giovedì, 10 dicembre 2009
PLAGUE TOWN (2008)



L'esordiente David Gregory ha un più che discreto background come autore di contenuti speciali, documentari e making of sopratutto per quanto riguarda il cinema di genere. Non stupisce quindi l'aria anni settanta che si respira nel suo lungometraggio d'esordio, questo "Plague Town" che vede protagonista una odiosa famigliola yankee in visita alle campagne irlandesi in compagnia del fidanzato della primogenita Jessica (Erica Rhodes), un'ancora più irritante stupidotto inglese che per tutta la gita non fa che prendere per il culo gli americani. Insomma dopo una mezz'ora di battibecchi e luoghi comuni, il gruppetto perde l'autobus di ritorno e si trova costretto a passare la notte in un auto abbandonata sulla strada. La coppietta si reca ad un vecchio casolare per chiedere aiuto ma quando arrivano il fattore prende a fucilate lui e degli orrendi bambini mostro spuntano dai boschi per cacciare gli sventurati viaggiatori.



Il film è quasi completamente ambientato in una foresta con corse affannose, strani freak cannibali e una grottesca sensazione weirdo, non necessariamente imputabile alla scarsità dei mezzi con cui Gregory opera, ma anche a qualche sequenza un pò spinta all'eccesso come quella del ragazzo british che sopravvive alla fucilata e si ritrova in una specie di incontro combinato con una graziosa sposina mostro dagli occhi finti, sicuramente uno dei momenti più memorabili.


Per il resto lo splatter abbonda e il tutto ci viene presentato con una confezione decisamente artigianale che non necessariamente deve essere un male, anzi, il rimando all'horror di Hooper e Craven è più che mai sentito, la storia inoltre ha le stesse atmosfere dei film di Rollins e di Franco  con quella punta di Lovecraft che richiama alla mente il bellissimo "The Haunted Palace" di Corman. Insomma per essere un horror americano Plague Town è molto più europeo di tanti film del vecchio continente, merito sicuramente della passione di Gregory per il cinema di genere ma anche per la sua attenta conoscenza maturata in anni e anni di duro lavoro.
martedì, 01 dicembre 2009
Riki-Oh: The Story of Ricky (Lik Wong, 1991)




Grottesco, frenetico, ultratrash e splatteroso, appellativi perfettamente cucibili adosso a questa sorta di ibrido kung-Fu/gore Flick di Ngai Kai Lam, mai uscito in Italia. Tuttavia con l'avvento di internet e dello scambio virtuale anche questo titolo ha potuto diffondersi in giro e si è gradualmente ritagliato un' invidiabile posizione da cult movie anche qui da noi, grazie sopratutto al passaparola dei molteplici splatterfans che girano in rete. Ricky Oh è un MIP, ovvero un "men in prison" (in antitesi con il ben più gettonato genere Woman in prison)a tutti gli effetti dove i pruriti carcerario sessuali della versione al femminile vengono ampiamente sostituiti dall'uso smodato di budella, sangue e ultraviolenza.



Tratto da un Manga di
Tetsuya Saruwatari narra di un giovane ( Siu-Wong Fan) dotato di una forza sovrumana in grado di disintegrare corpi umani con il solo effetto di pugni e calci, che finisce in un carcere di massima sicurezza per aver massacrato l'omicida della sua donna. All'interno della prigione Ricky Oh Saiga non tarderà a scoprire che ci sono detenuti violenti, secondini corrotti e un direttore del carcere crudelissimo, accompagnato da un figlioletto obeso, idiota e straviziato. La storia a questo punto diventa  un pretesto per scatenare smembramenti, sfracellamenti di cranio, decapitazioni e deorbitazioni a go-go in una sorta di orgia ultrasplatter che ricorderà ai più l'ormai immortale "Bad Taste ".


Lo zenith dell'emoglobina viene raggiunto quando, durante un duello tra Ricky e il gigante di turno, quest'ultimo si autoestrae le proprie interiora e cerca di strangolarlo, Lik Wong vuole sorpassare tutti i limiti, non importa se si sconfina nel grottesco, l'estremo è la regola ma anche la principale fonte di divertimento, in alcune sequenze ci si può abbandonare a momenti stucchevoli (i flashback della ragazza di Ricky, il vecchio che cerca di difendere con la vita il giocattolo di legno costruito per il figlio) ma si tratta di brevi istanti che cedono subito il posto a una montagna di ultraviolenza e spappolamenti continui. Il rischio di stufare lo spettatore, però viene evitato, grazie sopratutto a una continua escalation di trovate sempre più comiche e sorprendenti ma anche all'estrema leggerezza di un film godibile fino all'osso.



Viene da pensare a quando i monty-python decisero di portare lo splatter nella comicità (la scena dello squartamento del cavaliere nero in Monty Python & the Quest for the Holy Grail ), allora l'accostamento tra sangue e risate era un fattore avanguardistico, oggi il miglior splatter è quello che sgorga da film semiseri come questo, dove si ride a crepapelle mentre un grassone schiaccia la testa a un uomo o un altro finisce maciullato nel tritacarne. Del resto non è altro che l'estremizzazione del cartone animato, peccato che l'uomo in carne e ossa non sia come Willcoyote, ma anche per fortuna sennò dove sta il divertimento in film come questo?


 
 
mercoledì, 11 novembre 2009
PROLOGO
Quando si recensiscono certi pezzi da novanta della cinematografia "trash" italiana bisognerebbe scrivere in posizione "adorante" col viso rivolto verso terra e le gambe inginocchiate, difatti è questa la posizione assunta dal sottoscritto per scrivere la sua seconda recensione del capolavoro di Marco Antonio Andolfi.
La prima recensione potete trovarla
qui.


LA CROCE DALLE SETTE PIETRE (1987)




Finanziato inspiegabilmente con contributi statali, "La croce dalle sette pietre" è un film talmente brutto e malfatto da essere oggi giorno considerato uno dei cult assoluti del cinema horror, innanzitutto per la curiosa commistione tra film di licantropi, satanismo e Camorra story, al punto da essere conosciuto anche come "L'uomo lupo contro la camorra" , poi sicuramente per l'imbarazzante recitazione, i clamorosi buchi di sceneggiatura e gli osceni effetti speciali, tutte cose realizzate personalmente dal nostro regista che scrive, produce  e interpreta il protagonista (sotto lo pseudonimo di Eddy Endolf) Marco Sartori, bancario romano che giunge a Napoli per rivedere la cugina Carmela.



Ma andiamo con ordine: Il film inizia subito elegantemente offrendoci la sublime vista di una serie di normalissime cantine da condominio, in una delle quali un gigionesco Gordon Mitchell sta organizzando un festino satanico per richiedere la venuta del demone Aborym (rappresentato qui come un grottesco chewbacca). Tra un ciccione che cerca in modo goffo di baciare le zinne a una tipa tutta fetish ed un incappucciato che passa la serata a frustare un altra ragazza mentre questa geme dal piacere ("Il tuo dolore è il mio piacere"), arriva il signore delle tenebre con una maschera da scimmia visibilmente di gomma e un costume di lana alquanto infeltrito.
Dopo esserci divertiti con le ridicole facce del buon Mitchell che sembra isterico mentre recita "Aborì vieni qui!!!... Subito!!!!...Ora!!!  Partono i titoli di testa. 
A questo punto appare d'obbligo una riflessione: il film è talmente povero e girato con una pellicola scaduta che, nonostante sia databile nei tardi anni ottanta, sembra uscito direttamente verso la metà degli anni settanta (e non è volutamente retrò).
Marco Sartori arriva alla stazione di Napoli, incontra la cugina Carmela, il dialogo si rivela assolutamente inutile e ci fa da subito capire che quanto scritto in questo canovaccio potrebbe essere rimescolato e utilizzato in qualsiasi altro punto del film senza cambiare una virgola del significato intrinseco dello stesso (il che accade praticamente per tutti i dialoghi della scemeggiatura).
A questo punto la scena cambia e vediamo Mitchell in giacca e cravatta posare in modo statuario sulla spiaggia per una sequenza che avrei visto bene in Gomorra con due tizi che si passano la roba giunta da un ragazzino perplesso che cammina quasi avesse la bici senza sellino. I due si fanno sulla scogliera mentre Mitchell ghigna oscenamente (Mamma mia, è proprio cattivo questo qua!).
Marco e Carmella vanno al bar a fare colazione, lei ordina un caffè senza zucchero e va a fare una telefonata in uno di quegli antichissimi apparecchi a gettoni. Dopodichè passeggiano per le strade, arrivano due (quelli che si stavano "perando" prima probabilmente) in motorino e  fottono a  Marco una catenina che teneva appesa al collo, una scena che succede spesso a Napoli, solo che il nostro eroe si dispera in maniera decisamente esagerata e fa intervenire la polizia per inseguire gli scippatori.
Carmela a questo punto scompare inspiegabilmente e non la rivedremo più per tutto il film, in realtà era una finta Carmela, amica della vera cugina che si era spacciata per lei allo scopo di conoscere il bel giovinotto (visto che la cugina gli aveva parlato della visita di Marco). Prendiamo quindi buono questo pretesto per l'uscita di scena di Carmela e proseguiamo con Marco che si reca in una discoteca dove conosce Maria (Annie Belle) una giovane escort che scopre subito di essere innamorata di lui, non si sa per quale motivo, succede...a Napoli!



Marco viene prelevato e malmenato da un gruppo di energumeni, riesce però a scoprire che il ricettatore Totonno 'o cafone (un personaggio ma sopratutto un nome mitico!) potrebbe avere la croce gemmata. Si reca quindi in piena notte a picchiare i pugni a casa di Totonno ma questi dopo averlo insultato in napoletano rivela di non avere più la croce ma di averla venduta a Don Raffaele Esposito, boss della camorra di Torre Annunziata.
Finalmente giunge la prima trasformazione di Marco anche se non la vediamo direttamente,  ci basta ammirare il risultato, dovete infatti sapere che il lupo mannaro, in questo film, viene rappresentato come un uomo completamente nudo ad eccezione di una sorta di parruccone di lana di vetro che gli copre il viso fino all'altezza del naso, Andolfi non mette neanche dei denti finti, per ovviare al problema si limita a digrignare in continuazione emettendo un suono simile ad uno squittio, la peluria copre quindi le mani e il pisello creando quello che forse è il più ridicolo licantropo della storia del cinema. Le apparizioni del mostro si alternano con brevi primi piani di un simpatico cagnolino che forse nelle intenzioni del regista doveva rappresentare la dualità tra l'uomo e la bestia.



In ogni caso il licantropo assale Totonno che, senza essere praticamente toccato, cade a terra e si scioglie tutto in una mirabile dissolvenza realizzata mettendo un manichino in un forno a 180 gradi.
Ma il colpo di genio totale è che il mostro quando è ancora umano risulta vestito, poi diventa nudo (non ci è dato di sapere che fine hanno fatto gli abiti) e quando ritorna normale è di nuovo vestito come prima!!!
Marco torna a casa sua e si mette a letto, nel sonno continua a ripetere il nome di Don Raffaele Esposito quasi ne fosse innamorato mentre sullo schermo scorre quello che vorrebbe essere una sorta di sogno ma in realtà è un arzigogolato montaggio di sequenze passate, presenti e future del film, in pratica Andolfi ci fa vedere un sunto del film di modo che, molto onestamente a mio avviso, se quello che vedremo non ci piace ce ne possiamo anche andare via subito, a riprova che questo spettacolo è riservato a persone dal palato fine e non dal popolo bue ignorante che non è in grado di apprezzare la nouvelle vague del cinema sperimentale di genere!
Accompagnato da Maria, che chissà come e chissà perchè gli si è appiccicata addosso, Sartori si reca Torre Annunziata e, siccome il modo migliore per rintracciare i camorristi è l'approccio diretto, si ferma ad un bar e chiede molto gentilmente dove può trovare Don Raffaele. 
Arrivano subito due sgherri del don che lo prelevano e lo portano in una villa, Maria li tallona e, dotata di poteri magici (evidentemente) si intrufola nella villa dove assiste ad un raffinato dialogo campano tra due guardie (una con sofisticati calzini rossi) che concludono la loro diatriba con la tipica espressione gergale dei camorristi, ovvero "Jammè a vedè Maradona!!!"   
Don Raffaè riceve il giovane ma non crede che lui sia venuto solo per la croce pur essendo armato di "una penna e nu fazzoletto bah!" quindi lo fa ammanettare e malmenare dai suoi uomini, siccome Sartori non parla, il boss chiama i siciliani, vediamo quindi George Ardisson nella parte di un credibilissimo mafioso anglo siculo che gli inietta il siero della verità, peccato che improvvisamente sorga la luna piena e finalmente assistiamo alla trasmutazione in dissolvenza del volto di Andolfi, probabilmente Jack P. Pierce a questo punto si sarebbe rivoltato nella tomba assistendo alla eterna e sfiancante (almeno per lo spettatore) trasformazione "un pelo alla volta" della faccia digrignante del nostro eroe, contrassegnata da continui ululati che sembrano uscire da un megafono alla stazione della metropolitana.
Il mostro compie un massacro (dipende dai punti di vista dal momento che appena tocca qualcuno questo muore senza motivo), Maria lo recupera ma ancora niente croce. Attraverso un flashback vediamo finalmente a che minchia serve sta croce gemmata! La mamma di Marco era una seguace di Aborym e dopo aver copulato con lui in una scena eccitante quanto una colonscopia ha dato alla luce il nostro protagonista (ovviamente biondo da bambino nonostante il protagonista in età adulta sia improvvisamente diventato castano scuro) mettendogli sta croce al collo per evitargli di prendere la mostruosa strada paterna. Entra in scena aborym e con una voce che sembra appartenere ad un alcolizzato dell'oltretomba piuttosto che ad un demone, da della sgualdrina alla donna e gli fa esplodere lo stomaco.
Adesso è tutto più chiaro, ma la croce è stata donata ad una fattucchiera da cui si reca Marco. Dopo un dialogo imbarazzante in cui Andolfi sembra essersi improvvisamente addormentato (vedere per credere!) questa gli dice che bisogna aspettare non si sa cosa, poi i due si spogliano (anche se lui è attivo come una cozza) e fanno sesso (massì va passiamo il tempo in modo piacevole), Marco mentre la sta penetrando (almeno pare ma vista la posizione che assumono non ci giurerei) si trasforma, riempie di bava schiumosa la tipa urlante e la deflora a morte (si, insomma si vede il sangue sulle parti intime della donna).



Maria giunge sul luogo del delitto, trova la croce e anche la bestia che gli mette le mani al collo, molto tranquillamente direi, ed altrettanto con calma la ragazza, senza provare alcun patema nonostante sia molto prossima alla morte, gli allaccia la croce al collo ponendo fine alla maledizione.
A questo punto è tempo che i cattivi muoiano e quindi Gordon Mitchell fa un incidente in auto tutto da solo, muore e la gente che lo soccorre assiste alla sua istantanea decomposizione. 
Lieto fine con retrogusto cattolico e gita papale inclusa per la nostra coppia (è noto che i figli del demonio si rechino spesso a far visita al Papa) mentre i titoli di coda scorrono davanti alla cupola di San Pietro.
Attore espressivo quanto una colata di cemento, sceneggiatore di fotoromanzi e raffinato regista, Marco Antonio Andolfi, inspiegabilmente,  non ha più lavorato nel cinema fino al 2008 quando, dopo essersi reso conto che qualcuno aveva rivalutato la sua schifezza, ha deciso di realizzare una sorta di mediometraggio sequel dal titolo "
Riecco Aborym", intimistica rilettura del mito intervallato da scene riprese dal film originale, insomma nonostante gli anni Andolfi non ha perso la sua straordinaria capacità di allungare il brodo trasformando la merda in oro colato!

EPILOGO
Finalmente la recensione è finita, posso tornare alla mia posizione normale pur conservando negli occhi quella punta di commozione inevitabile quando si parla di certi capolavori (sigh!). Ovviamente è d'obbligo la visione del film in posizione canonica!


mercoledì, 04 novembre 2009
NIGHTWING (1979)

"I Pipistrelli vampiro sono la quintessenza del male, ti succhiano tutto il sangue e pisciano quello in eccesso lasciando in giro odore di ammoniaca", queste in sostanza le motivazioni che spingono il cacciatore di vampiri David Warner a portarsi con un furgoncino nel deserto del New Mexico in compagnia di uno sceriffo pellerossa a caccia di mostruosi chirotteri che dapprima si accontentavano di mucche e cavalli, poi si sono rivolti verso gli indiani di una riserva lasciando dietro di sè una scia di peste, acido e morte. Arthur Hiller dirige questo eco-vengeance di fine anni settanta, tratto dal romanzo "L'ala della notte" di Martin Cruz Smith, prima di essere baciato dal successo di Gorky Park.



Purtroppo nonostante ci sia tutto per realizzare un buon film, pipistrelli assassini, magia indiana e splendidi paesaggi selvaggi, il film non decolla e cade addirittura nel ridicolo con l'apparizione degli spettri degli antenati nel finale. 
Carlo Rambaldi si occupa di realizzare i mostriciattoli alati ma purtroppo non fa un gran bel lavoro, i pipistrelli sono troppo cicciotti  e pelosi per far paura e sbattono le ali meccanicamente senza nascondere troppo la loro natura artificiale, manca la suspance e pure l'azione, non bastano gli anatemi del solito vecchio indiano a creare tensione, oltretutto alla fine i morti sono pochissimi (per un film del genere) e a parte uno o due casi, il decesso non è neanche attribuibile ai vampiri se non collateralmente. Si salva solo la sequenza dell'assalto al bivacco di stupidi turisti portati nel deserto di notte, abbastanza trucida nel suo insieme ma che rappresenta solo un guizzo di vivacità in un film decisamente morto. La pellicola uscì in Italia decisamente in sordina, con il titolo "Le ali della notte". 
  
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venerdì, 30 ottobre 2009

MEGA SHARK VS. GIANT OCTOPUS (2009)


 

E' incredibile come, in ogni decade, appaia una casa cinematografica di film exploitation che raggiunge il culto supremo pur producendo film dozzinali, non tanto per i titoli in sè ma per l'abnorme numero di uscite annuali che la stessa manda fuori. Era il caso della Hammer e della Amicus negli anni 50/60 e 70, negli anni ottanta invece fu la volta della Full Moon e negli anni novanta assurse al podio la ben nota TROMA che nel nuovo millennio ha apparentemente conosciuto un graduale periodo di stanca, tutto a favore della new entry, ovvero la Asylum, piccola casa di produzione specializzata nel Mockbuster, ovvero il plagio più o meno esplicito dei blockbuster mainstream. Posizionata come un parassita sotto le colline di Hollywood, la Asylum spia, ascolta e ricopia con mezzi effimeri le ultime produzioni sopratutto in campo horror e sci-fi, realizzandone la propria versione caratterizzata da recitazioni pessime, CG miserrima ed effetti che sembrano usciti da un Vic 20 piuttosto che da un computer. Ha successo Snakes on a Plane ? Ecco uscire "Snake on a Train"(Spacciandolo per il seguito oltretutto) ! Fanno un film sui Transformers ? Loro realizzano Transmorpher! E che dire di Pirates of Treasure Island  che rifà il verso a Pirates of the Caribbean: The Curse of the Black Pearl? E sul loro sito potete trovare altri centinaia di titoli demenziali da accostare ad altrettanti successi Hollywoodiani. Insomma un vero paradiso del trash a basso costo di cui parleremo molto su queste pagine.

Mega Shark si presta a diventare uno dei loro titoli assoluti, grazie anche alla famosa scena del megasqualo che fa un balzo incredibile e azzanna un aereo di linea in volo trascinandolo nell'oceano, una scena peraltro realizzata malissimo a livello di effetti e modelli 3d ma efficace e assolutamente inverosimile. Ecco quello che piace della Asylum il loro personalissimo concetto di spettacolo. In breve la storia vede un antico scontro tra due bestiacce preistoriche di gigantesche proporzioni che riemergono dai ghiacci dell'Antartide per rinverdire la propria secolare rivalità. Sono un megalodonte, gigantesco squalo ferocissimo e una piovra gigante. Lo squalone da parte sua ne combina delle belle, azzanna un ponte, abbatte un aereo, distrugge sottomarini, prima di rincontrarsi col mostruoso mollusco e finire in bellezza questa perla del non sense cinematografico.



In realtà gli effetti e i modellini sono più visibili guardando i trailer che non il film stesso, infarcito abbondantemente da dialoghi inutili e assoluta assenza di altro tipo d'azione. Tolte quindi le scene tamarre di distruzione, il resto del film vive grazie ad attori come Lorenzo Lamas e Deborah Gibson probabilmente più adatti ad una soap opera che ad un film di mostri giganti. Dirige Jack Perez reduce da un altro plagio asylumiano in salsa anticristiana 666: The Child  (copiazzatura del remake di The Omen).

Stranamente Mega Shark non copia nessun blockbuster, anzi si pone come un'affettuosa rimpatriata dei vecchi monster movie giapponesi degli anni cinquanta. Peccato che gli effetti del terribile Tiny Juggernaut rovinino ogni sorta di nostalgica benevolenza nei suoi riguardi.    

venerdì, 02 ottobre 2009

Monster in the Closet (1986)



Uscito da noi nei tardi anni '80 con il titolo  "Non aprite quell'armadio" quando sembrava che tutti i film horror dovessero avere nel titolo una citazione di "Non Aprite quella porta" (Non aprite quel cancello, Non entrate in quella casa...non fate un cazzo di niente!), il film scritto e diretto da Bob Dahlin (più portato ad essere assistente direttore o direttore di seconda unità che regista) è una delle tante "Troma Release" che giravano in quegli anni portando con sè l'irriverenza volutamente trash della casa di Lloyd Kaufman, con pochi soldi e tanto citazionismo divertito e divertente.
In effetti  "Monster in the closet" appare sin da subito come una parodia del classico horror anche se man mano che si procede nella storia si vira decisamente verso il monster movie ad ampio respiro con tanto di sequenze di panico collettivo riciclate e scene di repertorio burlescamente montate in sovrimpressione mentre il mostro gira indisturbato per la città.


La storia è quella di una serie di misteriose sparizioni, un vecchietto (piccolo cameo per il grande
John Carradine), il suo cane ed alcune ragazze, tutti nei pressi di un guardaroba. Gli assalti del mostro vengono infatti rappresentati fuori campo ed esemplificati attraverso lo spargimento di vestiti anzichè di sangue. Dal principio la stampa non da credito al caso e incarica uno sprovveduto giornalista (Donald Grant) detto Richard "don't call me Superman" Kent (per via della somiglianza con Clark Kent), più amante delle barrette al cioccolato che dei casi di cronaca nera. L'indagine lo porta a conoscere la giovane e avvenente biologa  Dianne Bennett (Denise DuBarry), con l'aiuto di un valente scienziato (Henry Gibson) i due ordiranno una trappola elettrificata per il mostro (un incrocio tra un bruco e un uomo di neardenthal che si muove attraverso i ripostigli) usando come esca una barretta di cioccolato duramente estorta al povero Richard.



Niente da fare però e a quel punto il mostro rapisce il giovane reporter e se lo porta in braccio in giro per le strade. A quel punto l'unica soluzione per distruggerlo è fare in modo che tutti i ripostigli e gli armadi a muro vengano distrutti, e infatti vediamo la gente che prende ad accettate i camerini e gli spogliatoi. Il mostro non potendo più rifugiarsi da nessuna parte muore con in braccio ancora la sua preda. A quel punto non è chiaro se siamo di fronte ad una versione gay di King Kong o una sorta di MiniGodzilla senza futuro ma di certo il film è scorrevole e diverte al punto giusto, l'idea di base è delirante quanto basta per trasformare "Monster in the Closet" in un istant cult e dulcis in fundo, il film è impreziosito da questi piccoli cameo di grandi caratteristi del passato, oltre a Carradine e Gibson troviamo anche
Claude AkinsHoward Duff e Stella Stevens.

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domenica, 27 settembre 2009
BOTTOM FEEDER (2006)


Ragazzi! Era dai tempi della Full Moon di Charles Band e quel gran manipolatore di porcherie gommose di nome Ted Nicolaou (Se non lo conoscete andate a recuperarvi TerrorVision) che non vedevo un film così brutto. A differenza dei gommosi della Full Moon qua non cìè neanche l'allegra atmosfera Camp di quegli anni, solo il goffo tentativo di generare dialoghi sterili stile americano figo con gangster, killer crudeli e agenti segreti. Il tutto ruota attorno a una specie di milionario senza scrupoli con il volto deturpato in un incidente, si incontra con uno scienziato al quale ha commissionato un siero in grado di rigenerare i tessuti, peccato ci sia una piccola controindicazione: se non si inietta subito dopo una sorta di nutriente (una broda fosforescente che sembra uscita da Re-Animator) che attenui la tremenda fame generata dal siero, una fame talmente forte che ti porta a divorare la prima cosa che passa di lì (un pò come la pubblicità del Tuc!) il che provoca una strana simbiosi con quanto ingerito. Insomma per farla breve il milionario piazza lo scienziato in una cantina a fare da cavia ma dimentica di dargli il nutriente così il poveretto si avventa sui topi vivi e se li magna crudi.


"Sei quello che mangi" dice uno degli attori a inizio film e infatti lo scienziato si trasforma in un gobboso uomo topo dalla forma ridicola che tiene in scacco sia gli sgherri del cattivo sia una squadra di manutenzione finita lì per fregarsi del materiale sanitario (siamo in un vecchio ospedale abbandonato) abbandonato. Randy Daudlin tenta di rifare Alien 2 sulla Terra  manco fosse Ciro Ippolito, l'impresa si rivela un fiacco filmetto buono per il mercato home video, con un pò di splatter visto e stravisto, un Tom Sizemore irriconoscibile e un gruppo di caratteristi assolutamente poco credibili che passano dall'impaurito al coraggioso in modo talmente improvviso da far gridare al miracolo, anche se qui il vero miracolo è riuscire a stare seri di fronte a tanta assurdità. Meno male che si ride insomma, perchè il film dovrebbe far paura!
 
giovedì, 17 settembre 2009

IL MONDO DI YOR (1983)

Tratto dagli splendidi fumetti di Ray Collins e Juan Zanotto editi su Lanciostory a partire dagli anni '70, il film di Antonio Margheriti coglie a fagiolo l'occasione per sfruttare la vigente moda del post atomico per realizzare finalmente uno dei più importanti tasselli della sua lunga carriera, ovvero trarre un film da un fumetto, pratica allora molto rara ancora (però Spider-man l'avevano già fatto, almeno un tentativo) e comunque piena di risultati non incoraggianti ( a parte Bava con lo splendido Diabolik e Lenzi col discreto Kriminal). Le gesta del preistorico cacciatore biondo (interpretato da Reb Brown) che combatte dinosauri di cartapesta in un mondo non bene imprecisato, con al fianco la splendida Corinne Clery e uno stuolo di pelosissimi quanto ridicoli barbari, diventa per l'Italia un mini serial di 4 puntate da un'ora ciascuno oltre ad un lungometraggio per il mercato estero che diventerà sorprendentemente un grande successo. Merito sopratutto della curiosa commistione tra fantasy, avventura e fantascienza che rendono il progetto particolarissimo nonostante che la consueta carenza di mezzi renda la confezione tutt'altro che un blockbuster. La scelta poi infelice di creare dinosauri a dimensione reale, in legno e gommapiuma, per rendere maggiormente enfatico il rapporto di fisicità tra mostro e attore, non rende sicuramente con il più nostalgico ma molto più efficace passo uno. Insomma mostri che aprono e chiudono la bocca come se fosse una persiana non aiuta sicuramente l'immedesimazione dello spettatore in un mondo selvaggio dove Yor è alla perenne ricerca dell'altra metà del medaglione che rappresenta lunica testimonianza delle sue origini. Origini che, come scopriremo in seguito, appartengono ad una civiltà evolutissima quanto aliena, stabilitasi sul pianeta dopo le solite guerre atomiche che avevano devastato la terra natale.

Altra scelta infelice, oltre alla comicità involontaria di vedere preistorici con barbe posticce, è l'attore protagonista, ridicolo col suo parruccone glam quanto idiota nella sua recitazione. Peccato perchè il buon Margheriti ce l'ha messa tutta per fare un bel film, e qua e là il genio torna a galla, il ritmo è buono e il film riesce a non annoiare. Insomma Yor, nel suo genere si staglia sopra la (bassa) media del periodo e la derivazione sci-fi del finale riesce anche a salvare il tutto con effetti più che discreti.

Nell'elenco del cast troverete un sacco di nomi strani...niente paura, il film è stato girato interamente in Turchia.

 

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giovedì, 10 settembre 2009

Jesse James Meets Frankenstein's Daughter (1966)

William Beaudine è un altro di quei registi capace di dirigerti 10 film all'anno, non a caso lo chiamavano "One Shot" forse per l'approssimazione delle riprese ma anche per la velocità con cui confezionava questi prodottini per il mercato dei Drive-In. Per intenderci uno dei registi della cosiddetta epoca "Grindhouse" tanto declamata da Tarantino, ed infatti questo delirante titolo, frutto di una curiosa commistione tra l'horror stile RKO e il western tipo Henry Ford, si accoppiava perfettamente con un altro, girato nello stesso anno, quel Billy the Kid versus Dracula che accompagna una lista di 350 film girati da Beaudine nel corso della sua lunga e anonima carriera di mestierante. L'aura di cult nel corso degli anni, questo film, se l'è guadagnata quasi totalmente per la demenzialità del titolo, in realtà il film non è poi così male, la storia regge bene con un Jesse James attempatuccio (John Lupton) che, mentre compie una rapina con il fido Hank (Cal Bolder), cade in un'imboscata. Hank viene ferito gravemente e il buon jesse non trova di meglio che cercare un dottore sulle colline di un paesino del messico.

Qui la figlia del mitico dottor Frankenstein, Maria (Narda Onyx), in compagnia del fratello, sta cercando un corpo prestante in cui inserire il cervello del suo schiavo Igor. L'occasione di dover curare il muscoloso Hank è ghiotta per la scienziata, ma il celebre bandito, aiutato per l'occasione da Juanita (Estelita Rodriguez) una avvenente ragazza latina, riuscirà alla fine a sconfiggere il mostruoso risultato di questo folle trapianto.

Nonostante l'ilarità di alcune scene (i genitori di Juanita sono visibilmente dei cani a recitare) e l'approssimazione di alcune inquadrature (dove si vede di straforo qualche membro della troupe accidentalmente inquadrato) il film risulta alquanto godibile, siamo comunque di fronte a una delle prime commistioni tra generi diversi, cosa oggi alquanto in voga ma che allora rappresentava sicuramente un'innovazione senza precedenti.    

mercoledì, 02 settembre 2009

IL PIANETA DEGLI UOMINI SPENTI (1961)

Per un periodo relativamente breve (tralasciando comunque il filone post-atomico e il fantasy), anche il cinema italiano conobbe la fantascienza attraverso Mario Bava ed il suo "Terrore nello spazio" ma sopratutto grazie ad Antonio Margheriti che, coraggiosamente, presentò al mondo una serie di film dotati di grandi idee ma straordinariamente poveri nella loro messa in scena.

Fra questi "Il pianeta degli Uomini Spenti" stupisce per intelligenza e verve creativa del suo insieme, purtroppo penalizzato da battaglie stellari che sembra fatte col cartone e rappresentazioni aliene un pò ridicole sopratutto nel finale. Uscito successivamente al suo primo tentativo di space Opera "Spaceman", affronta il tema del pianeta morto che Bava rielaborerà 4 anni dopo con il suo capolavoro, rispetto al film di Bava però, dove erano i terrestri a giungere sul pianeta, qua è l'intero pianeta, mosso da volontà aliene ormai estinte, a minacciare la terra in forma di gigantesco Meteorite vivente che spara dischi volanti ogni qualvolta la terra tenti di avvicinarvisi. La poetica della civiltà morta che attacca la terra quasi per inerzia rende bene il concetto formale dell'assolutà piccolezza del nostro pianeta nei confronti dell'universo e delle sue meraviglie.

Nel cast brilla in modo assoluto il grande "uomo invisibile" Claude Rains ormai avviato verso il declino sia fisico sia professionale ma ancora dotato di carica espressiva attraverso gli enormi occhiali a fondo di bottiglia che ne esaltano uno sguardo tra i più allucinati nella storia del cinema. La sua interpretazione da al film quella marcia in più che ne alimenta la profondità emozionale elevandolo a molto più di un semplice filmetto da guerra spaziale. Nel cast si riconoscono anche esordienti di allora che diventeranno famosi quali  Renzo Palmer, Umberto Orsini e Giuliano Gemma. Il film fu rieditato nel decennio successivo con il pessimo titolo "Battle of the worlds" tentando di spacciarlo sulla falsariga di Guerre stellari.

Per vederlo o scaricarlo (il film è in public domains) cliccate qui sotto  (versione inglese con sottotitoli in Ita da attivare)

http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Xvid&id=8713