lunedì, 14 dicembre 2009
HORROR EXPRESS (1972)


Prodotta da Bernard Gordon sceneggiatore di due capolavori della fantascienza americana come The Day of the Triffids e Earth vs. the Flying Saucers, questa co-produzione anglo/spagnola  ci fa respirare contemporaneamente le atmosfere del british horror stile Hammer e il cine del terror iberico modello Jess Franco e Armando De Ossorio, le ambientazioni cinosovietiche con le enormi distese siberiane e le montagne innevate della Manciuria costituiscono inoltre un plusvalore a quello che possiamo oggi considerare un vero capolavoro fra i cult movie.



Horror e fantascienza si mescolano sapientemente in una storia che vede l'antropologo inglese sir Saxton (
Christopher Lee) ritrovare un fossile metà umano e metà scimmia in una grotta, lo scienziato lo infila in una cassa e lo mette sul transiberiano. Ancora prima di partire un ladro si avvicina alla cassa e muore, sul treno poi Saxton incontra un collega biologo, il dottor Wells (Peter Cushing) il quale, incuriosito dal contenuto, paga un fattorino perchè nottetempo controlli all'interno della cassa. Lo troveranno morto il mattino dopo, con gli occhi bianchi e il sangue sulla faccia, l'autopsia rivela che gli hanno lessato il cervello asportando tutto il suo contenuto. Nel frattempo l'umanoide dentro la cassa si libera e inizia a girovagare per i vagoni seminando terrore e morte.



Quello che colpisce nel film, oltre all'ambientazione ferroviaria, è la padronanza con cui il regista Eugenio Martín muove il racconto, ancor oggi Horror Express riesce a regalare notevoli spaventi, il cast è di prima qualità con due grandiose gemme dell'horror inglese accompagnate da un Telly Savalas nei panni di uno sprezzante e crudele ufficiale cosacco e, sopratutto dal monumentale Alberto de Mendoza nei panni del prete allucinato che assomiglia quasi a Charles Manson, che dapprima sente odore di zolfo e poi si lascia sedurre da questa strana creatura piombata sulla terra dalla notte dei tempi.



Alcune situazioni vengono lasciate un pò incomplete, ad esempio non si capisce quale sia il reale intento del mostro, anche se si può ragionevolmente pensare che voglia costruirsi una sorta di macchina per ritornare nello spazio da cui è venuto. Il finale è un pò affrettato e il vagone coi passeggeri che miracolosamente si ferma sul ciglio del burrone appare un pò forzato, ma lo spettacolo c'è tutto e stiamo comunque parlando di un horror unico nel suo genere, c'è tutto al suo interno, perfino una fantastica resurrezione di cosacchi zombie che ciondolano sul treno. Da recuperare...tra l'altro facilmente visto che il film è in public domain.



postato da: albylupo alle ore 13:45 | Permalink | commenti (5)
categoria:masterpieces, dark movies, horror and slasher
giovedì, 10 dicembre 2009
PLAGUE TOWN (2008)



L'esordiente David Gregory ha un più che discreto background come autore di contenuti speciali, documentari e making of sopratutto per quanto riguarda il cinema di genere. Non stupisce quindi l'aria anni settanta che si respira nel suo lungometraggio d'esordio, questo "Plague Town" che vede protagonista una odiosa famigliola yankee in visita alle campagne irlandesi in compagnia del fidanzato della primogenita Jessica (Erica Rhodes), un'ancora più irritante stupidotto inglese che per tutta la gita non fa che prendere per il culo gli americani. Insomma dopo una mezz'ora di battibecchi e luoghi comuni, il gruppetto perde l'autobus di ritorno e si trova costretto a passare la notte in un auto abbandonata sulla strada. La coppietta si reca ad un vecchio casolare per chiedere aiuto ma quando arrivano il fattore prende a fucilate lui e degli orrendi bambini mostro spuntano dai boschi per cacciare gli sventurati viaggiatori.



Il film è quasi completamente ambientato in una foresta con corse affannose, strani freak cannibali e una grottesca sensazione weirdo, non necessariamente imputabile alla scarsità dei mezzi con cui Gregory opera, ma anche a qualche sequenza un pò spinta all'eccesso come quella del ragazzo british che sopravvive alla fucilata e si ritrova in una specie di incontro combinato con una graziosa sposina mostro dagli occhi finti, sicuramente uno dei momenti più memorabili.


Per il resto lo splatter abbonda e il tutto ci viene presentato con una confezione decisamente artigianale che non necessariamente deve essere un male, anzi, il rimando all'horror di Hooper e Craven è più che mai sentito, la storia inoltre ha le stesse atmosfere dei film di Rollins e di Franco  con quella punta di Lovecraft che richiama alla mente il bellissimo "The Haunted Palace" di Corman. Insomma per essere un horror americano Plague Town è molto più europeo di tanti film del vecchio continente, merito sicuramente della passione di Gregory per il cinema di genere ma anche per la sua attenta conoscenza maturata in anni e anni di duro lavoro.
martedì, 17 novembre 2009
I VAMPIRI (1956)



Il film di
Riccardo Freda ha avuto il pregio di aprire ufficialmente la grande stagione del gotico italiano, una corrente di gusto decisamente popolare e per questo spesso e volentieri snobbata qui in Italia ma incensata moltissimo in Francia. Ma oltre a questo I Vampiri ha un gusto del classico e della narrazione impeccabile, arricchito ulteriormente dalla meravigliosa fotografia di Mario Bava che in questo contesto, ebbe anche il compito di completare il film pur non venendone mai accreditato come secondo regista (Freda a quanto pare non voleva il lieto fine imposto dalla produzione).  Basti pensare che gli stupefacenti effetti di invecchiamento della protagonista, la contessa Du Grand (un'immensa Gianna Maria Canale) furono realizzati in un'unica sequenza utilizzando proprio dei giochi di luce realizzati dal buon Bava, in aggiunta a un trucco facciale applicato a strati, questi giochi non visibili nella pellicola in bianco e nero permettevano di rivelare il graduale invecchiamento della nobile assassina che per mantenersi giovane faceva uccidere giovinette da uno psicopatico per rubargli il sangue. La trama, raccontata così a grandi linee, rappresentava per l'epoca una novità innanzitutto per l'originale mixaggio tra horror e poliziesco, un'operazione che in Italia avrà in seguito molto successo, e poi per i riferimenti alla contessa Elizabeth Bathory ma anche al classico Il gabinetto del dottor Caligari. Ma non solo luci e ombre, l'effetto finale lo si deve anche allo scenografo Beni Montresor il quale, con cupe architetture barocche contribuisce ad una messa in scena di grande effetto, in particolar modo nelle sequenze di interni, che richiamano immagini medioevali.



In ogni caso non siamo di fronte solo al primo horror nazionale ma anche alla nascita di un vero e proprio manuale per il cinema di genere che renderà così famoso il nostro paese negli anni a seguire, qua c'è di tutto, serial killer, scienziati pazzi, stregoneria, teschi, cimiteri, vicoli oscuri, omicidi, un vero e proprio calderone bis contenente tutta la passione e la sensibilità dei nostri artigiani .



Freda e Bava hanno lavorato a questo film con un budget ridicolo (L'ambientazione parigina è completamente ricostruita in teatro), tempi di lavorazione brevissimi (12 giorni) e continue intromissioni da parte dei produttori che non facilitano l'estro creativo. Eppure il film ha una grande forza sia dal punto di vista narrativo sia per quanto riguarda quello visivo. Nonostante alcuni punti della storia possano far storcere il naso ai puristi e ai decontestualizzati spettatori moderni, "I Vampiri" rimane un classico irrinunciabile per chi ama l'horror ma anche il cinema italiano del passato. 
mercoledì, 28 ottobre 2009
LA CODA DELLO SCORPIONE (1971)



Personaggio di spicco nel cinema di genere italiano, Sergio Martino ha sempre avuto il merito di offrire, oltre ad una consolidata maestranza come regista, anche un certo gusto per la sperimentazione visiva e la narrazione dinamica. Non a caso, negli anni settanta firma uno dietro l'altro una serie di veri e propri capolavori cult come Tutti i colori del buio , Giovannona coscialunga, disonorata con onore, spaziando dalla fantascienza (L'isola degli uomini pesce) all'eco vengeance (Il fiume del grande caimano) al cinema d'avventura ( La montagna del dio cannibale) al western ( Mannaja) fino al lacrimarello (La bellissima estate ) con una caratteristica comune a quasi tutta la sua filmografia: tutti i suoi titoli sono considerati dei classici. Non c'è quindi solo mestiere nel cinema di Martino, ma una identità precisa che lo rende unico ed inimitabile nel panorama della settima arte. Non a caso anche questo "La coda dello Scorpione" ha una marcia in più nonostante non sia considerato uno dei suoi titoli di spicco.



La dinamica del giallo, lo sviluppo della trama, gli ottimi attori e una visionarietà che salta fuori spesso e volentieri in inquadrature non convenzionali, rendono questo film un pregevole esempio di puro divertissement per il pubblico e un buon giallo che ha notevolmente scavalcato i confini nazionali diventando un titolo di punta per molti registi d'oltreoceano (Tarantino in primis...vabbè ma questo si sa). Girato successivamente a
Lo strano vizio della Signora Wardh, doveva in origine  vedere protagonista ancora Edwige Fenech ma la maternità dell'attrice rese impossibile il suo ingresso nel cast, così Martino ripiegò nella neo esordiente Anita Strindberg che si era già fatta notare nel film Una lucertola con la pelle di donna sopratutto per il suo seno scultoreo e visibilmente rifatto, cosa che a quei tempi era un'assoluta novità. Il viso nordico e il corpo mozzafiato dell'attrice svedese irrompono quindi da protagonisti in una truce storia di omicidi legati ad un'assicurazione sulla vita da riscuotere con George Hilton nei panni di un agente assicurativo e il bravo Luigi Pistilli che stranamente ricopre un ruolo positivo (L'ispettore di polizia).



Splendidi scenari greci costituiscono le location principali, ardite inquadrature, soggettive, qualche nudo e un pò di stilettate qua e la farciscono l'opera e la rendono un gustoso prodotto per divertirsi ma che non rinuncia decisamente alla sua dignità stilistica.
postato da: albylupo alle ore 14:24 | Permalink | commenti
categoria:b movie, psychotronic movies, italian movies, horror and slasher
mercoledì, 14 ottobre 2009
COLOR ME BLOOD RED (1965)




La moda delle trilogie ha fatto si che anche i primi tre film di
Herschell Gordon Lewis venissero considerati una specie di "Trilogia del sangue", più precisamente stiamo parlando del classico d'esordio Blood Feast,  il secondo e  divertentissimo Two Thousand Maniacs e, a chiusura, questo "Color Me Blood red", storia di Adam Sorg (Gordon Oas-Heim) un pittore pazzerello che vive in una baita sulla spiaggia e scopre il pigmento perfetto per i suoi quadri nel sangue umano, dapprima usa il suo ma gli svenimenti non permettono di stare in piedi e quindi decide di utilizzare il sangue delle sue modelle per completare le sue opere, divenendo così un omicida psicopatico.



In realtà questa trilogia non ha nessun tipo di connessione fra i suoi film se non l'uso smodato del gore (anche se in "color" è molto più attenuato) che del resto rappresenta l'anima dei film di Lewis, per i quali è giustamente considerato l'inventore del genere splatter. In ogni caso l'elemento che più caratterizza i suoi film, oltre al low budget, è l'ironia pungente che caratterizza gli eventi a partire dall'introduzione in cui vediamo un uomo vestito elegante che poggia un quadro per terra, dopo averlo contemplato, e gli da fuoco. Anche la pazzesca corsa con i pedalò con Sorg armato di lancia che insegue una delle sue vittime ha un che di ironico, quasi una sorta di citazione western o medioevale.



La confezione appare anche più povera dei titoli precedenti, girata in tre sole location (spiaggia, casa del pittore, galleria d'arte) con i soliti ragazzini che fanno il falò al mare. Certo il film risulta assai godibile ma la quasi totale mancanza di gimmick gore riscontrabili nei suoi titoli (i fantasiosi smembramenti delle sue vittime che rappresentano il marchio di fabbrica di Lewis) penalizzano però l'effetto finale, quasi a significare che il padrino del gore abbia tentato di realizzare un film serio, per una volta, trascurando budella e squartamenti a favore della storia. Non  sarebbe neanche male come tentativo ma sinceramente preferisco il Lewis di "The Wizard of Gore" o "2000 Maniacs". 
domenica, 27 settembre 2009
BOTTOM FEEDER (2006)


Ragazzi! Era dai tempi della Full Moon di Charles Band e quel gran manipolatore di porcherie gommose di nome Ted Nicolaou (Se non lo conoscete andate a recuperarvi TerrorVision) che non vedevo un film così brutto. A differenza dei gommosi della Full Moon qua non cìè neanche l'allegra atmosfera Camp di quegli anni, solo il goffo tentativo di generare dialoghi sterili stile americano figo con gangster, killer crudeli e agenti segreti. Il tutto ruota attorno a una specie di milionario senza scrupoli con il volto deturpato in un incidente, si incontra con uno scienziato al quale ha commissionato un siero in grado di rigenerare i tessuti, peccato ci sia una piccola controindicazione: se non si inietta subito dopo una sorta di nutriente (una broda fosforescente che sembra uscita da Re-Animator) che attenui la tremenda fame generata dal siero, una fame talmente forte che ti porta a divorare la prima cosa che passa di lì (un pò come la pubblicità del Tuc!) il che provoca una strana simbiosi con quanto ingerito. Insomma per farla breve il milionario piazza lo scienziato in una cantina a fare da cavia ma dimentica di dargli il nutriente così il poveretto si avventa sui topi vivi e se li magna crudi.


"Sei quello che mangi" dice uno degli attori a inizio film e infatti lo scienziato si trasforma in un gobboso uomo topo dalla forma ridicola che tiene in scacco sia gli sgherri del cattivo sia una squadra di manutenzione finita lì per fregarsi del materiale sanitario (siamo in un vecchio ospedale abbandonato) abbandonato. Randy Daudlin tenta di rifare Alien 2 sulla Terra  manco fosse Ciro Ippolito, l'impresa si rivela un fiacco filmetto buono per il mercato home video, con un pò di splatter visto e stravisto, un Tom Sizemore irriconoscibile e un gruppo di caratteristi assolutamente poco credibili che passano dall'impaurito al coraggioso in modo talmente improvviso da far gridare al miracolo, anche se qui il vero miracolo è riuscire a stare seri di fronte a tanta assurdità. Meno male che si ride insomma, perchè il film dovrebbe far paura!
 
martedì, 22 settembre 2009

DRAG ME TO HELL (2009)

Ritorna Sam Raimi e con lui tutto il cinema horror degli anni ottanta, la stagione più grande che questo genere conobbe in passato, paradossalmente grazie sopratutto a questo piccolo genio indipendente che con 350.000 dollari e un gruppo di amici rivoluzionò tutto mescolando splatter, cartoon, terrore e commedia nel suo primo capolavoro The Evil Dead. Passati gli anni a rimescolare i fumettoni della Marvel dipingendo le gesta del più grande lanciaragnatele della carta stampata, Raimi decide finalmente di tornare all'horror con questo Drag Me to hell e lo fa con incredibile umiltà, voglia di divertirsi e fantasia che è veramente difficile non lasciarsi trasportare dalle gesta della povera Christine Brown (Alison Lohman) alle prese con una terrificante vecchia zingara che, per avergli negato una proroga nei pagamenti del mutuo, gli lancia addosso la maledizione della Lamia, un terribile demone che dopo tre giorni da incubo viene a prenderti per portarti all'inferno.

L'occasione è ghiotta per recuperare quel bagaglio di orrori che il buon Sam aveva accantonato nella triade di Evil Dead 1,2 e Army of Darkness. Lo schifo si mescola con lo spavento circense a suon di apparizioni improvvise, sbalzi di suono e urla che fanno saltare sulla sedia (ma quanto si saltava al cinema vedendo "La Casa"?), rumori, sibili, svomitazzate di brodaglia verde, spruzzi di sangue dal naso (forse la scena più divertente del film) mosche che ti entrano nel naso e ti fanno vedere occhi che escono dalle torte, capre che parlano e ti danno della puttana, sacrifici umani, sedute spiritiche in stile esorcista. Davvero un calderone per tutti i gusti ma sapientemente mescolato da una storia quanto meno pretestuosa che fa il suo porco lavoro e tiene dignitosamente in piedi tutta la messinscena regalandoci oltretutto anche un finale a sorpresa che lascia lo spettatore carico di inquietudine. 

Un cast volutamente di bravi ma sconosciuti, atmosfere alla Jacques Torneur, i mirabolanti make up del bravo Gregory Nicotero (la vecchia è impressionante) e la sapiente scrittura dei fratelli Raimi danno alla nuova stagione cinematografica 2009/2010 quello start in più che promette bene, e un bell'horror come questo, di questi tempi credetemi, vale veramente tanto oro quanto pesa.

giovedì, 30 luglio 2009

NUDA PER SATANA (1974)

E venne il delirio... come Renato Polselli e anche più, Luigi Batzella (alias Paolo Solvay) realizza una delle pellicole più aberranti ( dal punto di vista cinematografico) e demenziali (dal punto di vista narrativo) che si conosca nel panorama di genere degli anni '70. Quel che è peggio in "nuda per Satana" non è tanto la confusione e la noia che emergono prepotenti dai fotogrammi, quanto la fastidiosa autoreferenzialità di un mestierante decisamente al di sotto delle sue possibilità.Raggiungere vette così basse era difficile ma il tentare di vendere al mondo il fatto che si cerca di girare un film artistico è forse la peggior colpa di Batzella, del quale, a livello di opera cinematografica di serie Z, preferisco senz'altro il più divertente "La bestia in calore ".

Qui troviamo la formosa e decisamente poco espressiva Rita Calderoni, già attrice prediletta da Polselli in "Riti, magie nere e segrete orge nel trecento " e "Delirio caldo", che spalanca gli occhioni e le cosce nella scena più scult della storia, ovvero lei imprigionata in una ragnatela fatta di corde da pescatore, mentre urla e si dimena minacciata da un ridicolo ragno di peluche e fil di ferro che viene palesemente spinto dai tecnici fuori campo. Una scena talmente grottesca e inutilmente lunga, da rasentare il ridicolo ai massimi livelli.

Per il resto la trama non lascia molto spazio all'interesse dello spettatore. C'è questo medico (Stelio Candelli) che deve raggiungere un casolare, sbaglia casa e incontra quello che poi si tramuterà nel diavolo (James Harris) o qualcosa del genere. Dopo aver assistito ad un incidente sulla strada, il dottore estrae dall'auto Susan (La Calderoli) e la porta all'interno di un misterioso castello che scova nelle vicinanze. Dopo è tutto un susseguirsi di rincorse e incontri con degli apparenti doppelganger dei due protagonisti appartenenti a epoche diverse.Qui Batzella lavora più di montaggio che altro riproponendoci ossessivamente sempre le stesse scene, la noia quindi viene sbalzata dal deja vu e il deja vu trova il suo zenith quando i due si trovano in mezzo a deliranti orge in cui il diavolo vestito come il Mago Silvan ride in continuazione trastullandosi con ancelle ignude e amanti del body painting che ballano felici in mezzo alla spoglia scenografia di una stanza adornata con teschi e fiammelle. Tra una scena di sesso saffico ultrapatinato, una rincorsa nei cortili del castello girata da angolazioni ardite e la faccia del maggiordomo sghignazzante (Renato Lupi) il film procede stancamente verso il finale in cui si rivela tutto un sogno, si, un sogno...come quello dello spettatore di riavere i soldi del biglietto all'uscita del cinema!

 

mercoledì, 15 luglio 2009

SLITHER (2006)

Vi ricordate di quel piccolo gioiellino degli anni ottanta intitolato Night of the Creeps ? Un B-movie horror fantascientifico diretto dal geniale Fred Dekker (a proposito qualcuno sa che cavolo sta facendo?) che parlava di schifose sanguisughe aliene che si infilavano nelle persone trasformandole in zombie. Non è ben chiaro se Slither sia una sorta di omaggio o remake riadattato di questo cult movie uscito da noi con il pessimo titolo "Dimensione Terrore", certo è che ne ricalca lo spirito (oltre alla trama) in maniera impressionante. L'estroso regista targato Troma James Gunn dirige ottimamente con chiari intenti nostalgici le vicende di una piccola comunità americana su cui piomba una strana meteora il cui contenuto si insinua nello sfortunato Grant Grant (un redivivo quanto ironico Michael Rooker), dapprima i cambiamenti sono in positivo (aumento della libido, forza) ma quando l'insano appetito di carne cruda comincia a prendere il sopravvento le cose iniziano a complicarsi. Dopo aver morso e mutato la sua amante Shelby (Jenna Fischer) la rapisce e la rinchiude in un fienile dove verrà rinvenuta mostruosamente gonfia come un pallone aerostatico. Al suo rinvenimento la polizia scoprirà che dal suo corpo esploso fuoriescono migliaia di vermoni alieni i quali, penetrando in bocca alle persone ne assumeranno il controllo trasformandoli in zombi.

Nonostante siamo di fronte a un prodotto low budget, la confezione è ottima, il ritmo è forsennato e gli effetti sono buoni, merito di uno sviluppo della trama concepito in maniera da centellinare le situazioni dosandole al modo giusto, insaporendo il tutto con una verve ironica che richiama molto le precedenti produzioni in casa Lloyd Kaufman, non a caso poi Gunn è anche sceneggiatore ( suo lo script del remake di Dawn of the Dead ) oltre ad essere un appassionato dei cult del passato le cui numerose citazioni, all'interno del film non possono passare inosservate, oltre al film di Dekker, infatti, troviamo rimandi a Frank Henenlotter (Basket Case), John Carpenter (La Cosa), David Cronenberg (il vermone che nuota nella vasca da bagno con la ragazza nuda ricorda molto una scena de "Il Demone sotto la pelle" in cui, del resto, c'erano anche i vermoni) e dulcis in fundo le trasmutazioni gommose di Society (tanto per chiarirsi la foto sotto non vi ricorda quello splendido film di Stuart Gordon intitolato "From Beyond"?).

Slither quindi si rivela oltre ad essere un buon prodotto da entertainment, anche una discreta operazione nostalgica della meravigliosa decade horror per eccellenza, ovvero gli eighteis e tutto il loro armamentario di geniali schifezze sanguinolente.

James Gunn, ha realizzato recentemente "PG Porn" una serie televisiva che sembra decisamente interessante, basata infatti sulle situazioni da cinema porno in cui vengono volutamente omesse le scene hard, mantenendo intatte le altre caratteristiche.  

mercoledì, 17 giugno 2009

Un bianco vestito per Marialé (1972)

Già il nome della protagonista (Marialè???) dovrebbe indurci a sospettare non che siamo davanti al solito Thriller all'italiana, certo gli elementi classici ci sono tutti, i flashback di un trauma subito in gioventù (l'uxoricidio della madre sorpresa in camporella con l'amante subito dopo i titoli di testa), il solito maniero con tanto di inquietante maggiordomo che risponde al nome di Osvaldo (interpretato dal volto scavato e minaccioso di  Gengher Gatti), il solito raduno di ricchi annoiati, il solito marito possessivo e autoritario (interpretato dal solito Luigi Pistilli) che obbliga Marialè a prendere psicofarmaci con la forza, il solito ragazzone aitante che piace tanto alla padrona di casa (interpretato anche lui dal solito Ivan Rassimov) il solito omicida che, nascosto nell'ombra, uccide uno a uno tutti gli invitati e, dolcis in fundo, la solita mulatta libertina che balla nuda in giro per le stanze (anche in questo ruolo la solita Pilar Velázquez).

Insomma tutto fa intendere che questo film avrà gli stessi canoni del giallo italico se non fosse che il regista è quel Romano Scavolini trasferitosi di seguito all'estero per girare il suo cult di maggior successo, ovvero il sanguinosissimo e bannatissimo Nightmare di cui parlammo qualche anno fa su queste pagine.

La storia della ricca e schizzata Marialè che organizza, di nascosto al marito, possessivo e violento, un ritrovo di amici e faccendieri al castello, per vincere la noia della sua perpetua reclusione, che si trasforma a sua volta in un gioco al massacro da parte di un misterioso omicida, ricorda molto da vicino la trama di "Dieci Piccoli indiani" e la noia regnerebbe veramente sovrana con un plot così esile e straabusato, se Scavolini da parte sua, non trovasse l'occasione di sperimentare visivamente la sua ambizione cinematografica. Ecco quindi soggettive elaborate come quella dove si vede dal punto di vista di una vittima sbranata dai cani (veramente d'effetto), inquadrature ardite, scenografie suggestive come quella dove gli invitati si truccano e si vestono con costumi ottocenteschi in mezzo a coloratissimi manichini e, incredibile ma vero, una recitazione che non scende mai sotto i livelli di guardia. Certo il soggetto è quello che è, quindi gli sceneggiatori Remigio Del Grosso e Giuseppe Mangione calcano la mano sull'aspetto psicologico della vicenda, esagerando con la ramificazione della trama che spesso e volentieri diventa confusionaria e totalmente sballata. Ottimo il commento musicale realizzato da Fiorenzo Carpi ed eseguito dal bravo Bruno Nicolai che marca bene gli accenti psichedelici del film.

 

 

postato da: albylupo alle ore 12:28 | Permalink | commenti
categoria:b movie, psychotronic movies, dark movies, italian movies, horror and slasher