Quando si recensiscono certi pezzi da novanta della cinematografia "trash" italiana bisognerebbe scrivere in posizione "adorante" col viso rivolto verso terra e le gambe inginocchiate, difatti è questa la posizione assunta dal sottoscritto per scrivere la sua seconda recensione del capolavoro di Marco Antonio Andolfi.
La prima recensione potete trovarla qui.
LA CROCE DALLE SETTE PIETRE (1987)
Finanziato inspiegabilmente con contributi statali, "La croce dalle sette pietre" è un film talmente brutto e malfatto da essere oggi giorno considerato uno dei cult assoluti del cinema horror, innanzitutto per la curiosa commistione tra film di licantropi, satanismo e Camorra story, al punto da essere conosciuto anche come "L'uomo lupo contro la camorra" , poi sicuramente per l'imbarazzante recitazione, i clamorosi buchi di sceneggiatura e gli osceni effetti speciali, tutte cose realizzate personalmente dal nostro regista che scrive, produce e interpreta il protagonista (sotto lo pseudonimo di Eddy Endolf) Marco Sartori, bancario romano che giunge a Napoli per rivedere la cugina Carmela.
Ma andiamo con ordine: Il film inizia subito elegantemente offrendoci la sublime vista di una serie di normalissime cantine da condominio, in una delle quali un gigionesco Gordon Mitchell sta organizzando un festino satanico per richiedere la venuta del demone Aborym (rappresentato qui come un grottesco chewbacca). Tra un ciccione che cerca in modo goffo di baciare le zinne a una tipa tutta fetish ed un incappucciato che passa la serata a frustare un altra ragazza mentre questa geme dal piacere ("Il tuo dolore è il mio piacere"), arriva il signore delle tenebre con una maschera da scimmia visibilmente di gomma e un costume di lana alquanto infeltrito.
Dopo esserci divertiti con le ridicole facce del buon Mitchell che sembra isterico mentre recita "Aborì vieni qui!!!... Subito!!!!...Ora!!! Partono i titoli di testa.
A questo punto appare d'obbligo una riflessione: il film è talmente povero e girato con una pellicola scaduta che, nonostante sia databile nei tardi anni ottanta, sembra uscito direttamente verso la metà degli anni settanta (e non è volutamente retrò).
Marco Sartori arriva alla stazione di Napoli, incontra la cugina Carmela, il dialogo si rivela assolutamente inutile e ci fa da subito capire che quanto scritto in questo canovaccio potrebbe essere rimescolato e utilizzato in qualsiasi altro punto del film senza cambiare una virgola del significato intrinseco dello stesso (il che accade praticamente per tutti i dialoghi della scemeggiatura).
A questo punto la scena cambia e vediamo Mitchell in giacca e cravatta posare in modo statuario sulla spiaggia per una sequenza che avrei visto bene in Gomorra con due tizi che si passano la roba giunta da un ragazzino perplesso che cammina quasi avesse la bici senza sellino. I due si fanno sulla scogliera mentre Mitchell ghigna oscenamente (Mamma mia, è proprio cattivo questo qua!).
Marco e Carmella vanno al bar a fare colazione, lei ordina un caffè senza zucchero e va a fare una telefonata in uno di quegli antichissimi apparecchi a gettoni. Dopodichè passeggiano per le strade, arrivano due (quelli che si stavano "perando" prima probabilmente) in motorino e fottono a Marco una catenina che teneva appesa al collo, una scena che succede spesso a Napoli, solo che il nostro eroe si dispera in maniera decisamente esagerata e fa intervenire la polizia per inseguire gli scippatori.
Carmela a questo punto scompare inspiegabilmente e non la rivedremo più per tutto il film, in realtà era una finta Carmela, amica della vera cugina che si era spacciata per lei allo scopo di conoscere il bel giovinotto (visto che la cugina gli aveva parlato della visita di Marco). Prendiamo quindi buono questo pretesto per l'uscita di scena di Carmela e proseguiamo con Marco che si reca in una discoteca dove conosce Maria (Annie Belle) una giovane escort che scopre subito di essere innamorata di lui, non si sa per quale motivo, succede...a Napoli!
Marco viene prelevato e malmenato da un gruppo di energumeni, riesce però a scoprire che il ricettatore Totonno 'o cafone (un personaggio ma sopratutto un nome mitico!) potrebbe avere la croce gemmata. Si reca quindi in piena notte a picchiare i pugni a casa di Totonno ma questi dopo averlo insultato in napoletano rivela di non avere più la croce ma di averla venduta a Don Raffaele Esposito, boss della camorra di Torre Annunziata. Finalmente giunge la prima trasformazione di Marco anche se non la vediamo direttamente, ci basta ammirare il risultato, dovete infatti sapere che il lupo mannaro, in questo film, viene rappresentato come un uomo completamente nudo ad eccezione di una sorta di parruccone di lana di vetro che gli copre il viso fino all'altezza del naso, Andolfi non mette neanche dei denti finti, per ovviare al problema si limita a digrignare in continuazione emettendo un suono simile ad uno squittio, la peluria copre quindi le mani e il pisello creando quello che forse è il più ridicolo licantropo della storia del cinema.Le apparizioni del mostro si alternano con brevi primi piani di un simpatico cagnolino che forse nelle intenzioni del regista doveva rappresentare la dualità tra l'uomo e la bestia.
In ogni caso il licantropo assale Totonno che, senza essere praticamente toccato, cade a terra e si scioglie tutto in una mirabile dissolvenza realizzata mettendo un manichino in un forno a 180 gradi.
Ma il colpo di genio totale è che il mostro quando è ancora umano risulta vestito, poi diventa nudo (non ci è dato di sapere che fine hanno fatto gli abiti) e quando ritorna normale è di nuovo vestito come prima!!!
Marco torna a casa sua e si mette a letto, nel sonno continua a ripetere il nome di Don Raffaele Esposito quasi ne fosse innamorato mentre sullo schermo scorre quello che vorrebbe essere una sorta di sogno ma in realtà è un arzigogolato montaggio di sequenze passate, presenti e future del film, in pratica Andolfi ci fa vedere un sunto del film di modo che, molto onestamente a mio avviso, se quello che vedremo non ci piace ce ne possiamo anche andare via subito, a riprova che questo spettacolo è riservato a persone dal palato fine e non dal popolo bue ignorante che non è in grado di apprezzare la nouvelle vague del cinema sperimentale di genere!
Accompagnato da Maria, che chissà come e chissà perchè gli si è appiccicata addosso, Sartori si reca Torre Annunziata e, siccome il modo migliore per rintracciare i camorristi è l'approccio diretto, si ferma ad un bar e chiede molto gentilmente dove può trovare Don Raffaele.
Arrivano subito due sgherri del don che lo prelevano e lo portano in una villa, Maria li tallona e, dotata di poteri magici (evidentemente) si intrufola nella villa dove assiste ad un raffinato dialogo campano tra due guardie (una con sofisticati calzini rossi) che concludono la loro diatriba con la tipica espressione gergale dei camorristi, ovvero "Jammè a vedè Maradona!!!"
Don Raffaè riceve il giovane ma non crede che lui sia venuto solo per la croce pur essendo armato di "una penna e nu fazzoletto bah!" quindi lo fa ammanettare e malmenare dai suoi uomini, siccome Sartori non parla, il boss chiama i siciliani, vediamo quindi George Ardisson nella parte di un credibilissimo mafioso anglo siculo che gli inietta il siero della verità, peccato che improvvisamente sorga la luna piena e finalmente assistiamo alla trasmutazione in dissolvenza del volto di Andolfi, probabilmente Jack P. Pierce a questo punto si sarebbe rivoltato nella tomba assistendo alla eterna e sfiancante (almeno per lo spettatore) trasformazione "un pelo alla volta" della faccia digrignante del nostro eroe, contrassegnata da continui ululati che sembrano uscire da un megafono alla stazione della metropolitana.
Il mostro compie un massacro (dipende dai punti di vista dal momento che appena tocca qualcuno questo muore senza motivo), Maria lo recupera ma ancora niente croce. Attraverso un flashback vediamo finalmente a che minchia serve sta croce gemmata! La mamma di Marco era una seguace di Aborym e dopo aver copulato con lui in una scena eccitante quanto una colonscopia ha dato alla luce il nostro protagonista (ovviamente biondo da bambino nonostante il protagonista in età adulta sia improvvisamente diventato castano scuro) mettendogli sta croce al collo per evitargli di prendere la mostruosa strada paterna. Entra in scena aborym e con una voce che sembra appartenere ad un alcolizzato dell'oltretomba piuttosto che ad un demone, da della sgualdrina alla donna e gli fa esplodere lo stomaco.
Adesso è tutto più chiaro, ma la croce è stata donata ad una fattucchiera da cui si reca Marco. Dopo un dialogo imbarazzante in cui Andolfi sembra essersi improvvisamente addormentato (vedere per credere!) questa gli dice che bisogna aspettare non si sa cosa, poi i due si spogliano (anche se lui è attivo come una cozza) e fanno sesso (massì va passiamo il tempo in modo piacevole), Marco mentre la sta penetrando (almeno pare ma vista la posizione che assumono non ci giurerei) si trasforma, riempie di bava schiumosa la tipa urlante e la deflora a morte (si, insomma si vede il sangue sulle parti intime della donna).
Maria giunge sul luogo del delitto, trova la croce e anche la bestia che gli mette le mani al collo, molto tranquillamente direi, ed altrettanto con calma la ragazza, senza provare alcun patema nonostante sia molto prossima alla morte, gli allaccia la croce al collo ponendo fine alla maledizione.
A questo punto è tempo che i cattivi muoiano e quindi Gordon Mitchell fa un incidente in auto tutto da solo, muore e la gente che lo soccorre assiste alla sua istantanea decomposizione.
Lieto fine con retrogusto cattolico e gita papale inclusa per la nostra coppia (è noto che i figli del demonio si rechino spesso a far visita al Papa) mentre i titoli di coda scorrono davanti alla cupola di San Pietro.
Attore espressivo quanto una colata di cemento, sceneggiatore di fotoromanzi e raffinato regista, Marco Antonio Andolfi, inspiegabilmente, non ha più lavorato nel cinema fino al 2008 quando, dopo essersi reso conto che qualcuno aveva rivalutato la sua schifezza, ha deciso di realizzare una sorta di mediometraggio sequel dal titolo "Riecco Aborym", intimistica rilettura del mito intervallato da scene riprese dal film originale, insomma nonostante gli anni Andolfi non ha perso la sua straordinaria capacità di allungare il brodo trasformando la merda in oro colato!
EPILOGO
Finalmente la recensione è finita, posso tornare alla mia posizione normale pur conservando negli occhi quella punta di commozione inevitabile quando si parla di certi capolavori (sigh!). Ovviamente è d'obbligo la visione del film in posizione canonica!
Ci sono artisti che disegnano sempre la stessa bottiglia, ci sono cantanti che suonano sempre la stessa canzone (tipo un certo signor Gigi D'Alessio) e ci sono registi che girano sempre lo stesso film o quanto meno utilizzano per ogni film lo stesso tema narrativo. Jesus Franco, arcinoto regista spagnolo dotato di una impressionante prolificità registica, ha sempre avuto a cuore il tema della vampira sexy che succhia la linfa vitale delle sue vittime, sia donne che uomini, attraverso il sesso orale. Una sorta di porno o sexy horror che ha permesso al regista di girare uno dei suoi capolavori "Vampiros lesbos " e le sue derivazioni (tipo Les avaleuses considerato quasi una specie di remake) tra le quali questo "Doriana Gray" rappresenta una variante in cui si mescola anche il tema del doppio ispirata al celebre romanzo di Oscar Wilde.
L'interprete come in avaleuses (che uscì in Italia col titolo di Female Vampire o giù di lì) è la splendida e cupa Lina Romay che Franco assunse a sostituta della splendida quanto sfortunata Soledad Miranda morta 6 anni prima e interprete di "Vampiros". Diciamo che, a parte un certo estetismo forzato, il regista iberico non ci propina nulla di nuovo se non primi piani vertiginosi della vagina della Romay in preda a un delirio sadomasochistico masturbatorio mentre si rigira in calazamaglia nel letto di una stanza d'ospedale mentre una specie di sorella gemella passa il suo tempo in vestaglietta rinchiusa in una sontuosa villa a succhiare vagine e liquido vitale dalle sue vittime che gli procura il compiacente servo Zyros (Raymond Hardy). Il tutto raccontato in prima persona a una giornalista compiacente dalla stessa Doriana.
La trama in breve vede questo dualismo tra sorelle siamesi di cui una è pazza, l'altra è una vampira e già queste poche righe bastano a farci capire il delirio di tutto il film, alquanto pretestuoso perchè dopotutto è un porno e la sua funzione è quella di far vedere scene porno. Certo il senso estetico di Franco è indubbiamente affascinante anche se i dettagli morbosi delle vagine pelose e martoriate fanno cadere un pò il pathos, di certo i lunghi dialoghi e la staticità dell'insieme non contribuiscono a farne un prodotto fruibile ma nell'insieme lo si può considerare un porno autoriale di un Franco più alimentare che ispirato.
Zitto zitto, un dubbio mestierante come Anthony Spinelli ha diretto qualcosa come un centinaio di film nella sua lunga vita (terminata purtroppo in silenzio il 29 Maggio 2000) tutti più o meno porno o sexy con titoli quali Princess Orgasma and the Magic Bed, Suckula o Revenge of the Pussy Suckers from Mars, specializzandosi anche in parodie a luci rosse dei grandi successi hollywoodiani come Batwoman & Catgirl, Pulp Friction e questo Sex World variazione del più famoso Westworld dove si immaginava un parco a tema pieno di robot che impazzivano e uccidevano i turisti. Ovviamente qua non si ammazza nessuno ma l'incipit è più o meno simile.
Un pulmann percorre le strade americane portando con sè un gruppo di turisti pronti a visitare Sex World, il parco tematico dove è possibile vivere tutte le più nascoste fantasie sessuali, non solo ma anche curare certe piccole turbe e problemucci relativi al rapporto sessuale. Infatti durante il viaggio scopriamo cosa desiderano i passeggeri, attraverso i feedback della loro vita coniugale e intima, da questa straordinaria vacanza. C'è la coppia in cui lei è ninfomane e lui ossessionato dalla madre, quindi impotente; la ragazza che riesce ad avere rapporti solo tramite telefono, dei giovani sposini in cerca di nuove emozioni, e così via. Arrivati a Sex World i turisti verranno convocati a colloquio da un pool di sessuologi in camicione bianco che li indirizzeranno verso varie stanze, quasi tutte occupate da aitanti stalloni o arrapanti ragazze disponibili a fare tutto e di più. Ci sarà anche la possibilità di tornare a casa con una bella signora al proprio fianco.
Le scene di sesso (molto ben girate c'è da dire!) si alternano quindi a momenti in cui gli scienziati schiacciano bottoni luminosi in una stanza asettica, culmine del weirdo verso il finale quando la ragazza che ha rapporti solo telefonici (come si vede nella bella sequenza iniziale della masturbazione in teleselezione) viene dapprima visitata da un ragazzo timidino e non conclude nulla, poi da un latin lover (ma niente!) alla fine gli scienziati, stanchi di provare cure light ci vanno giù duro inviandogli un gigantesco nero tutto truccato e vestito con una tuta bianca dotata di apertura pelvica a mostrare in bella vista il suo enorme pene. A quel punto la cura ottiene finalmente il suo risultato e tutti i turisti possono tornare a casa stanchi ma soddisfatti. Per essere un porno, oltre alla cura estetica tipica di un'epoca in cui era un genere come gli altri, il film diverte e riesce ad essere anche molto eccitante ma sopratutto da quella fantastica sensazione di non essere solamente un prodotto fine a sè stesso, creato per il piacere del cinema e non per la sola mercificazione del sesso.
E venne il delirio... come Renato Polselli e anche più, Luigi Batzella (alias Paolo Solvay) realizza una delle pellicole più aberranti ( dal punto di vista cinematografico) e demenziali (dal punto di vista narrativo) che si conosca nel panorama di genere degli anni '70. Quel che è peggio in "nuda per Satana" non è tanto la confusione e la noia che emergono prepotenti dai fotogrammi, quanto la fastidiosa autoreferenzialità di un mestierante decisamente al di sotto delle sue possibilità.Raggiungere vette così basse era difficile ma il tentare di vendere al mondo il fatto che si cerca di girare un film artistico è forse la peggior colpa di Batzella, del quale, a livello di opera cinematografica di serie Z, preferisco senz'altro il più divertente "La bestia in calore ".
Qui troviamo la formosa e decisamente poco espressiva Rita Calderoni, già attrice prediletta da Polselli in "Riti, magie nere e segrete orge nel trecento " e "Delirio caldo", che spalanca gli occhioni e le cosce nella scena più scult della storia, ovvero lei imprigionata in una ragnatela fatta di corde da pescatore, mentre urla e si dimena minacciata da un ridicolo ragno di peluche e fil di ferro che viene palesemente spinto dai tecnici fuori campo. Una scena talmente grottesca e inutilmente lunga, da rasentare il ridicolo ai massimi livelli.
Per il resto la trama non lascia molto spazio all'interesse dello spettatore. C'è questo medico (Stelio Candelli) che deve raggiungere un casolare, sbaglia casa e incontra quello che poi si tramuterà nel diavolo (James Harris) o qualcosa del genere. Dopo aver assistito ad un incidente sulla strada, il dottore estrae dall'auto Susan (La Calderoli) e la porta all'interno di un misterioso castello che scova nelle vicinanze. Dopo è tutto un susseguirsi di rincorse e incontri con degli apparenti doppelganger dei due protagonisti appartenenti a epoche diverse.Qui Batzella lavora più di montaggio che altro riproponendoci ossessivamente sempre le stesse scene, la noia quindi viene sbalzata dal deja vu e il deja vu trova il suo zenith quando i due si trovano in mezzo a deliranti orge in cui il diavolo vestito come il Mago Silvan ride in continuazione trastullandosi con ancelle ignude e amanti del body painting che ballano felici in mezzo alla spoglia scenografia di una stanza adornata con teschi e fiammelle. Tra una scena di sesso saffico ultrapatinato, una rincorsa nei cortili del castello girata da angolazioni ardite e la faccia del maggiordomo sghignazzante (Renato Lupi) il film procede stancamente verso il finale in cui si rivela tutto un sogno, si, un sogno...come quello dello spettatore di riavere i soldi del biglietto all'uscita del cinema!
Della serie "Ma dove li andiamo a trovare certi titoli noi di Odorama" ecco un pregiato esempio della capacità tutta brasiliana di mettere in piedi una pellicola destinata al circuito delle sale a luci rosse utilizzando spezzoni girati (e magari scartati, per quanto in questo settore non si butta via niente) da altri film porno costruendoci sopra una storia, addirittura, dalle atmosfere surrealiste che sembra strizzare l'occhio al primissimo John Landis e alla sua passione per le scimmie.
Certo il pretesto che tiene insieme la storia ha quasi del geniale, siamo in una villa sul mare dove una troupe sta girando un film porno, la protagonista, guarda caso, è una montatrice (ogni riferimento è puramente voluto) che passa tutto il giorno a controllare le scene girate in base al copione (operazione utilissima in un film dove le sequenze sono solo delle lunghissime scopate!) il che permette allo spettatore di visionare un pout pourri del miglior hard brasiliano completamente dissociato dal resto della trama. A un certo punto appendono, nell'ufficio della tipa, un costume da scimmia, il che evidentemente turba la ragazza al punto da procurarle visioni del macaco. Dopo quasi un'ora di vari su e giù entra finalmente in scena lo scimmiotto, portato dalla troupe sul set per girare qualche scena. Il macaco (visibilmente un nano con costume) però non ne vuole sapere di copulare con le attrici, per cui toccherà alla protagonista sciogliere le reticenze del primate e fargli assaporare finalmente le gioie del sesso.
L'intero film viene raccontato in terza persona dalla protagonista, ottimo sistema per risparmiare sui dialoghi e sui microfoni (tanto alla fine il montaggio sarà sempre "oooohhhh!" "aaaahhhh").
Alla fine tutto sembra essere un sogno, ma chi ha sognato alla fine? L'uomo (la donna) o la scimmia? Certo, visto il film, non è il caso di perdersi troppo in disgressioni filosofiche di questo genere, resta comunque un'esperienza demenziale e unica nel suo genere per un film che, in patria è già un cult. Da noi si aspetta una riscoperta di massa di tutto il trash brasiliano, una summa incredibile che prima o poi ci travolgerà completamente!
Da annotare almeno due momenti di massimo fulgore weirdo: 1) quando il macaco prende vita nella notte e si avvicina alla tipa che dorme apostrofandola "Bella Macachita!" 2) In una delle scene di sesso il partner scopre che la sua amante ha il pisello!
Dimenticavo, c'è pure un regista! Il sedicente Custódio Gomes, incompreso autore di decine e decine di pellicole di questo genere!
Forse uno dei più grandi successi del cinema di genere e sicuramente il più grande per quanto riguarda l'erotismo soft patinato, a cui seguirono una miriade di seguiti più o meno apocrifi da far invidia alla saga di Jason Vorhees in Venerdì 13. Tratto dal romanzo quasi autobiografico di Emmanuelle Arsan, al secolo Marayat Bibidh, scrittrice thailandese nonchè moglie di un diplomatico francese proprio come l'immaginaria protagonista delle sue avventure letterarie, il film diretto da Just Jaeckin (regista poi specializzatosi nelle trasposizioni di libri scandalo come Lady Chatterley's Lover e Histoire d'O) inaugura nel 1974 un nuovo modo di concepire la rappresentazione del sesso, abbinandola ad una cura particolare delle immagini, una fotografia pregiata in stile Harmony, tante inutili discussioni sul significato dell'"amour" e poco o niente di visivo, lasciando infatti, tutto o quasi all'immaginazione. Bisogna dare atto che lavorando con queste basi il successo, raramente bacia l'autore, come dimostrano da una parte gli scarsi incassi di altre prove eros autoriali, e dall'altra il carburamento delle scene di sesso nei sequel successivi (da non dimenticare poi l'impagabile versione noir interpretata da Laura Gemser).
In questo caso, l'asso nella manica del film si chiama Sylvia Kristel, giovane attrice dal fisico slanciato, il volto angelico quasi adolescenziale e gli occhi di uno smeraldo acceso, insomma un angelo vero e proprio in aperto contrasto con le vicende che la vedono protagonista, moglie di un diplomatico francese a Bangkok vive svariate esperienze sessuali all'interno di atmosfere esotiche a cominciare dalla mirabile sequenza del doppio accoppiamento in aereo con due passeggeri rimorchiati col semplice uso dello sguardo. Emmanuelle vive poi l'amore saffico in compagnia di una archeologa bionda di nome Bee (Marika Green) , si masturba in compagnia di una ragazzina, viene circuita da una lesbica tardona con cui gioca a tennis e, dulcis in fundo, viene donata alla popolazione locale da un vecchio in smoking con cui discuisisce amabilmente del significato dell'amore. In tutto questo, come già detto si vede poco o niente, a parte una lapdancer thailandese che fuma una sigaretta con la vagina, ma l'eccitazione del film sale ogni minuto che passa donando all'immaginario erotico una prova magistrale coronata dal giusto successo.
Peccato per la Kristel, troppo identificata nel personaggio per scrollarselo di dosso successivamente, segnando inevitabilmente il suo percorso artistico.
Sulle note di Why, motivetto cantato da Vincent Ewell e composto Riz Ortolaniche si ripete fino all'ossessione nella colonna sonora del film, parte questo ennesimo thriller con venature sexy diretto dal prolifico maestro Umberto Lenzi che nello stesso anno girerà anche il film di guerra La legione dei dannati ma sopratutto Orgasmo, suo titolo di maggior successo, anch'esso incentrato nel genere giallo erotico. A differenza di quest'ultimo le scene spinte sono ridotte al lumicino con qualche fuggevole nudo da parte delle due splendide protagoniste Erika Blanc e Carroll Baker, ragion per cui forse "Così dolce...." non ottenne all'epoca il successo sperato. Le ragioni del fiasco però si sommano all'eccessiva complessità della trama che spesso e volentieri perde credibilità sopratutto verso il finale.
Il protagonista Jean Rynaud (Jean-Louis Trintignant al massimo della sua inespressività) è un facoltoso avventuriero con una moglie bella ma indifferente (La Blanc), una sera verde arrivare nell'appartamento sopra il suo una nuova inquilina (La Baker) bionda, bellissima ma molto inquieta a causa dell'insistente presenza del violento e psicopatico ex fidanzato Klaus (il gelido Horst Frank). Jean fa di tutto per iniziare una relazione con la donna ma non tutto è quel che sembra e, nell'ombra un terribile complotto sta per realizzare il suo perfido disegno. Lenzi cerca di ricalcare il giallo Hitcockiano ispirandosi anche al celebre Les diaboliques e diciamo che per un buon 60% ci riesce appieno. Lo sviluppo, lento e inesorabile, riesce a catturare e a tener viva l'attenzione ma verso la fine la banalità irrompe nella scena con una forza dirompente, passando per il solido festino Hippy chic dove la solita indigena di colore intrattiene gli invitati con balletti e giochini sexy (la scena in cui Trintignant e la Baker devono baciarsi per pagare la penitenza è di un finto che più finto non si può). In generale però il cast all-star funziona egregiamente riuscendo a ricreare perfettamente quel clima di ambiguità dove non esiste un modello positivo ma dove tutti hanno qualcosa da nascondere ma le atmosfere sembrano più quelle di un film di James Bond che non quelle di un erosthriller che si rispetti. Il soggetto originale è del grande Luciano Martino mentre la sceneggiatura è di Ernesto Gastaldi che aveva codiretto quattro anni prima Libido un altro eros thriller dal titolo più che esplicito, oltre ad una serie piuttosto importante di sceneggiature del cinema di genere italiano tra cui L'orribile segreto del Dr. Hichcock, La vergine di Norimberga, La cripta e l'incubo e Tutti i colori del buio. Insomma due firme di qualità che purtroppo, in questo film specifico non hanno dato il meglio.
Non fosse stato per questo film, opera seconda e ultima, nessuno ricorderebbe Mario Colucci se non per un pugno di sceneggiature neanche troppo interessanti nel genere thriller italiano. A dir la verità neanche "Qualcosa striscia..." è da considerare poi un prodotto significativo non fosse per l'uso sapiente delle atmosfere fantasmifiche che esala la pellicola, mantenendo un buon equilibrio di attenzione all'interno di un plot dove praticamente non accade nulla, non si vede niente e tutto si conclude con una serie di rumoracci, risate sataniche e tremolii di porte e mura. Del resto il tema della presenza invisibile è uno dei più economici nel cinema horror e infatti ha rappresentato, sopratutto nel periodo fine sessanta inizi settanta, uno dei temi prediletti per un cinema povero di mezzi come quello italiano. Povero di mezzi si ma, intendiamoci, ricco di idee e sopratutto di espedienti.
La storia sembra quasi un remake dell'ottimo "Contronatura" di Margheriti anche se qui le atmosfere morbose ed equivoche latitano, qualche nudo di ripiego lo si trova sopratutto grazie a Giulia Rovai, la ragazza di Joe (Gianni Medici) il proprietario della villona dove un gruppo di viaggiatori notturni si rifugia a seguito della piena che ha interrotto la strada nel bel mezzo della notte. Fra i viandanti c'è anche un terribile serial Killer Spike (Farley Granger) e l'ispettore di polizia (Dino Fazio) che lo ha arrestato dopo un forsennato inseguimento automobilistico.
Il gruppo si ritrova quindi sotto il tetto della malvagia Lady Marlowe, defunta nobile lasciva e perversa che anche dall'aldilà troverà il modo di uccidere e terrorizzare i suoi ospiti. Si deve dare atto a Loredana Nusciak di essere l' unica attrice al mondo ad interpretare il film solo in fotografia, Resta comunque una presenza inquietante che pervade tutto il film fino alla sua chiusura. Insomma Colucci riesce a fare un horror dove il mostro è costituito da una foto in bianco e nero e questo è un merito non da poco (chisà quanti registi nipponici ci hanno ricamato sopra nei loro film!), per il resto siamo di fronte a un prodotto medio dell'epoca, onesto nell'insieme ma non memorabile.
Nel cast anche Lucia Bosé e il sempiterno Giacomo Rossi-Stuart, presenza imponente e immortale del nostro cinema ma sopratutto del cinema di genere.
Il sottobosco delle produzioni di purissima exploitation degli anni '60 ci hanno sempre regalato qualche gradita sorpresa, in particolare all'interno della vastissima produzione del cinema di puro richiamo in cui si versavano abbondanti dosi di sesso, droga e violenza nonchè veri e propri spettacoli dedicati unicamente al sadomaso e al torture show, tutto un universo deprecabile volto a placare gli appetiti più esigenti di un pubblico immorale e pervertito. Recuperare oggi film come questo Sadistic Hypnotist (conosciuto anche come Wanda, the Sadistic Hypnotist ) di Greg Corarito non significa solo acquisire testimonianze di un passato nostalgico ma dare alla luce pure perle demenziali in cui la pretestuosità della trama raggiungeva livelli grottescamente artistici. Questo misconosciuto tesoretto di fine sixties in particolare è addirittura un film nel film. Vediamo infatti mentre scorrono i titoli di testa un tizio che scorrazza in automobile, poi si avvicina a una vetrina di porcellane e comincia ad avere visioni erotiche e infine entra in un cinema a luci rosse dove comincia il vero film, intervallato ogni tanto da un inquadratura dei pochi spettatori in sala che guardano compiaciuti questa fine immondizia. Sullo schermo invece c'è il sole e un auto che fa un incidente, il guidatore Sylvester (Richard Compton) viene raccolto da due strane tizie Wanda (Katherine Shubeck) e Greta (Janine Sweet) che lo trasportano nel loro lussuoso residence con piscina chiamato addirittura Sex Toy.
Qui Wanda rivela i suoi poteri ipnotici con cui soggioga l'infortunato e lo obbliga a subire una serie di penosissime e verosimilmente finte frustate. A questo punto irrompo un gruppo di teen ager svestite che si buttano in piscina, subito dopo comincia una sorta di festino sexy nel quale irrompe uno psicopatico fuggito da un manicomio, il quale dopo aver picchiato e violentato le tizie, fa comunella con Sylvester e manda in acido l'intero party (con LSD conservato in cucina eh!). Qui vediamo la parte migliore del film, tutta virata a colori psichedelici, musica pop ossessiva e fotografia delirante. Per il resto Colarito sembra girare con una cinepresa in Super8 con inquadrature sghembe, primi piani eccessivi e tremolii allucinogeni. Gli attori non sembrano tali vista la cagneria generale ma almeno le attrici non lesinano a mostrare la carnina, siamo comunque lontani dalle forme da top model del cinema mainstream e le dettagliate inquadrature del nostro Corarito non aiutano l'estetica generale. Rimane comunque un originale tentativo di inserire un senso artistico al cinema d'exploitation con l'espediente del film nel film che rimanda un pò a Truffaut, anche se, diciamoci la verità, è solo un altro pretestuoso espediente per mostrare culi e tette.
Strano destino quello dei membri dello pseudo gruppo trash demenziale Squallor, paradossalmente i nomi legati a uno dei combo più scriteriati e irriverenti mai apparsi in Italia erano per la maggior parte produttori musicali e compositori di primaria importanza, Daniele Pace scriveva brani per la Cinquetti e Loredana Bertè (sua la mitica E la Luna Bussò), Giancarlo Bigazzi invece compose Lisa dagli Occhi Blu e Luglio mentre invece Totò Savio firmò maledetta Primavera. A questi nomi poi si aggiunsero alcuni insospettabili come Gianni Boncompagni e, per un breve periodo anche Gigi Sabani. Insomma, mai il detto "le apparenze ingannano" fu più rivelatore per quanto concerne uno dei gruppi Cult degli anni '80.
Il film "Arrapaho" rappresenta, in questo contesto, l'apice del loro successo, che esulava dalla pura exploitation divenendo un vero e proprio fenomeno di costume in cui il brutto fa tendenza e l'idiozia diventa il tormentone definitivo di una cultura che andava imbarbarendosi sempre di più fino a toccare il punto di non ritorno. Ecco, "Arrapaho", in un certo senso, è il punto di non ritorno del cinema italiano di serie Zeta che conobbe grande successo e diffusione fino agli anni 90. Incapace di strappare una risata anche ad un decelebrato, l'immondo film di Ciro Ippolito, regista del cult del fanta-spaghetti Alien 2 sulla terra, è un putrido collage dei migliori brani tratti dalla discografia degli "squallidi", resa purtroppo nel modo peggiore grazie all'estrema cagneria degli attori, non tanto del protagonista Daniele Pace (Palla Pesante) che come comico non avrà avuto futuro (pace all'anima sua) ma come logorroico tritapalle era messo benissimo, quanto per quello stuolo di attorucoli presi non so da quale cloaca estera che ciondola inutilmente nel film (tipo quello che interpreta Latte Macchiato) esemplificati mirabilmente dalla draiviniana Tinì Cansino che ha almeno il buon gusto di farsi vedere nuda in una delle migliori scene, quella della cascata con sottofondo di "O Tiempo se ne va".
Nota a parte invece meritano gli stacchetti pubblicitari e in particolare il divertentissimo Tranvel Trophy in cui il guidatore apre le porte e cicca in faccia il ciccioso passeggero che vuole disperatamente salire.
Per il resto la saga dei Froceyennes e degli arrapaho è facilmente dimenticabile e si riassume perfettamente nel titolo finale "The Gay After", mal realizzata parodia di usi e costumi e film al tempo attuali ma presto relegati nel dimenticatoio della piattezza comune.