Quando si recensiscono certi pezzi da novanta della cinematografia "trash" italiana bisognerebbe scrivere in posizione "adorante" col viso rivolto verso terra e le gambe inginocchiate, difatti è questa la posizione assunta dal sottoscritto per scrivere la sua seconda recensione del capolavoro di Marco Antonio Andolfi.
La prima recensione potete trovarla qui.
LA CROCE DALLE SETTE PIETRE (1987)
Finanziato inspiegabilmente con contributi statali, "La croce dalle sette pietre" è un film talmente brutto e malfatto da essere oggi giorno considerato uno dei cult assoluti del cinema horror, innanzitutto per la curiosa commistione tra film di licantropi, satanismo e Camorra story, al punto da essere conosciuto anche come "L'uomo lupo contro la camorra" , poi sicuramente per l'imbarazzante recitazione, i clamorosi buchi di sceneggiatura e gli osceni effetti speciali, tutte cose realizzate personalmente dal nostro regista che scrive, produce e interpreta il protagonista (sotto lo pseudonimo di Eddy Endolf) Marco Sartori, bancario romano che giunge a Napoli per rivedere la cugina Carmela.
Ma andiamo con ordine: Il film inizia subito elegantemente offrendoci la sublime vista di una serie di normalissime cantine da condominio, in una delle quali un gigionesco Gordon Mitchell sta organizzando un festino satanico per richiedere la venuta del demone Aborym (rappresentato qui come un grottesco chewbacca). Tra un ciccione che cerca in modo goffo di baciare le zinne a una tipa tutta fetish ed un incappucciato che passa la serata a frustare un altra ragazza mentre questa geme dal piacere ("Il tuo dolore è il mio piacere"), arriva il signore delle tenebre con una maschera da scimmia visibilmente di gomma e un costume di lana alquanto infeltrito.
Dopo esserci divertiti con le ridicole facce del buon Mitchell che sembra isterico mentre recita "Aborì vieni qui!!!... Subito!!!!...Ora!!! Partono i titoli di testa.
A questo punto appare d'obbligo una riflessione: il film è talmente povero e girato con una pellicola scaduta che, nonostante sia databile nei tardi anni ottanta, sembra uscito direttamente verso la metà degli anni settanta (e non è volutamente retrò).
Marco Sartori arriva alla stazione di Napoli, incontra la cugina Carmela, il dialogo si rivela assolutamente inutile e ci fa da subito capire che quanto scritto in questo canovaccio potrebbe essere rimescolato e utilizzato in qualsiasi altro punto del film senza cambiare una virgola del significato intrinseco dello stesso (il che accade praticamente per tutti i dialoghi della scemeggiatura).
A questo punto la scena cambia e vediamo Mitchell in giacca e cravatta posare in modo statuario sulla spiaggia per una sequenza che avrei visto bene in Gomorra con due tizi che si passano la roba giunta da un ragazzino perplesso che cammina quasi avesse la bici senza sellino. I due si fanno sulla scogliera mentre Mitchell ghigna oscenamente (Mamma mia, è proprio cattivo questo qua!).
Marco e Carmella vanno al bar a fare colazione, lei ordina un caffè senza zucchero e va a fare una telefonata in uno di quegli antichissimi apparecchi a gettoni. Dopodichè passeggiano per le strade, arrivano due (quelli che si stavano "perando" prima probabilmente) in motorino e fottono a Marco una catenina che teneva appesa al collo, una scena che succede spesso a Napoli, solo che il nostro eroe si dispera in maniera decisamente esagerata e fa intervenire la polizia per inseguire gli scippatori.
Carmela a questo punto scompare inspiegabilmente e non la rivedremo più per tutto il film, in realtà era una finta Carmela, amica della vera cugina che si era spacciata per lei allo scopo di conoscere il bel giovinotto (visto che la cugina gli aveva parlato della visita di Marco). Prendiamo quindi buono questo pretesto per l'uscita di scena di Carmela e proseguiamo con Marco che si reca in una discoteca dove conosce Maria (Annie Belle) una giovane escort che scopre subito di essere innamorata di lui, non si sa per quale motivo, succede...a Napoli!
Marco viene prelevato e malmenato da un gruppo di energumeni, riesce però a scoprire che il ricettatore Totonno 'o cafone (un personaggio ma sopratutto un nome mitico!) potrebbe avere la croce gemmata. Si reca quindi in piena notte a picchiare i pugni a casa di Totonno ma questi dopo averlo insultato in napoletano rivela di non avere più la croce ma di averla venduta a Don Raffaele Esposito, boss della camorra di Torre Annunziata. Finalmente giunge la prima trasformazione di Marco anche se non la vediamo direttamente, ci basta ammirare il risultato, dovete infatti sapere che il lupo mannaro, in questo film, viene rappresentato come un uomo completamente nudo ad eccezione di una sorta di parruccone di lana di vetro che gli copre il viso fino all'altezza del naso, Andolfi non mette neanche dei denti finti, per ovviare al problema si limita a digrignare in continuazione emettendo un suono simile ad uno squittio, la peluria copre quindi le mani e il pisello creando quello che forse è il più ridicolo licantropo della storia del cinema.Le apparizioni del mostro si alternano con brevi primi piani di un simpatico cagnolino che forse nelle intenzioni del regista doveva rappresentare la dualità tra l'uomo e la bestia.
In ogni caso il licantropo assale Totonno che, senza essere praticamente toccato, cade a terra e si scioglie tutto in una mirabile dissolvenza realizzata mettendo un manichino in un forno a 180 gradi.
Ma il colpo di genio totale è che il mostro quando è ancora umano risulta vestito, poi diventa nudo (non ci è dato di sapere che fine hanno fatto gli abiti) e quando ritorna normale è di nuovo vestito come prima!!!
Marco torna a casa sua e si mette a letto, nel sonno continua a ripetere il nome di Don Raffaele Esposito quasi ne fosse innamorato mentre sullo schermo scorre quello che vorrebbe essere una sorta di sogno ma in realtà è un arzigogolato montaggio di sequenze passate, presenti e future del film, in pratica Andolfi ci fa vedere un sunto del film di modo che, molto onestamente a mio avviso, se quello che vedremo non ci piace ce ne possiamo anche andare via subito, a riprova che questo spettacolo è riservato a persone dal palato fine e non dal popolo bue ignorante che non è in grado di apprezzare la nouvelle vague del cinema sperimentale di genere!
Accompagnato da Maria, che chissà come e chissà perchè gli si è appiccicata addosso, Sartori si reca Torre Annunziata e, siccome il modo migliore per rintracciare i camorristi è l'approccio diretto, si ferma ad un bar e chiede molto gentilmente dove può trovare Don Raffaele.
Arrivano subito due sgherri del don che lo prelevano e lo portano in una villa, Maria li tallona e, dotata di poteri magici (evidentemente) si intrufola nella villa dove assiste ad un raffinato dialogo campano tra due guardie (una con sofisticati calzini rossi) che concludono la loro diatriba con la tipica espressione gergale dei camorristi, ovvero "Jammè a vedè Maradona!!!"
Don Raffaè riceve il giovane ma non crede che lui sia venuto solo per la croce pur essendo armato di "una penna e nu fazzoletto bah!" quindi lo fa ammanettare e malmenare dai suoi uomini, siccome Sartori non parla, il boss chiama i siciliani, vediamo quindi George Ardisson nella parte di un credibilissimo mafioso anglo siculo che gli inietta il siero della verità, peccato che improvvisamente sorga la luna piena e finalmente assistiamo alla trasmutazione in dissolvenza del volto di Andolfi, probabilmente Jack P. Pierce a questo punto si sarebbe rivoltato nella tomba assistendo alla eterna e sfiancante (almeno per lo spettatore) trasformazione "un pelo alla volta" della faccia digrignante del nostro eroe, contrassegnata da continui ululati che sembrano uscire da un megafono alla stazione della metropolitana.
Il mostro compie un massacro (dipende dai punti di vista dal momento che appena tocca qualcuno questo muore senza motivo), Maria lo recupera ma ancora niente croce. Attraverso un flashback vediamo finalmente a che minchia serve sta croce gemmata! La mamma di Marco era una seguace di Aborym e dopo aver copulato con lui in una scena eccitante quanto una colonscopia ha dato alla luce il nostro protagonista (ovviamente biondo da bambino nonostante il protagonista in età adulta sia improvvisamente diventato castano scuro) mettendogli sta croce al collo per evitargli di prendere la mostruosa strada paterna. Entra in scena aborym e con una voce che sembra appartenere ad un alcolizzato dell'oltretomba piuttosto che ad un demone, da della sgualdrina alla donna e gli fa esplodere lo stomaco.
Adesso è tutto più chiaro, ma la croce è stata donata ad una fattucchiera da cui si reca Marco. Dopo un dialogo imbarazzante in cui Andolfi sembra essersi improvvisamente addormentato (vedere per credere!) questa gli dice che bisogna aspettare non si sa cosa, poi i due si spogliano (anche se lui è attivo come una cozza) e fanno sesso (massì va passiamo il tempo in modo piacevole), Marco mentre la sta penetrando (almeno pare ma vista la posizione che assumono non ci giurerei) si trasforma, riempie di bava schiumosa la tipa urlante e la deflora a morte (si, insomma si vede il sangue sulle parti intime della donna).
Maria giunge sul luogo del delitto, trova la croce e anche la bestia che gli mette le mani al collo, molto tranquillamente direi, ed altrettanto con calma la ragazza, senza provare alcun patema nonostante sia molto prossima alla morte, gli allaccia la croce al collo ponendo fine alla maledizione.
A questo punto è tempo che i cattivi muoiano e quindi Gordon Mitchell fa un incidente in auto tutto da solo, muore e la gente che lo soccorre assiste alla sua istantanea decomposizione.
Lieto fine con retrogusto cattolico e gita papale inclusa per la nostra coppia (è noto che i figli del demonio si rechino spesso a far visita al Papa) mentre i titoli di coda scorrono davanti alla cupola di San Pietro.
Attore espressivo quanto una colata di cemento, sceneggiatore di fotoromanzi e raffinato regista, Marco Antonio Andolfi, inspiegabilmente, non ha più lavorato nel cinema fino al 2008 quando, dopo essersi reso conto che qualcuno aveva rivalutato la sua schifezza, ha deciso di realizzare una sorta di mediometraggio sequel dal titolo "Riecco Aborym", intimistica rilettura del mito intervallato da scene riprese dal film originale, insomma nonostante gli anni Andolfi non ha perso la sua straordinaria capacità di allungare il brodo trasformando la merda in oro colato!
EPILOGO
Finalmente la recensione è finita, posso tornare alla mia posizione normale pur conservando negli occhi quella punta di commozione inevitabile quando si parla di certi capolavori (sigh!). Ovviamente è d'obbligo la visione del film in posizione canonica!
Tratto dagli splendidi fumetti di Ray Collins e Juan Zanotto editi su Lanciostory a partire dagli anni '70, il film di Antonio Margheriti coglie a fagiolo l'occasione per sfruttare la vigente moda del post atomico per realizzare finalmente uno dei più importanti tasselli della sua lunga carriera, ovvero trarre un film da un fumetto, pratica allora molto rara ancora (però Spider-man l'avevano già fatto, almeno un tentativo) e comunque piena di risultati non incoraggianti ( a parte Bava con lo splendido Diabolik e Lenzi col discreto Kriminal). Le gesta del preistorico cacciatore biondo (interpretato da Reb Brown) che combatte dinosauri di cartapesta in un mondo non bene imprecisato, con al fianco la splendida Corinne Clery e uno stuolo di pelosissimi quanto ridicoli barbari, diventa per l'Italia un mini serial di 4 puntate da un'ora ciascuno oltre ad un lungometraggio per il mercato estero che diventerà sorprendentemente un grande successo. Merito sopratutto della curiosa commistione tra fantasy, avventura e fantascienza che rendono il progetto particolarissimo nonostante che la consueta carenza di mezzi renda la confezione tutt'altro che un blockbuster. La scelta poi infelice di creare dinosauri a dimensione reale, in legno e gommapiuma, per rendere maggiormente enfatico il rapporto di fisicità tra mostro e attore, non rende sicuramente con il più nostalgico ma molto più efficace passo uno. Insomma mostri che aprono e chiudono la bocca come se fosse una persiana non aiuta sicuramente l'immedesimazione dello spettatore in un mondo selvaggio dove Yor è alla perenne ricerca dell'altra metà del medaglione che rappresenta lunica testimonianza delle sue origini. Origini che, come scopriremo in seguito, appartengono ad una civiltà evolutissima quanto aliena, stabilitasi sul pianeta dopo le solite guerre atomiche che avevano devastato la terra natale.
Altra scelta infelice, oltre alla comicità involontaria di vedere preistorici con barbe posticce, è l'attore protagonista, ridicolo col suo parruccone glam quanto idiota nella sua recitazione. Peccato perchè il buon Margheriti ce l'ha messa tutta per fare un bel film, e qua e là il genio torna a galla, il ritmo è buono e il film riesce a non annoiare. Insomma Yor, nel suo genere si staglia sopra la (bassa) media del periodo e la derivazione sci-fi del finale riesce anche a salvare il tutto con effetti più che discreti.
Nell'elenco del cast troverete un sacco di nomi strani...niente paura, il film è stato girato interamente in Turchia.
Zitto zitto, un dubbio mestierante come Anthony Spinelli ha diretto qualcosa come un centinaio di film nella sua lunga vita (terminata purtroppo in silenzio il 29 Maggio 2000) tutti più o meno porno o sexy con titoli quali Princess Orgasma and the Magic Bed, Suckula o Revenge of the Pussy Suckers from Mars, specializzandosi anche in parodie a luci rosse dei grandi successi hollywoodiani come Batwoman & Catgirl, Pulp Friction e questo Sex World variazione del più famoso Westworld dove si immaginava un parco a tema pieno di robot che impazzivano e uccidevano i turisti. Ovviamente qua non si ammazza nessuno ma l'incipit è più o meno simile.
Un pulmann percorre le strade americane portando con sè un gruppo di turisti pronti a visitare Sex World, il parco tematico dove è possibile vivere tutte le più nascoste fantasie sessuali, non solo ma anche curare certe piccole turbe e problemucci relativi al rapporto sessuale. Infatti durante il viaggio scopriamo cosa desiderano i passeggeri, attraverso i feedback della loro vita coniugale e intima, da questa straordinaria vacanza. C'è la coppia in cui lei è ninfomane e lui ossessionato dalla madre, quindi impotente; la ragazza che riesce ad avere rapporti solo tramite telefono, dei giovani sposini in cerca di nuove emozioni, e così via. Arrivati a Sex World i turisti verranno convocati a colloquio da un pool di sessuologi in camicione bianco che li indirizzeranno verso varie stanze, quasi tutte occupate da aitanti stalloni o arrapanti ragazze disponibili a fare tutto e di più. Ci sarà anche la possibilità di tornare a casa con una bella signora al proprio fianco.
Le scene di sesso (molto ben girate c'è da dire!) si alternano quindi a momenti in cui gli scienziati schiacciano bottoni luminosi in una stanza asettica, culmine del weirdo verso il finale quando la ragazza che ha rapporti solo telefonici (come si vede nella bella sequenza iniziale della masturbazione in teleselezione) viene dapprima visitata da un ragazzo timidino e non conclude nulla, poi da un latin lover (ma niente!) alla fine gli scienziati, stanchi di provare cure light ci vanno giù duro inviandogli un gigantesco nero tutto truccato e vestito con una tuta bianca dotata di apertura pelvica a mostrare in bella vista il suo enorme pene. A quel punto la cura ottiene finalmente il suo risultato e tutti i turisti possono tornare a casa stanchi ma soddisfatti. Per essere un porno, oltre alla cura estetica tipica di un'epoca in cui era un genere come gli altri, il film diverte e riesce ad essere anche molto eccitante ma sopratutto da quella fantastica sensazione di non essere solamente un prodotto fine a sè stesso, creato per il piacere del cinema e non per la sola mercificazione del sesso.
Della serie "Ma dove li andiamo a trovare certi titoli noi di Odorama" ecco un pregiato esempio della capacità tutta brasiliana di mettere in piedi una pellicola destinata al circuito delle sale a luci rosse utilizzando spezzoni girati (e magari scartati, per quanto in questo settore non si butta via niente) da altri film porno costruendoci sopra una storia, addirittura, dalle atmosfere surrealiste che sembra strizzare l'occhio al primissimo John Landis e alla sua passione per le scimmie.
Certo il pretesto che tiene insieme la storia ha quasi del geniale, siamo in una villa sul mare dove una troupe sta girando un film porno, la protagonista, guarda caso, è una montatrice (ogni riferimento è puramente voluto) che passa tutto il giorno a controllare le scene girate in base al copione (operazione utilissima in un film dove le sequenze sono solo delle lunghissime scopate!) il che permette allo spettatore di visionare un pout pourri del miglior hard brasiliano completamente dissociato dal resto della trama. A un certo punto appendono, nell'ufficio della tipa, un costume da scimmia, il che evidentemente turba la ragazza al punto da procurarle visioni del macaco. Dopo quasi un'ora di vari su e giù entra finalmente in scena lo scimmiotto, portato dalla troupe sul set per girare qualche scena. Il macaco (visibilmente un nano con costume) però non ne vuole sapere di copulare con le attrici, per cui toccherà alla protagonista sciogliere le reticenze del primate e fargli assaporare finalmente le gioie del sesso.
L'intero film viene raccontato in terza persona dalla protagonista, ottimo sistema per risparmiare sui dialoghi e sui microfoni (tanto alla fine il montaggio sarà sempre "oooohhhh!" "aaaahhhh").
Alla fine tutto sembra essere un sogno, ma chi ha sognato alla fine? L'uomo (la donna) o la scimmia? Certo, visto il film, non è il caso di perdersi troppo in disgressioni filosofiche di questo genere, resta comunque un'esperienza demenziale e unica nel suo genere per un film che, in patria è già un cult. Da noi si aspetta una riscoperta di massa di tutto il trash brasiliano, una summa incredibile che prima o poi ci travolgerà completamente!
Da annotare almeno due momenti di massimo fulgore weirdo: 1) quando il macaco prende vita nella notte e si avvicina alla tipa che dorme apostrofandola "Bella Macachita!" 2) In una delle scene di sesso il partner scopre che la sua amante ha il pisello!
Dimenticavo, c'è pure un regista! Il sedicente Custódio Gomes, incompreso autore di decine e decine di pellicole di questo genere!
Sulle note di Why, motivetto cantato da Vincent Ewell e composto Riz Ortolaniche si ripete fino all'ossessione nella colonna sonora del film, parte questo ennesimo thriller con venature sexy diretto dal prolifico maestro Umberto Lenzi che nello stesso anno girerà anche il film di guerra La legione dei dannati ma sopratutto Orgasmo, suo titolo di maggior successo, anch'esso incentrato nel genere giallo erotico. A differenza di quest'ultimo le scene spinte sono ridotte al lumicino con qualche fuggevole nudo da parte delle due splendide protagoniste Erika Blanc e Carroll Baker, ragion per cui forse "Così dolce...." non ottenne all'epoca il successo sperato. Le ragioni del fiasco però si sommano all'eccessiva complessità della trama che spesso e volentieri perde credibilità sopratutto verso il finale.
Il protagonista Jean Rynaud (Jean-Louis Trintignant al massimo della sua inespressività) è un facoltoso avventuriero con una moglie bella ma indifferente (La Blanc), una sera verde arrivare nell'appartamento sopra il suo una nuova inquilina (La Baker) bionda, bellissima ma molto inquieta a causa dell'insistente presenza del violento e psicopatico ex fidanzato Klaus (il gelido Horst Frank). Jean fa di tutto per iniziare una relazione con la donna ma non tutto è quel che sembra e, nell'ombra un terribile complotto sta per realizzare il suo perfido disegno. Lenzi cerca di ricalcare il giallo Hitcockiano ispirandosi anche al celebre Les diaboliques e diciamo che per un buon 60% ci riesce appieno. Lo sviluppo, lento e inesorabile, riesce a catturare e a tener viva l'attenzione ma verso la fine la banalità irrompe nella scena con una forza dirompente, passando per il solido festino Hippy chic dove la solita indigena di colore intrattiene gli invitati con balletti e giochini sexy (la scena in cui Trintignant e la Baker devono baciarsi per pagare la penitenza è di un finto che più finto non si può). In generale però il cast all-star funziona egregiamente riuscendo a ricreare perfettamente quel clima di ambiguità dove non esiste un modello positivo ma dove tutti hanno qualcosa da nascondere ma le atmosfere sembrano più quelle di un film di James Bond che non quelle di un erosthriller che si rispetti. Il soggetto originale è del grande Luciano Martino mentre la sceneggiatura è di Ernesto Gastaldi che aveva codiretto quattro anni prima Libido un altro eros thriller dal titolo più che esplicito, oltre ad una serie piuttosto importante di sceneggiature del cinema di genere italiano tra cui L'orribile segreto del Dr. Hichcock, La vergine di Norimberga, La cripta e l'incubo e Tutti i colori del buio. Insomma due firme di qualità che purtroppo, in questo film specifico non hanno dato il meglio.
Un titolo ironico, visto l'argomento trattato ma sopratutto un documento coraggioso quello della controversa e a suo modo geniale regista Penelope Spheeris, uno spaccato di subcultura giovanile assolutamente underground giustamente diventato film di culto oltre ad essere una delle poche possibilità di vedersi oggi un'esibizione filmata di Darby Crash, leggendario leader dei Germs, morto di overdose poco prima dell'uscita del documentario. La Spheeris, che girerà in seguito il violento e disturbante The Boys Next Door e qualche anno dopo il gangster movie tutto interpretato da ragazzini The Little Rascals, raccoglie interviste a spettatori, roadie e buttafuori che bazzicano i locali dove si balla lo slamdance (divenuto in seguito il pogo), spezzoni di concerti di gruppi punk nella Los Angeles a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni'80, poco dopo quindi l'esplosione del movimento "no future" che vide la sua massima espressione nel 1977 in Inghilterra. Assistiamo quindi alle rabbiose performance dei Black Flag, Circle Jerks, Fear, Alice Bag Band e gli X. di John Doe e Exene Cervenka all'interno di locali fumosi e cupi, piccoli e claustrofobici dove è il pubblico spesso e volentieri a garantire lo spettacolo con gente che si spintona, sale sul palco cercando di rubare gli strumenti a quelli che suonano, che si lancia di sotto, sputa, urla e impreca nel più puro punk style.
I gruppi vengono intervistati nell'intimità dei loro appartamenti diroccati, Darby Crash addirittura parla davanti alle telecamere nella cucina di casa e salta subito agli occhi il contrasto tra le persone nella normalità di tutti i giorni e quando salgono sul palco per scatenare la loro furia ribelle, esemplare a tal proposito la performance di Alice Bag vestita con eleganza in antitesi con la forza distruttiva che esprime al microfono. DECLINE non è quindi solo un documentario su una corrente alternativa di quegli anni, è la rappresentazione più pura dei contrasti di un'epoca, lo specchio del degrado di una generazione senza più speranze che esplode di rabbia nel buio, che sfoga la violenza nel ballo e nell'ammassarsi di corpi sudati accompagnati dalla musica proveniente dall'inferno, il punk ha cambiato una generazione nascondendosi nelle cantine, e per chi come me, oggi, è appassionato di quell'epoca sommersa, documenti come il film della Spheeris rappresentano una testimonianza unica e preziosa.
Sette anni dopo Phenelope Spheeris darà luce al seguito The Decline of Western Civilization Part II: The Metal Years dedicato alla scena heavy metal mentre il terzo capitolo ritorna, nel 1998, a calcare la mano sulla nuova scena punk decisamente più estrema e grottesca di quella che segnò le sue origini.
Il sottobosco delle produzioni di purissima exploitation degli anni '60 ci hanno sempre regalato qualche gradita sorpresa, in particolare all'interno della vastissima produzione del cinema di puro richiamo in cui si versavano abbondanti dosi di sesso, droga e violenza nonchè veri e propri spettacoli dedicati unicamente al sadomaso e al torture show, tutto un universo deprecabile volto a placare gli appetiti più esigenti di un pubblico immorale e pervertito. Recuperare oggi film come questo Sadistic Hypnotist (conosciuto anche come Wanda, the Sadistic Hypnotist ) di Greg Corarito non significa solo acquisire testimonianze di un passato nostalgico ma dare alla luce pure perle demenziali in cui la pretestuosità della trama raggiungeva livelli grottescamente artistici. Questo misconosciuto tesoretto di fine sixties in particolare è addirittura un film nel film. Vediamo infatti mentre scorrono i titoli di testa un tizio che scorrazza in automobile, poi si avvicina a una vetrina di porcellane e comincia ad avere visioni erotiche e infine entra in un cinema a luci rosse dove comincia il vero film, intervallato ogni tanto da un inquadratura dei pochi spettatori in sala che guardano compiaciuti questa fine immondizia. Sullo schermo invece c'è il sole e un auto che fa un incidente, il guidatore Sylvester (Richard Compton) viene raccolto da due strane tizie Wanda (Katherine Shubeck) e Greta (Janine Sweet) che lo trasportano nel loro lussuoso residence con piscina chiamato addirittura Sex Toy.
Qui Wanda rivela i suoi poteri ipnotici con cui soggioga l'infortunato e lo obbliga a subire una serie di penosissime e verosimilmente finte frustate. A questo punto irrompo un gruppo di teen ager svestite che si buttano in piscina, subito dopo comincia una sorta di festino sexy nel quale irrompe uno psicopatico fuggito da un manicomio, il quale dopo aver picchiato e violentato le tizie, fa comunella con Sylvester e manda in acido l'intero party (con LSD conservato in cucina eh!). Qui vediamo la parte migliore del film, tutta virata a colori psichedelici, musica pop ossessiva e fotografia delirante. Per il resto Colarito sembra girare con una cinepresa in Super8 con inquadrature sghembe, primi piani eccessivi e tremolii allucinogeni. Gli attori non sembrano tali vista la cagneria generale ma almeno le attrici non lesinano a mostrare la carnina, siamo comunque lontani dalle forme da top model del cinema mainstream e le dettagliate inquadrature del nostro Corarito non aiutano l'estetica generale. Rimane comunque un originale tentativo di inserire un senso artistico al cinema d'exploitation con l'espediente del film nel film che rimanda un pò a Truffaut, anche se, diciamoci la verità, è solo un altro pretestuoso espediente per mostrare culi e tette.
Strano destino quello dei membri dello pseudo gruppo trash demenziale Squallor, paradossalmente i nomi legati a uno dei combo più scriteriati e irriverenti mai apparsi in Italia erano per la maggior parte produttori musicali e compositori di primaria importanza, Daniele Pace scriveva brani per la Cinquetti e Loredana Bertè (sua la mitica E la Luna Bussò), Giancarlo Bigazzi invece compose Lisa dagli Occhi Blu e Luglio mentre invece Totò Savio firmò maledetta Primavera. A questi nomi poi si aggiunsero alcuni insospettabili come Gianni Boncompagni e, per un breve periodo anche Gigi Sabani. Insomma, mai il detto "le apparenze ingannano" fu più rivelatore per quanto concerne uno dei gruppi Cult degli anni '80.
Il film "Arrapaho" rappresenta, in questo contesto, l'apice del loro successo, che esulava dalla pura exploitation divenendo un vero e proprio fenomeno di costume in cui il brutto fa tendenza e l'idiozia diventa il tormentone definitivo di una cultura che andava imbarbarendosi sempre di più fino a toccare il punto di non ritorno. Ecco, "Arrapaho", in un certo senso, è il punto di non ritorno del cinema italiano di serie Zeta che conobbe grande successo e diffusione fino agli anni 90. Incapace di strappare una risata anche ad un decelebrato, l'immondo film di Ciro Ippolito, regista del cult del fanta-spaghetti Alien 2 sulla terra, è un putrido collage dei migliori brani tratti dalla discografia degli "squallidi", resa purtroppo nel modo peggiore grazie all'estrema cagneria degli attori, non tanto del protagonista Daniele Pace (Palla Pesante) che come comico non avrà avuto futuro (pace all'anima sua) ma come logorroico tritapalle era messo benissimo, quanto per quello stuolo di attorucoli presi non so da quale cloaca estera che ciondola inutilmente nel film (tipo quello che interpreta Latte Macchiato) esemplificati mirabilmente dalla draiviniana Tinì Cansino che ha almeno il buon gusto di farsi vedere nuda in una delle migliori scene, quella della cascata con sottofondo di "O Tiempo se ne va".
Nota a parte invece meritano gli stacchetti pubblicitari e in particolare il divertentissimo Tranvel Trophy in cui il guidatore apre le porte e cicca in faccia il ciccioso passeggero che vuole disperatamente salire.
Per il resto la saga dei Froceyennes e degli arrapaho è facilmente dimenticabile e si riassume perfettamente nel titolo finale "The Gay After", mal realizzata parodia di usi e costumi e film al tempo attuali ma presto relegati nel dimenticatoio della piattezza comune.
Avevo sempre sentito parlare male di Uwe Boll, considerato da molti uno dei peggiori registi del mondo, tuttavia mi è sempre mancata l'occasione di confermare tale epiteto. Sopratutto Boll è uno a cui piace prendere delle grosse licenze narrative quando si tratta di fare film ispirati a videogame. Ma sopratutto a Boll piace fare film tratti dai videogame (come nel caso di BloodRayne, Alone in the Dark) e giustamente anche questo Postal si ispira alla lontana all'omonimo videogame. La sensazione, guardando questo film, è che comunque, al regista tedesco, servisse il game giusto per poter esprimere al meglio la sua creatività, fatta di grotteschi rimandi a John Waters (le scene nella roulotte con la moglie trippona che tradisce il protagonista sanno molto di Pink Flamingos) e al cinema Frat Pack dei vari Zoolander e Tropic Thunder, ovvero comicità di grana grossa, volgare, politically uncorrect e totalmente demenziale. Con questi ingredienti, Boll ha sempre tentato di interagire, operando però nel cinema horror e fantasy questi elementi tendevano ad essere però involontari e quindi il film in sè stesso si traduceva in una stupidata oscena, mal recitata e prima di capo e di coda. Con Postal, invece questi elementi hanno la possibilità di tradursi nel miglior film ( a detta di molta della critica a lui ostile) realizzato dal nostro.
Qui tutto funziona alla grande, persino Boll sfata il mito di non esser capace di girare, realizzando dal punto di vista tecnico un ottimo prodotto. L'ironia non risparmia nessuno, dai musulmani (irresistibile l'intro con i due terroristi sull'aereo che litigano per il numero di vergini che dovrebbero toccargli nell'aldilà) ai finti santoni hippie mangiasoldi, Boll si scatena sulle presunte amicizie tra Bush e Osama Bin Laden, sui parchi a tema, nazisti, CIA e sulle ossessioni moderne...e allora giù di massacri di infanti, gatti usati come silenziatori, nani stuprati da scimpanzè, botte, sparatorie ed esplosioni nucleari. Insomma il buon Uwe non ci fa mancare niente, neanche l'autoironia di apparire in un breve cameo prima di venire assalito dall'ideatore del videogioco che lo accusa, nuovamente, di aver stravolto il senso del tutto. Così è stato anche stavolta, infatti, ma almeno eravamo stati avvertiti.
Più che regista, Mario Moroni ha un discreto backstage come sceneggiatore in collaborazione con Tanio Boccia, sopratutto per quanto riguarda il genere peplum, ed effettivamente di film ne ha diretti pochini, di bassa qualità ma sopratutto di scarso successo. Ciononostante, questo "Ciak si muore!", a mio personale parere, non è un giallo da disprezzare, a patto che lo si guardi dall'ottica giusta, ovvero che non lo si prenda eccessivamente sul serio. Siamo di fronte infatti ad un classico slasher italiano degli anni'70, girato in economia ma dotato di un taglio ironico che lo rende anche divertente nel suo insieme. Certo se lo si giudicasse per la storia o la sceneggiatura, siamo di fronte al deserto più assoluto con una trama fumettosa che ricorda tanto i noir comics di quell'epoca. In sintesi lo si potrebbe considerare un omaggio ai vari Diabolik, Satanik e compagnia bella che affollavano lietamente le edicole del tempo che fu. Non a caso il finale vede una sorta di musical rappresentato in un teatro, dove si svolgono le ultime scene, in cui si rappresenta la tradizionale lotta tra bene e male con quest'ultimo rappresentato da una serie di comparse vestite proprio come Diabolik, forse un omaggio a Mario Bava, di sicuro una citazione spassosa almeno quanto la macchiettistica recitazione di Antonio Pierfederici nel ruolo del regista bizzoso e autoreferenzialista che crede di essere un artista mentre tutti lo considerano un mentecatto.
Ovviamente il serial killer che impazza sul set di un film ancora più delirante è proprio un membro della troupe frustrato, ma l'importante per Moroni è più che altro comporre metraggio mettendoci dentro più donnine possibili con un siparietto festosopsichedelico in cui Annabella Incontrera si dimena davanti alla macchina da presa compiacente sopratutto nello snocciolare primi piani vorticosi. Nell'insieme l'indagine è condotta da un George Ardisson (ma chiamatelo pure Giorgio) poco calato nel personaggio ma molto interessato alle bellezze presenti nella troupe. Peccato che il fallimento di tutta l'operazione, oltre alla estrema semplicità di una trama giallistica da romanzo rosa, stia nella poca capacità di gestire la pur minima sequenza d'azione che raggiunge il suo zenith nella terrificante citazione dell'omicidio nella doccia di hitchcockiana memoria.
Probabilmente avrò visto di peggio ma tutto sommato alla visione di questo fumettone malsano mi sono anche divertito!