il naso per alcuni efffetti digitali alquanto caserecci, dall'altra fa divertire con la sua giocosa massa di tette e culi, un pò di splatter talmente estremo da diventare comico e una robusta dose di demenzialità anni '80 che non fa mai male.   

lunedì, 01 dicembre 2008

INSANITARIUM (2008)

L'idea di base dell'opera prima di Jeff Buhler assomiglia molto al celeberrimo Shock Corridor di Samuel Fuller, ovvero il fingersi pazzo per indagare all'interno di un istituto psichiatrico, quello che praticamente fa il protagonista Jack (l'aitante Jesse Metcalfe), preoccupato perchè non ha più avuto notizie di sua sorella, ricoverata per una crisi psichiatrica. Il paragone, però finisce qua, perchè per il resto "Insanitarium" si trasforma in una sorta di Hospital Horror con il solito medico pazzo ( Peter Stormare) che ha inventato un siero per guarire gli schizzati, che in realtà li trasforma in mostri cannibali contagiosi, con tanto di occhi straniati e follia assassina.

Nonostante alcuni momenti ricordino le atmosfere del bellissimo The Dead Pit di Brett Leonard, siamo di fronte ad un'operetta alquanto ridicola, con citazioni a più non posso che partono da Romero fino ad arrivare ad Hannibal Lecter, spruzzi di sangue sulle pareti, azzannamenti, scarnificazioni e squartamenti in un'assurda parata del già visto e sentito.

Persino il buon Stormare, che dopo "Dancer in the Dark" ha smesso di fare cinema dedicandosi a fare il gigionesco frankenstein del nuovo millennio in filmini da cinema merendero, non riesce ad essere convincente, pur essendo l'unico nel cast a definirsi "attore". Ma quello che scende ai minimi livelli è il livello di credibilità dell'intero progetto oltre all'impenetrabile mistero della sua utilità anche agli infimi bassifondi del cinema di puro intrattenimento, l'unica scena degna di nota è la lobotomizzazione istantanea di uno dei fuggitivi, con tanto di spiegazione scientifica. Ma a questo punto basta guardarsi il terrificante "Session 9" se si cercano le sensazioni forti. Qua si può trovare soltanto il weido involontario di un imberbe filmaker ancora alle prime armi. Speriamo che in futuro Buhler ci regali qualcosa di più interessante, intanto evitate questo suo "folgorante" esordio. 

mercoledì, 19 novembre 2008

BAD KARMA (1991)

Chiariamo subito una cosa, questo film non c'entra assolutamente nulla con quella boiata del 2002 diretta da John Hough con la rediviva Patsy Kensit, quindi fate attenzione quando cercate questa pellicola a non confonderla, cosa tra l'altro difficilissima dal momento che stiamo parlando di un film dal taglio amatorialissimo, girato fra amici e infarcito di delirante splatter e una folta parata di freak.

L'esordio di quel pazzoide di Alex Chandon (che di seguito diventerà il regista videoclipparo del gruppo metal Cradle of Filth) è un mediometraggio no budget che, nonostante gli effetti rustici, la recitazione approssimativa e la totale assenza di tecnica, si ritaglierà negli anni un piccolo ruolo nella storia del cinema di serie Z, un piccolo cult che ogni seguace del weirdo dovrebbe vedere almeno una volta nella vita. La storia è alquanto pretestuosa ma in appena 40 minuti non si può pretendere trame arzigogolate e del resto la cosa che salta più all'occhio di Bad Karma è la sua profonda onestà d'intenti. Siamo dalle parti di Andreas Schnaas, per intenderci, ma rispetto a quell'immondizia del suo Violent Shit, Chandon non cerca effetti stroboscopici nè sequenze protoautoriali, butta giù un canovaccio e sviluppa il tutto con un ritmo e una serie di trovate che mirano solo all'intrattenimento, senza prendersi troppo sul serio. Il risultato è un carnevale d'efferatezze e trashiume buono per una serata all'insegna del divertimento tra amici, è questo, visto il genere, rappresenta un pregio non indifferente.

La storia vede un gruppo di Hare Krishna schizoidi che irrompono improvvisamente ad una festa casalinga, trasformandosi in irresistibili mostri (di cartapesta, peraltro, ma notevoli) che maciullano e squartano tutti gli invitati in un tripudio di sangue finto e frattaglie. I padroni di casa riescono a fuggire al massacro e si riparano in una specie di bordello sado-maso pieno di freak in borchie e frustini. Qui gli Hare Krishna assassini inizieranno uno scontro all'ultimo sangue con gli inquilini, scontro che culmina in una scena cultissima dove un arancione viene letteralmente sodomizzato con una sega elettrica. Nel bailamme generale irrompono alla fine uno squadrone di redneck armati di mitra che chiuderanno i conti con gli orribili mostri.

Non credo che Chandon mirasse a qualcosa di più che un circo maximo di orrori personali ma volendo si può recepire anche una satira sugli estremismi religiosi che, oggi più che mai, continuano a farci incazzare tremendamente! 


martedì, 16 settembre 2008

LE LAC DES MORT VIVANTS (Zombie Lake 1981)

Se almeno fosse uscito prima di Shock Waves avrebbe almeno avuto l'onore di essere il primo a usare zombie nazisti in un film, invece la pellicola di Jean Rollin (emulo francese di Jesus Franco specializzato in storie di sesso e vampiri) si rivela un'inetta copia del film di Ken Wiederhorn che già di per sè era pallosetto. Immaginatevi ora una storia di soldati nazisti uccisi dai partigiani francesi e gettati in un lago, che risorgono per vendicarsi e passano un'ora e mezza a ciondolare fuori e dentro dalle acque allegramente, buttategli dentro qualche nudo gratuito e qualche secchiata di vernice rossa sul collo di giovinette che non sanno neanche fingere di essere morte, e vi renderete conto della tortura che vi accingete a sopportare guardando questo film.

D'accordo che Rollin è un artigiano, d'accordo che sfornava film come il pane senza starci troppo a pensare (in effetti per vendere le pellicole a lui bastavano tette e culi in bella mostra) però stavolta ha esagerato. Troppe le ridicolaggini e gli errori spaventosamente vistosi che emergono minuto dopo minuto. Ci sono un gruppo di ragazzone di una squadra di basket che si spogliano e iniziano a giocare con l'acqua che gli arriva alle gambe, ma da sotto vediamo le gambe muoversi come se tutto il corpo fosse immerso. E' questo è solo l'inizio, gli zombi agguantano al collo le donne ma non ci sono ferite, solo una spruzzata di sangue vistosamente finto come fintissimo è anche il make up dei soldati (gli colorano la faccia di verde ma non il collo!). Le scene passano dal giorno alla notte improvvisamente, Rollin tenta di dare una parvenza di spessore con la storia della bambina che sarebbe figlia di uno dei soldati, ma a parte la bruttezza della bambina (ma chi li faceva i casting?) come si fa a farla piangere nel finale e dire "non ti dimenticherò" quando lei stessa ha ordito il piano per distruggere col napalm il plotone di morti viventi?

Persino Howard Vernon che dovrebbe essere un buon attore ciondola inutilmente in questa farsa maleodorante che un bambino girerebbe meglio con la telecamerina super 8. Dulcis in fundo la musica che accompagna tutta la tragedia (per lo spettatore) è noiosa alla millesima potenza. Insomma il film adatto se volete che la fidanzata vi molli o se volete far confessare qualcuno!

lunedì, 30 giugno 2008

IL PROFUMO DELLA SIGNORA IN NERO (1974)

Francesco Barilli è un regista emiliano che si è sempre mosso con grande originalità nel panorama del cinema di genere degli anni '70 realizzando, nella sua scarsa (quantitativamente parlando) filmografia almeno un paio di titoli cult come Pensione paura e questo "profumo della signora in nero" caratterizzato da una veste raffinata ed una sceneggiatura che dimostra, in modo lampante, come si può mantenere alto il filo della tensione senza mai far succedere nulla per poco più di 100 minuti.

Questa pellicola, considerata uno dei titoli di punta di una fortunata stagione cinematografica horror, sviluppa una trama della paranoia inserendo elementi di magia, cannibalismo, fiaba e cospirazione in un pout pourri elegante e mai scontato. Merito anche della brava Mimsy Farmer, vera e propria eroina del cinema bis anni settanta, qui nei panni di una giovane direttrice di un laboratorio chimico con un terribile segreto alle spalle ed una serie di avvenimenti che tendono a portarla sull'orlo della pazzia. Barilli cita Roman Polanski e il suo Rosemary's Baby epurandolo delle tematiche sataniste ma nel contempo ampliando il discorso della setta segreta, ondeggiando in bilico fra sogno e realtà al punto che anche il terrificante finale sembra appartenere alla follia della donna.

Una fotografia eccellente e la melodiosa musica di Nicola Piovani ci conducono nel maestrom della pazzia tra riferimenti a Lewis Carroll, paranoie suggestive, tribalismi africani e il terrore ignoto in cui anche il vicino di casa può essere il nemico. L'articolazione della storia cede purtroppo sul finale quando la protagonista si arma di mannaia e inizia a uccidere tutti quanti, per fortuna Barilli la interrompe subito evitando di degenerare nello slasher dozzinale e rimette le cose a posto concludendo il tutto con una carrellata finale da incubo che da sola merita la visione del film. Peccato che il regista non abbia insistito maggiormente sul tema cannibalistico, avrebbe di sicuro aumentato l'angoscia e il terrore nello spettatore, purtroppo Barilli preferisce indulgere sul trauma familiare piuttosto labile e quindi alla fine non tutto funziona come dovrebbe. Il profumo della signora in nero  resta in ogni caso un film a sè stante che si discosta nettamente dalla produzione dell'epoca anche grazie a una sorta di pseudoautorialità affibbiatagli nel tempo, autorialità che in effetti non esiste se non in funzione del desiderio di raccontare una storia girandogli attorno e costruendogli sopra un ricamo spesso che arricchisce qualcosa che, alla fine, raccontato in sintesi risulterebbe alquanto banale. 

lunedì, 23 giugno 2008

TEENAGE ZOMBIES (1959)

Sul finire degli anni '50 scoppiò improvvisamente la moda dei teen movie ispirati all'horror, da Frankenstein all'uomo lupo, tutti i mostri più classici ebbero la loro versione con protagonisti giovani virgulti irrequieti e ribelli che anticipavano i contrasti e il malessere esploso poi negli anni della contestazione. In realtà questi prodotti erano realizzati per il pubblico adolescenziale che amoreggiava in macchina alle proiezioni del drive-in, opere per lo più dozzinali e prive di spessore anche se, come nel caso di questo, nascondevano nei loro fotogrammi una notevole dose di messaggi particolari.

Questo di Jerry Warren, sottovalutato produttore americano specializzato in junk movie pazzeschi, è forse il meno conosciuto ma anche il più emblematico della serie. Oltre a trovare personaggi simbolo del horror cinema a basso costo come la Vamp crudele in perfetto stile Vampira, una sorta di scienziata, interpretata da Katherine Victor, dedita a fare esperimenti su un'isola deserta, l'immancabile servo mostruoso a cui il classico nome Igor viene sostituito da un ben più sovietico Ivan (potere della guerra fredda!) interpretato da un Chuck Niles spiritato e zombesco, figura ancor oggi di culto, anche se per pochi. Non manca neanche il classico Gorilla dal costume ridicolo, qui trasformato in un incredibile scimmia zombi. In tutto questo però esiste un elemento geniale alla base del filmaccio, elemento che ricorrerà in futuro nel cinema zombesco. Non è infatti il rito voo dooo a trasformare le vittime in zombi, come finora mostrato nei film di genere, ma bensì un gas inventato dalla perfida dottoressa, capace di trasformare i malcapitati in docili servi dei suoi crudelissimi piani. Un espediente questo che ricorrerà anche in film come The Return of the Living Dead fino al più recente Planet Terror.

Ovviamente i teenagers del titolo riusciranno a cavarsela e a salvare le loro belle trasformate in automi dopo aver individuato l'antidoto fra le mille fialette della donna.

La scena più weirdo del film è quando il gorilla zombie entra nel laboratorio e lecca il vaccino da terra, risvegliandosi visibilmente incazzato e pronto a darle di santa ragione ai cattivoni dell'isola.

In ogni caso risulta impossibile non leggere fra le righe di questa piccola pellicola un messaggio: il gas è la metafora del passaggio dall'adolescenza alla vita adulta, sostituitelo con una cravatta e una 24 ore ed avrete dei teenagers trasformati in zombi docili e privi di volontà, pronti ad asservire il mondo del lavoro e la patria.

lunedì, 09 giugno 2008

ZEDER (1983)

Dopo aver visionato nuovamente questa seconda incursione nell'Horror di Pupi Avati a 7 anni dal suo capolavoro "LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO" posso senza ombra di dubbio confermare che si tratta di uno dei migliori film del terrore nostrani di tutti i tempi. La forza di Zeder sta tutta nella costruzione della storia, nello sviluppo di un'idea geniale quale è il Terreno K, luogo di non tempo dove i morti tornano in vita. Idea che successivamente che 6 anni dopo riprenderà anche Stephen King per il suo Pet Sematary (che diede adito a giusti sospetti di plagio).

Gabriele Lavia interpreta uno scrittore che riceve in dono dalla sua fidanzata Anne Canovas una macchina da scrivere in cui è rimasta incisa una lettera del precedente proprietario, una lettera che parla di terreni K e di morti che risorgono. Affascinato e morbosamente attratto dal mistero lo scrittore svilupperà una sua personale indagine che lo porterà fino ad una colonia estiva abbandonata dove un gruppo di persone sta compiendo strani esperimenti con il cadavere di Don Luigi Costa, uno spretato condannato ad un male incurabile nonchè autore della terrificante lettera. L'inquietudine generata da Zeder vive grazie alla paranoia, al connubio tra ciò che sembra e ciò che non è, a tutta una serie di complotti che avvolgono il protagonista e tengono lo spettatore attaccato allo schermo fino all'incubo finale, mirabilmente rappresentato dallo schermo di un televisore dove appare il prete sghignazzante che ritorna dalla morte. Avati evita di cadere nel cattivo gusto e mantiene la storia sui binari di un thriller per quasi tutto il film (eccettuato il bellissimo e terrificante prologo ed ovviamente il finale). E qui si possono trovare le caratteristiche che rendono vincente Zeder e (a mio parere) perdente il successivo "Il nascondiglio" di cui si è parlato poco tempo fa, ovvero la scelta della location. La colonia di Spina (che poi non si trova a Spina ma a Milano Marittima), uno scheletro di edificio immerso nei boschi che si erge a monolito dell'incubo attraverso panoramiche e vecchie foto, luogo ideale per rappresentare il terrore puro di un luogo comune eppure così distante dalla realtà. Un plauso va anche agli sceneggiatori del film, tra cui spicca incredibilmente il nome di Maurizio Costanzo (che forse ci ha regalato qui l'unico contributo veramente valido allo spettacolo di tutta la sua vita) accanto al regista e al fratello Antonio. Lo script infatti ben si sviluppa attraverso il tempo, giocando sulla continua presenza di un complotto in cui stato e chiesa sembrano esserne i diretti protagonisti.

Unico neo a mio parere è invece la musica di Riz Ortolani, troppo roboante e argentiana per le sottili atmosfere di questo horror romagnolo ed in ogni caso invecchiate malissimo.

Ma quando il vecchio Benni parla del cane sepolto dai turisti e ritornato inferocito dall'aldilà come si può non dare torto a chi ha accusato lo scrittore del Maine di plagio?

mercoledì, 30 gennaio 2008

IL BOSCO FUORI (2006)

Opera prima del giovane romano Gabriele Albanesi, il quale, dopo un paio di cortometraggi di successo, decide di porsi in gioco in prima persona con un lungometraggio completamente autoprodotto. Grazie anche al supporto di produttori associati di tutto rispetto come i Manetti Brothers e Sergio Stivaletti, il film ha trovato velocemente una distribuzione cinematografica, sopratutto all'estero, dal momento che in Italia è uscito in una sola sala a Roma e in qualche festival di genere. Costato 45.000 euro, Il Bosco Fuori è stato accolto positivamente sopratutto in Giappone dove è uscito con il poco edificante nome di "Italian Chainsaw". Da noi è appena uscito in Dvd anche se probabilmente rimarrà più una chicca per estimatori che altro. Da un lato è un bene visto che il film ha un assetto decisamente amatoriale, dall'altro però rappresenta un pur flebile singulto di una cinematografia indipendente nostrana che fatica ad affermarsi al grande pubblico. Con tutto il rispetto e l'ammirazione per Albanesi ed il suo lavoro, girato con notevoli sacrifici e a ritmi vertiginosi, non possiamo però dire di essere davanti ad un film nel vero senso della parola. Allorchè Lorenzo Bianchini ci aveva confezionato un prodotto analogo (nel senso amatoriale) con Lidris cuadrade di tre, questi era pur sempre un'opera originale, dove il respiro cinematografico iniziava a farsi sentire. Con il Bosco Fuori invece manca assolutamente una coerenza di base che ci permette di prendere sul serio i personaggi, la cui recitazione oscilla sempre tra il patetico e il grottesco, le situazioni, portate troppo all'eccesso per essere credibili, ma sopratutto gli effetti e il make up, che pur essendo realizzati da un artigiano di fama come Stivaletti rasentano il ridicolo.

L'inizio prometteva bene, con una famigliola felice che va fuori strada per una gomma bucata, il padre (breve cameo dell'ex Vj Enrico Silvestrin) muore sul colpo e Mamma e figlio cercano aiuto nel bosco, arriva un'auto che mette sotto la donna, scende il guidatore ma invece che aiutarla, la finisce con un sasso. Peccato che poi la storia si evolve in maniera discontinua con una coppietta aggredita da un trio di coatti (forse i personaggi migliori di tutto il film) che cerca di stuprare la ragazza (Daniela Virgilio). Una famigliola interviene, il padre (che sembra una brutta copia di Leonardo Pieraccioni) estrae la pistola e fa scappare i manigoldi. I due giovani vengono invitati nella dimora all'interno del boschetto ma finiranno dalla padella alla brace.

Non bastano litri e litri di sangue buttati sulle pareti per migliorare l'opera, troppe situazioni al limite del ridicolo, troppi dialoghi buttati a caso, recitazioni non convincenti o di maniera, scene e citazioni fritte e rifritte e poi, scusate, basta...basta con stà sega elettrica che ormai appare dappertutto. A parte la carenza di originalità nel film di Albanesi, manca completamente la dimensione della settima arte, pensare che bastavano due o tre espedienti, un paio di idee più curate, una sceneggiatura meno rozza e più studiata per fare almeno un film decente. Un'occasione mancata, peccato. Ci auguriamo che Albanesi ci riprovi con più metodo, esperienza e magari, la possibilità di lavorare più serenamente e con più personalità nella prossima opera.