mercoledì, 11 novembre 2009
PROLOGO
Quando si recensiscono certi pezzi da novanta della cinematografia "trash" italiana bisognerebbe scrivere in posizione "adorante" col viso rivolto verso terra e le gambe inginocchiate, difatti è questa la posizione assunta dal sottoscritto per scrivere la sua seconda recensione del capolavoro di Marco Antonio Andolfi.
La prima recensione potete trovarla
qui.


LA CROCE DALLE SETTE PIETRE (1987)




Finanziato inspiegabilmente con contributi statali, "La croce dalle sette pietre" è un film talmente brutto e malfatto da essere oggi giorno considerato uno dei cult assoluti del cinema horror, innanzitutto per la curiosa commistione tra film di licantropi, satanismo e Camorra story, al punto da essere conosciuto anche come "L'uomo lupo contro la camorra" , poi sicuramente per l'imbarazzante recitazione, i clamorosi buchi di sceneggiatura e gli osceni effetti speciali, tutte cose realizzate personalmente dal nostro regista che scrive, produce  e interpreta il protagonista (sotto lo pseudonimo di Eddy Endolf) Marco Sartori, bancario romano che giunge a Napoli per rivedere la cugina Carmela.



Ma andiamo con ordine: Il film inizia subito elegantemente offrendoci la sublime vista di una serie di normalissime cantine da condominio, in una delle quali un gigionesco Gordon Mitchell sta organizzando un festino satanico per richiedere la venuta del demone Aborym (rappresentato qui come un grottesco chewbacca). Tra un ciccione che cerca in modo goffo di baciare le zinne a una tipa tutta fetish ed un incappucciato che passa la serata a frustare un altra ragazza mentre questa geme dal piacere ("Il tuo dolore è il mio piacere"), arriva il signore delle tenebre con una maschera da scimmia visibilmente di gomma e un costume di lana alquanto infeltrito.
Dopo esserci divertiti con le ridicole facce del buon Mitchell che sembra isterico mentre recita "Aborì vieni qui!!!... Subito!!!!...Ora!!!  Partono i titoli di testa. 
A questo punto appare d'obbligo una riflessione: il film è talmente povero e girato con una pellicola scaduta che, nonostante sia databile nei tardi anni ottanta, sembra uscito direttamente verso la metà degli anni settanta (e non è volutamente retrò).
Marco Sartori arriva alla stazione di Napoli, incontra la cugina Carmela, il dialogo si rivela assolutamente inutile e ci fa da subito capire che quanto scritto in questo canovaccio potrebbe essere rimescolato e utilizzato in qualsiasi altro punto del film senza cambiare una virgola del significato intrinseco dello stesso (il che accade praticamente per tutti i dialoghi della scemeggiatura).
A questo punto la scena cambia e vediamo Mitchell in giacca e cravatta posare in modo statuario sulla spiaggia per una sequenza che avrei visto bene in Gomorra con due tizi che si passano la roba giunta da un ragazzino perplesso che cammina quasi avesse la bici senza sellino. I due si fanno sulla scogliera mentre Mitchell ghigna oscenamente (Mamma mia, è proprio cattivo questo qua!).
Marco e Carmella vanno al bar a fare colazione, lei ordina un caffè senza zucchero e va a fare una telefonata in uno di quegli antichissimi apparecchi a gettoni. Dopodichè passeggiano per le strade, arrivano due (quelli che si stavano "perando" prima probabilmente) in motorino e  fottono a  Marco una catenina che teneva appesa al collo, una scena che succede spesso a Napoli, solo che il nostro eroe si dispera in maniera decisamente esagerata e fa intervenire la polizia per inseguire gli scippatori.
Carmela a questo punto scompare inspiegabilmente e non la rivedremo più per tutto il film, in realtà era una finta Carmela, amica della vera cugina che si era spacciata per lei allo scopo di conoscere il bel giovinotto (visto che la cugina gli aveva parlato della visita di Marco). Prendiamo quindi buono questo pretesto per l'uscita di scena di Carmela e proseguiamo con Marco che si reca in una discoteca dove conosce Maria (Annie Belle) una giovane escort che scopre subito di essere innamorata di lui, non si sa per quale motivo, succede...a Napoli!



Marco viene prelevato e malmenato da un gruppo di energumeni, riesce però a scoprire che il ricettatore Totonno 'o cafone (un personaggio ma sopratutto un nome mitico!) potrebbe avere la croce gemmata. Si reca quindi in piena notte a picchiare i pugni a casa di Totonno ma questi dopo averlo insultato in napoletano rivela di non avere più la croce ma di averla venduta a Don Raffaele Esposito, boss della camorra di Torre Annunziata.
Finalmente giunge la prima trasformazione di Marco anche se non la vediamo direttamente,  ci basta ammirare il risultato, dovete infatti sapere che il lupo mannaro, in questo film, viene rappresentato come un uomo completamente nudo ad eccezione di una sorta di parruccone di lana di vetro che gli copre il viso fino all'altezza del naso, Andolfi non mette neanche dei denti finti, per ovviare al problema si limita a digrignare in continuazione emettendo un suono simile ad uno squittio, la peluria copre quindi le mani e il pisello creando quello che forse è il più ridicolo licantropo della storia del cinema. Le apparizioni del mostro si alternano con brevi primi piani di un simpatico cagnolino che forse nelle intenzioni del regista doveva rappresentare la dualità tra l'uomo e la bestia.



In ogni caso il licantropo assale Totonno che, senza essere praticamente toccato, cade a terra e si scioglie tutto in una mirabile dissolvenza realizzata mettendo un manichino in un forno a 180 gradi.
Ma il colpo di genio totale è che il mostro quando è ancora umano risulta vestito, poi diventa nudo (non ci è dato di sapere che fine hanno fatto gli abiti) e quando ritorna normale è di nuovo vestito come prima!!!
Marco torna a casa sua e si mette a letto, nel sonno continua a ripetere il nome di Don Raffaele Esposito quasi ne fosse innamorato mentre sullo schermo scorre quello che vorrebbe essere una sorta di sogno ma in realtà è un arzigogolato montaggio di sequenze passate, presenti e future del film, in pratica Andolfi ci fa vedere un sunto del film di modo che, molto onestamente a mio avviso, se quello che vedremo non ci piace ce ne possiamo anche andare via subito, a riprova che questo spettacolo è riservato a persone dal palato fine e non dal popolo bue ignorante che non è in grado di apprezzare la nouvelle vague del cinema sperimentale di genere!
Accompagnato da Maria, che chissà come e chissà perchè gli si è appiccicata addosso, Sartori si reca Torre Annunziata e, siccome il modo migliore per rintracciare i camorristi è l'approccio diretto, si ferma ad un bar e chiede molto gentilmente dove può trovare Don Raffaele. 
Arrivano subito due sgherri del don che lo prelevano e lo portano in una villa, Maria li tallona e, dotata di poteri magici (evidentemente) si intrufola nella villa dove assiste ad un raffinato dialogo campano tra due guardie (una con sofisticati calzini rossi) che concludono la loro diatriba con la tipica espressione gergale dei camorristi, ovvero "Jammè a vedè Maradona!!!"   
Don Raffaè riceve il giovane ma non crede che lui sia venuto solo per la croce pur essendo armato di "una penna e nu fazzoletto bah!" quindi lo fa ammanettare e malmenare dai suoi uomini, siccome Sartori non parla, il boss chiama i siciliani, vediamo quindi George Ardisson nella parte di un credibilissimo mafioso anglo siculo che gli inietta il siero della verità, peccato che improvvisamente sorga la luna piena e finalmente assistiamo alla trasmutazione in dissolvenza del volto di Andolfi, probabilmente Jack P. Pierce a questo punto si sarebbe rivoltato nella tomba assistendo alla eterna e sfiancante (almeno per lo spettatore) trasformazione "un pelo alla volta" della faccia digrignante del nostro eroe, contrassegnata da continui ululati che sembrano uscire da un megafono alla stazione della metropolitana.
Il mostro compie un massacro (dipende dai punti di vista dal momento che appena tocca qualcuno questo muore senza motivo), Maria lo recupera ma ancora niente croce. Attraverso un flashback vediamo finalmente a che minchia serve sta croce gemmata! La mamma di Marco era una seguace di Aborym e dopo aver copulato con lui in una scena eccitante quanto una colonscopia ha dato alla luce il nostro protagonista (ovviamente biondo da bambino nonostante il protagonista in età adulta sia improvvisamente diventato castano scuro) mettendogli sta croce al collo per evitargli di prendere la mostruosa strada paterna. Entra in scena aborym e con una voce che sembra appartenere ad un alcolizzato dell'oltretomba piuttosto che ad un demone, da della sgualdrina alla donna e gli fa esplodere lo stomaco.
Adesso è tutto più chiaro, ma la croce è stata donata ad una fattucchiera da cui si reca Marco. Dopo un dialogo imbarazzante in cui Andolfi sembra essersi improvvisamente addormentato (vedere per credere!) questa gli dice che bisogna aspettare non si sa cosa, poi i due si spogliano (anche se lui è attivo come una cozza) e fanno sesso (massì va passiamo il tempo in modo piacevole), Marco mentre la sta penetrando (almeno pare ma vista la posizione che assumono non ci giurerei) si trasforma, riempie di bava schiumosa la tipa urlante e la deflora a morte (si, insomma si vede il sangue sulle parti intime della donna).



Maria giunge sul luogo del delitto, trova la croce e anche la bestia che gli mette le mani al collo, molto tranquillamente direi, ed altrettanto con calma la ragazza, senza provare alcun patema nonostante sia molto prossima alla morte, gli allaccia la croce al collo ponendo fine alla maledizione.
A questo punto è tempo che i cattivi muoiano e quindi Gordon Mitchell fa un incidente in auto tutto da solo, muore e la gente che lo soccorre assiste alla sua istantanea decomposizione. 
Lieto fine con retrogusto cattolico e gita papale inclusa per la nostra coppia (è noto che i figli del demonio si rechino spesso a far visita al Papa) mentre i titoli di coda scorrono davanti alla cupola di San Pietro.
Attore espressivo quanto una colata di cemento, sceneggiatore di fotoromanzi e raffinato regista, Marco Antonio Andolfi, inspiegabilmente,  non ha più lavorato nel cinema fino al 2008 quando, dopo essersi reso conto che qualcuno aveva rivalutato la sua schifezza, ha deciso di realizzare una sorta di mediometraggio sequel dal titolo "
Riecco Aborym", intimistica rilettura del mito intervallato da scene riprese dal film originale, insomma nonostante gli anni Andolfi non ha perso la sua straordinaria capacità di allungare il brodo trasformando la merda in oro colato!

EPILOGO
Finalmente la recensione è finita, posso tornare alla mia posizione normale pur conservando negli occhi quella punta di commozione inevitabile quando si parla di certi capolavori (sigh!). Ovviamente è d'obbligo la visione del film in posizione canonica!


lunedì, 09 novembre 2009

Adrénaline (1990)



Operazione alquanto anomala nel panorama cinematografico fine anni ottanta, molto coraggiosa e terribilmente avanti, visto poi la successiva rivalutazione del cortometraggio come strumento espressivo minimale. Adrenaline è una produzione francese che ha raccolto una serie di miniracconti a opera di 6 registi spaziando tra horror, fantascienza, humor nero e splatter, tutti rigorosamente caratterizzati da un'incredibile aura weirdo che non si vergogna di mostrarsi ridicola all'interno di un circo giocoso e irriverente.
Non esiste un vero e proprio filo conduttore che lega insieme le storie, forse il lento e inesorabile battere dei bastoni di un'eterna fila di ciechi (Segmento "Les aveugles") in attesa di un qualcosa, assurda introduzione virata in un psichedelico bianco e nero. Dopo una partenza al fulmicotone acido con Métrovision" di 
Yann Piquer (sinceramente non molto entusiasmante) si prosegue con il bellissimo e crudele "Le cimetière des éléphants" di Philippe Dorison dove le vecchie auto prendono vita propria e si recano inesorabili verso la demolizione con il guidatore prigioniero dentro, un corto quasi muto ma emblematico, sottolineato da un'ossessiva  musica che lo rende agghiacciante nella sua involontaria comicità, anche l'incredibile "Corridor" di Alain Robak spicca nettamente nella mischia con una sorta di gara per vincere una casa irta di trappole mortali ordite da due mefistofelici vecchietti.



Adrenaline ci regala alcune opere memorabili di Piquer e Jean-Marie Maddeddu (anche attore in molti degli episodi)  come "Sculpture physique" posto giustamente a conclusione del film, oppure "La dernière mouche", quasi surrealista e bunuelliano nella sua rappresentazione della follia di un cacciatore di mosche, altrettanto vintage è il Revestriction di Barthélémy Bompard dove una tipa si alza una mattina e si trova prigioniera nella sua stanza col soffitto che si abbassa sempre più. Momenti cyberpunk invece con il "Cyclope" di John Hudson e Anita Assal dove una telecamera a circuito chiuso si trasforma in un ragno meccanico, gli stessi registi ci regalano anche il telesorcista nel divertente  "TV Buster", mentre splatter e grottesco si miscelano in "Interrogatoire" e nel delirante "Graffiti".


 
Altre opere invece risultano più debolucce come "Embouteillage" di Barthélémy Bompard o  "Urgences". Per dirla alla francese un pout pourri di cinema veramente stravagante che fra i suoi alti e bassi ha goduto di un'inaspettata originalità e freschezza di (allora) giovani leve registiche,  un titolo purtroppo oggi caduto nel dimenticatoio ma che bisognerebbe assolutamente riscoprire. Ultima raccomandazione, non spegnete prima della fine dei titoli di coda!

mercoledì, 14 ottobre 2009
COLOR ME BLOOD RED (1965)




La moda delle trilogie ha fatto si che anche i primi tre film di
Herschell Gordon Lewis venissero considerati una specie di "Trilogia del sangue", più precisamente stiamo parlando del classico d'esordio Blood Feast,  il secondo e  divertentissimo Two Thousand Maniacs e, a chiusura, questo "Color Me Blood red", storia di Adam Sorg (Gordon Oas-Heim) un pittore pazzerello che vive in una baita sulla spiaggia e scopre il pigmento perfetto per i suoi quadri nel sangue umano, dapprima usa il suo ma gli svenimenti non permettono di stare in piedi e quindi decide di utilizzare il sangue delle sue modelle per completare le sue opere, divenendo così un omicida psicopatico.



In realtà questa trilogia non ha nessun tipo di connessione fra i suoi film se non l'uso smodato del gore (anche se in "color" è molto più attenuato) che del resto rappresenta l'anima dei film di Lewis, per i quali è giustamente considerato l'inventore del genere splatter. In ogni caso l'elemento che più caratterizza i suoi film, oltre al low budget, è l'ironia pungente che caratterizza gli eventi a partire dall'introduzione in cui vediamo un uomo vestito elegante che poggia un quadro per terra, dopo averlo contemplato, e gli da fuoco. Anche la pazzesca corsa con i pedalò con Sorg armato di lancia che insegue una delle sue vittime ha un che di ironico, quasi una sorta di citazione western o medioevale.



La confezione appare anche più povera dei titoli precedenti, girata in tre sole location (spiaggia, casa del pittore, galleria d'arte) con i soliti ragazzini che fanno il falò al mare. Certo il film risulta assai godibile ma la quasi totale mancanza di gimmick gore riscontrabili nei suoi titoli (i fantasiosi smembramenti delle sue vittime che rappresentano il marchio di fabbrica di Lewis) penalizzano però l'effetto finale, quasi a significare che il padrino del gore abbia tentato di realizzare un film serio, per una volta, trascurando budella e squartamenti a favore della storia. Non  sarebbe neanche male come tentativo ma sinceramente preferisco il Lewis di "The Wizard of Gore" o "2000 Maniacs". 
giovedì, 10 settembre 2009

Jesse James Meets Frankenstein's Daughter (1966)

William Beaudine è un altro di quei registi capace di dirigerti 10 film all'anno, non a caso lo chiamavano "One Shot" forse per l'approssimazione delle riprese ma anche per la velocità con cui confezionava questi prodottini per il mercato dei Drive-In. Per intenderci uno dei registi della cosiddetta epoca "Grindhouse" tanto declamata da Tarantino, ed infatti questo delirante titolo, frutto di una curiosa commistione tra l'horror stile RKO e il western tipo Henry Ford, si accoppiava perfettamente con un altro, girato nello stesso anno, quel Billy the Kid versus Dracula che accompagna una lista di 350 film girati da Beaudine nel corso della sua lunga e anonima carriera di mestierante. L'aura di cult nel corso degli anni, questo film, se l'è guadagnata quasi totalmente per la demenzialità del titolo, in realtà il film non è poi così male, la storia regge bene con un Jesse James attempatuccio (John Lupton) che, mentre compie una rapina con il fido Hank (Cal Bolder), cade in un'imboscata. Hank viene ferito gravemente e il buon jesse non trova di meglio che cercare un dottore sulle colline di un paesino del messico.

Qui la figlia del mitico dottor Frankenstein, Maria (Narda Onyx), in compagnia del fratello, sta cercando un corpo prestante in cui inserire il cervello del suo schiavo Igor. L'occasione di dover curare il muscoloso Hank è ghiotta per la scienziata, ma il celebre bandito, aiutato per l'occasione da Juanita (Estelita Rodriguez) una avvenente ragazza latina, riuscirà alla fine a sconfiggere il mostruoso risultato di questo folle trapianto.

Nonostante l'ilarità di alcune scene (i genitori di Juanita sono visibilmente dei cani a recitare) e l'approssimazione di alcune inquadrature (dove si vede di straforo qualche membro della troupe accidentalmente inquadrato) il film risulta alquanto godibile, siamo comunque di fronte a una delle prime commistioni tra generi diversi, cosa oggi alquanto in voga ma che allora rappresentava sicuramente un'innovazione senza precedenti.    

mercoledì, 02 settembre 2009

IL PIANETA DEGLI UOMINI SPENTI (1961)

Per un periodo relativamente breve (tralasciando comunque il filone post-atomico e il fantasy), anche il cinema italiano conobbe la fantascienza attraverso Mario Bava ed il suo "Terrore nello spazio" ma sopratutto grazie ad Antonio Margheriti che, coraggiosamente, presentò al mondo una serie di film dotati di grandi idee ma straordinariamente poveri nella loro messa in scena.

Fra questi "Il pianeta degli Uomini Spenti" stupisce per intelligenza e verve creativa del suo insieme, purtroppo penalizzato da battaglie stellari che sembra fatte col cartone e rappresentazioni aliene un pò ridicole sopratutto nel finale. Uscito successivamente al suo primo tentativo di space Opera "Spaceman", affronta il tema del pianeta morto che Bava rielaborerà 4 anni dopo con il suo capolavoro, rispetto al film di Bava però, dove erano i terrestri a giungere sul pianeta, qua è l'intero pianeta, mosso da volontà aliene ormai estinte, a minacciare la terra in forma di gigantesco Meteorite vivente che spara dischi volanti ogni qualvolta la terra tenti di avvicinarvisi. La poetica della civiltà morta che attacca la terra quasi per inerzia rende bene il concetto formale dell'assolutà piccolezza del nostro pianeta nei confronti dell'universo e delle sue meraviglie.

Nel cast brilla in modo assoluto il grande "uomo invisibile" Claude Rains ormai avviato verso il declino sia fisico sia professionale ma ancora dotato di carica espressiva attraverso gli enormi occhiali a fondo di bottiglia che ne esaltano uno sguardo tra i più allucinati nella storia del cinema. La sua interpretazione da al film quella marcia in più che ne alimenta la profondità emozionale elevandolo a molto più di un semplice filmetto da guerra spaziale. Nel cast si riconoscono anche esordienti di allora che diventeranno famosi quali  Renzo Palmer, Umberto Orsini e Giuliano Gemma. Il film fu rieditato nel decennio successivo con il pessimo titolo "Battle of the worlds" tentando di spacciarlo sulla falsariga di Guerre stellari.

Per vederlo o scaricarlo (il film è in public domains) cliccate qui sotto  (versione inglese con sottotitoli in Ita da attivare)

http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Xvid&id=8713

 

 

mercoledì, 05 agosto 2009

BROTHER FROM ANOTHER PLANET (1984)

A volte fare un film di fantascienza low budget rappresenta una vera e propria scommessa, in molti casi si deve lavorare molto sulle idee quando non si hanno mezzi ed il risultato è decisamente esaltante come nel caso di questa sorta di tardo blacksploitation indipendente scritto e diretto da John Sayles. Una sorta di E.T. politicamente incorretto dove Joe Morton è un alieno di colore piombato chissà da dove nella città di New York finendo direttamente nei sobborghi di Harlem, il misterioso visitatore non parla, ai piedi ha tre ditone zannute ed è bravissimo a riparare videogames solo apponendo la sua mano sui circuiti. Sayles mescola sapientemente Spielberg e Spike Lee con infinite chiacchere da bar, scene di ordinaria tossicodipendenza e la presenza di due misteriosi bianchi allampati e vestiti di nero che cercano ovunque l'alieno (Uno dei due interpretato dallo stesso regista). Cast quasi completamente all black con gustoso cameo della cantante Dee Dee Bridgewater che si porta a letto il "fratello".

Sayles usa in modo straordinario il protagonista, personaggio al quale è difficile non affezionarsi per la sua aria confusa ma anche saggia, quasi ascetica nel suo costante e colpevole silenzio. Certo non stiamo parlando di un film per amanti di Star Trek o Guerre Stellari, la fantascienza è ridotta all'osso di cui le sole tracce vengono espresse nell'atterraggio iniziale dentro al fiume Hudson o quando il fratello si stacca un occhio e lo piazza a mo di telecamera in un vaso per spiare i movimenti di un pusher ma l'utilizzo dei graffiti come codice di comunicazione con gli altri "fratelli" alieni atterrati prima di lui o la scena dove prova l'eroina e vive una nottata da sballo nella downtown sono momenti cult di grande spessore che aiutano a comporre tassello per tassello uno dei più bei film originali e indipendenti degli anni '80.

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categoria:anni 80, masterpieces, b movie, sci fi of the z era
lunedì, 13 luglio 2009

Emmanuelle (1974)

Forse uno dei più grandi successi del cinema di genere e sicuramente il più grande per quanto riguarda l'erotismo soft patinato, a cui seguirono una miriade di seguiti più o meno apocrifi da far invidia alla saga di Jason Vorhees in Venerdì 13. Tratto dal romanzo quasi autobiografico di Emmanuelle Arsan, al secolo Marayat Bibidh, scrittrice thailandese nonchè moglie di un diplomatico francese proprio come l'immaginaria protagonista delle sue avventure letterarie, il film diretto da Just Jaeckin (regista poi specializzatosi nelle trasposizioni di libri scandalo come Lady Chatterley's Lover e Histoire d'O) inaugura nel 1974 un nuovo modo di concepire la rappresentazione del sesso, abbinandola ad una cura particolare delle immagini, una fotografia pregiata in stile Harmony, tante inutili discussioni sul significato dell'"amour" e poco o niente di visivo, lasciando infatti, tutto o quasi all'immaginazione. Bisogna dare atto che lavorando con queste basi il successo, raramente bacia l'autore, come dimostrano da una parte gli scarsi incassi di altre prove eros autoriali, e dall'altra il carburamento delle scene di sesso nei sequel successivi (da non dimenticare poi l'impagabile versione noir interpretata da Laura Gemser).

In questo caso, l'asso nella manica del film si chiama Sylvia Kristel, giovane attrice dal fisico slanciato, il volto angelico quasi adolescenziale e gli occhi di uno smeraldo acceso, insomma un angelo vero e proprio in aperto contrasto con le vicende che la vedono protagonista, moglie di un diplomatico francese a Bangkok vive svariate esperienze sessuali all'interno di atmosfere esotiche a cominciare dalla mirabile sequenza del doppio accoppiamento in aereo con due passeggeri rimorchiati col semplice uso dello sguardo. Emmanuelle vive poi l'amore saffico in compagnia di una archeologa  bionda di nome Bee (Marika Green) , si masturba in compagnia di una ragazzina, viene circuita da una lesbica tardona con cui gioca a tennis e, dulcis in fundo, viene donata alla popolazione locale da un vecchio in smoking con cui discuisisce amabilmente del significato dell'amore. In tutto questo, come già detto si vede poco o niente, a parte una lapdancer thailandese che fuma una sigaretta con la vagina, ma l'eccitazione del film sale ogni minuto che passa donando all'immaginario erotico una prova magistrale coronata dal giusto successo.

Peccato per la Kristel, troppo identificata nel personaggio per scrollarselo di dosso successivamente, segnando inevitabilmente il suo percorso artistico.

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categoria:masterpieces, porno era
venerdì, 26 giugno 2009

La ragazza che sapeva troppo (1963)

Sulle note di "Furore" ottimo brano pop cantato da Adriano Celentano, inizia uno dei film che determineranno per la prima volta in Italia le regole del giallo, quelle stesse regole seguite un pò da tutti i registi di genere del successivo decennio. Partendo da un titolo che ricalca esplicitamente il cinema Hitchcockiano, Mario Bava forgia in un cupo bianco e nero un vero e proprio incubo in celluloide, che, sopratutto nella prima mezz'ora lascia senza respiro. Bava in compagnia di Enzo Corbucci mette in scena, sette anni prima di L'uccello dalle piume di cristallo  la storia di un turista americano (in questo caso una donna,  l'attrice Letícia Román) che giunta in vacanza a Roma, ospite di una vecchia parente, finisce per passare una notte di puro terrore quando la vecchia muore nel suo letto (in una sequenza che Bava riprodurrà anche nel suo successivo capolavoro I tre volti della paura ).

La ragazza (che si chiama Nora) esce di casa per cercare soccorso ma trovatosi sola fra le antiche e deserte strade notturne della capitale, assiste all' omicidio di una donna. Nora cerca di allontanarsi ma inciampa e batte la testa, verso l'alba un uomo le passa accanto e le da da bere del whisky da una fiaschetta cosicchè il poliziotto che la trova stessa sul selciato pensa ad un'ubriacona di passaggio. Fortunatamente per Nora ci penserà l'aitante medico John Saxon ad aiutarla a scoprire il misterioso caso in cui è coinvolta, che ha come protagonista un fantomatico serial killer che uccide seguendo uno schema alfabetico.

Pur nella sua estrema semplicità strutturale, "La ragazza..." è un film che mantiene tutte le sue promesse, snocciolando emozioni a tutt'andare, arricchito da ottimi attori sia americani che italiani (tra cui spicca la bravissima Valentina Cortese) e impreziosito da una fotografia noir di gran classe che solo il maestro Bava sapeva regalare nei suoi film, che pur se a basso costo rappresentano senza dubbio una scuola di cinema preziosa per tutti gli autori nel mondo. Il tocco finale, geniale escamotage ironico, tende a ribaltare tutto quello che si è visto finora, piccola firma personale del nostro amato regista che amava giocare con il dualismo finzione cinematografica/realtà di quello che effettivamente si vede.

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categoria:bianco e nero, masterpieces, dark movies, italian movies
venerdì, 05 giugno 2009

THE DECLINE OF THE WESTERN CIVILIZATION (1981)

Un titolo ironico, visto l'argomento trattato ma sopratutto un documento coraggioso quello della controversa e a suo modo geniale regista Penelope Spheeris, uno spaccato di subcultura giovanile assolutamente underground giustamente diventato film di culto oltre ad essere una delle poche possibilità di vedersi oggi un'esibizione filmata di Darby Crash, leggendario leader dei Germs, morto di overdose poco prima dell'uscita del documentario. La Spheeris, che girerà in seguito il violento e disturbante The Boys Next Door e qualche anno dopo il gangster movie tutto interpretato da ragazzini The Little Rascals, raccoglie interviste a spettatori, roadie e buttafuori che bazzicano i locali dove si balla lo slamdance (divenuto in seguito il pogo), spezzoni di concerti di gruppi punk nella Los Angeles a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni'80, poco dopo quindi l'esplosione del movimento "no future" che vide la sua massima espressione nel 1977 in Inghilterra. Assistiamo quindi alle rabbiose performance dei Black Flag, Circle Jerks, Fear, Alice Bag Band e gli X. di John Doe e Exene Cervenka all'interno di locali fumosi e cupi, piccoli e claustrofobici dove è il pubblico spesso e volentieri a garantire lo spettacolo con gente che si spintona, sale sul palco cercando di rubare gli strumenti a quelli che suonano, che si lancia di sotto, sputa, urla e impreca nel più puro punk style.

I gruppi vengono intervistati nell'intimità dei loro appartamenti diroccati, Darby Crash addirittura parla davanti alle telecamere nella cucina di casa e salta subito agli occhi il contrasto tra le persone nella normalità di tutti i giorni e quando salgono sul palco per scatenare la loro furia ribelle, esemplare a tal proposito la performance di Alice Bag vestita con eleganza in antitesi con la forza distruttiva che esprime al microfono.  DECLINE non è quindi solo un documentario su una corrente alternativa di quegli anni, è la rappresentazione più pura dei contrasti di un'epoca, lo specchio del degrado di una generazione senza più speranze che esplode di rabbia nel buio, che sfoga la violenza nel ballo e nell'ammassarsi di corpi sudati accompagnati dalla musica proveniente dall'inferno, il punk ha cambiato una generazione nascondendosi nelle cantine, e per chi come me, oggi, è appassionato di quell'epoca sommersa, documenti come il film della Spheeris rappresentano una testimonianza unica e preziosa.

Sette anni dopo Phenelope Spheeris darà luce al seguito The Decline of Western Civilization Part II: The Metal Years dedicato alla scena heavy metal mentre il terzo capitolo ritorna, nel 1998, a calcare la mano sulla nuova scena punk decisamente più estrema e grottesca di quella che segnò le sue origini. 

postato da: albylupo alle ore 12:40 | Permalink | commenti
categoria:anni 80, masterpieces, b movie, punkie junkie
lunedì, 01 giugno 2009

L'ULTIMO UOMO SULLA TERRA (1964)

Considerato non solo una delle più efficaci trasposizioni del bellissimo romanzo di Richard Matheson "Io sono Leggenda" ma anche uno dei più sorprendenti B movie italiani degli anni sessanta, L'ultimo uomo sulla terra è stato addirittura considerato fonte ispiratrice per George A. Romero e il suo Night of the Living Dead . Certo le atmosfere ci sono tutte anche se all'epoca furono tante le possibilità di ispirazione per Romero (vedi a tal proposito il surreale e simbolico Carnival of Souls .

Sicuramente, ai fini della confezione più che decorosa del film giocarono molto la collaborazione con tecnici americani, essendo una co-produzione, le atmosfere regalate dalla location dell'Eur di Roma, la presenza di un monumento alla recitazione come Vincent Price e dulcis in fundo la suggestiva fotografia in bianco e nero di Franco Delli Colli, insomma i soldi degli americani e le maestranze italiane poterono un miracolo irripetibile nel nostro paese, ovvero quello di realizzare un film di genere potente ed efficace, da poco tempo riscoperto (cioè poco dopo l'uscita di quella schifezza di I Am Legend con Will Smith) e apprezzato dai critici di tutto il mondo. Un colpaccio dunque, partorito dalla mente di quel genio del B movie che era Samuel Z. Arkoff coadiuvato dalla collaborazione dello stesso Matheson in veste di co-sceneggiatore sotto falso nome ( Logan Swanson), ma quanto si può considerare italiano un film di questo tipo? Certo qualcuno potrebbe obiettare che il regista, quindi la mente pulsante del progetto era italiano, quel tal Ubaldo Ragona di cui si ebbero poche tracce nel cinema mondiale, tuttavia ciò non è accertato, fonti abbastanza attendibili danno come regista effettivo tal Sidney Salkow che non compare nemmeno nei titoli, questo, pare perchè la Titanus impose solo nomi italiani all'interno della pellicola, insomma una specie di convenzione che prevedeva di maestranze locali, ed in effetti scorrendo la pagina di Imdb si nota subito che, a parte la produzione, tutta la troupe era italiana. Tra l'altro Imdb accredita in co-regia anche il sedicente regista. Ma quanto girò uno e quanto girò l'altro? C'è chi afferma che il nome di Salkow compare per esigenze produttive nella versione estera, c'è chi dice che era lo stesso Ragona sotto falso nome (ma chi afferma questa cosa dice una stronzata!), c'è invece chi come me se ne frega un pò e si gode le spettrali sequenze di Price che gira per le strade deserte a caccia di vampiri con punteruoli di frassino e collane d'aglio, mentre il suo buon amico Ben (un'ottimo Giacomo Rossi-Stuart) si piazza tutte le sere di fronte a casa sua per ucciderlo insieme ad altre creature della notte più simili a zombie che a succhiasangue.

Un ottimo film in sostanza, gravato da una serie di interrogativi che ne alimentano la sua aura mitologica, tra i quali sorge spontaneo e lecito anche il domandarsi perchè, se tra gli sceneggiatori c'era lo stesso scrittore, ha accettato di cambiare il nome al personaggio trasformando Robert Neville (il protagonista originale) in Robert Morgan?

 

 

postato da: albylupo alle ore 16:15 | Permalink | commenti (5)
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