martedì, 01 dicembre 2009
Riki-Oh: The Story of Ricky (Lik Wong, 1991)




Grottesco, frenetico, ultratrash e splatteroso, appellativi perfettamente cucibili adosso a questa sorta di ibrido kung-Fu/gore Flick di Ngai Kai Lam, mai uscito in Italia. Tuttavia con l'avvento di internet e dello scambio virtuale anche questo titolo ha potuto diffondersi in giro e si è gradualmente ritagliato un' invidiabile posizione da cult movie anche qui da noi, grazie sopratutto al passaparola dei molteplici splatterfans che girano in rete. Ricky Oh è un MIP, ovvero un "men in prison" (in antitesi con il ben più gettonato genere Woman in prison)a tutti gli effetti dove i pruriti carcerario sessuali della versione al femminile vengono ampiamente sostituiti dall'uso smodato di budella, sangue e ultraviolenza.



Tratto da un Manga di
Tetsuya Saruwatari narra di un giovane ( Siu-Wong Fan) dotato di una forza sovrumana in grado di disintegrare corpi umani con il solo effetto di pugni e calci, che finisce in un carcere di massima sicurezza per aver massacrato l'omicida della sua donna. All'interno della prigione Ricky Oh Saiga non tarderà a scoprire che ci sono detenuti violenti, secondini corrotti e un direttore del carcere crudelissimo, accompagnato da un figlioletto obeso, idiota e straviziato. La storia a questo punto diventa  un pretesto per scatenare smembramenti, sfracellamenti di cranio, decapitazioni e deorbitazioni a go-go in una sorta di orgia ultrasplatter che ricorderà ai più l'ormai immortale "Bad Taste ".


Lo zenith dell'emoglobina viene raggiunto quando, durante un duello tra Ricky e il gigante di turno, quest'ultimo si autoestrae le proprie interiora e cerca di strangolarlo, Lik Wong vuole sorpassare tutti i limiti, non importa se si sconfina nel grottesco, l'estremo è la regola ma anche la principale fonte di divertimento, in alcune sequenze ci si può abbandonare a momenti stucchevoli (i flashback della ragazza di Ricky, il vecchio che cerca di difendere con la vita il giocattolo di legno costruito per il figlio) ma si tratta di brevi istanti che cedono subito il posto a una montagna di ultraviolenza e spappolamenti continui. Il rischio di stufare lo spettatore, però viene evitato, grazie sopratutto a una continua escalation di trovate sempre più comiche e sorprendenti ma anche all'estrema leggerezza di un film godibile fino all'osso.



Viene da pensare a quando i monty-python decisero di portare lo splatter nella comicità (la scena dello squartamento del cavaliere nero in Monty Python & the Quest for the Holy Grail ), allora l'accostamento tra sangue e risate era un fattore avanguardistico, oggi il miglior splatter è quello che sgorga da film semiseri come questo, dove si ride a crepapelle mentre un grassone schiaccia la testa a un uomo o un altro finisce maciullato nel tritacarne. Del resto non è altro che l'estremizzazione del cartone animato, peccato che l'uomo in carne e ossa non sia come Willcoyote, ma anche per fortuna sennò dove sta il divertimento in film come questo?


 
 
giovedì, 06 agosto 2009

GODZILLA: TOKYO S.O.S.

(Gojira tai Mosura tai Mekagojira: Tôkyô S.O.S., 2003)

Sono passati oltre cinquant'anni da quando Ishirô Honda creò quel capolavoro del monster movie che era Gojira. Da allora sono stati realizzati 29 film ufficiali (di cui questo è il penultimo) suddivisi in tre ere speciali: l'era Showa che si potrebbe definire quella classica dal 1954 al 1975, l'era Heisei ovvero quella del trentennale che parte con Il ritorno di Godzilla del 1984 e finisce nel 1995 con Godzilla vs. Destroyer e infine, l'era Millennium che parte dal 1999 fino all'ultimo Godzilla Final Wars del 2004.

Tokyo Wars è il penultimo di quest'ultima serie, che in quanto ad effetti speciali e budget non ha niente da invidiare ai kolossal fantascientifici realizzati in occidente e rende finalmente giustizia all'immagine del Kaiju Eiga, per decenni bistrattata da modelli di cartapesta e macchinine che si scioglievano sotto il passaggio di una comparsa nascosta in un costume gommoso da dinosauro. Certo, il fatto che molti di noi fottuti nostalgici adorino quella gomma e quei modellini che si sgretolano, è un altro paio di maniche. Qua assistiamo ad una vera e propria celebrazione del dinosauro più amato di tutti i tempi, le sue fiamme sono diventate azzurre e la sua faccia assomiglia un pò a quella di una pantera (ma il restyling era stato già fatto nella seconda fase) con un grande tripudio di distruzione con la D maiuscola, Godzilla inoltre è tornato ad essere cattivo e in compagnia di mostri del suo calibro come, nella fattispecie Mothra il farfallone con la voce da sirena che purtroppo perirà nel combattimento facendosi però sostituire da due amabili larvoni spararagnatele.

A contrastare lo zannuto lucertolone troviamo Mechagojira, antitesi meccanica del dinosauro controllata da una G Force speciale. La trama narra in modo alquanto confuso il fatto che i terrestri vogliano inserire in Mechagodzilla le ossa del mostro originale provocando le ire di Mothra, ma dall'isola dei mostri arriva un nuovo godzilla pronto a devastare Tokyo. Il solito bambino nipponico pieno di iniziativa crea il simbolo di richiamo per Mothra con i banchi di scuola (non chiedetemi come ha fatto) e rischia la morte con il nonnino in mezzo alle macerie mentre i mostri se le danno di santa ragione. Alla fine MechaGodzilla e le sue ossa finiranno in fondo al mare con l'altro dinosauro imbozzolato, pronti per una nuova orgia di Kaiju Eiga per il prossimo episodio!

Il film è il seguito di  Godzilla against Mechagodzilla entrambi diretti da Masaaki Tezuka, come dite? Non vi ho parlato delle fatine gemelle che compaiono nel film? Ringraziatemi allora, Arigatò! 

 

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venerdì, 08 maggio 2009

MATANGO (1963)

A tutti gli effetti Ishirô Honda sarà ricordato sopratutto per la sua predilezione nei confronti dei mostri giganti (se qualcuno ancora non lo sapesse è il regista del primissimo Gojira e di molti capitoli successivi della saga dei Kaiju Eiga), tuttavia il suo capolavoro assoluto è paradossalmente un film come Matango dove ci sono mostri, ma della stessa altezza degli esseri umani e dove non contano tanto trucchi, effetti speciali e modellini esplosivi ma la recitazione, le atmosfere e sopratutto la metafora, elemento primario di questa pellicola.  Un gruppo di alto borghesi giapponesi in vacanza su uno yacht naufragano su un isola apparentemente deserta e completamente priva di vegetazione. In principio trovano un relitto precedentemente arenatosi sulla spiaggia al cui interno il personale è misteriosamente svanito nel nulla, ma poi gradualmente cominciano a ricevere misteriose visite da parte di un essere ributtante. La scarsità di cibo induce il gruppo ad avventurarsi nella foresta dove scoprono che l'unico vegetale commestibile è uno strano ed enorme fungo che cresce sotto gli alberi. Ben presto chi si ciberà del fungo non potrà più farne a meno dando vita a una mostruosa automutazione in enormi e bubbosi funghi.

Nonostante l'excursus anomalo per un regista abituato al cinema spettacolare e disimpegnato, lo sviluppo della trama appare perfetto con un crescendo esaltato ancor di più dalla graduale trasformazione psicologica dei personaggi tra cui spicca senza dubbio Kumi Mizuno, splendida quanto inquietante regina del bel canto radiofonico. In particolare le atmosfere del film cambiano in continuazione, si parte dal lato quasi comico dell'inizio in barca, passando all'horror fino all'apocalisse lisergica del finale dove tutto assume un'atmosfera di fiaba mescolata con acido lisergico, a questo punto si riesce a giustificare tutto, anche i mostruosi e gommosi uomini fungo che si aggirano nei boschi ridendo con quel tono cavernoso difficile da dimenticare.

Per quanto riguarda invece le metafore sarebbe troppo facile limitarsi al gioco di ruolo tenuto dalla solita bomba atomica rappresentata dall'uomo fungo, qui entrano in gioco attacchi alla società borghese e allo smodato sviluppo della droga nel tessuto sociale nipponico. A mio parere, metafore a parte, il tutto si risolve in un mirabile, affascinante e sentito omaggio al cinema di fantascienza occidentale e ad un certo tipo di fantasociale che avrebbe di lì a poco preso piede con successo nel cinema di genere mondiale. 

 

mercoledì, 15 ottobre 2008

JING WU MEN (It. Dalla Cina con Furore, 1972)

Di tutta la sconfinata filmografia di Bruce Lee questo è sicuramente il titolo, commercialmente parlando, più famoso, l'opera che gli permise di esplodere in tutto il mondo come il signore incontrastato delle arti marziali, un film che portò un nuovo genere alla ribalta, fuori dai confini asiatici.

Successo a parte, siamo ovviamente di fronte ad un prodotto di nicchia, una pellicola di serie B sotto tutti gli aspetti ma che, attraverso un'interazione storica assume connotati davvero speciali. Non a caso si apre con una didascalia che individua il periodo storico della Cina durante l'occupazione giapponese, un'occupazione sgradita e avvilente per il popolo della muraglia, che arriva addirittura ad appioppare cartelli davanti ai parchi in cui si vieta l'accesso ai "cani e ai cinesi". Il resto della storia vede una sorta di vendetta da parte del buon Chen, allievo modello di una scuola di King Fu di Shangai a cui hanno avvelenato l'amato maestro. Struggente apertura iniziale con  Bruce Lee che si butta sulla tomba del vecchio lordandosi fino al collo nella melma nel tentativo di togliere la terra che ricopre la bara. Successivamente il nostro assumerà una connotazione quasi da serial killer appendendo le vittime dei suoi colpi mortali ai lampioni, fuggendo nelle tenebre della periferia e cibarsi di una cosa strana che sembra quasi un (gulp!) cane arrostito.

Ma chi invece si tiene ben nascosta anche dal punto di vista recitativo è la protagonista femminile Nora Miao, priva di qualsiasi espressività anche nei momenti più caldi. Del resto l'unica cosa espressiva nel film è la prorompente fisicità di Bruce, i suoi pettoralini scolpiti e nerboruti tanto diversi dai palloni gonfiati dagli steroidi, le sue mani assassine, i salti, gli urletti in sottofondo, il doppiaggio in ritardo. Tutte cose che hanno contribuito a trascinare nel mito questo piccolo eroe dagli occhi a mandorla e dalla vita contrastata da fatiche immani e sforzi assurdi che lo portarono di seguito ad una tragica fine. La musica di sottofondo sembra rievocare ironicamente Ennio Morricone e i suoi celebri motivi western mentre regia e sceneggiatura sono affidati a Wei Lo, regista distante mille miglia dall'autorialità di molti suoi connazionali dell'epoca. Nel Finale Lee affronta addirittura un marcantonio occidentale (Robert Baker) in grado di piegare il ferro con le braccia mentre la chiusura del film con il fermo immagine del protagonista a mezz'aria intento a scagliarsi contro i suoi persecutori armati rivela l'eroismo proprio di un personaggio uscito dall'anonimato del suo recinto orientale per fregiarsi dell'iconografia di un mito ancor oggi immortale.
 

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mercoledì, 30 aprile 2008

SYMPATHY FOR MR. VENGEANCE (Boksuneun naui geot, 2002)

Il primo della ormai arcinota trilogia della vendetta realizzata dal regista coreano Chan-wook Park è una pellicola dai toni freddi e sepolcrali, lenta nel suo graduale procedere verso una tragedia dai toni shakespeariani che non conosce curve di cambiamento. Nel cinema di Park l'inevitabilità del destino è un dogma scritto a caratteri purpurei dove la vita fa a cambio con la morte attraverso il grottesco procedere della vita. Personaggi muti e personaggi parlanti, scene silenziose dove raramente la musica fa capolino ma dove il sangue e le ferite si aprono in modo copioso irrorando il fiume, portatore di vita e dispensatore di morte. Il film parte dal cupo e lento movimento degli operai in fabbrica e ci trasporta in uno squallido appartamento dove un ragazzo sordomuto dai capelli verdi non esita a rivolgersi a loschi trafficanti di organi pur di donare un rene all'amata sorella. E quando Ryu (Ha-kyun Shin) si sveglia in una pozzanghera con una cicatrice al fianco il dolore esplode e porta la disperazione verso un progetto di rapimento ai danni di un facoltoso imprenditore (Kang-ho Song).

Fratello e sorella rapiscono la sua bambina ma per uno sfortunato incidente questa annega nel fiume mentre Ryu seppelisce la sorella fra i sassi. Da qui inizia la ricerca della vendetta del padre mentre Ryu stesso, armato di mazza, cercherà anche lui di placare la sua sete di sangue sterminando i trafficanti. Ma alla fine la vendetta assume i contorni del destino stesso a cui non si può resistere e la morte diventa una parte di noi a cui non si può dire di no.

La fotografia sporca, le lunghe sequenze fisse, la recitazione a tratti quasi grottesca fanno di questo titolo un imperdibile omaggio al dolore ed al sangue, un film che resta dentro, che colpisce allo stomaco e alla mente e non lascia spazio, nella nostra memoria, se non per ricordarci quei duri volti sofferenti in cui non esiste riscatto ma solo la dura e feroce realtà.

 

venerdì, 18 aprile 2008

DRAGON WARS (2007)

Il sottotitolo ideale, per questa sorta di blockbuster coreano, potrebbe essere "come buttare miliardi giù da un palazzo", si perchè nonostante la notevole forza visiva delle immagini e degli effetti visivi (comune però a quasi tutti i videogame di ultima generazione) il film di Hyung-rae Shim ha più buchi di sceneggiatura di quanti ne fa il gigantesco serpentone protagonista mentre striscia sul grattacielo in una delle scene più spettacolari. Ispirato ad una serie di leggende coreane, il plot segue un'ambientazione occidentale poco credibile nonostante l'ampio utilizzo di attori americani,strategia meramente commerciale per vendere il prodotto al mercato estero. Già è triste dover rinunciare alla propria nazionalità, se poi i personaggi non sono neanche in sintonia con la storia raccontata, nonostante l'espediente di renderli reincarnazioni di antichi guerrieri con gli occhi a mandorla, raggiunge il sublime della pochezza.

La storia racconta di un'antica leggenda in cui i dragoni tornano dopo 500 anni per catturare una donna con il simbolo del serpente tatuato sulla spalla. A questo punto sembra che dall'estremo oriente, i personaggi si reincarnino in giovani americani di Los Angeles con un enorne cobra realizzato in 3d che cerca in tutti i modi di far fuori i nostri eroi. Lasciando perdere i cambi di scena incongruenti (i due ragazzi passano dalla città alla spiaggia senza apparente motivo) mancano totalmente le caratterizzazioni e nonostante gli effetti digitali siano molto belli, dopo un pò stufano e si arriva al grottesco duello finale tra mostri che risulta invedibile. Insomma dopo appena un'ora ci si è già rotti le palle di vedere morte e distruzione proprinati così allegramente senza un vero e proprio colpo di scena. Si salva solo la sequenza in flashback all'inizio (in cui gli attori sono tutti orientali) e l'assalto alla città da parte dell'orda mostruosa.

La domanda che sorge a questo punto è: "ma un buon sceneggiatore costa così tanto? Non si poteva comprarne uno in più e lasciar perdere qualche mostriciattolo di troppo?"

In un'ultima analisi Dragon War è un film che passa come acqua fresca, senza lasciare traccia ed agli appassionati di Giant Monster Movie non resta altro che tornare a guardarsi i vecchi film di Godzilla, dove almeno il ridicolo è già talmente palese che almeno ci si diverte.

Qua si rischia invece di sbadigliare talmente forte da superare le notevoli urla dei mostri!  

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lunedì, 31 marzo 2008

THE HOST (Gwoemul, 2006)

Che l'Italia sia uno dei pochissimi paesi dove questo spettacolare monster movie coreano non sia stato distruìibuito, la dice lunga sulla condizione penosa della distribuzione cinematografica nostrana. Polemiche a parte, siamo di fronte ad una ennesima dura lezione da parte del cinema orientale, capace di alternare sonore boiate a opere di una bellezza estrema come, in questo caso, l'opera di Joon-ho Bong che rispolvera a piene mani i bei tempi antichi dei mostri giganti, turpi mutazioni generate dall'incuria umana. In questo specifico caso, poi, vi aggiunge una notevole carica ironica che non svilisce il prodotto finale ma che, anzi lo esalta e lo arricchisce rendendo il tutto un capitolo fondamentale della nuova sci-fi. In realtà l'ironia viene determinata sopratutto da contenuti che estremizzano l'allarmismo generale promosso da sedicenti virus come l'aviaria e la SARS che vanno e vengono per l'aria ma che di fatto, generano solo panico e null'altro. Questa situazione paradossale viene mirabilmente esemplificata in The Host con la cieca ottusità dei militari, complice il governo Americano, che non esitano a scatenare il pandemonio per debellare un'infezione che, in realtà non è mai esistita. Siamo sul fiume Han, in una tranquilla giornata di sole che si trasforma improvvisamente in un incubo a ciel sereno con l'apparizione di un gigantesco anfibio mutante generato da un eccesso di formaldeide versata senza alcun motivo da un gruppo di medici (ovviamente chi ordina il misfatto è un americano). La creatura diffonderà morte e terrore ma anche la psicosi di un virus che attacca chi viene a contatto con il mostro. Questa psicosi viene esemplificata in una scena di grande cinema dove un gruppo di passanti, tutti dotati di mascherina, ascolta per radio come si manifestano i sintomi del morbo, ovvero un normale raffreddore. A un certo punto uno comincia a tossire, sputa in una pozzanghera, una macchina passa e spruzza i passanti generando il panico.

Il resto del film vede la famiglia Park alla ricerca della figlioletta Hyun seo (Ah-sung Ko) rapita dal mostro e nascosta in un canale di scolo. Due ore di adrenalina pura, momenti geniali e neanche la minima traccia di cadute di stile. La creatura, realizzata in 3d, si muove benissimo tra la folla e nelle limacciose acque del fiume, i personaggi vengono ben caratterizzati all'interno di una fotografia piovosa e cupa in stile Blade Runner incastonata in un groviglio urbano di ponti, grattacieli e strutture modernissime.

Bong attualizza il monster movie alla youtube generation che, alle apparizioni del mostro, guarda curiosa e divertita e riprende con il cellulare. Un film già cult ovunque, uno dei veri e propri capolavori del nuovo millennio. Da scoprire e amare! 

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martedì, 04 marzo 2008

GODZILLA VS. MEGALON (Gojira tai Megaro, 1973)

Considerato a torto (ce ne sono ben di peggio, fidatevi!) uno dei più brutti episodi della serie Kaiju Eiga, il film di Jun Fukuda è in realtà un minestrone kitsch di puro delirio anni '70 a cui non si può negare, nonostante le ingenuità tipiche del genere, una buona resa spettacolare dell'insieme. Certo, in alcuni momenti rasenta il delirio più assoluto ma è un film di continua azione tra inseguimenti, botte da orbi tra mostri e uomini, esplosioni, raggi laser e un tripudio di mostri giganti che se le danno di santa ragione. Le prime immagini vedono un bambino nippo che naviga su un lago a bordo di un pedalò a forma di clown, sulla riva il padre, il professor Goro (Katsuhiko Sasaki) ed il fratello assistono a un terremoto ed al ribollire delle acque. Nota ironica, in questo film i tre protagonisti sono tutti maschili (e in effetti non c'è una donna in tutta la pellicola) quasi a voler individuare una sorta di famiglia omosessuale di cui tanto si discute al giorno d'oggi. Disquisizioni sociologiche a parte, in Godzilla vs. Megalon si respira un'aria di misoginia preponderante che in un film per bambini assume connotazioni quasi allarmanti. In ogni caso si prosegue in forma di spy story, al professor Goro cercano di fregare l'arma segreta, un robottone colorato dal ghigno stampato sulla maschera d'argento che si chiama Jet Jaguar, i cattivi in questione sono i setoniani, il cui capo veste con la toga e l'aureola romana ed ha un vice vestito come il cameriere di un albergo di lusso.

Gli alieni, incazzati per gli esperimenti atomici terrestri inviano il loro scarafaggione gigante Megalon (un bellissimo costume in verità) a distruggere il pianeta. I tre protagonisti, dopo varie peripezie, riescono a riprendere il controllo di Jet Jaguar e lo mandano a chiamare Godzillla sull'isola dei mostri. Come in ogni sano scontro che si rispetti, gli avversari devono essere equiparati e quindi i setoniani si fanno spedire da Venere Gaigan, una specie di pollo con le braccia ad uncino. L'ultima mezz'ora vede il combattimento a quattro, fra balzi, cazzotti, voli pindarici, fiamme, bombe e sfracazzamenti, i buoni trionferanno, Godzilla saluterà tutti  e buona notte al secchio. Certo, non ci si può aspettare da un kaiju eiga, profonde riflessioni metacinematografiche e del resto è bello così. Il fascino dei modellini di cartapesta che esplodono è sempre magnetico, vedere poi Megalon preso per la coda e sbattuto al suolo dal nostro amato lucertolone rasenta il sublime del nulla in celluloide, rimangono i quadranti coi led, i raggi laser disegnati su pellicola e i carrarmatini dell'esercito che prendono fuoco. Ma che vogliamo di più?

lunedì, 24 dicembre 2007

THE HORRORS OF MALFORMED MAN

(Edogawa ranpo taizen: Kyofu kikei ningen, 1969)

Tratto dai deliranti racconti dello scrittore Rampo Edogawa, questo film di Teruo Ishii è un vero trip allucinogeno che trasporta lo spettatore direttamente nel limbo colorato e trasgressivo della deviazione più marcata. Tutto inizia in una specie di manicomio dove una tizia urlante cerca di accoltellare Hitomi (Teruo Yoshida), un neolaureato in medicina affetto da amnesia. Ma il coltello è finto ed il giovane viene ricondotto nella sua cella dalle guardie. Una notte un'altro ospite cerca di ucciderlo veramente ma Hitomi se ne libera e fugge dalla gabbia, incontra una ragazza di un circo che canticchia una nenia familiare ma subito dopo viene uccisa misteriosamente e Hitomi viene accusato dell'omicidio. Truccatosi, il giovane finisce sulla costa dove scopre che un tal Genzaburou, somigliante a lui come una goccia d'acqua, è appena deceduto. Ed infatti Hitomi, giunto al cimitero dove è sepolto il tipo per scoprire se ha il suo stesso tatuaggio sul piede, viene scambiato per il morto risorto e si  inserisce nella sua famiglia, dove scopre che il padre, il dottor Jogoro Komodo (Tatsumi Hijikata) è un mostruoso freak dalle mani palmate isolato da tutti su un atollo che Hitomi ricorda nelle sue visioni.

Dopo alcuni fatti strani e la morte della moglie, Hitomi decide di andare a far visita al padre che in realtà è anche suo genitore visto che il suo sosia è anche suo fratello gemello. Sull'isola Hitomi scopre che il mostro sta creando un esercito di esseri deformi manipolando delle persone rapite sulla terraferma e che lui è stato mandato a studiare medicina per aiutarlo in questo folle progetto. Il bello è che tutto nasce dal tradimento della di lui moglie, messa poi in catene in una grotta a cibarsi di granchi.

Il finale vede l'esplosione in cielo di Hitomi e di una tizia che scopre essere sua cugina, con cui ha avuto rapporti incestuosi dopo averla separata dal gemello siamese a cui era incollata.

Se non ci avete capito niente della trama non è importante, anche perchè credo sia un'impresa veramente ardua (ed inutile) cercare un senso in un film dove  bisogna invece abbandonarsi alle assurde coreografie di donne argentate che nuotano nell'acqua, mostri con la faccia piena di farina che si agitano, al mostruoso Komodo che danza davanti a schiume di onde infrante sugli scogli. Il tutto in un'opera controversa, bannata per anni in Giappone e maledetta dai più per l'estro e la voglia di osare un linguaggio diverso. Non aspettatevi fiumi di sangue, combattimenti marziali o erotismo zen, in realtà qua c'è tutto e niente. Rimandi a "L'isola del dr. Moreau", scene grottesche e a tratti anche ilari ma sopratutto un gran guazzabuglio di situazioni e intrighi di cui si perde il filo logico quasi subito.

Uscito in dvd in versione inglese sottotitolata, Horrors of malformed man è un film curioso e bizzarro che vale la pena vedere almeno una volta nella vita ma è anche un film su cui è quasi impossibile dare un giudizio che non sia quello puramente estetico. Molte cose sono di maniera ed il kitsch abbonda  ma se siete amanti del cinema nippo allora è un titolo imperdibile, evitate, però, di assumere acidi prima della visione.

 

lunedì, 24 dicembre 2007

VIRUS, FUKKATSU NO HI

(Ultimo Rifugio Antartide, 1980)

Tratto da un libro di Sakyo Komatsu, questo proto-kolossal giapponese degli anni ottanta è quanto di più apocalittico possiamo trovare nella cinematografia del genere. E non parlo di effetti speciali, distruzioni o esplosioni (a parte quelle atomiche, le solite, di repertorio) che invero sono del tutto assenti. Qua l'apocalisse rappresenta l'odio puro verso la razza umana all'interno di questi 100 e passa minuti (ma il film all'origine dura due ore e mezza) attraverso una rilettura catastrofico fantascientifica che mescola sapientemente guerra batterologica con ecatombe nucleare. Insomma, per Kinji Fukasaku, autore mai troppo rimpianto, la fine del mondo scatenerà tutti i mali dell'uomo, anche in modo beffardo, come esprime il bellissimo finale, senza alcuna possibilità di sopravvivenza.

Un virus batteriologico viene sparso nell'aria dopo un incidente aereo, e dopo tre giorni in cui assistiamo al decadimento di tutte le città del mondo (paradossalmente la prima a capitolare è Milano!), il presidente degli Stati Uniti Glenn Ford manda un messaggio nelle varie basi dell'Antartide, unici luoghi dove il virus non è arrivato. Sono loro gli unici che sopravviveranno con il compito di ripopolare la razza umana. Ed infatti, in una sequenza allucinante nella sua semplicità, vediamo panoramiche delle capitali terrestri con i numeri dei morti in sovrimpressione. A questo punto gli 863 uomini sopravvissuti fra i ghiacci hanno solo 8 donne con cui ricominciare da capo. Non è facile, ci sono i primi stupri, sottomarini carichi di appestati pronti a sbarcare se non ci fosse il comandante inglese Chuck Connors a silurarli.

E infine qualcuno ha lasciato aperti i bocchettoni dei missili nucleari a Washington ed un terremoto minaccia di farli partire. L'ultima missione della terra è, quindi, quella di andare a disinnescarli, ma paradossalmente saranno proprio i due prescelti: il Maggiore Bo Svenson e il dottor Masao Kusakari a dare il "la" di partenza all'ultima apocalisse. "Ci abbiamo provato" recita l'ammiraglio George Kennedy via radio mentre il buon Kusaraki, dopo aver inciampato e, innavertitamente, pigiato il bottone fatale, si rode il fegato per aver decretato la fine della razza umana sulla terra. Non si sa se è lui, la sagoma vestita di stracci che arranca nel deserto durante i titoli di testa, ma il sospetto è molto forte.

Fukasaku, che ci ha regalato prima di morire un'altra feroce rilettura della società con Battle Royale organizza un megabudget e mette in piedi un cast internazionale assolutamente di prim'ordine con attori, oltre a quelli sopracitati, come Henry Silva, la splendida Olivia Hussey e Robert Vaughn, , ma riesce in modo assolutamente geniale, a non farsi coinvolgere dalla commercialità generale di questo tipo di produzioni, mantenendo un'aura da cinema indipendente per un film unico, bellissimo e dimenticato da tutti. Da riscoprire assolutamente!  

 

postato da: albylupo alle ore 07:43 | Permalink | commenti (1)
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