mercoledì, 11 novembre 2009
PROLOGO
Quando si recensiscono certi pezzi da novanta della cinematografia "trash" italiana bisognerebbe scrivere in posizione "adorante" col viso rivolto verso terra e le gambe inginocchiate, difatti è questa la posizione assunta dal sottoscritto per scrivere la sua seconda recensione del capolavoro di Marco Antonio Andolfi.
La prima recensione potete trovarla
qui.


LA CROCE DALLE SETTE PIETRE (1987)




Finanziato inspiegabilmente con contributi statali, "La croce dalle sette pietre" è un film talmente brutto e malfatto da essere oggi giorno considerato uno dei cult assoluti del cinema horror, innanzitutto per la curiosa commistione tra film di licantropi, satanismo e Camorra story, al punto da essere conosciuto anche come "L'uomo lupo contro la camorra" , poi sicuramente per l'imbarazzante recitazione, i clamorosi buchi di sceneggiatura e gli osceni effetti speciali, tutte cose realizzate personalmente dal nostro regista che scrive, produce  e interpreta il protagonista (sotto lo pseudonimo di Eddy Endolf) Marco Sartori, bancario romano che giunge a Napoli per rivedere la cugina Carmela.



Ma andiamo con ordine: Il film inizia subito elegantemente offrendoci la sublime vista di una serie di normalissime cantine da condominio, in una delle quali un gigionesco Gordon Mitchell sta organizzando un festino satanico per richiedere la venuta del demone Aborym (rappresentato qui come un grottesco chewbacca). Tra un ciccione che cerca in modo goffo di baciare le zinne a una tipa tutta fetish ed un incappucciato che passa la serata a frustare un altra ragazza mentre questa geme dal piacere ("Il tuo dolore è il mio piacere"), arriva il signore delle tenebre con una maschera da scimmia visibilmente di gomma e un costume di lana alquanto infeltrito.
Dopo esserci divertiti con le ridicole facce del buon Mitchell che sembra isterico mentre recita "Aborì vieni qui!!!... Subito!!!!...Ora!!!  Partono i titoli di testa. 
A questo punto appare d'obbligo una riflessione: il film è talmente povero e girato con una pellicola scaduta che, nonostante sia databile nei tardi anni ottanta, sembra uscito direttamente verso la metà degli anni settanta (e non è volutamente retrò).
Marco Sartori arriva alla stazione di Napoli, incontra la cugina Carmela, il dialogo si rivela assolutamente inutile e ci fa da subito capire che quanto scritto in questo canovaccio potrebbe essere rimescolato e utilizzato in qualsiasi altro punto del film senza cambiare una virgola del significato intrinseco dello stesso (il che accade praticamente per tutti i dialoghi della scemeggiatura).
A questo punto la scena cambia e vediamo Mitchell in giacca e cravatta posare in modo statuario sulla spiaggia per una sequenza che avrei visto bene in Gomorra con due tizi che si passano la roba giunta da un ragazzino perplesso che cammina quasi avesse la bici senza sellino. I due si fanno sulla scogliera mentre Mitchell ghigna oscenamente (Mamma mia, è proprio cattivo questo qua!).
Marco e Carmella vanno al bar a fare colazione, lei ordina un caffè senza zucchero e va a fare una telefonata in uno di quegli antichissimi apparecchi a gettoni. Dopodichè passeggiano per le strade, arrivano due (quelli che si stavano "perando" prima probabilmente) in motorino e  fottono a  Marco una catenina che teneva appesa al collo, una scena che succede spesso a Napoli, solo che il nostro eroe si dispera in maniera decisamente esagerata e fa intervenire la polizia per inseguire gli scippatori.
Carmela a questo punto scompare inspiegabilmente e non la rivedremo più per tutto il film, in realtà era una finta Carmela, amica della vera cugina che si era spacciata per lei allo scopo di conoscere il bel giovinotto (visto che la cugina gli aveva parlato della visita di Marco). Prendiamo quindi buono questo pretesto per l'uscita di scena di Carmela e proseguiamo con Marco che si reca in una discoteca dove conosce Maria (Annie Belle) una giovane escort che scopre subito di essere innamorata di lui, non si sa per quale motivo, succede...a Napoli!



Marco viene prelevato e malmenato da un gruppo di energumeni, riesce però a scoprire che il ricettatore Totonno 'o cafone (un personaggio ma sopratutto un nome mitico!) potrebbe avere la croce gemmata. Si reca quindi in piena notte a picchiare i pugni a casa di Totonno ma questi dopo averlo insultato in napoletano rivela di non avere più la croce ma di averla venduta a Don Raffaele Esposito, boss della camorra di Torre Annunziata.
Finalmente giunge la prima trasformazione di Marco anche se non la vediamo direttamente,  ci basta ammirare il risultato, dovete infatti sapere che il lupo mannaro, in questo film, viene rappresentato come un uomo completamente nudo ad eccezione di una sorta di parruccone di lana di vetro che gli copre il viso fino all'altezza del naso, Andolfi non mette neanche dei denti finti, per ovviare al problema si limita a digrignare in continuazione emettendo un suono simile ad uno squittio, la peluria copre quindi le mani e il pisello creando quello che forse è il più ridicolo licantropo della storia del cinema. Le apparizioni del mostro si alternano con brevi primi piani di un simpatico cagnolino che forse nelle intenzioni del regista doveva rappresentare la dualità tra l'uomo e la bestia.



In ogni caso il licantropo assale Totonno che, senza essere praticamente toccato, cade a terra e si scioglie tutto in una mirabile dissolvenza realizzata mettendo un manichino in un forno a 180 gradi.
Ma il colpo di genio totale è che il mostro quando è ancora umano risulta vestito, poi diventa nudo (non ci è dato di sapere che fine hanno fatto gli abiti) e quando ritorna normale è di nuovo vestito come prima!!!
Marco torna a casa sua e si mette a letto, nel sonno continua a ripetere il nome di Don Raffaele Esposito quasi ne fosse innamorato mentre sullo schermo scorre quello che vorrebbe essere una sorta di sogno ma in realtà è un arzigogolato montaggio di sequenze passate, presenti e future del film, in pratica Andolfi ci fa vedere un sunto del film di modo che, molto onestamente a mio avviso, se quello che vedremo non ci piace ce ne possiamo anche andare via subito, a riprova che questo spettacolo è riservato a persone dal palato fine e non dal popolo bue ignorante che non è in grado di apprezzare la nouvelle vague del cinema sperimentale di genere!
Accompagnato da Maria, che chissà come e chissà perchè gli si è appiccicata addosso, Sartori si reca Torre Annunziata e, siccome il modo migliore per rintracciare i camorristi è l'approccio diretto, si ferma ad un bar e chiede molto gentilmente dove può trovare Don Raffaele. 
Arrivano subito due sgherri del don che lo prelevano e lo portano in una villa, Maria li tallona e, dotata di poteri magici (evidentemente) si intrufola nella villa dove assiste ad un raffinato dialogo campano tra due guardie (una con sofisticati calzini rossi) che concludono la loro diatriba con la tipica espressione gergale dei camorristi, ovvero "Jammè a vedè Maradona!!!"   
Don Raffaè riceve il giovane ma non crede che lui sia venuto solo per la croce pur essendo armato di "una penna e nu fazzoletto bah!" quindi lo fa ammanettare e malmenare dai suoi uomini, siccome Sartori non parla, il boss chiama i siciliani, vediamo quindi George Ardisson nella parte di un credibilissimo mafioso anglo siculo che gli inietta il siero della verità, peccato che improvvisamente sorga la luna piena e finalmente assistiamo alla trasmutazione in dissolvenza del volto di Andolfi, probabilmente Jack P. Pierce a questo punto si sarebbe rivoltato nella tomba assistendo alla eterna e sfiancante (almeno per lo spettatore) trasformazione "un pelo alla volta" della faccia digrignante del nostro eroe, contrassegnata da continui ululati che sembrano uscire da un megafono alla stazione della metropolitana.
Il mostro compie un massacro (dipende dai punti di vista dal momento che appena tocca qualcuno questo muore senza motivo), Maria lo recupera ma ancora niente croce. Attraverso un flashback vediamo finalmente a che minchia serve sta croce gemmata! La mamma di Marco era una seguace di Aborym e dopo aver copulato con lui in una scena eccitante quanto una colonscopia ha dato alla luce il nostro protagonista (ovviamente biondo da bambino nonostante il protagonista in età adulta sia improvvisamente diventato castano scuro) mettendogli sta croce al collo per evitargli di prendere la mostruosa strada paterna. Entra in scena aborym e con una voce che sembra appartenere ad un alcolizzato dell'oltretomba piuttosto che ad un demone, da della sgualdrina alla donna e gli fa esplodere lo stomaco.
Adesso è tutto più chiaro, ma la croce è stata donata ad una fattucchiera da cui si reca Marco. Dopo un dialogo imbarazzante in cui Andolfi sembra essersi improvvisamente addormentato (vedere per credere!) questa gli dice che bisogna aspettare non si sa cosa, poi i due si spogliano (anche se lui è attivo come una cozza) e fanno sesso (massì va passiamo il tempo in modo piacevole), Marco mentre la sta penetrando (almeno pare ma vista la posizione che assumono non ci giurerei) si trasforma, riempie di bava schiumosa la tipa urlante e la deflora a morte (si, insomma si vede il sangue sulle parti intime della donna).



Maria giunge sul luogo del delitto, trova la croce e anche la bestia che gli mette le mani al collo, molto tranquillamente direi, ed altrettanto con calma la ragazza, senza provare alcun patema nonostante sia molto prossima alla morte, gli allaccia la croce al collo ponendo fine alla maledizione.
A questo punto è tempo che i cattivi muoiano e quindi Gordon Mitchell fa un incidente in auto tutto da solo, muore e la gente che lo soccorre assiste alla sua istantanea decomposizione. 
Lieto fine con retrogusto cattolico e gita papale inclusa per la nostra coppia (è noto che i figli del demonio si rechino spesso a far visita al Papa) mentre i titoli di coda scorrono davanti alla cupola di San Pietro.
Attore espressivo quanto una colata di cemento, sceneggiatore di fotoromanzi e raffinato regista, Marco Antonio Andolfi, inspiegabilmente,  non ha più lavorato nel cinema fino al 2008 quando, dopo essersi reso conto che qualcuno aveva rivalutato la sua schifezza, ha deciso di realizzare una sorta di mediometraggio sequel dal titolo "
Riecco Aborym", intimistica rilettura del mito intervallato da scene riprese dal film originale, insomma nonostante gli anni Andolfi non ha perso la sua straordinaria capacità di allungare il brodo trasformando la merda in oro colato!

EPILOGO
Finalmente la recensione è finita, posso tornare alla mia posizione normale pur conservando negli occhi quella punta di commozione inevitabile quando si parla di certi capolavori (sigh!). Ovviamente è d'obbligo la visione del film in posizione canonica!


mercoledì, 28 ottobre 2009
LA CODA DELLO SCORPIONE (1971)



Personaggio di spicco nel cinema di genere italiano, Sergio Martino ha sempre avuto il merito di offrire, oltre ad una consolidata maestranza come regista, anche un certo gusto per la sperimentazione visiva e la narrazione dinamica. Non a caso, negli anni settanta firma uno dietro l'altro una serie di veri e propri capolavori cult come Tutti i colori del buio , Giovannona coscialunga, disonorata con onore, spaziando dalla fantascienza (L'isola degli uomini pesce) all'eco vengeance (Il fiume del grande caimano) al cinema d'avventura ( La montagna del dio cannibale) al western ( Mannaja) fino al lacrimarello (La bellissima estate ) con una caratteristica comune a quasi tutta la sua filmografia: tutti i suoi titoli sono considerati dei classici. Non c'è quindi solo mestiere nel cinema di Martino, ma una identità precisa che lo rende unico ed inimitabile nel panorama della settima arte. Non a caso anche questo "La coda dello Scorpione" ha una marcia in più nonostante non sia considerato uno dei suoi titoli di spicco.



La dinamica del giallo, lo sviluppo della trama, gli ottimi attori e una visionarietà che salta fuori spesso e volentieri in inquadrature non convenzionali, rendono questo film un pregevole esempio di puro divertissement per il pubblico e un buon giallo che ha notevolmente scavalcato i confini nazionali diventando un titolo di punta per molti registi d'oltreoceano (Tarantino in primis...vabbè ma questo si sa). Girato successivamente a
Lo strano vizio della Signora Wardh, doveva in origine  vedere protagonista ancora Edwige Fenech ma la maternità dell'attrice rese impossibile il suo ingresso nel cast, così Martino ripiegò nella neo esordiente Anita Strindberg che si era già fatta notare nel film Una lucertola con la pelle di donna sopratutto per il suo seno scultoreo e visibilmente rifatto, cosa che a quei tempi era un'assoluta novità. Il viso nordico e il corpo mozzafiato dell'attrice svedese irrompono quindi da protagonisti in una truce storia di omicidi legati ad un'assicurazione sulla vita da riscuotere con George Hilton nei panni di un agente assicurativo e il bravo Luigi Pistilli che stranamente ricopre un ruolo positivo (L'ispettore di polizia).



Splendidi scenari greci costituiscono le location principali, ardite inquadrature, soggettive, qualche nudo e un pò di stilettate qua e la farciscono l'opera e la rendono un gustoso prodotto per divertirsi ma che non rinuncia decisamente alla sua dignità stilistica.
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mercoledì, 21 ottobre 2009
I COLTELLI DEL VENDICATORE (1966)




Decisamente Mario Bava doveva avere una fissa con le vecchie, in quasi tutti i film del maestro si ritrova una vecchia megera, spesso e volentieri nel parte del mostro di turno (I Tre Volti della paura, Operazione Paura), qualche volta come elemento di inquietudine (la vecchietta morta in "La ragazza che sapeva troppo") e altre volte in apertura del film a snocciolare terribili profezie come nel caso di questo "Viking movie" che vede protagonista il muscoloso attore americano Cameron Mitchell.



Il film inizia su una spiaggia dove la vecchia strega profetizza alla regina Karin (
Elissa Pichelli) e il figlioletto Moki (Luciano Pollentin) perseguitati dal perfido Hagen (Fausto Tozzi), bandito con mire di potere a capo di una banda di tagliagole a cavallo. Hagen, approfittando dell'assenza di Re Harald (il sempiterno Giacomo Rossi-Stuart) vuole infatti catturare la regina e il principe e prendere possesso del regno. I due fuggiaschi si ritirano in una specie di baita dove incontrano il solitario Rurik (Mitchell) il quale, abilissimo nel lancio di coltelli fa sfumare i tentativi di cattura da parte di Hagen. Peccato che il nostro eroe, in passato, per una questione d'onore avesse già massacrato tutto il popolo di Re Harald nonchè violentato la stessa regina (che non può riconoscerlo in quanto era mascherato durante il fattaccio).



Come si vede la trama è molto articolata, ciononostante Bava mette in segna un buon film d'avventura che, senza particolari guizzi, si mantiene al di sopra degli standard del film di genere di allora, offrendo puro intrattenimento ma anche la solita splendida fotografia, ottimi attori e scenografie minimali ma interessanti. Non il miglior Bava, ovviamente, ma una prova tangibile della sua destrezza nello spaziare in vari generi mantenendo sempre in prima posizione la qualità del racconto per immagini e anche una certa personalità visiva. Peculiarità assoluta dei grandi maestri italiani del film di genere, ma anche peculiarità, purtroppo, del passato. 
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mercoledì, 02 settembre 2009

IL PIANETA DEGLI UOMINI SPENTI (1961)

Per un periodo relativamente breve (tralasciando comunque il filone post-atomico e il fantasy), anche il cinema italiano conobbe la fantascienza attraverso Mario Bava ed il suo "Terrore nello spazio" ma sopratutto grazie ad Antonio Margheriti che, coraggiosamente, presentò al mondo una serie di film dotati di grandi idee ma straordinariamente poveri nella loro messa in scena.

Fra questi "Il pianeta degli Uomini Spenti" stupisce per intelligenza e verve creativa del suo insieme, purtroppo penalizzato da battaglie stellari che sembra fatte col cartone e rappresentazioni aliene un pò ridicole sopratutto nel finale. Uscito successivamente al suo primo tentativo di space Opera "Spaceman", affronta il tema del pianeta morto che Bava rielaborerà 4 anni dopo con il suo capolavoro, rispetto al film di Bava però, dove erano i terrestri a giungere sul pianeta, qua è l'intero pianeta, mosso da volontà aliene ormai estinte, a minacciare la terra in forma di gigantesco Meteorite vivente che spara dischi volanti ogni qualvolta la terra tenti di avvicinarvisi. La poetica della civiltà morta che attacca la terra quasi per inerzia rende bene il concetto formale dell'assolutà piccolezza del nostro pianeta nei confronti dell'universo e delle sue meraviglie.

Nel cast brilla in modo assoluto il grande "uomo invisibile" Claude Rains ormai avviato verso il declino sia fisico sia professionale ma ancora dotato di carica espressiva attraverso gli enormi occhiali a fondo di bottiglia che ne esaltano uno sguardo tra i più allucinati nella storia del cinema. La sua interpretazione da al film quella marcia in più che ne alimenta la profondità emozionale elevandolo a molto più di un semplice filmetto da guerra spaziale. Nel cast si riconoscono anche esordienti di allora che diventeranno famosi quali  Renzo Palmer, Umberto Orsini e Giuliano Gemma. Il film fu rieditato nel decennio successivo con il pessimo titolo "Battle of the worlds" tentando di spacciarlo sulla falsariga di Guerre stellari.

Per vederlo o scaricarlo (il film è in public domains) cliccate qui sotto  (versione inglese con sottotitoli in Ita da attivare)

http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Xvid&id=8713

 

 

giovedì, 30 luglio 2009

NUDA PER SATANA (1974)

E venne il delirio... come Renato Polselli e anche più, Luigi Batzella (alias Paolo Solvay) realizza una delle pellicole più aberranti ( dal punto di vista cinematografico) e demenziali (dal punto di vista narrativo) che si conosca nel panorama di genere degli anni '70. Quel che è peggio in "nuda per Satana" non è tanto la confusione e la noia che emergono prepotenti dai fotogrammi, quanto la fastidiosa autoreferenzialità di un mestierante decisamente al di sotto delle sue possibilità.Raggiungere vette così basse era difficile ma il tentare di vendere al mondo il fatto che si cerca di girare un film artistico è forse la peggior colpa di Batzella, del quale, a livello di opera cinematografica di serie Z, preferisco senz'altro il più divertente "La bestia in calore ".

Qui troviamo la formosa e decisamente poco espressiva Rita Calderoni, già attrice prediletta da Polselli in "Riti, magie nere e segrete orge nel trecento " e "Delirio caldo", che spalanca gli occhioni e le cosce nella scena più scult della storia, ovvero lei imprigionata in una ragnatela fatta di corde da pescatore, mentre urla e si dimena minacciata da un ridicolo ragno di peluche e fil di ferro che viene palesemente spinto dai tecnici fuori campo. Una scena talmente grottesca e inutilmente lunga, da rasentare il ridicolo ai massimi livelli.

Per il resto la trama non lascia molto spazio all'interesse dello spettatore. C'è questo medico (Stelio Candelli) che deve raggiungere un casolare, sbaglia casa e incontra quello che poi si tramuterà nel diavolo (James Harris) o qualcosa del genere. Dopo aver assistito ad un incidente sulla strada, il dottore estrae dall'auto Susan (La Calderoli) e la porta all'interno di un misterioso castello che scova nelle vicinanze. Dopo è tutto un susseguirsi di rincorse e incontri con degli apparenti doppelganger dei due protagonisti appartenenti a epoche diverse.Qui Batzella lavora più di montaggio che altro riproponendoci ossessivamente sempre le stesse scene, la noia quindi viene sbalzata dal deja vu e il deja vu trova il suo zenith quando i due si trovano in mezzo a deliranti orge in cui il diavolo vestito come il Mago Silvan ride in continuazione trastullandosi con ancelle ignude e amanti del body painting che ballano felici in mezzo alla spoglia scenografia di una stanza adornata con teschi e fiammelle. Tra una scena di sesso saffico ultrapatinato, una rincorsa nei cortili del castello girata da angolazioni ardite e la faccia del maggiordomo sghignazzante (Renato Lupi) il film procede stancamente verso il finale in cui si rivela tutto un sogno, si, un sogno...come quello dello spettatore di riavere i soldi del biglietto all'uscita del cinema!

 

venerdì, 03 luglio 2009

Morirai a mezzanotte (1986)

Dopo l’abboffata di gialli italiani degli anni settanta, il decennio successivo si dimostra alquanto avaro nel suo genere, con una preoccupante carenza di prodotti. Ci pensa quindi il buon Lamberto a portare avanti il thriller all’italiana, così dopo un discreto horror d’esordio dai toni D’amatiani quale era il gustoso Macabro e l'improvviso successo benedetto dal re Dario (Dèmoni) realizza, complice la produzione berlusconiana di ReteItalia, questo giallo ambientato nelle Marche, figlio dei cambiamenti di stile e di abbigliamento che influiscono negativamente però, alla confezione finale. Intendiamoci, non è che sia un bruttissimo film (un po’ brutto però si eh!) ma i protagonisti sembrano uscire direttamente dalla claque di Drive in, con sbirri in spolverino e Timberland, ragazze con la tutina da Flashdance , maglioni dolce vita e pettinature da brivido!

La storia inizia con un intreccio di amore e gelosia da parte di una coppia, lui (Leonardo Treviglio) la segue in un negozio, lei entra in camerino e da sotto la tendina spuntano le gambe di un altro (???) , lui se ne accorge e ci resta malissimo, gli aveva preso pure dei fiori (fiori? Seee, quattro foglie verdi senza un petalo), si incazza e a casa litigano, lei gli pianta un rompighiaccio sul petto e lui tenta di affogarla nella sciacquatura dei piatti, poi se ne va via. Lei rimane e si fa la doccia ma un misterioso assassino prende il rompighiaccio e la fa fuori sotto la doccia nel solito omaggio hitchcockiano assolutamente fuori luogo.

Il marito fuggitivo va a casa dell’amica (Valeria D'Obici), intanto il misterioso assasino prende le sembianze di un pazzo criminale morto in un incendio anni prima e comincia a sterminare tutte le tipe che trova in giro.

Alcuni momenti sono interessanti, la caccia nel vecchio teatro circense abbandonato, la tipa che si nasconde nelle cabine della spiaggia ma altre situazioni rasentano il ridicolo come la terza vittima che vede l’assassino nel museo di storia naturale e invece che fuggire va al telefono a gettoni per chiamare la polizia, la ragazza in casa da sola che tenta di difendersi con il frullatore o nel finale, il solito guardone che spunta all’improvviso e si becca una pugnalata allo stomaco, non muore ma rimane lì contro il muro ad ascolatre il poliziotto che spiega il movente degli omicidi invece di richiedere immediatamente l’intervento dell’ambulanza.

In ogni caso il film gode di una confezione da teleromanzo d'appendice motivata in parte dal fatto che in origine la pellicola era stata realizzata per la televisione e solo successivamente, ovvero appena dopo il successo di Demoni, proposta per il grande pubblico in sala.

In conclusione un thriller che si sviluppa tra alti e bassi,  ma con i bassi che gradualmente prendono il sopravvento, la fotografia è da soap opera, la musica di Simonetti distrugge le atmosfere invece che enfatizzarle e la sceneggiatura del pur bravo Dardano Sacchetti rivela solamente le necessità economiche di una committenza senza alcun interesse artistico. 

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categoria:anni 80, b movie, trash movie, horror anni 80, italian movies
venerdì, 26 giugno 2009

La ragazza che sapeva troppo (1963)

Sulle note di "Furore" ottimo brano pop cantato da Adriano Celentano, inizia uno dei film che determineranno per la prima volta in Italia le regole del giallo, quelle stesse regole seguite un pò da tutti i registi di genere del successivo decennio. Partendo da un titolo che ricalca esplicitamente il cinema Hitchcockiano, Mario Bava forgia in un cupo bianco e nero un vero e proprio incubo in celluloide, che, sopratutto nella prima mezz'ora lascia senza respiro. Bava in compagnia di Enzo Corbucci mette in scena, sette anni prima di L'uccello dalle piume di cristallo  la storia di un turista americano (in questo caso una donna,  l'attrice Letícia Román) che giunta in vacanza a Roma, ospite di una vecchia parente, finisce per passare una notte di puro terrore quando la vecchia muore nel suo letto (in una sequenza che Bava riprodurrà anche nel suo successivo capolavoro I tre volti della paura ).

La ragazza (che si chiama Nora) esce di casa per cercare soccorso ma trovatosi sola fra le antiche e deserte strade notturne della capitale, assiste all' omicidio di una donna. Nora cerca di allontanarsi ma inciampa e batte la testa, verso l'alba un uomo le passa accanto e le da da bere del whisky da una fiaschetta cosicchè il poliziotto che la trova stessa sul selciato pensa ad un'ubriacona di passaggio. Fortunatamente per Nora ci penserà l'aitante medico John Saxon ad aiutarla a scoprire il misterioso caso in cui è coinvolta, che ha come protagonista un fantomatico serial killer che uccide seguendo uno schema alfabetico.

Pur nella sua estrema semplicità strutturale, "La ragazza..." è un film che mantiene tutte le sue promesse, snocciolando emozioni a tutt'andare, arricchito da ottimi attori sia americani che italiani (tra cui spicca la bravissima Valentina Cortese) e impreziosito da una fotografia noir di gran classe che solo il maestro Bava sapeva regalare nei suoi film, che pur se a basso costo rappresentano senza dubbio una scuola di cinema preziosa per tutti gli autori nel mondo. Il tocco finale, geniale escamotage ironico, tende a ribaltare tutto quello che si è visto finora, piccola firma personale del nostro amato regista che amava giocare con il dualismo finzione cinematografica/realtà di quello che effettivamente si vede.

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categoria:bianco e nero, masterpieces, dark movies, italian movies
mercoledì, 17 giugno 2009

Un bianco vestito per Marialé (1972)

Già il nome della protagonista (Marialè???) dovrebbe indurci a sospettare non che siamo davanti al solito Thriller all'italiana, certo gli elementi classici ci sono tutti, i flashback di un trauma subito in gioventù (l'uxoricidio della madre sorpresa in camporella con l'amante subito dopo i titoli di testa), il solito maniero con tanto di inquietante maggiordomo che risponde al nome di Osvaldo (interpretato dal volto scavato e minaccioso di  Gengher Gatti), il solito raduno di ricchi annoiati, il solito marito possessivo e autoritario (interpretato dal solito Luigi Pistilli) che obbliga Marialè a prendere psicofarmaci con la forza, il solito ragazzone aitante che piace tanto alla padrona di casa (interpretato anche lui dal solito Ivan Rassimov) il solito omicida che, nascosto nell'ombra, uccide uno a uno tutti gli invitati e, dolcis in fundo, la solita mulatta libertina che balla nuda in giro per le stanze (anche in questo ruolo la solita Pilar Velázquez).

Insomma tutto fa intendere che questo film avrà gli stessi canoni del giallo italico se non fosse che il regista è quel Romano Scavolini trasferitosi di seguito all'estero per girare il suo cult di maggior successo, ovvero il sanguinosissimo e bannatissimo Nightmare di cui parlammo qualche anno fa su queste pagine.

La storia della ricca e schizzata Marialè che organizza, di nascosto al marito, possessivo e violento, un ritrovo di amici e faccendieri al castello, per vincere la noia della sua perpetua reclusione, che si trasforma a sua volta in un gioco al massacro da parte di un misterioso omicida, ricorda molto da vicino la trama di "Dieci Piccoli indiani" e la noia regnerebbe veramente sovrana con un plot così esile e straabusato, se Scavolini da parte sua, non trovasse l'occasione di sperimentare visivamente la sua ambizione cinematografica. Ecco quindi soggettive elaborate come quella dove si vede dal punto di vista di una vittima sbranata dai cani (veramente d'effetto), inquadrature ardite, scenografie suggestive come quella dove gli invitati si truccano e si vestono con costumi ottocenteschi in mezzo a coloratissimi manichini e, incredibile ma vero, una recitazione che non scende mai sotto i livelli di guardia. Certo il soggetto è quello che è, quindi gli sceneggiatori Remigio Del Grosso e Giuseppe Mangione calcano la mano sull'aspetto psicologico della vicenda, esagerando con la ramificazione della trama che spesso e volentieri diventa confusionaria e totalmente sballata. Ottimo il commento musicale realizzato da Fiorenzo Carpi ed eseguito dal bravo Bruno Nicolai che marca bene gli accenti psichedelici del film.

 

 

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categoria:b movie, psychotronic movies, dark movies, italian movies, horror and slasher
mercoledì, 10 giugno 2009

Così dolce... così perversa (1969)

Sulle note di Why, motivetto cantato da Vincent Ewell e composto  Riz Ortolani che si ripete fino all'ossessione nella colonna sonora del film, parte questo ennesimo thriller con venature sexy diretto dal prolifico maestro Umberto Lenzi che nello stesso anno girerà anche il film di guerra La legione dei dannati  ma sopratutto Orgasmo, suo titolo di maggior successo, anch'esso incentrato nel genere giallo erotico. A differenza di quest'ultimo le scene spinte sono ridotte al lumicino con qualche fuggevole nudo da parte delle due splendide protagoniste Erika Blanc e Carroll Baker, ragion per cui forse "Così dolce...." non ottenne all'epoca il successo sperato. Le ragioni del fiasco però si sommano all'eccessiva complessità della trama che spesso e volentieri perde credibilità sopratutto verso il finale.

Il protagonista Jean Rynaud (Jean-Louis Trintignant al massimo della sua inespressività) è un facoltoso avventuriero con una moglie bella ma indifferente (La Blanc), una sera verde arrivare nell'appartamento sopra il suo una nuova inquilina (La Baker) bionda, bellissima ma molto inquieta a causa dell'insistente presenza del violento e psicopatico ex fidanzato Klaus (il gelido Horst Frank). Jean fa di tutto per iniziare una relazione con la donna ma non tutto è quel che sembra e, nell'ombra un terribile complotto sta per realizzare il suo perfido disegno. Lenzi cerca di ricalcare il giallo Hitcockiano ispirandosi anche al celebre Les diaboliques e diciamo che per un buon 60% ci riesce appieno. Lo sviluppo, lento e inesorabile, riesce a catturare e a tener viva l'attenzione ma verso la fine la banalità irrompe nella scena con una forza dirompente, passando per il solido festino Hippy chic dove la solita indigena di colore intrattiene gli invitati con balletti e giochini sexy (la scena in cui Trintignant e la Baker devono baciarsi per pagare la penitenza è di un finto che più finto non si può). In generale però il cast all-star funziona egregiamente riuscendo a ricreare perfettamente quel clima di ambiguità dove non esiste un modello positivo ma dove tutti hanno qualcosa da nascondere ma le atmosfere sembrano più quelle di un film di James Bond che non quelle di un erosthriller che si rispetti. Il soggetto originale è del grande Luciano Martino mentre la sceneggiatura è di Ernesto Gastaldi che aveva codiretto quattro anni prima Libido un altro eros thriller dal titolo più che esplicito, oltre ad una serie piuttosto importante di sceneggiature del cinema di genere italiano tra cui L'orribile segreto del Dr. Hichcock, La vergine di Norimberga, La cripta e l'incubo e Tutti i colori del buio. Insomma due firme di qualità che purtroppo, in questo film specifico non hanno dato il meglio.

   

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lunedì, 01 giugno 2009

L'ULTIMO UOMO SULLA TERRA (1964)

Considerato non solo una delle più efficaci trasposizioni del bellissimo romanzo di Richard Matheson "Io sono Leggenda" ma anche uno dei più sorprendenti B movie italiani degli anni sessanta, L'ultimo uomo sulla terra è stato addirittura considerato fonte ispiratrice per George A. Romero e il suo Night of the Living Dead . Certo le atmosfere ci sono tutte anche se all'epoca furono tante le possibilità di ispirazione per Romero (vedi a tal proposito il surreale e simbolico Carnival of Souls .

Sicuramente, ai fini della confezione più che decorosa del film giocarono molto la collaborazione con tecnici americani, essendo una co-produzione, le atmosfere regalate dalla location dell'Eur di Roma, la presenza di un monumento alla recitazione come Vincent Price e dulcis in fundo la suggestiva fotografia in bianco e nero di Franco Delli Colli, insomma i soldi degli americani e le maestranze italiane poterono un miracolo irripetibile nel nostro paese, ovvero quello di realizzare un film di genere potente ed efficace, da poco tempo riscoperto (cioè poco dopo l'uscita di quella schifezza di I Am Legend con Will Smith) e apprezzato dai critici di tutto il mondo. Un colpaccio dunque, partorito dalla mente di quel genio del B movie che era Samuel Z. Arkoff coadiuvato dalla collaborazione dello stesso Matheson in veste di co-sceneggiatore sotto falso nome ( Logan Swanson), ma quanto si può considerare italiano un film di questo tipo? Certo qualcuno potrebbe obiettare che il regista, quindi la mente pulsante del progetto era italiano, quel tal Ubaldo Ragona di cui si ebbero poche tracce nel cinema mondiale, tuttavia ciò non è accertato, fonti abbastanza attendibili danno come regista effettivo tal Sidney Salkow che non compare nemmeno nei titoli, questo, pare perchè la Titanus impose solo nomi italiani all'interno della pellicola, insomma una specie di convenzione che prevedeva di maestranze locali, ed in effetti scorrendo la pagina di Imdb si nota subito che, a parte la produzione, tutta la troupe era italiana. Tra l'altro Imdb accredita in co-regia anche il sedicente regista. Ma quanto girò uno e quanto girò l'altro? C'è chi afferma che il nome di Salkow compare per esigenze produttive nella versione estera, c'è chi dice che era lo stesso Ragona sotto falso nome (ma chi afferma questa cosa dice una stronzata!), c'è invece chi come me se ne frega un pò e si gode le spettrali sequenze di Price che gira per le strade deserte a caccia di vampiri con punteruoli di frassino e collane d'aglio, mentre il suo buon amico Ben (un'ottimo Giacomo Rossi-Stuart) si piazza tutte le sere di fronte a casa sua per ucciderlo insieme ad altre creature della notte più simili a zombie che a succhiasangue.

Un ottimo film in sostanza, gravato da una serie di interrogativi che ne alimentano la sua aura mitologica, tra i quali sorge spontaneo e lecito anche il domandarsi perchè, se tra gli sceneggiatori c'era lo stesso scrittore, ha accettato di cambiare il nome al personaggio trasformando Robert Neville (il protagonista originale) in Robert Morgan?

 

 

postato da: albylupo alle ore 16:15 | Permalink | commenti (5)
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