venerdì, 30 ottobre 2009

MEGA SHARK VS. GIANT OCTOPUS (2009)


 

E' incredibile come, in ogni decade, appaia una casa cinematografica di film exploitation che raggiunge il culto supremo pur producendo film dozzinali, non tanto per i titoli in sè ma per l'abnorme numero di uscite annuali che la stessa manda fuori. Era il caso della Hammer e della Amicus negli anni 50/60 e 70, negli anni ottanta invece fu la volta della Full Moon e negli anni novanta assurse al podio la ben nota TROMA che nel nuovo millennio ha apparentemente conosciuto un graduale periodo di stanca, tutto a favore della new entry, ovvero la Asylum, piccola casa di produzione specializzata nel Mockbuster, ovvero il plagio più o meno esplicito dei blockbuster mainstream. Posizionata come un parassita sotto le colline di Hollywood, la Asylum spia, ascolta e ricopia con mezzi effimeri le ultime produzioni sopratutto in campo horror e sci-fi, realizzandone la propria versione caratterizzata da recitazioni pessime, CG miserrima ed effetti che sembrano usciti da un Vic 20 piuttosto che da un computer. Ha successo Snakes on a Plane ? Ecco uscire "Snake on a Train"(Spacciandolo per il seguito oltretutto) ! Fanno un film sui Transformers ? Loro realizzano Transmorpher! E che dire di Pirates of Treasure Island  che rifà il verso a Pirates of the Caribbean: The Curse of the Black Pearl? E sul loro sito potete trovare altri centinaia di titoli demenziali da accostare ad altrettanti successi Hollywoodiani. Insomma un vero paradiso del trash a basso costo di cui parleremo molto su queste pagine.

Mega Shark si presta a diventare uno dei loro titoli assoluti, grazie anche alla famosa scena del megasqualo che fa un balzo incredibile e azzanna un aereo di linea in volo trascinandolo nell'oceano, una scena peraltro realizzata malissimo a livello di effetti e modelli 3d ma efficace e assolutamente inverosimile. Ecco quello che piace della Asylum il loro personalissimo concetto di spettacolo. In breve la storia vede un antico scontro tra due bestiacce preistoriche di gigantesche proporzioni che riemergono dai ghiacci dell'Antartide per rinverdire la propria secolare rivalità. Sono un megalodonte, gigantesco squalo ferocissimo e una piovra gigante. Lo squalone da parte sua ne combina delle belle, azzanna un ponte, abbatte un aereo, distrugge sottomarini, prima di rincontrarsi col mostruoso mollusco e finire in bellezza questa perla del non sense cinematografico.



In realtà gli effetti e i modellini sono più visibili guardando i trailer che non il film stesso, infarcito abbondantemente da dialoghi inutili e assoluta assenza di altro tipo d'azione. Tolte quindi le scene tamarre di distruzione, il resto del film vive grazie ad attori come Lorenzo Lamas e Deborah Gibson probabilmente più adatti ad una soap opera che ad un film di mostri giganti. Dirige Jack Perez reduce da un altro plagio asylumiano in salsa anticristiana 666: The Child  (copiazzatura del remake di The Omen).

Stranamente Mega Shark non copia nessun blockbuster, anzi si pone come un'affettuosa rimpatriata dei vecchi monster movie giapponesi degli anni cinquanta. Peccato che gli effetti del terribile Tiny Juggernaut rovinino ogni sorta di nostalgica benevolenza nei suoi riguardi.    

giovedì, 17 settembre 2009

IL MONDO DI YOR (1983)

Tratto dagli splendidi fumetti di Ray Collins e Juan Zanotto editi su Lanciostory a partire dagli anni '70, il film di Antonio Margheriti coglie a fagiolo l'occasione per sfruttare la vigente moda del post atomico per realizzare finalmente uno dei più importanti tasselli della sua lunga carriera, ovvero trarre un film da un fumetto, pratica allora molto rara ancora (però Spider-man l'avevano già fatto, almeno un tentativo) e comunque piena di risultati non incoraggianti ( a parte Bava con lo splendido Diabolik e Lenzi col discreto Kriminal). Le gesta del preistorico cacciatore biondo (interpretato da Reb Brown) che combatte dinosauri di cartapesta in un mondo non bene imprecisato, con al fianco la splendida Corinne Clery e uno stuolo di pelosissimi quanto ridicoli barbari, diventa per l'Italia un mini serial di 4 puntate da un'ora ciascuno oltre ad un lungometraggio per il mercato estero che diventerà sorprendentemente un grande successo. Merito sopratutto della curiosa commistione tra fantasy, avventura e fantascienza che rendono il progetto particolarissimo nonostante che la consueta carenza di mezzi renda la confezione tutt'altro che un blockbuster. La scelta poi infelice di creare dinosauri a dimensione reale, in legno e gommapiuma, per rendere maggiormente enfatico il rapporto di fisicità tra mostro e attore, non rende sicuramente con il più nostalgico ma molto più efficace passo uno. Insomma mostri che aprono e chiudono la bocca come se fosse una persiana non aiuta sicuramente l'immedesimazione dello spettatore in un mondo selvaggio dove Yor è alla perenne ricerca dell'altra metà del medaglione che rappresenta lunica testimonianza delle sue origini. Origini che, come scopriremo in seguito, appartengono ad una civiltà evolutissima quanto aliena, stabilitasi sul pianeta dopo le solite guerre atomiche che avevano devastato la terra natale.

Altra scelta infelice, oltre alla comicità involontaria di vedere preistorici con barbe posticce, è l'attore protagonista, ridicolo col suo parruccone glam quanto idiota nella sua recitazione. Peccato perchè il buon Margheriti ce l'ha messa tutta per fare un bel film, e qua e là il genio torna a galla, il ritmo è buono e il film riesce a non annoiare. Insomma Yor, nel suo genere si staglia sopra la (bassa) media del periodo e la derivazione sci-fi del finale riesce anche a salvare il tutto con effetti più che discreti.

Nell'elenco del cast troverete un sacco di nomi strani...niente paura, il film è stato girato interamente in Turchia.

 

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giovedì, 10 settembre 2009

Jesse James Meets Frankenstein's Daughter (1966)

William Beaudine è un altro di quei registi capace di dirigerti 10 film all'anno, non a caso lo chiamavano "One Shot" forse per l'approssimazione delle riprese ma anche per la velocità con cui confezionava questi prodottini per il mercato dei Drive-In. Per intenderci uno dei registi della cosiddetta epoca "Grindhouse" tanto declamata da Tarantino, ed infatti questo delirante titolo, frutto di una curiosa commistione tra l'horror stile RKO e il western tipo Henry Ford, si accoppiava perfettamente con un altro, girato nello stesso anno, quel Billy the Kid versus Dracula che accompagna una lista di 350 film girati da Beaudine nel corso della sua lunga e anonima carriera di mestierante. L'aura di cult nel corso degli anni, questo film, se l'è guadagnata quasi totalmente per la demenzialità del titolo, in realtà il film non è poi così male, la storia regge bene con un Jesse James attempatuccio (John Lupton) che, mentre compie una rapina con il fido Hank (Cal Bolder), cade in un'imboscata. Hank viene ferito gravemente e il buon jesse non trova di meglio che cercare un dottore sulle colline di un paesino del messico.

Qui la figlia del mitico dottor Frankenstein, Maria (Narda Onyx), in compagnia del fratello, sta cercando un corpo prestante in cui inserire il cervello del suo schiavo Igor. L'occasione di dover curare il muscoloso Hank è ghiotta per la scienziata, ma il celebre bandito, aiutato per l'occasione da Juanita (Estelita Rodriguez) una avvenente ragazza latina, riuscirà alla fine a sconfiggere il mostruoso risultato di questo folle trapianto.

Nonostante l'ilarità di alcune scene (i genitori di Juanita sono visibilmente dei cani a recitare) e l'approssimazione di alcune inquadrature (dove si vede di straforo qualche membro della troupe accidentalmente inquadrato) il film risulta alquanto godibile, siamo comunque di fronte a una delle prime commistioni tra generi diversi, cosa oggi alquanto in voga ma che allora rappresentava sicuramente un'innovazione senza precedenti.    

mercoledì, 02 settembre 2009

IL PIANETA DEGLI UOMINI SPENTI (1961)

Per un periodo relativamente breve (tralasciando comunque il filone post-atomico e il fantasy), anche il cinema italiano conobbe la fantascienza attraverso Mario Bava ed il suo "Terrore nello spazio" ma sopratutto grazie ad Antonio Margheriti che, coraggiosamente, presentò al mondo una serie di film dotati di grandi idee ma straordinariamente poveri nella loro messa in scena.

Fra questi "Il pianeta degli Uomini Spenti" stupisce per intelligenza e verve creativa del suo insieme, purtroppo penalizzato da battaglie stellari che sembra fatte col cartone e rappresentazioni aliene un pò ridicole sopratutto nel finale. Uscito successivamente al suo primo tentativo di space Opera "Spaceman", affronta il tema del pianeta morto che Bava rielaborerà 4 anni dopo con il suo capolavoro, rispetto al film di Bava però, dove erano i terrestri a giungere sul pianeta, qua è l'intero pianeta, mosso da volontà aliene ormai estinte, a minacciare la terra in forma di gigantesco Meteorite vivente che spara dischi volanti ogni qualvolta la terra tenti di avvicinarvisi. La poetica della civiltà morta che attacca la terra quasi per inerzia rende bene il concetto formale dell'assolutà piccolezza del nostro pianeta nei confronti dell'universo e delle sue meraviglie.

Nel cast brilla in modo assoluto il grande "uomo invisibile" Claude Rains ormai avviato verso il declino sia fisico sia professionale ma ancora dotato di carica espressiva attraverso gli enormi occhiali a fondo di bottiglia che ne esaltano uno sguardo tra i più allucinati nella storia del cinema. La sua interpretazione da al film quella marcia in più che ne alimenta la profondità emozionale elevandolo a molto più di un semplice filmetto da guerra spaziale. Nel cast si riconoscono anche esordienti di allora che diventeranno famosi quali  Renzo Palmer, Umberto Orsini e Giuliano Gemma. Il film fu rieditato nel decennio successivo con il pessimo titolo "Battle of the worlds" tentando di spacciarlo sulla falsariga di Guerre stellari.

Per vederlo o scaricarlo (il film è in public domains) cliccate qui sotto  (versione inglese con sottotitoli in Ita da attivare)

http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Xvid&id=8713

 

 

giovedì, 06 agosto 2009

GODZILLA: TOKYO S.O.S.

(Gojira tai Mosura tai Mekagojira: Tôkyô S.O.S., 2003)

Sono passati oltre cinquant'anni da quando Ishirô Honda creò quel capolavoro del monster movie che era Gojira. Da allora sono stati realizzati 29 film ufficiali (di cui questo è il penultimo) suddivisi in tre ere speciali: l'era Showa che si potrebbe definire quella classica dal 1954 al 1975, l'era Heisei ovvero quella del trentennale che parte con Il ritorno di Godzilla del 1984 e finisce nel 1995 con Godzilla vs. Destroyer e infine, l'era Millennium che parte dal 1999 fino all'ultimo Godzilla Final Wars del 2004.

Tokyo Wars è il penultimo di quest'ultima serie, che in quanto ad effetti speciali e budget non ha niente da invidiare ai kolossal fantascientifici realizzati in occidente e rende finalmente giustizia all'immagine del Kaiju Eiga, per decenni bistrattata da modelli di cartapesta e macchinine che si scioglievano sotto il passaggio di una comparsa nascosta in un costume gommoso da dinosauro. Certo, il fatto che molti di noi fottuti nostalgici adorino quella gomma e quei modellini che si sgretolano, è un altro paio di maniche. Qua assistiamo ad una vera e propria celebrazione del dinosauro più amato di tutti i tempi, le sue fiamme sono diventate azzurre e la sua faccia assomiglia un pò a quella di una pantera (ma il restyling era stato già fatto nella seconda fase) con un grande tripudio di distruzione con la D maiuscola, Godzilla inoltre è tornato ad essere cattivo e in compagnia di mostri del suo calibro come, nella fattispecie Mothra il farfallone con la voce da sirena che purtroppo perirà nel combattimento facendosi però sostituire da due amabili larvoni spararagnatele.

A contrastare lo zannuto lucertolone troviamo Mechagojira, antitesi meccanica del dinosauro controllata da una G Force speciale. La trama narra in modo alquanto confuso il fatto che i terrestri vogliano inserire in Mechagodzilla le ossa del mostro originale provocando le ire di Mothra, ma dall'isola dei mostri arriva un nuovo godzilla pronto a devastare Tokyo. Il solito bambino nipponico pieno di iniziativa crea il simbolo di richiamo per Mothra con i banchi di scuola (non chiedetemi come ha fatto) e rischia la morte con il nonnino in mezzo alle macerie mentre i mostri se le danno di santa ragione. Alla fine MechaGodzilla e le sue ossa finiranno in fondo al mare con l'altro dinosauro imbozzolato, pronti per una nuova orgia di Kaiju Eiga per il prossimo episodio!

Il film è il seguito di  Godzilla against Mechagodzilla entrambi diretti da Masaaki Tezuka, come dite? Non vi ho parlato delle fatine gemelle che compaiono nel film? Ringraziatemi allora, Arigatò! 

 

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giovedì, 06 agosto 2009

SEX WORLD (1978)

Zitto zitto, un dubbio mestierante come Anthony Spinelli ha diretto qualcosa come un centinaio di film nella sua lunga vita (terminata purtroppo in silenzio il 29 Maggio 2000) tutti più o meno porno o sexy con titoli quali Princess Orgasma and the Magic Bed, Suckula o Revenge of the Pussy Suckers from Mars, specializzandosi anche in parodie a luci rosse dei grandi successi hollywoodiani come Batwoman & Catgirl, Pulp Friction e questo Sex World variazione del più famoso Westworld dove si immaginava un parco a tema pieno di robot che impazzivano e uccidevano i turisti. Ovviamente qua non si ammazza nessuno ma l'incipit è più o meno simile.

Un pulmann percorre le strade americane portando con sè un gruppo di turisti pronti a visitare Sex World, il parco tematico dove è possibile vivere tutte le più nascoste fantasie sessuali, non solo ma anche curare certe piccole turbe e problemucci relativi al rapporto sessuale. Infatti durante il viaggio scopriamo cosa desiderano i passeggeri, attraverso i feedback della loro vita coniugale e intima, da questa straordinaria vacanza. C'è la coppia in cui lei è ninfomane e lui ossessionato dalla madre, quindi impotente; la ragazza che riesce ad avere rapporti solo tramite telefono, dei giovani sposini in cerca di nuove emozioni, e così via. Arrivati a Sex World i turisti verranno convocati a colloquio da un pool di sessuologi in camicione bianco che li indirizzeranno verso varie stanze, quasi tutte occupate da aitanti stalloni o arrapanti ragazze disponibili a fare tutto e di più. Ci sarà anche la possibilità di tornare a casa con una bella signora al proprio fianco.

Le scene di sesso (molto ben girate c'è da dire!) si alternano quindi a momenti in cui gli scienziati schiacciano bottoni luminosi in una stanza asettica, culmine del weirdo verso il finale quando la ragazza che ha rapporti solo telefonici (come si vede nella bella sequenza iniziale della masturbazione in teleselezione) viene dapprima visitata da un ragazzo timidino e non conclude nulla, poi da un latin lover (ma niente!) alla fine gli scienziati, stanchi di provare cure light ci vanno giù duro inviandogli un gigantesco nero tutto truccato e vestito con una tuta bianca dotata di apertura pelvica a  mostrare in bella vista il suo enorme pene. A quel punto la cura ottiene finalmente il suo risultato e tutti i turisti possono tornare a casa stanchi ma soddisfatti. Per essere un porno, oltre alla cura estetica tipica di un'epoca in cui era un genere come gli altri, il film diverte e riesce ad essere anche molto eccitante ma sopratutto da quella fantastica sensazione di non essere solamente un prodotto fine a sè stesso, creato per il piacere del cinema e non per la sola mercificazione del sesso.

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mercoledì, 05 agosto 2009

ZONTAR THE THING FROM VENUS (1966)

Quando un pessimo regista come Larry Buchanan si mette a fare uno pseudo remake di un classico del cinema di serie Zeta come It Conquered the World, oltretutto girando un film per la televisione, non ci si può che aspettare un capolavoro del brutto ai più infimi livelli. Ed infatti Zontar raggiunge vette di sublime orrore e un livello di narcolessia totale nei confronti dello spettatore. Sequenze lentissime, inquadrature fisse che illustrano interminabili dialoghi fra scienziati dementi che, attraverso un'enorme ricetrasmittente nascosta nel ripostiglio dialogano amabilmente con  un venusiano, come faccia a capire quei suoni usciti da un theremin di bassa fedeltà rimane un mistero, in ogni caso la trama parte dal lancio di un satellite verso Venere, nonostante lo scienziato Keith (Tony Huston) sconsigli il responsabile dell'operazione, il dottor Curt (John Agar). I rischi sono quelli di far incazzare la delegazione galattica che non ritiene i terrestri abbastanza progrediti da andare in giro per lo spazio. Intanto però il sedicente Zontar si frega la navicella e la usa per arrivare sulla terra dove, nascosto in una grotta, comincia a lanciare degli strani pupazzetti volanti a metà tra un'aragosta e un tafano, in giro per i cieli attaccandosi al collo dei malcapitati che incontra, i quali diventano subito schiavi del mostro.

Complice di Zontar è Keith, nonostante la moglie (Susan Bjurman) cerchi in tutti i modi di fermarlo) ossessionato oltre ogni limite e sopratutto "per il bene dell'umanità". Alla fine, l'ultimo contro nella grotta vedrà un vero e proprio massacro e sopratutto le terribili fattezze del mostro venusiano, sorta di demone che ricorda in faccia un ciuco con tre occhi e ali da pipistrello sulle spalle. La demenza del film si esprime ai massimi livelli quando vediamo Curt sventolare un attizzatoio per aria cercando di colpire l'alieno moscone. Decisamente imbarazzante poi la legnosità delle poche scene che si definiscono d'azione. In ogni caso non stiamo parlando di un film brutto e fatto male perchè visto con gli occhi di uno spettatore moderno, no no! Era brutto anche allora dal momento che manco in televisione fu trasmesso (pare infatti che tutti i canali si rifiutarono di prenderlo).

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mercoledì, 05 agosto 2009

BROTHER FROM ANOTHER PLANET (1984)

A volte fare un film di fantascienza low budget rappresenta una vera e propria scommessa, in molti casi si deve lavorare molto sulle idee quando non si hanno mezzi ed il risultato è decisamente esaltante come nel caso di questa sorta di tardo blacksploitation indipendente scritto e diretto da John Sayles. Una sorta di E.T. politicamente incorretto dove Joe Morton è un alieno di colore piombato chissà da dove nella città di New York finendo direttamente nei sobborghi di Harlem, il misterioso visitatore non parla, ai piedi ha tre ditone zannute ed è bravissimo a riparare videogames solo apponendo la sua mano sui circuiti. Sayles mescola sapientemente Spielberg e Spike Lee con infinite chiacchere da bar, scene di ordinaria tossicodipendenza e la presenza di due misteriosi bianchi allampati e vestiti di nero che cercano ovunque l'alieno (Uno dei due interpretato dallo stesso regista). Cast quasi completamente all black con gustoso cameo della cantante Dee Dee Bridgewater che si porta a letto il "fratello".

Sayles usa in modo straordinario il protagonista, personaggio al quale è difficile non affezionarsi per la sua aria confusa ma anche saggia, quasi ascetica nel suo costante e colpevole silenzio. Certo non stiamo parlando di un film per amanti di Star Trek o Guerre Stellari, la fantascienza è ridotta all'osso di cui le sole tracce vengono espresse nell'atterraggio iniziale dentro al fiume Hudson o quando il fratello si stacca un occhio e lo piazza a mo di telecamera in un vaso per spiare i movimenti di un pusher ma l'utilizzo dei graffiti come codice di comunicazione con gli altri "fratelli" alieni atterrati prima di lui o la scena dove prova l'eroina e vive una nottata da sballo nella downtown sono momenti cult di grande spessore che aiutano a comporre tassello per tassello uno dei più bei film originali e indipendenti degli anni '80.

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venerdì, 29 maggio 2009

Earth vs. the Flying Saucers (1956)

Questo film rappresenta a suo modo un vero e proprio simbolo dell’immaginario fantascientifico post seconda guerra mondiale, tutto incentrato nel generare terrore da una minaccia esterna al mondo americano in cui veniva sublimata la paura della Russia e del comunismo. Semplice nella sua confezione ed alquanto banalotto nello sviluppo della storia, "Earth" in realtà nasconde profonde contraddizioni sulla politica americana del dopoguerra. Infatti gli alieni, che compaiono sin dai titoli iniziali in mirabili avvistamenti aerei, giungono sulla terra con una richiesta d’aiuto e trovano invece una risposta offensiva. Non a caso il primo colpo, quello che darà il via ad una vera e propria guerra di mondi, partirà proprio dai terrestri. Emblematiche a tal punto le scene di distruzione finale quando i disconi vanno a schiantarsi contro le imponenti costruzioni di Washington D.c. Insomma il film instilla il tarlo del dubbio su chi siano i buoni e chi i cattivi, ma è proprio un ombra leggera perchè subito dopo la prima mezz'ora le parti si chiariscono ed allora vediamo i marziani che sembrano uscire dalla pubblicità dell'omino Michelin, rapire scienziati e generali e disintegrare tutto quello che gli capita a tiro. Saranno alla fine delle onde sonore emanate da un emettitore inventato dallo scienziato di turno, a far capitolare la minaccia.

Il regista Fred F. Sears morì l'anno successivo, dopo una lunga esperienza cinematografica che proprio in quegli anni vedeva il suo massimo splendore, ha diretto per lo più western ed infatti si vede la mano poco allenata nel campo sci-fi, gli scontri finali però sono decisamente spettacolari anche grazie alle creazioni a passo uno del bravo Ray Harryhausen. Fortunatamente a coadiuvare il tutto c'è quella vecchia lenza di Curt Siodmak in qualità di sceneggiatore, mentre le scenografie vengono tenute per lo più spoglie ed essenziali come anche il design delle astronavi, ispirate, a quanto si dice, da reali avvistamenti documentati fotograficamente.

Chi guarda oggi Earth vs. the Flying Saucers troverà tanti punti in comune con Mars Attacks! al punto da credere quasi che il film di Tim Burton sia quasi un remake. Ovviamente negli anni '50 la fantascienza veniva presa come una cosa seria ed anche se, nel tempo, il genere ha perso i suoi significati reazionari , film come questo non cessano di essere parte integrante di un'identità storica di grande importanza.

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venerdì, 22 maggio 2009

Attack of the Crab Monsters (1957)

 

I titoli di testa sembrano far sperare, viene quasi voglia di pensare "Ma guarda, stà a vedere che il buon Roger Corman, stavolta ha finalmente trovato una megaproduzione", in realtà, ogni weirdo esperto che si rispetti sa benissimo che questo è il peggior film del regista americano, peggiore nel senso estetico in quanto ancor oggi considerato uno dei suoi cult assoluti .

Già dopo pochi minuti "Attack..." rivela subito la sua essenza trash quando vediamo il gommone dei protagonisti che approda sull'isola misteriosa, arivati a pochi metri dalla spiaggia, uno dei marinai casca in acqua e, nonostante siano a riva, lo vediamo affondare nelle profondità oceaniche per riaffiorare cadavere senza testa, o almeno così era nelle intenzioni ma il trucco è talmente posticcio (la camicia calzata sulla testa) e antico che fa subito strappare una risata. Il protagonista di questa scena poi, altri non è che un'altro dei grandi del cinema Bis  degli anni '50, il leggendario sceneggiatore Charles B. Griffith, qui anche nelle vesti di co-producer.

L'inizio quindi non è male ma il bello arriva con le prime apparizioni dei granchioni di cartapesta i cui l'isola è infestata, ai quali hanno disegnato pure una faccia tra le meno sveglie della storia del cinema (beh, appropriato, dopotutto i granchi non hanno fama di essere animali sagaci) con gli occhioni che si aprono e si chiudono con l'elastico delle tendine in bella mostra. Il gruppo di scienziati vittime della ridicola invasione, scoprono poi che i mostri, non solo divorano gli uomini ma ne assimilano le proprietà vocali, vediamo quindi le bestiacce parlare con le voci delle loro vittime e scopriamo che, contrariamente alle aspettative, i crostacei sono dotati di un'intelligenza sopraffina. Ben presto si scoprirà anche che l'unica cosa che li annienta è l'elettricità e dopo orrende chele di cartone che fingono di staccare la testa alle persone, uomini che vengono dondolati appesi ad una corda come se ballassero la samba, filmati di repertorio che si barcamenano tra Tsunami ed esplosioni vulcaniche si arriva finalmente al duello finale a colpi di pali della luce e carapaci polistirolici.

Attack of the Crab Monsters appartiene al periodo punk di Corman, ovvero quella fase dove " noncene fregauncazzodellaconfezione mal'importanteègirarel'importanteènarrare " filosofia questa, che approvo in pieno e, del resto  stiamo parlando di un film che, una volta visto, non lo si scorda più, a conferma che quando le cose sono troppo perfette annoiano mentre quando sono così esageratamente posticcie entrano a far parte della storia, quale fulgido esempio di una cinematografia disancorata dal puro mestiere e mossa esclusivamente da un'urgenza (che poi sia alimentare o artistica non è importante).