lunedì, 09 novembre 2009

Adrénaline (1990)



Operazione alquanto anomala nel panorama cinematografico fine anni ottanta, molto coraggiosa e terribilmente avanti, visto poi la successiva rivalutazione del cortometraggio come strumento espressivo minimale. Adrenaline è una produzione francese che ha raccolto una serie di miniracconti a opera di 6 registi spaziando tra horror, fantascienza, humor nero e splatter, tutti rigorosamente caratterizzati da un'incredibile aura weirdo che non si vergogna di mostrarsi ridicola all'interno di un circo giocoso e irriverente.
Non esiste un vero e proprio filo conduttore che lega insieme le storie, forse il lento e inesorabile battere dei bastoni di un'eterna fila di ciechi (Segmento "Les aveugles") in attesa di un qualcosa, assurda introduzione virata in un psichedelico bianco e nero. Dopo una partenza al fulmicotone acido con Métrovision" di 
Yann Piquer (sinceramente non molto entusiasmante) si prosegue con il bellissimo e crudele "Le cimetière des éléphants" di Philippe Dorison dove le vecchie auto prendono vita propria e si recano inesorabili verso la demolizione con il guidatore prigioniero dentro, un corto quasi muto ma emblematico, sottolineato da un'ossessiva  musica che lo rende agghiacciante nella sua involontaria comicità, anche l'incredibile "Corridor" di Alain Robak spicca nettamente nella mischia con una sorta di gara per vincere una casa irta di trappole mortali ordite da due mefistofelici vecchietti.



Adrenaline ci regala alcune opere memorabili di Piquer e Jean-Marie Maddeddu (anche attore in molti degli episodi)  come "Sculpture physique" posto giustamente a conclusione del film, oppure "La dernière mouche", quasi surrealista e bunuelliano nella sua rappresentazione della follia di un cacciatore di mosche, altrettanto vintage è il Revestriction di Barthélémy Bompard dove una tipa si alza una mattina e si trova prigioniera nella sua stanza col soffitto che si abbassa sempre più. Momenti cyberpunk invece con il "Cyclope" di John Hudson e Anita Assal dove una telecamera a circuito chiuso si trasforma in un ragno meccanico, gli stessi registi ci regalano anche il telesorcista nel divertente  "TV Buster", mentre splatter e grottesco si miscelano in "Interrogatoire" e nel delirante "Graffiti".


 
Altre opere invece risultano più debolucce come "Embouteillage" di Barthélémy Bompard o  "Urgences". Per dirla alla francese un pout pourri di cinema veramente stravagante che fra i suoi alti e bassi ha goduto di un'inaspettata originalità e freschezza di (allora) giovani leve registiche,  un titolo purtroppo oggi caduto nel dimenticatoio ma che bisognerebbe assolutamente riscoprire. Ultima raccomandazione, non spegnete prima della fine dei titoli di coda!

lunedì, 01 dicembre 2008

INSANITARIUM (2008)

L'idea di base dell'opera prima di Jeff Buhler assomiglia molto al celeberrimo Shock Corridor di Samuel Fuller, ovvero il fingersi pazzo per indagare all'interno di un istituto psichiatrico, quello che praticamente fa il protagonista Jack (l'aitante Jesse Metcalfe), preoccupato perchè non ha più avuto notizie di sua sorella, ricoverata per una crisi psichiatrica. Il paragone, però finisce qua, perchè per il resto "Insanitarium" si trasforma in una sorta di Hospital Horror con il solito medico pazzo ( Peter Stormare) che ha inventato un siero per guarire gli schizzati, che in realtà li trasforma in mostri cannibali contagiosi, con tanto di occhi straniati e follia assassina.

Nonostante alcuni momenti ricordino le atmosfere del bellissimo The Dead Pit di Brett Leonard, siamo di fronte ad un'operetta alquanto ridicola, con citazioni a più non posso che partono da Romero fino ad arrivare ad Hannibal Lecter, spruzzi di sangue sulle pareti, azzannamenti, scarnificazioni e squartamenti in un'assurda parata del già visto e sentito.

Persino il buon Stormare, che dopo "Dancer in the Dark" ha smesso di fare cinema dedicandosi a fare il gigionesco frankenstein del nuovo millennio in filmini da cinema merendero, non riesce ad essere convincente, pur essendo l'unico nel cast a definirsi "attore". Ma quello che scende ai minimi livelli è il livello di credibilità dell'intero progetto oltre all'impenetrabile mistero della sua utilità anche agli infimi bassifondi del cinema di puro intrattenimento, l'unica scena degna di nota è la lobotomizzazione istantanea di uno dei fuggitivi, con tanto di spiegazione scientifica. Ma a questo punto basta guardarsi il terrificante "Session 9" se si cercano le sensazioni forti. Qua si può trovare soltanto il weido involontario di un imberbe filmaker ancora alle prime armi. Speriamo che in futuro Buhler ci regali qualcosa di più interessante, intanto evitate questo suo "folgorante" esordio. 

mercoledì, 19 novembre 2008

BAD KARMA (1991)

Chiariamo subito una cosa, questo film non c'entra assolutamente nulla con quella boiata del 2002 diretta da John Hough con la rediviva Patsy Kensit, quindi fate attenzione quando cercate questa pellicola a non confonderla, cosa tra l'altro difficilissima dal momento che stiamo parlando di un film dal taglio amatorialissimo, girato fra amici e infarcito di delirante splatter e una folta parata di freak.

L'esordio di quel pazzoide di Alex Chandon (che di seguito diventerà il regista videoclipparo del gruppo metal Cradle of Filth) è un mediometraggio no budget che, nonostante gli effetti rustici, la recitazione approssimativa e la totale assenza di tecnica, si ritaglierà negli anni un piccolo ruolo nella storia del cinema di serie Z, un piccolo cult che ogni seguace del weirdo dovrebbe vedere almeno una volta nella vita. La storia è alquanto pretestuosa ma in appena 40 minuti non si può pretendere trame arzigogolate e del resto la cosa che salta più all'occhio di Bad Karma è la sua profonda onestà d'intenti. Siamo dalle parti di Andreas Schnaas, per intenderci, ma rispetto a quell'immondizia del suo Violent Shit, Chandon non cerca effetti stroboscopici nè sequenze protoautoriali, butta giù un canovaccio e sviluppa il tutto con un ritmo e una serie di trovate che mirano solo all'intrattenimento, senza prendersi troppo sul serio. Il risultato è un carnevale d'efferatezze e trashiume buono per una serata all'insegna del divertimento tra amici, è questo, visto il genere, rappresenta un pregio non indifferente.

La storia vede un gruppo di Hare Krishna schizoidi che irrompono improvvisamente ad una festa casalinga, trasformandosi in irresistibili mostri (di cartapesta, peraltro, ma notevoli) che maciullano e squartano tutti gli invitati in un tripudio di sangue finto e frattaglie. I padroni di casa riescono a fuggire al massacro e si riparano in una specie di bordello sado-maso pieno di freak in borchie e frustini. Qui gli Hare Krishna assassini inizieranno uno scontro all'ultimo sangue con gli inquilini, scontro che culmina in una scena cultissima dove un arancione viene letteralmente sodomizzato con una sega elettrica. Nel bailamme generale irrompono alla fine uno squadrone di redneck armati di mitra che chiuderanno i conti con gli orribili mostri.

Non credo che Chandon mirasse a qualcosa di più che un circo maximo di orrori personali ma volendo si può recepire anche una satira sugli estremismi religiosi che, oggi più che mai, continuano a farci incazzare tremendamente! 


mercoledì, 29 ottobre 2008

THE CORPSE GRINDER (1972)

Come ogni altro genere (o sottogenere) anche il cinema trash ha i suoi titoli di punta, quelle pellicole di cui non si può proprio fare a meno, ed è significativo che un pazzo come Ted V. Mikels sia stato autore di almeno due di questi titoli. Uno già recensito in passato era quel delirante sci-fi low budget movie intitolato The Astro-Zombies e poi questo Corpse Grinder, il quale  più che un horror sembra una favola nera per bambini malati di mente. La caratteristica principale di questo film, più che lo splatter (pressochè inesistente) o la nudity (molto tagliata), è quell'aura camp che avvolge i personaggi, di cui molti sono veri e propri freak subumani interpreti di personaggi che si vorrebbe fossero credibili.

Troviamo quindi uno sciatto becchino divoratore di snack con moglie shock al seguito che tratta la sua bambola di pezza come una figlia. Già questi due personaggi, che aprono le scene, ci introducono nel triste mondo malato e divertentissimo di Mikels dove due loschi figuri (di cui uno con evidenti tendenze necrofile), titolari della Lotus, azienda produttrice di cibo per gatti in scatola, raccattano cadaveri da cimiteri e ospedali per metterli nella macchina trituratrice che produce carne macinata per i felini. Tuttavia però i consumatori di tali pietanze sembrano gradire la carne umana al punto da doversene procurare poi ulteriori dosi assalendo inferociti i propri padroni. Al problema dei gatti killer indagano due medici che, dopo una serie di superficiali indagini raggiungono i colpevoli del misfatto rischiando anch'essi di finire triturati. L'eccesso permea le atmosfere con colori saturi e gelatine verdi e rosse che avvolgono le sequenze della efferata produzione di carne in scatola, Mikels ci sbatte dentro ogni tanto qualche flashback più per riempire il film che per esigenze narrative ma nonostante gli attori non brillino di luce propria e gli attacchi dei gatti rasentano il ridicolo, ci si diverte molto e la scorrevolezza di quest'ora e poco più merita sicuramente di essere apprezzata e goduta appieno.

Il cinema di Mikels assomiglia sempre più ad un circo, con i suoi personaggi fenomeno che sconvolgono i clichè dello spettacolo mainstream e ci regalano l'essenza vera del delirio weirdo che tutti noi aficionados del genere abbiamo imparato ad apprezzare. 

mercoledì, 10 settembre 2008

I, ZOMBIE (THE CHRONICLES OF PAIN, 1998)

A seguito di questa recensione numerosi cestoni dei centri commerciali si sono lamentati della scarsa considerazione da me espressa in tal frangente. Così, per bilanciare le cose, parleremo di un altro titolo facilmente reperibile nei cestoni a basso costo, ma di qualità decisamente superiore.

Questo horror di Andrew Parkinson è un prodotto low budget, quasi amatoriale, ma notevole nel suo sviluppo e originale all'interno di un genere come lo zombie movie, che, a partire dagli anni '70 ha ormai esaurito tutte le idee. In questo frangente, invece, assistiamo ad un'innovativo concetto del morto vivente, che viene visto come una sorta di malato, perfettamente cosciente della sua condizione di zombie e del bisogno di nutrirsi di carne umana. Viene persino data una spiegazione logica al suo cannibalismo, lo zombie infatti, dopo 4 giorni senza carne viene assalito da dolorissimi spasmi che rischiano di portarlo alla follia. Vediamo quindi il protagonista David (Dean Sipling) scosso in più occasioni come in preda a un attacco epilettico. Studente Universitario, il nostro eroe, viene morso da una zombessa durante una passeggiata studio nei boschi, da allora la sua vita (o morte?) cambia radicalmente. Scompare dalla vita della sua fidanzata Sarah (Ellen Softley), prende un appartamento in periferia e inizia a dedicarsi ai suoi appetiti carnivori come un vero e proprio predatore.

La differenza sta nel fatto che per David questa condizione rasenta quasi la tossicodipendenza, accentuata da una progressiva decomposizione del corpo che raggiunge il suo apice quando, in un tentativo di masturbazione, gli rimane in mano l'uccello. Intanto nel film si susseguono delle interviste agli altri personaggi, in particolare Sarah che continua a domandarsi che fine abbia fatto il suo fidanzato, finchè, stufa di attendere il suo ritorno decide di dimenticare e nelle ultime scene, abbandona il sacco coi suoi vestiti in strada mentre, da un'altra parte, il povero protagonista, ormai ridotto ad un ammasso putrido, incapace ormai di camminare, si abbandona sul letto in un sonno forse senza ritorno. Nonostante una fotografia grossolana e alcune sequenze eccessivamente lente, il film sviluppa bene la progressione del morbo, con una trasformazione che ricorda molto Tetsuo e sopratutto si tasta da vicino la dolorosa empatia con il personaggio e la sua umanità disfatta. Per la prima volta vediamo uno zombie con un'anima, percepiamo la sofferenza ed alla fine l'affresco complessivo ti si inserisce dentro lasciando quel piacevole sapore amaro che solo i bei film riescono ancora a regalarci.

giovedì, 24 luglio 2008

MOSQUITO (1995)

Parte bene questo low budget sci-fi movie, con una bella sequenza dove un'astronave aliena lancia sulla terra una scialuppa di salvataggio che approda in una palude americana, nell'impatto con il suolo l'alieno a bordo muore ma una zanzara posatasi sul suo braccio acquisisce una terribile mutazione. Ed in effetti la vediamo subito sfrecciare, visibilmente ingigantita su una strada per poi andarsi a schiantare contro un automobile in corsa. La coppietta che guidava il veicolo si ritrova con il radiatore a pezzi e decide di fermarsi in un campeggio nelle vicinanze. Da qui inizia l'incubo con una sonora invasione di zanzaroni giganti che non si limitano a innocue punturine al braccio ma prosciugano completamente le vittime. Purtroppo, almeno a livello di effetti speciali, il film evidenzia successivamente tutti i suoi limiti con qualche sequenza decisamente imbarazzante, strano perchè il regista Gary Jones ha fatto parte dello staff tecnico di Evil Dead II e Army of Darkness, due film dove gli effetti sono decisamente grandiosi. A parte questo "Mosquito" regge bene il ritmo dell'invasione zanzarifera con un gruppo di sopravvissuti in perenne fuga dai mostri assetati di sangue, tra questi poi c'è la partecipazione di Gunnar Hansen, da tutti conosciuto come l'originale Leatherface di The Texas Chain Saw Massacre, ovviamente il nostro "faccia di pelle" non può esimersi dallo sfoderare la sua inseparabile sega a motore anche in questo frangente, fortunatamente stiamo parlando di una pellicola che non si prende troppo sul serio perchè vedere il buon Gunnar che tenta di segare un zanzarone è veramente una scena comicissima.

Altro memorabile cameo è per Ron Asheton, chitarrista del mitico gruppo "The Stooges", qui nella breve parte di un ranger. Scena cult assoluta del film è lo zanzarone che si insinua in una tenda dove una ragazza nuda di schiena ci mostra il suo bel sederone, l'insetto tira fuori un fallico pungiglione per forarla in una chiappa, una sorta di anal splatter virtualmente accennato. Mosquito, in sostanza, è un divertissement senza pretese, realizzato con quattro soldi ma tanta grinta, che omaggia la stagione Bug Invasion degli anni '50 senza dire nulla di nuovo ma divertendo con passione attraverso i mezzi disponibili, che erano veramente pochi. 

mercoledì, 30 gennaio 2008

IL BOSCO FUORI (2006)

Opera prima del giovane romano Gabriele Albanesi, il quale, dopo un paio di cortometraggi di successo, decide di porsi in gioco in prima persona con un lungometraggio completamente autoprodotto. Grazie anche al supporto di produttori associati di tutto rispetto come i Manetti Brothers e Sergio Stivaletti, il film ha trovato velocemente una distribuzione cinematografica, sopratutto all'estero, dal momento che in Italia è uscito in una sola sala a Roma e in qualche festival di genere. Costato 45.000 euro, Il Bosco Fuori è stato accolto positivamente sopratutto in Giappone dove è uscito con il poco edificante nome di "Italian Chainsaw". Da noi è appena uscito in Dvd anche se probabilmente rimarrà più una chicca per estimatori che altro. Da un lato è un bene visto che il film ha un assetto decisamente amatoriale, dall'altro però rappresenta un pur flebile singulto di una cinematografia indipendente nostrana che fatica ad affermarsi al grande pubblico. Con tutto il rispetto e l'ammirazione per Albanesi ed il suo lavoro, girato con notevoli sacrifici e a ritmi vertiginosi, non possiamo però dire di essere davanti ad un film nel vero senso della parola. Allorchè Lorenzo Bianchini ci aveva confezionato un prodotto analogo (nel senso amatoriale) con Lidris cuadrade di tre, questi era pur sempre un'opera originale, dove il respiro cinematografico iniziava a farsi sentire. Con il Bosco Fuori invece manca assolutamente una coerenza di base che ci permette di prendere sul serio i personaggi, la cui recitazione oscilla sempre tra il patetico e il grottesco, le situazioni, portate troppo all'eccesso per essere credibili, ma sopratutto gli effetti e il make up, che pur essendo realizzati da un artigiano di fama come Stivaletti rasentano il ridicolo.

L'inizio prometteva bene, con una famigliola felice che va fuori strada per una gomma bucata, il padre (breve cameo dell'ex Vj Enrico Silvestrin) muore sul colpo e Mamma e figlio cercano aiuto nel bosco, arriva un'auto che mette sotto la donna, scende il guidatore ma invece che aiutarla, la finisce con un sasso. Peccato che poi la storia si evolve in maniera discontinua con una coppietta aggredita da un trio di coatti (forse i personaggi migliori di tutto il film) che cerca di stuprare la ragazza (Daniela Virgilio). Una famigliola interviene, il padre (che sembra una brutta copia di Leonardo Pieraccioni) estrae la pistola e fa scappare i manigoldi. I due giovani vengono invitati nella dimora all'interno del boschetto ma finiranno dalla padella alla brace.

Non bastano litri e litri di sangue buttati sulle pareti per migliorare l'opera, troppe situazioni al limite del ridicolo, troppi dialoghi buttati a caso, recitazioni non convincenti o di maniera, scene e citazioni fritte e rifritte e poi, scusate, basta...basta con stà sega elettrica che ormai appare dappertutto. A parte la carenza di originalità nel film di Albanesi, manca completamente la dimensione della settima arte, pensare che bastavano due o tre espedienti, un paio di idee più curate, una sceneggiatura meno rozza e più studiata per fare almeno un film decente. Un'occasione mancata, peccato. Ci auguriamo che Albanesi ci riprovi con più metodo, esperienza e magari, la possibilità di lavorare più serenamente e con più personalità nella prossima opera. 

lunedì, 24 dicembre 2007

THE HORRORS OF MALFORMED MAN

(Edogawa ranpo taizen: Kyofu kikei ningen, 1969)

Tratto dai deliranti racconti dello scrittore Rampo Edogawa, questo film di Teruo Ishii è un vero trip allucinogeno che trasporta lo spettatore direttamente nel limbo colorato e trasgressivo della deviazione più marcata. Tutto inizia in una specie di manicomio dove una tizia urlante cerca di accoltellare Hitomi (Teruo Yoshida), un neolaureato in medicina affetto da amnesia. Ma il coltello è finto ed il giovane viene ricondotto nella sua cella dalle guardie. Una notte un'altro ospite cerca di ucciderlo veramente ma Hitomi se ne libera e fugge dalla gabbia, incontra una ragazza di un circo che canticchia una nenia familiare ma subito dopo viene uccisa misteriosamente e Hitomi viene accusato dell'omicidio. Truccatosi, il giovane finisce sulla costa dove scopre che un tal Genzaburou, somigliante a lui come una goccia d'acqua, è appena deceduto. Ed infatti Hitomi, giunto al cimitero dove è sepolto il tipo per scoprire se ha il suo stesso tatuaggio sul piede, viene scambiato per il morto risorto e si  inserisce nella sua famiglia, dove scopre che il padre, il dottor Jogoro Komodo (Tatsumi Hijikata) è un mostruoso freak dalle mani palmate isolato da tutti su un atollo che Hitomi ricorda nelle sue visioni.

Dopo alcuni fatti strani e la morte della moglie, Hitomi decide di andare a far visita al padre che in realtà è anche suo genitore visto che il suo sosia è anche suo fratello gemello. Sull'isola Hitomi scopre che il mostro sta creando un esercito di esseri deformi manipolando delle persone rapite sulla terraferma e che lui è stato mandato a studiare medicina per aiutarlo in questo folle progetto. Il bello è che tutto nasce dal tradimento della di lui moglie, messa poi in catene in una grotta a cibarsi di granchi.

Il finale vede l'esplosione in cielo di Hitomi e di una tizia che scopre essere sua cugina, con cui ha avuto rapporti incestuosi dopo averla separata dal gemello siamese a cui era incollata.

Se non ci avete capito niente della trama non è importante, anche perchè credo sia un'impresa veramente ardua (ed inutile) cercare un senso in un film dove  bisogna invece abbandonarsi alle assurde coreografie di donne argentate che nuotano nell'acqua, mostri con la faccia piena di farina che si agitano, al mostruoso Komodo che danza davanti a schiume di onde infrante sugli scogli. Il tutto in un'opera controversa, bannata per anni in Giappone e maledetta dai più per l'estro e la voglia di osare un linguaggio diverso. Non aspettatevi fiumi di sangue, combattimenti marziali o erotismo zen, in realtà qua c'è tutto e niente. Rimandi a "L'isola del dr. Moreau", scene grottesche e a tratti anche ilari ma sopratutto un gran guazzabuglio di situazioni e intrighi di cui si perde il filo logico quasi subito.

Uscito in dvd in versione inglese sottotitolata, Horrors of malformed man è un film curioso e bizzarro che vale la pena vedere almeno una volta nella vita ma è anche un film su cui è quasi impossibile dare un giudizio che non sia quello puramente estetico. Molte cose sono di maniera ed il kitsch abbonda  ma se siete amanti del cinema nippo allora è un titolo imperdibile, evitate, però, di assumere acidi prima della visione.

 

lunedì, 17 dicembre 2007

GUINEA PIG 2: Flower of flesh and blood

(Za ginipiggu 2: Chiniku no hana, 1985)

Dopo il successo del suo primo esperimento di fake snuff movie, Hideshi Hino ci riprova con questo secondo capitolo, che inaugurerà a tutti gli effetti la serie di mediometraggi più disgustosa e emoglobinica che la storia del cinema ricordi. A differenza del primo Guinea pig, questa volta il regista non ci prova neppure a mascherare da snuff le immagini, tant'è che le didascalie iniziali parlano di una ricostruzione di  un video ricevuto da un artista, da parte di un suo fan. Le sequenze iniziali seguono una giovane donna fino alla sua cattura da parte di uno sconosciuto che la narcotizza. La poveretta, quindi si risveglia legata mani e piedi, in balia di un vecchietto pallidissimo con il cappello da samurai. E' l'inizio della lavorazione di una specie di opera artistica di sangue, l'opera al nero di un serial killer che prima droga la vittima di modo che, al dolore sopraggiunga il piacere. Espediente questo per evitare che l'attrice non sia abbastanza convincente nel manifestare urla e lamenti. Difatti più che far ciondolare la testa in uno stato di apparente dormiveglia, la giapponesina altro non fa. Ed intanto il nostro uomo comincia lentamente a tagliargli tutti gli arti, a sventrarla e per finire, decapitarla, avendo cura di scavarle fuori gli occhi con un cucchiaino e ciucciarseli avidamente come un bambino che poppa il latte materno.

A prescindere dal ridicolo che emana quasi tutta la vicenda (unica nota d'effetto è la sequenza del pedinamento in auto che merita) questo secondo capitolo è poco più di un pretesto per mostrare la bravura del makeup artist Nobuaki Koga che supera se stessa nella lunga scena dello smembramento, a livelli di insostenibilità visiva molto elevata. Per il resto se si supera il disgusto rimane la noia, poichè, eccettuato lo splatter, non accade praticamente nulla. L'attore che fa il samurai è di un gigionesco ai limiti del ridicolo, la tipa, beh!L'ho già detto, ciondola come rincoglionita e il regista che fa? Ostenta primi piani sulla carne e cerca di dare un'aura artistica all'insieme anche se il cinema, in quanto settima arte, si trovava da tutt'altra parte durante la realizzazione di questo film.

domenica, 25 novembre 2007

MERMAID IN A MANHOLE (1988)

Quarto capitolo della infame serie Guinea Pig inventata da Hideshi Hino e concepita come una sorta di mostra degli orrori giapponese a partire dal primo capitolo, una vera e propria rielaborazione dello snuff movie con tutti i problemi giudiziari al seguito sopratutto dopo la denuncia di Martin Sheen, che lo scambiò per vero. A prescindere dalle questioni di falso e vero che la serie suscitò, questo Manhoru no naka no ningyo cambia direzione per quanto riguarda il plot espresso nei precedenti capitoli. Abbandonata la pura e semplice rappresentazione gratuita di torture e smembramenti, Hino vira verso una vera e propria storia dell'orrore inserendone però un'insolita connotazione romantica. Certo non mancano i dettagli forti, le inquadrature da vomito e il disgusto regna sovrano ma il tutto appare meno gratuito del solito ed il film, di breve durata, si lascia vedere piacevolmente (possibilmente non dopo mangiato).

Un pittore vedovo si aggira nelle fogne tra rifiuti e cadaveri di bambini gettati nelle acque, il suo intento è trovare soggetti da dipingere, lo vediamo infatti intento sin da subito a ritrarre il neonato immerso nelle acque limacciose con gli occhi chiusi. Successivamente però accade un fatto straordinario, nei cunicoli l'artista (Shigeru Saiki) incontra una splendida sirena ferita (Mari Somei), la porta a casa per dipingerla (esortato anche da lei stessa) ma il corpo della creatura è destinato progressivamente a marcire. A questo punto assistiamo ad un tripudio di verruche e tumori marcescenti che prendono possesso gradualmente del corpo di lei, esplodendo in liquami di pus colorato, interiora viscide e vermi schifosi. C'è veramente da stare male a guardare certe scene, pur se ben realizzate (anche troppo).

Il pittore fa di tutto per fermare la decomposizione della sirena ma inutilmente, l'unica cosa da fare è finire il quadro, che partendo da un ritratto si trasforma nella rappresentazione surreale di un volto purulento e grottesco.

Questa versione splatter della sirenetta è, a oggi, la cosa migliore partorita dalla serie Guinea Pig. Un perfetto connubio di poesia e stomaco che si insinua nei nostri occhi e strizza violentemente le nostre viscere regalandoci disgusto e disperazione in quella che potrebbe essere definita una fiaba d'amore virata al nero. Hino ci inonda di vermi giganti che escono dalle piaghe purulente e alle volte, il cervello dello spettatore, talmente aggredito da queste immagini orrende, sembra che riesca a trasmettere al corpo anche gli odori marcescenti di un corpo che si lacera mutando la carne in una nuova, oscena, forma d'arte.