Grottesco, frenetico, ultratrash e splatteroso, appellativi perfettamente cucibili adosso a questa sorta di ibrido kung-Fu/gore Flick di Ngai Kai Lam, mai uscito in Italia. Tuttavia con l'avvento di internet e dello scambio virtuale anche questo titolo ha potuto diffondersi in giro e si è gradualmente ritagliato un' invidiabile posizione da cult movie anche qui da noi, grazie sopratutto al passaparola dei molteplici splatterfans che girano in rete. Ricky Oh è un MIP, ovvero un "men in prison" (in antitesi con il ben più gettonato genere Woman in prison)a tutti gli effetti dove i pruriti carcerario sessuali della versione al femminile vengono ampiamente sostituiti dall'uso smodato di budella, sangue e ultraviolenza.
Tratto da un Manga di Tetsuya Saruwatari narra di un giovane ( Siu-Wong Fan) dotato di una forza sovrumana in grado di disintegrare corpi umani con il solo effetto di pugni e calci, che finisce in un carcere di massima sicurezza per aver massacrato l'omicida della sua donna. All'interno della prigione Ricky Oh Saiga non tarderà a scoprire che ci sono detenuti violenti, secondini corrotti e un direttore del carcere crudelissimo, accompagnato da un figlioletto obeso, idiota e straviziato. La storia a questo punto diventa un pretesto per scatenare smembramenti, sfracellamenti di cranio, decapitazioni e deorbitazioni a go-go in una sorta di orgia ultrasplatter che ricorderà ai più l'ormai immortale "Bad Taste ".
Lo zenith dell'emoglobina viene raggiunto quando, durante un duello tra Ricky e il gigante di turno, quest'ultimo si autoestrae le proprie interiora e cerca di strangolarlo, Lik Wong vuole sorpassare tutti i limiti, non importa se si sconfina nel grottesco, l'estremo è la regola ma anche la principale fonte di divertimento, in alcune sequenze ci si può abbandonare a momenti stucchevoli (i flashback della ragazza di Ricky, il vecchio che cerca di difendere con la vita il giocattolo di legno costruito per il figlio) ma si tratta di brevi istanti che cedono subito il posto a una montagna di ultraviolenza e spappolamenti continui. Il rischio di stufare lo spettatore, però viene evitato, grazie sopratutto a una continua escalation di trovate sempre più comiche e sorprendenti ma anche all'estrema leggerezza di un film godibile fino all'osso.
Viene da pensare a quando i monty-python decisero di portare lo splatter nella comicità (la scena dello squartamento del cavaliere nero in Monty Python & the Quest for the Holy Grail ), allora l'accostamento tra sangue e risate era un fattore avanguardistico, oggi il miglior splatter è quello che sgorga da film semiseri come questo, dove si ride a crepapelle mentre un grassone schiaccia la testa a un uomo o un altro finisce maciullato nel tritacarne. Del resto non è altro che l'estremizzazione del cartone animato, peccato che l'uomo in carne e ossa non sia come Willcoyote, ma anche per fortuna sennò dove sta il divertimento in film come questo?
Forti di un'industria cinematografica altamente di genere, al pari di quella turca o indiana, i filippini hanno sempre sfornato autentici cult-movie, peccato che da noi non arrivi nulla se non in lingua originale o doppiato in inglese, anche quando si tratta di titoli di importanza quasi storica nel panorama dell'exploitation mondiale come nel caso della più famosa avventura dell'agente 00 interpretato da Weng Weng, alias Ernesto de la Cruz, uno degli uomini più bassi del mondo (praticamente alto quanto una bottiglia di coca cola), vero e proprio scherzo della natura che ha trasformato il suo handycap in una forza trainante del suo successo portandolo spesso e volentieri a diventare assiduo frequentatore del palazzo di Imelda Marcos.
Appassionato sin dalla tenera infanzia alle arti marziali, Wen Weng girò in tutto nove film, tre dei quali impersonando il mini agente segreto che lo fece diventare un vero e proprio idolo cinematografico nelle filippine, seppur per un breve periodo. Morì nel 1992 a soli 35 anni, nel 2007 è stato realizzato un documentario dedicato alla sua carriera dal titolo The Search for Weng Weng .
Già dal titolo (Solo per la tua altezza) "For Y'ur Height Only" mette subito le carte in chiaro, stiamo parlando di una parodia, oltretutto una parodia trash del ciclo dedicato a James Bond, Weng Weng ostenta un completo bianco, salta come un matto, viene letteralmente lanciato addosso ai cattivi e appena tocca qualcuno lo stende al suolo, ma sopratutto e incredibilmente ci sa fare con le donne, anche se vedere enormi donnone mulatte che lo baciano spesso ha un che di grottesco nell'insieme, Weng recita sempre con la stessa espressione, sfodera armi talmente assurde quanto ridicole, tipo l'anello che cambia colore in presenza del veleno o il cappello telecomandato e, dulcis in fundo, degli incredibili retrorazzi con cui si sposta in cielo.
Il tutto all'interno di una trama che è poco più di un pretesto con un signore della guerra, tale Mr. Giant (eh beh!) che rapisce il professor Van Kohler per usare la sua terribile invenzione, la N-Bomb, toccherà quindi al piccoletto sgominare la sua incredibile banda di ladri e assassini in un tripudio assoluto di finti combattimenti, sparatorie alla pirite e vestiti ultrapacchiani delle migliori psychosartorie di Manila. In tutto questo il divertimento è assoluto e la sensazione del weirdo permane immota nelle nostre menti mentre scorrono incredibili momenti del miglor cinema spazzatura.
Il film di Riccardo Freda ha avuto il pregio di aprire ufficialmente la grande stagione del gotico italiano, una corrente di gusto decisamente popolare e per questo spesso e volentieri snobbata qui in Italia ma incensata moltissimo in Francia. Ma oltre a questo I Vampiri ha un gusto del classico e della narrazione impeccabile, arricchito ulteriormente dalla meravigliosa fotografia di Mario Bava che in questo contesto, ebbe anche il compito di completare il film pur non venendone mai accreditato come secondo regista (Freda a quanto pare non voleva il lieto fine imposto dalla produzione). Basti pensare che gli stupefacenti effetti di invecchiamento della protagonista, la contessa Du Grand (un'immensa Gianna Maria Canale) furono realizzati in un'unica sequenza utilizzando proprio dei giochi di luce realizzati dal buon Bava, in aggiunta a un trucco facciale applicato a strati, questi giochi non visibili nella pellicola in bianco e nero permettevano di rivelare il graduale invecchiamento della nobile assassina che per mantenersi giovane faceva uccidere giovinette da uno psicopatico per rubargli il sangue. La trama, raccontata così a grandi linee, rappresentava per l'epoca una novità innanzitutto per l'originale mixaggio tra horror e poliziesco, un'operazione che in Italia avrà in seguito molto successo, e poi per i riferimenti alla contessa Elizabeth Bathory ma anche al classico Il gabinetto del dottor Caligari. Ma non solo luci e ombre, l'effetto finale lo si deve anche allo scenografo Beni Montresor il quale, con cupe architetture barocche contribuisce ad una messa in scena di grande effetto, in particolar modo nelle sequenze di interni, che richiamano immagini medioevali.
In ogni caso non siamo di fronte solo al primo horror nazionale ma anche alla nascita di un vero e proprio manuale per il cinema di genere che renderà così famoso il nostro paese negli anni a seguire, qua c'è di tutto, serial killer, scienziati pazzi, stregoneria, teschi, cimiteri, vicoli oscuri, omicidi, un vero e proprio calderone bis contenente tutta la passione e la sensibilità dei nostri artigiani .
Freda e Bava hanno lavorato a questo film con un budget ridicolo (L'ambientazione parigina è completamente ricostruita in teatro), tempi di lavorazione brevissimi (12 giorni) e continue intromissioni da parte dei produttori che non facilitano l'estro creativo. Eppure il film ha una grande forza sia dal punto di vista narrativo sia per quanto riguarda quello visivo. Nonostante alcuni punti della storia possano far storcere il naso ai puristi e ai decontestualizzati spettatori moderni, "I Vampiri" rimane un classico irrinunciabile per chi ama l'horror ma anche il cinema italiano del passato.
Quando si recensiscono certi pezzi da novanta della cinematografia "trash" italiana bisognerebbe scrivere in posizione "adorante" col viso rivolto verso terra e le gambe inginocchiate, difatti è questa la posizione assunta dal sottoscritto per scrivere la sua seconda recensione del capolavoro di Marco Antonio Andolfi.
La prima recensione potete trovarla qui.
LA CROCE DALLE SETTE PIETRE (1987)
Finanziato inspiegabilmente con contributi statali, "La croce dalle sette pietre" è un film talmente brutto e malfatto da essere oggi giorno considerato uno dei cult assoluti del cinema horror, innanzitutto per la curiosa commistione tra film di licantropi, satanismo e Camorra story, al punto da essere conosciuto anche come "L'uomo lupo contro la camorra" , poi sicuramente per l'imbarazzante recitazione, i clamorosi buchi di sceneggiatura e gli osceni effetti speciali, tutte cose realizzate personalmente dal nostro regista che scrive, produce e interpreta il protagonista (sotto lo pseudonimo di Eddy Endolf) Marco Sartori, bancario romano che giunge a Napoli per rivedere la cugina Carmela.
Ma andiamo con ordine: Il film inizia subito elegantemente offrendoci la sublime vista di una serie di normalissime cantine da condominio, in una delle quali un gigionesco Gordon Mitchell sta organizzando un festino satanico per richiedere la venuta del demone Aborym (rappresentato qui come un grottesco chewbacca). Tra un ciccione che cerca in modo goffo di baciare le zinne a una tipa tutta fetish ed un incappucciato che passa la serata a frustare un altra ragazza mentre questa geme dal piacere ("Il tuo dolore è il mio piacere"), arriva il signore delle tenebre con una maschera da scimmia visibilmente di gomma e un costume di lana alquanto infeltrito.
Dopo esserci divertiti con le ridicole facce del buon Mitchell che sembra isterico mentre recita "Aborì vieni qui!!!... Subito!!!!...Ora!!! Partono i titoli di testa.
A questo punto appare d'obbligo una riflessione: il film è talmente povero e girato con una pellicola scaduta che, nonostante sia databile nei tardi anni ottanta, sembra uscito direttamente verso la metà degli anni settanta (e non è volutamente retrò).
Marco Sartori arriva alla stazione di Napoli, incontra la cugina Carmela, il dialogo si rivela assolutamente inutile e ci fa da subito capire che quanto scritto in questo canovaccio potrebbe essere rimescolato e utilizzato in qualsiasi altro punto del film senza cambiare una virgola del significato intrinseco dello stesso (il che accade praticamente per tutti i dialoghi della scemeggiatura).
A questo punto la scena cambia e vediamo Mitchell in giacca e cravatta posare in modo statuario sulla spiaggia per una sequenza che avrei visto bene in Gomorra con due tizi che si passano la roba giunta da un ragazzino perplesso che cammina quasi avesse la bici senza sellino. I due si fanno sulla scogliera mentre Mitchell ghigna oscenamente (Mamma mia, è proprio cattivo questo qua!).
Marco e Carmella vanno al bar a fare colazione, lei ordina un caffè senza zucchero e va a fare una telefonata in uno di quegli antichissimi apparecchi a gettoni. Dopodichè passeggiano per le strade, arrivano due (quelli che si stavano "perando" prima probabilmente) in motorino e fottono a Marco una catenina che teneva appesa al collo, una scena che succede spesso a Napoli, solo che il nostro eroe si dispera in maniera decisamente esagerata e fa intervenire la polizia per inseguire gli scippatori.
Carmela a questo punto scompare inspiegabilmente e non la rivedremo più per tutto il film, in realtà era una finta Carmela, amica della vera cugina che si era spacciata per lei allo scopo di conoscere il bel giovinotto (visto che la cugina gli aveva parlato della visita di Marco). Prendiamo quindi buono questo pretesto per l'uscita di scena di Carmela e proseguiamo con Marco che si reca in una discoteca dove conosce Maria (Annie Belle) una giovane escort che scopre subito di essere innamorata di lui, non si sa per quale motivo, succede...a Napoli!
Marco viene prelevato e malmenato da un gruppo di energumeni, riesce però a scoprire che il ricettatore Totonno 'o cafone (un personaggio ma sopratutto un nome mitico!) potrebbe avere la croce gemmata. Si reca quindi in piena notte a picchiare i pugni a casa di Totonno ma questi dopo averlo insultato in napoletano rivela di non avere più la croce ma di averla venduta a Don Raffaele Esposito, boss della camorra di Torre Annunziata. Finalmente giunge la prima trasformazione di Marco anche se non la vediamo direttamente, ci basta ammirare il risultato, dovete infatti sapere che il lupo mannaro, in questo film, viene rappresentato come un uomo completamente nudo ad eccezione di una sorta di parruccone di lana di vetro che gli copre il viso fino all'altezza del naso, Andolfi non mette neanche dei denti finti, per ovviare al problema si limita a digrignare in continuazione emettendo un suono simile ad uno squittio, la peluria copre quindi le mani e il pisello creando quello che forse è il più ridicolo licantropo della storia del cinema.Le apparizioni del mostro si alternano con brevi primi piani di un simpatico cagnolino che forse nelle intenzioni del regista doveva rappresentare la dualità tra l'uomo e la bestia.
In ogni caso il licantropo assale Totonno che, senza essere praticamente toccato, cade a terra e si scioglie tutto in una mirabile dissolvenza realizzata mettendo un manichino in un forno a 180 gradi.
Ma il colpo di genio totale è che il mostro quando è ancora umano risulta vestito, poi diventa nudo (non ci è dato di sapere che fine hanno fatto gli abiti) e quando ritorna normale è di nuovo vestito come prima!!!
Marco torna a casa sua e si mette a letto, nel sonno continua a ripetere il nome di Don Raffaele Esposito quasi ne fosse innamorato mentre sullo schermo scorre quello che vorrebbe essere una sorta di sogno ma in realtà è un arzigogolato montaggio di sequenze passate, presenti e future del film, in pratica Andolfi ci fa vedere un sunto del film di modo che, molto onestamente a mio avviso, se quello che vedremo non ci piace ce ne possiamo anche andare via subito, a riprova che questo spettacolo è riservato a persone dal palato fine e non dal popolo bue ignorante che non è in grado di apprezzare la nouvelle vague del cinema sperimentale di genere!
Accompagnato da Maria, che chissà come e chissà perchè gli si è appiccicata addosso, Sartori si reca Torre Annunziata e, siccome il modo migliore per rintracciare i camorristi è l'approccio diretto, si ferma ad un bar e chiede molto gentilmente dove può trovare Don Raffaele.
Arrivano subito due sgherri del don che lo prelevano e lo portano in una villa, Maria li tallona e, dotata di poteri magici (evidentemente) si intrufola nella villa dove assiste ad un raffinato dialogo campano tra due guardie (una con sofisticati calzini rossi) che concludono la loro diatriba con la tipica espressione gergale dei camorristi, ovvero "Jammè a vedè Maradona!!!"
Don Raffaè riceve il giovane ma non crede che lui sia venuto solo per la croce pur essendo armato di "una penna e nu fazzoletto bah!" quindi lo fa ammanettare e malmenare dai suoi uomini, siccome Sartori non parla, il boss chiama i siciliani, vediamo quindi George Ardisson nella parte di un credibilissimo mafioso anglo siculo che gli inietta il siero della verità, peccato che improvvisamente sorga la luna piena e finalmente assistiamo alla trasmutazione in dissolvenza del volto di Andolfi, probabilmente Jack P. Pierce a questo punto si sarebbe rivoltato nella tomba assistendo alla eterna e sfiancante (almeno per lo spettatore) trasformazione "un pelo alla volta" della faccia digrignante del nostro eroe, contrassegnata da continui ululati che sembrano uscire da un megafono alla stazione della metropolitana.
Il mostro compie un massacro (dipende dai punti di vista dal momento che appena tocca qualcuno questo muore senza motivo), Maria lo recupera ma ancora niente croce. Attraverso un flashback vediamo finalmente a che minchia serve sta croce gemmata! La mamma di Marco era una seguace di Aborym e dopo aver copulato con lui in una scena eccitante quanto una colonscopia ha dato alla luce il nostro protagonista (ovviamente biondo da bambino nonostante il protagonista in età adulta sia improvvisamente diventato castano scuro) mettendogli sta croce al collo per evitargli di prendere la mostruosa strada paterna. Entra in scena aborym e con una voce che sembra appartenere ad un alcolizzato dell'oltretomba piuttosto che ad un demone, da della sgualdrina alla donna e gli fa esplodere lo stomaco.
Adesso è tutto più chiaro, ma la croce è stata donata ad una fattucchiera da cui si reca Marco. Dopo un dialogo imbarazzante in cui Andolfi sembra essersi improvvisamente addormentato (vedere per credere!) questa gli dice che bisogna aspettare non si sa cosa, poi i due si spogliano (anche se lui è attivo come una cozza) e fanno sesso (massì va passiamo il tempo in modo piacevole), Marco mentre la sta penetrando (almeno pare ma vista la posizione che assumono non ci giurerei) si trasforma, riempie di bava schiumosa la tipa urlante e la deflora a morte (si, insomma si vede il sangue sulle parti intime della donna).
Maria giunge sul luogo del delitto, trova la croce e anche la bestia che gli mette le mani al collo, molto tranquillamente direi, ed altrettanto con calma la ragazza, senza provare alcun patema nonostante sia molto prossima alla morte, gli allaccia la croce al collo ponendo fine alla maledizione.
A questo punto è tempo che i cattivi muoiano e quindi Gordon Mitchell fa un incidente in auto tutto da solo, muore e la gente che lo soccorre assiste alla sua istantanea decomposizione.
Lieto fine con retrogusto cattolico e gita papale inclusa per la nostra coppia (è noto che i figli del demonio si rechino spesso a far visita al Papa) mentre i titoli di coda scorrono davanti alla cupola di San Pietro.
Attore espressivo quanto una colata di cemento, sceneggiatore di fotoromanzi e raffinato regista, Marco Antonio Andolfi, inspiegabilmente, non ha più lavorato nel cinema fino al 2008 quando, dopo essersi reso conto che qualcuno aveva rivalutato la sua schifezza, ha deciso di realizzare una sorta di mediometraggio sequel dal titolo "Riecco Aborym", intimistica rilettura del mito intervallato da scene riprese dal film originale, insomma nonostante gli anni Andolfi non ha perso la sua straordinaria capacità di allungare il brodo trasformando la merda in oro colato!
EPILOGO
Finalmente la recensione è finita, posso tornare alla mia posizione normale pur conservando negli occhi quella punta di commozione inevitabile quando si parla di certi capolavori (sigh!). Ovviamente è d'obbligo la visione del film in posizione canonica!
Operazione alquanto anomala nel panorama cinematografico fine anni ottanta, molto coraggiosa e terribilmente avanti, visto poi la successiva rivalutazione del cortometraggio come strumento espressivo minimale. Adrenaline è una produzione francese che ha raccolto una serie di miniracconti a opera di 6 registi spaziando tra horror, fantascienza, humor nero e splatter, tutti rigorosamente caratterizzati da un'incredibile aura weirdo che non si vergogna di mostrarsi ridicola all'interno di un circo giocoso e irriverente.
Non esiste un vero e proprio filo conduttore che lega insieme le storie, forse il lento e inesorabile battere dei bastoni di un'eterna fila di ciechi (Segmento "Les aveugles") in attesa di un qualcosa, assurda introduzione virata in un psichedelico bianco e nero. Dopo una partenza al fulmicotone acido con Métrovision" di Yann Piquer (sinceramente non molto entusiasmante) si prosegue con il bellissimo e crudele "Le cimetière des éléphants" di Philippe Dorison dove le vecchie auto prendono vita propria e si recano inesorabili verso la demolizione con il guidatore prigioniero dentro, un corto quasi muto ma emblematico, sottolineato da un'ossessiva musica che lo rende agghiacciante nella sua involontaria comicità, anche l'incredibile "Corridor" di Alain Robak spicca nettamente nella mischia con una sorta di gara per vincere una casa irta di trappole mortali ordite da due mefistofelici vecchietti.
Adrenaline ci regala alcune opere memorabili di Piquer e Jean-Marie Maddeddu (anche attore in molti degli episodi) come "Sculpture physique" posto giustamente a conclusione del film, oppure "La dernière mouche", quasi surrealista e bunuelliano nella sua rappresentazione della follia di un cacciatore di mosche, altrettanto vintage è il Revestriction di Barthélémy Bompard dove una tipa si alza una mattina e si trova prigioniera nella sua stanza col soffitto che si abbassa sempre più. Momenti cyberpunk invece con il "Cyclope" di John Hudson e Anita Assal dove una telecamera a circuito chiuso si trasforma in un ragno meccanico, gli stessi registi ci regalano anche il telesorcista nel divertente "TV Buster", mentre splatter e grottesco si miscelano in "Interrogatoire" e nel delirante "Graffiti".
Altre opere invece risultano più debolucce come "Embouteillage" di Barthélémy Bompard o "Urgences". Per dirla alla francese un pout pourri di cinema veramente stravagante che fra i suoi alti e bassi ha goduto di un'inaspettata originalità e freschezza di (allora) giovani leve registiche, un titolo purtroppo oggi caduto nel dimenticatoio ma che bisognerebbe assolutamente riscoprire. Ultima raccomandazione, non spegnete prima della fine dei titoli di coda!
Personaggio di spicco nel cinema di genere italiano, Sergio Martino ha sempre avuto il merito di offrire, oltre ad una consolidata maestranza come regista, anche un certo gusto per la sperimentazione visiva e la narrazione dinamica. Non a caso, negli anni settanta firma uno dietro l'altro una serie di veri e propri capolavori cult come Tutti i colori del buio , Giovannona coscialunga, disonorata con onore, spaziando dalla fantascienza (L'isola degli uomini pesce) all'eco vengeance (Il fiume del grande caimano) al cinema d'avventura ( La montagna del dio cannibale) al western ( Mannaja) fino al lacrimarello (La bellissima estate ) con una caratteristica comune a quasi tutta la sua filmografia: tutti i suoi titoli sono considerati dei classici. Non c'è quindi solo mestiere nel cinema di Martino, ma una identità precisa che lo rende unico ed inimitabile nel panorama della settima arte. Non a caso anche questo "La coda dello Scorpione" ha una marcia in più nonostante non sia considerato uno dei suoi titoli di spicco.
La dinamica del giallo, lo sviluppo della trama, gli ottimi attori e una visionarietà che salta fuori spesso e volentieri in inquadrature non convenzionali, rendono questo film un pregevole esempio di puro divertissement per il pubblico e un buon giallo che ha notevolmente scavalcato i confini nazionali diventando un titolo di punta per molti registi d'oltreoceano (Tarantino in primis...vabbè ma questo si sa). Girato successivamente a Lo strano vizio della Signora Wardh, doveva in origine vedere protagonista ancora Edwige Fenech ma la maternità dell'attrice rese impossibile il suo ingresso nel cast, così Martino ripiegò nella neo esordiente Anita Strindberg che si era già fatta notare nel film Una lucertola con la pelle di donna sopratutto per il suo seno scultoreo e visibilmente rifatto, cosa che a quei tempi era un'assoluta novità. Il viso nordico e il corpo mozzafiato dell'attrice svedese irrompono quindi da protagonisti in una truce storia di omicidi legati ad un'assicurazione sulla vita da riscuotere con George Hilton nei panni di un agente assicurativo e il bravo Luigi Pistilli che stranamente ricopre un ruolo positivo (L'ispettore di polizia).
Splendidi scenari greci costituiscono le location principali, ardite inquadrature, soggettive, qualche nudo e un pò di stilettate qua e la farciscono l'opera e la rendono un gustoso prodotto per divertirsi ma che non rinuncia decisamente alla sua dignità stilistica.
La moda delle trilogie ha fatto si che anche i primi tre film di Herschell Gordon Lewis venissero considerati una specie di "Trilogia del sangue", più precisamente stiamo parlando del classico d'esordio Blood Feast, il secondo e divertentissimo Two Thousand Maniacs e, a chiusura, questo "Color Me Blood red", storia di Adam Sorg (Gordon Oas-Heim) un pittore pazzerello che vive in una baita sulla spiaggia e scopre il pigmento perfetto per i suoi quadri nel sangue umano, dapprima usa il suo ma gli svenimenti non permettono di stare in piedi e quindi decide di utilizzare il sangue delle sue modelle per completare le sue opere, divenendo così un omicida psicopatico.
In realtà questa trilogia non ha nessun tipo di connessione fra i suoi film se non l'uso smodato del gore (anche se in "color" è molto più attenuato) che del resto rappresenta l'anima dei film di Lewis, per i quali è giustamente considerato l'inventore del genere splatter. In ogni caso l'elemento che più caratterizza i suoi film, oltre al low budget, è l'ironia pungente che caratterizza gli eventi a partire dall'introduzione in cui vediamo un uomo vestito elegante che poggia un quadro per terra, dopo averlo contemplato, e gli da fuoco. Anche la pazzesca corsa con i pedalò con Sorg armato di lancia che insegue una delle sue vittime ha un che di ironico, quasi una sorta di citazione western o medioevale.
La confezione appare anche più povera dei titoli precedenti, girata in tre sole location (spiaggia, casa del pittore, galleria d'arte) con i soliti ragazzini che fanno il falò al mare. Certo il film risulta assai godibile ma la quasi totale mancanza di gimmick gore riscontrabili nei suoi titoli (i fantasiosi smembramenti delle sue vittime che rappresentano il marchio di fabbrica di Lewis) penalizzano però l'effetto finale, quasi a significare che il padrino del gore abbia tentato di realizzare un film serio, per una volta, trascurando budella e squartamenti a favore della storia. Non sarebbe neanche male come tentativo ma sinceramente preferisco il Lewis di "The Wizard of Gore" o "2000 Maniacs".
Ci sono artisti che disegnano sempre la stessa bottiglia, ci sono cantanti che suonano sempre la stessa canzone (tipo un certo signor Gigi D'Alessio) e ci sono registi che girano sempre lo stesso film o quanto meno utilizzano per ogni film lo stesso tema narrativo. Jesus Franco, arcinoto regista spagnolo dotato di una impressionante prolificità registica, ha sempre avuto a cuore il tema della vampira sexy che succhia la linfa vitale delle sue vittime, sia donne che uomini, attraverso il sesso orale. Una sorta di porno o sexy horror che ha permesso al regista di girare uno dei suoi capolavori "Vampiros lesbos " e le sue derivazioni (tipo Les avaleuses considerato quasi una specie di remake) tra le quali questo "Doriana Gray" rappresenta una variante in cui si mescola anche il tema del doppio ispirata al celebre romanzo di Oscar Wilde.
L'interprete come in avaleuses (che uscì in Italia col titolo di Female Vampire o giù di lì) è la splendida e cupa Lina Romay che Franco assunse a sostituta della splendida quanto sfortunata Soledad Miranda morta 6 anni prima e interprete di "Vampiros". Diciamo che, a parte un certo estetismo forzato, il regista iberico non ci propina nulla di nuovo se non primi piani vertiginosi della vagina della Romay in preda a un delirio sadomasochistico masturbatorio mentre si rigira in calazamaglia nel letto di una stanza d'ospedale mentre una specie di sorella gemella passa il suo tempo in vestaglietta rinchiusa in una sontuosa villa a succhiare vagine e liquido vitale dalle sue vittime che gli procura il compiacente servo Zyros (Raymond Hardy). Il tutto raccontato in prima persona a una giornalista compiacente dalla stessa Doriana.
La trama in breve vede questo dualismo tra sorelle siamesi di cui una è pazza, l'altra è una vampira e già queste poche righe bastano a farci capire il delirio di tutto il film, alquanto pretestuoso perchè dopotutto è un porno e la sua funzione è quella di far vedere scene porno. Certo il senso estetico di Franco è indubbiamente affascinante anche se i dettagli morbosi delle vagine pelose e martoriate fanno cadere un pò il pathos, di certo i lunghi dialoghi e la staticità dell'insieme non contribuiscono a farne un prodotto fruibile ma nell'insieme lo si può considerare un porno autoriale di un Franco più alimentare che ispirato.
Uscito da noi nei tardi anni '80 con il titolo "Non aprite quell'armadio" quando sembrava che tutti i film horror dovessero avere nel titolo una citazione di "Non Aprite quella porta" (Non aprite quel cancello, Non entrate in quella casa...non fate un cazzo di niente!), il film scritto e diretto da Bob Dahlin (più portato ad essere assistente direttore o direttore di seconda unità che regista) è una delle tante "Troma Release" che giravano in quegli anni portando con sè l'irriverenza volutamente trash della casa di Lloyd Kaufman, con pochi soldi e tanto citazionismo divertito e divertente.
In effetti "Monster in the closet" appare sin da subito come una parodia del classico horror anche se man mano che si procede nella storia si vira decisamente verso il monster movie ad ampio respiro con tanto di sequenze di panico collettivo riciclate e scene di repertorio burlescamente montate in sovrimpressione mentre il mostro gira indisturbato per la città.
La storia è quella di una serie di misteriose sparizioni, un vecchietto (piccolo cameo per il grande John Carradine), il suo cane ed alcune ragazze, tutti nei pressi di un guardaroba. Gli assalti del mostro vengono infatti rappresentati fuori campo ed esemplificati attraverso lo spargimento di vestiti anzichè di sangue.Dal principio la stampa non da credito al caso e incarica uno sprovveduto giornalista (Donald Grant) detto Richard "don't call me Superman" Kent (per via della somiglianza con Clark Kent), più amante delle barrette al cioccolato che dei casi di cronaca nera. L'indagine lo porta a conoscere la giovane e avvenente biologa Dianne Bennett (Denise DuBarry), con l'aiuto di un valente scienziato (Henry Gibson) i due ordiranno una trappola elettrificata per il mostro (un incrocio tra un bruco e un uomo di neardenthal che si muove attraverso i ripostigli) usando come esca una barretta di cioccolato duramente estorta al povero Richard.
Niente da fare però e a quel punto il mostro rapisce il giovane reporter e se lo porta in braccio in giro per le strade. A quel punto l'unica soluzione per distruggerlo è fare in modo che tutti i ripostigli e gli armadi a muro vengano distrutti, e infatti vediamo la gente che prende ad accettate i camerini e gli spogliatoi. Il mostro non potendo più rifugiarsi da nessuna parte muore con in braccio ancora la sua preda. A quel punto non è chiaro se siamo di fronte ad una versione gay di King Kong o una sorta di MiniGodzilla senza futuro ma di certo il film è scorrevole e diverte al punto giusto, l'idea di base è delirante quanto basta per trasformare "Monster in the Closet" in un istant cult e dulcis in fundo, il film è impreziosito da questi piccoli cameo di grandi caratteristi del passato, oltre a Carradine e Gibson troviamo anche Claude Akins, Howard Duff e Stella Stevens.
Ritorna Sam Raimi e con lui tutto il cinema horror degli anni ottanta, la stagione più grande che questo genere conobbe in passato, paradossalmente grazie sopratutto a questo piccolo genio indipendente che con 350.000 dollari e un gruppo di amici rivoluzionò tutto mescolando splatter, cartoon, terrore e commedia nel suo primo capolavoro The Evil Dead. Passati gli anni a rimescolare i fumettoni della Marvel dipingendo le gesta del più grande lanciaragnatele della carta stampata, Raimi decide finalmente di tornare all'horror con questo Drag Me to hell e lo fa con incredibile umiltà, voglia di divertirsi e fantasia che è veramente difficile non lasciarsi trasportare dalle gesta della povera Christine Brown (Alison Lohman) alle prese con una terrificante vecchia zingara che, per avergli negato una proroga nei pagamenti del mutuo, gli lancia addosso la maledizione della Lamia, un terribile demone che dopo tre giorni da incubo viene a prenderti per portarti all'inferno.
L'occasione è ghiotta per recuperare quel bagaglio di orrori che il buon Sam aveva accantonato nella triade di Evil Dead 1,2 e Army of Darkness. Lo schifo si mescola con lo spavento circense a suon di apparizioni improvvise, sbalzi di suono e urla che fanno saltare sulla sedia (ma quanto si saltava al cinema vedendo "La Casa"?), rumori, sibili, svomitazzate di brodaglia verde, spruzzi di sangue dal naso (forse la scena più divertente del film) mosche che ti entrano nel naso e ti fanno vedere occhi che escono dalle torte, capre che parlano e ti danno della puttana, sacrifici umani, sedute spiritiche in stile esorcista. Davvero un calderone per tutti i gusti ma sapientemente mescolato da una storia quanto meno pretestuosa che fa il suo porco lavoro e tiene dignitosamente in piedi tutta la messinscena regalandoci oltretutto anche un finale a sorpresa che lascia lo spettatore carico di inquietudine.
Un cast volutamente di bravi ma sconosciuti, atmosfere alla Jacques Torneur, i mirabolanti make up del bravo Gregory Nicotero (la vecchia è impressionante) e la sapiente scrittura dei fratelli Raimi danno alla nuova stagione cinematografica 2009/2010 quello start in più che promette bene, e un bell'horror come questo, di questi tempi credetemi, vale veramente tanto oro quanto pesa.