giovedì, 10 dicembre 2009
PLAGUE TOWN (2008)



L'esordiente David Gregory ha un più che discreto background come autore di contenuti speciali, documentari e making of sopratutto per quanto riguarda il cinema di genere. Non stupisce quindi l'aria anni settanta che si respira nel suo lungometraggio d'esordio, questo "Plague Town" che vede protagonista una odiosa famigliola yankee in visita alle campagne irlandesi in compagnia del fidanzato della primogenita Jessica (Erica Rhodes), un'ancora più irritante stupidotto inglese che per tutta la gita non fa che prendere per il culo gli americani. Insomma dopo una mezz'ora di battibecchi e luoghi comuni, il gruppetto perde l'autobus di ritorno e si trova costretto a passare la notte in un auto abbandonata sulla strada. La coppietta si reca ad un vecchio casolare per chiedere aiuto ma quando arrivano il fattore prende a fucilate lui e degli orrendi bambini mostro spuntano dai boschi per cacciare gli sventurati viaggiatori.



Il film è quasi completamente ambientato in una foresta con corse affannose, strani freak cannibali e una grottesca sensazione weirdo, non necessariamente imputabile alla scarsità dei mezzi con cui Gregory opera, ma anche a qualche sequenza un pò spinta all'eccesso come quella del ragazzo british che sopravvive alla fucilata e si ritrova in una specie di incontro combinato con una graziosa sposina mostro dagli occhi finti, sicuramente uno dei momenti più memorabili.


Per il resto lo splatter abbonda e il tutto ci viene presentato con una confezione decisamente artigianale che non necessariamente deve essere un male, anzi, il rimando all'horror di Hooper e Craven è più che mai sentito, la storia inoltre ha le stesse atmosfere dei film di Rollins e di Franco  con quella punta di Lovecraft che richiama alla mente il bellissimo "The Haunted Palace" di Corman. Insomma per essere un horror americano Plague Town è molto più europeo di tanti film del vecchio continente, merito sicuramente della passione di Gregory per il cinema di genere ma anche per la sua attenta conoscenza maturata in anni e anni di duro lavoro.
martedì, 01 dicembre 2009
Riki-Oh: The Story of Ricky (Lik Wong, 1991)




Grottesco, frenetico, ultratrash e splatteroso, appellativi perfettamente cucibili adosso a questa sorta di ibrido kung-Fu/gore Flick di Ngai Kai Lam, mai uscito in Italia. Tuttavia con l'avvento di internet e dello scambio virtuale anche questo titolo ha potuto diffondersi in giro e si è gradualmente ritagliato un' invidiabile posizione da cult movie anche qui da noi, grazie sopratutto al passaparola dei molteplici splatterfans che girano in rete. Ricky Oh è un MIP, ovvero un "men in prison" (in antitesi con il ben più gettonato genere Woman in prison)a tutti gli effetti dove i pruriti carcerario sessuali della versione al femminile vengono ampiamente sostituiti dall'uso smodato di budella, sangue e ultraviolenza.



Tratto da un Manga di
Tetsuya Saruwatari narra di un giovane ( Siu-Wong Fan) dotato di una forza sovrumana in grado di disintegrare corpi umani con il solo effetto di pugni e calci, che finisce in un carcere di massima sicurezza per aver massacrato l'omicida della sua donna. All'interno della prigione Ricky Oh Saiga non tarderà a scoprire che ci sono detenuti violenti, secondini corrotti e un direttore del carcere crudelissimo, accompagnato da un figlioletto obeso, idiota e straviziato. La storia a questo punto diventa  un pretesto per scatenare smembramenti, sfracellamenti di cranio, decapitazioni e deorbitazioni a go-go in una sorta di orgia ultrasplatter che ricorderà ai più l'ormai immortale "Bad Taste ".


Lo zenith dell'emoglobina viene raggiunto quando, durante un duello tra Ricky e il gigante di turno, quest'ultimo si autoestrae le proprie interiora e cerca di strangolarlo, Lik Wong vuole sorpassare tutti i limiti, non importa se si sconfina nel grottesco, l'estremo è la regola ma anche la principale fonte di divertimento, in alcune sequenze ci si può abbandonare a momenti stucchevoli (i flashback della ragazza di Ricky, il vecchio che cerca di difendere con la vita il giocattolo di legno costruito per il figlio) ma si tratta di brevi istanti che cedono subito il posto a una montagna di ultraviolenza e spappolamenti continui. Il rischio di stufare lo spettatore, però viene evitato, grazie sopratutto a una continua escalation di trovate sempre più comiche e sorprendenti ma anche all'estrema leggerezza di un film godibile fino all'osso.



Viene da pensare a quando i monty-python decisero di portare lo splatter nella comicità (la scena dello squartamento del cavaliere nero in Monty Python & the Quest for the Holy Grail ), allora l'accostamento tra sangue e risate era un fattore avanguardistico, oggi il miglior splatter è quello che sgorga da film semiseri come questo, dove si ride a crepapelle mentre un grassone schiaccia la testa a un uomo o un altro finisce maciullato nel tritacarne. Del resto non è altro che l'estremizzazione del cartone animato, peccato che l'uomo in carne e ossa non sia come Willcoyote, ma anche per fortuna sennò dove sta il divertimento in film come questo?


 
 
lunedì, 09 novembre 2009

Adrénaline (1990)



Operazione alquanto anomala nel panorama cinematografico fine anni ottanta, molto coraggiosa e terribilmente avanti, visto poi la successiva rivalutazione del cortometraggio come strumento espressivo minimale. Adrenaline è una produzione francese che ha raccolto una serie di miniracconti a opera di 6 registi spaziando tra horror, fantascienza, humor nero e splatter, tutti rigorosamente caratterizzati da un'incredibile aura weirdo che non si vergogna di mostrarsi ridicola all'interno di un circo giocoso e irriverente.
Non esiste un vero e proprio filo conduttore che lega insieme le storie, forse il lento e inesorabile battere dei bastoni di un'eterna fila di ciechi (Segmento "Les aveugles") in attesa di un qualcosa, assurda introduzione virata in un psichedelico bianco e nero. Dopo una partenza al fulmicotone acido con Métrovision" di 
Yann Piquer (sinceramente non molto entusiasmante) si prosegue con il bellissimo e crudele "Le cimetière des éléphants" di Philippe Dorison dove le vecchie auto prendono vita propria e si recano inesorabili verso la demolizione con il guidatore prigioniero dentro, un corto quasi muto ma emblematico, sottolineato da un'ossessiva  musica che lo rende agghiacciante nella sua involontaria comicità, anche l'incredibile "Corridor" di Alain Robak spicca nettamente nella mischia con una sorta di gara per vincere una casa irta di trappole mortali ordite da due mefistofelici vecchietti.



Adrenaline ci regala alcune opere memorabili di Piquer e Jean-Marie Maddeddu (anche attore in molti degli episodi)  come "Sculpture physique" posto giustamente a conclusione del film, oppure "La dernière mouche", quasi surrealista e bunuelliano nella sua rappresentazione della follia di un cacciatore di mosche, altrettanto vintage è il Revestriction di Barthélémy Bompard dove una tipa si alza una mattina e si trova prigioniera nella sua stanza col soffitto che si abbassa sempre più. Momenti cyberpunk invece con il "Cyclope" di John Hudson e Anita Assal dove una telecamera a circuito chiuso si trasforma in un ragno meccanico, gli stessi registi ci regalano anche il telesorcista nel divertente  "TV Buster", mentre splatter e grottesco si miscelano in "Interrogatoire" e nel delirante "Graffiti".


 
Altre opere invece risultano più debolucce come "Embouteillage" di Barthélémy Bompard o  "Urgences". Per dirla alla francese un pout pourri di cinema veramente stravagante che fra i suoi alti e bassi ha goduto di un'inaspettata originalità e freschezza di (allora) giovani leve registiche,  un titolo purtroppo oggi caduto nel dimenticatoio ma che bisognerebbe assolutamente riscoprire. Ultima raccomandazione, non spegnete prima della fine dei titoli di coda!

mercoledì, 14 ottobre 2009
COLOR ME BLOOD RED (1965)




La moda delle trilogie ha fatto si che anche i primi tre film di
Herschell Gordon Lewis venissero considerati una specie di "Trilogia del sangue", più precisamente stiamo parlando del classico d'esordio Blood Feast,  il secondo e  divertentissimo Two Thousand Maniacs e, a chiusura, questo "Color Me Blood red", storia di Adam Sorg (Gordon Oas-Heim) un pittore pazzerello che vive in una baita sulla spiaggia e scopre il pigmento perfetto per i suoi quadri nel sangue umano, dapprima usa il suo ma gli svenimenti non permettono di stare in piedi e quindi decide di utilizzare il sangue delle sue modelle per completare le sue opere, divenendo così un omicida psicopatico.



In realtà questa trilogia non ha nessun tipo di connessione fra i suoi film se non l'uso smodato del gore (anche se in "color" è molto più attenuato) che del resto rappresenta l'anima dei film di Lewis, per i quali è giustamente considerato l'inventore del genere splatter. In ogni caso l'elemento che più caratterizza i suoi film, oltre al low budget, è l'ironia pungente che caratterizza gli eventi a partire dall'introduzione in cui vediamo un uomo vestito elegante che poggia un quadro per terra, dopo averlo contemplato, e gli da fuoco. Anche la pazzesca corsa con i pedalò con Sorg armato di lancia che insegue una delle sue vittime ha un che di ironico, quasi una sorta di citazione western o medioevale.



La confezione appare anche più povera dei titoli precedenti, girata in tre sole location (spiaggia, casa del pittore, galleria d'arte) con i soliti ragazzini che fanno il falò al mare. Certo il film risulta assai godibile ma la quasi totale mancanza di gimmick gore riscontrabili nei suoi titoli (i fantasiosi smembramenti delle sue vittime che rappresentano il marchio di fabbrica di Lewis) penalizzano però l'effetto finale, quasi a significare che il padrino del gore abbia tentato di realizzare un film serio, per una volta, trascurando budella e squartamenti a favore della storia. Non  sarebbe neanche male come tentativo ma sinceramente preferisco il Lewis di "The Wizard of Gore" o "2000 Maniacs". 
domenica, 27 settembre 2009
BOTTOM FEEDER (2006)


Ragazzi! Era dai tempi della Full Moon di Charles Band e quel gran manipolatore di porcherie gommose di nome Ted Nicolaou (Se non lo conoscete andate a recuperarvi TerrorVision) che non vedevo un film così brutto. A differenza dei gommosi della Full Moon qua non cìè neanche l'allegra atmosfera Camp di quegli anni, solo il goffo tentativo di generare dialoghi sterili stile americano figo con gangster, killer crudeli e agenti segreti. Il tutto ruota attorno a una specie di milionario senza scrupoli con il volto deturpato in un incidente, si incontra con uno scienziato al quale ha commissionato un siero in grado di rigenerare i tessuti, peccato ci sia una piccola controindicazione: se non si inietta subito dopo una sorta di nutriente (una broda fosforescente che sembra uscita da Re-Animator) che attenui la tremenda fame generata dal siero, una fame talmente forte che ti porta a divorare la prima cosa che passa di lì (un pò come la pubblicità del Tuc!) il che provoca una strana simbiosi con quanto ingerito. Insomma per farla breve il milionario piazza lo scienziato in una cantina a fare da cavia ma dimentica di dargli il nutriente così il poveretto si avventa sui topi vivi e se li magna crudi.


"Sei quello che mangi" dice uno degli attori a inizio film e infatti lo scienziato si trasforma in un gobboso uomo topo dalla forma ridicola che tiene in scacco sia gli sgherri del cattivo sia una squadra di manutenzione finita lì per fregarsi del materiale sanitario (siamo in un vecchio ospedale abbandonato) abbandonato. Randy Daudlin tenta di rifare Alien 2 sulla Terra  manco fosse Ciro Ippolito, l'impresa si rivela un fiacco filmetto buono per il mercato home video, con un pò di splatter visto e stravisto, un Tom Sizemore irriconoscibile e un gruppo di caratteristi assolutamente poco credibili che passano dall'impaurito al coraggioso in modo talmente improvviso da far gridare al miracolo, anche se qui il vero miracolo è riuscire a stare seri di fronte a tanta assurdità. Meno male che si ride insomma, perchè il film dovrebbe far paura!
 
martedì, 22 settembre 2009

DRAG ME TO HELL (2009)

Ritorna Sam Raimi e con lui tutto il cinema horror degli anni ottanta, la stagione più grande che questo genere conobbe in passato, paradossalmente grazie sopratutto a questo piccolo genio indipendente che con 350.000 dollari e un gruppo di amici rivoluzionò tutto mescolando splatter, cartoon, terrore e commedia nel suo primo capolavoro The Evil Dead. Passati gli anni a rimescolare i fumettoni della Marvel dipingendo le gesta del più grande lanciaragnatele della carta stampata, Raimi decide finalmente di tornare all'horror con questo Drag Me to hell e lo fa con incredibile umiltà, voglia di divertirsi e fantasia che è veramente difficile non lasciarsi trasportare dalle gesta della povera Christine Brown (Alison Lohman) alle prese con una terrificante vecchia zingara che, per avergli negato una proroga nei pagamenti del mutuo, gli lancia addosso la maledizione della Lamia, un terribile demone che dopo tre giorni da incubo viene a prenderti per portarti all'inferno.

L'occasione è ghiotta per recuperare quel bagaglio di orrori che il buon Sam aveva accantonato nella triade di Evil Dead 1,2 e Army of Darkness. Lo schifo si mescola con lo spavento circense a suon di apparizioni improvvise, sbalzi di suono e urla che fanno saltare sulla sedia (ma quanto si saltava al cinema vedendo "La Casa"?), rumori, sibili, svomitazzate di brodaglia verde, spruzzi di sangue dal naso (forse la scena più divertente del film) mosche che ti entrano nel naso e ti fanno vedere occhi che escono dalle torte, capre che parlano e ti danno della puttana, sacrifici umani, sedute spiritiche in stile esorcista. Davvero un calderone per tutti i gusti ma sapientemente mescolato da una storia quanto meno pretestuosa che fa il suo porco lavoro e tiene dignitosamente in piedi tutta la messinscena regalandoci oltretutto anche un finale a sorpresa che lascia lo spettatore carico di inquietudine. 

Un cast volutamente di bravi ma sconosciuti, atmosfere alla Jacques Torneur, i mirabolanti make up del bravo Gregory Nicotero (la vecchia è impressionante) e la sapiente scrittura dei fratelli Raimi danno alla nuova stagione cinematografica 2009/2010 quello start in più che promette bene, e un bell'horror come questo, di questi tempi credetemi, vale veramente tanto oro quanto pesa.

mercoledì, 15 luglio 2009

SLITHER (2006)

Vi ricordate di quel piccolo gioiellino degli anni ottanta intitolato Night of the Creeps ? Un B-movie horror fantascientifico diretto dal geniale Fred Dekker (a proposito qualcuno sa che cavolo sta facendo?) che parlava di schifose sanguisughe aliene che si infilavano nelle persone trasformandole in zombie. Non è ben chiaro se Slither sia una sorta di omaggio o remake riadattato di questo cult movie uscito da noi con il pessimo titolo "Dimensione Terrore", certo è che ne ricalca lo spirito (oltre alla trama) in maniera impressionante. L'estroso regista targato Troma James Gunn dirige ottimamente con chiari intenti nostalgici le vicende di una piccola comunità americana su cui piomba una strana meteora il cui contenuto si insinua nello sfortunato Grant Grant (un redivivo quanto ironico Michael Rooker), dapprima i cambiamenti sono in positivo (aumento della libido, forza) ma quando l'insano appetito di carne cruda comincia a prendere il sopravvento le cose iniziano a complicarsi. Dopo aver morso e mutato la sua amante Shelby (Jenna Fischer) la rapisce e la rinchiude in un fienile dove verrà rinvenuta mostruosamente gonfia come un pallone aerostatico. Al suo rinvenimento la polizia scoprirà che dal suo corpo esploso fuoriescono migliaia di vermoni alieni i quali, penetrando in bocca alle persone ne assumeranno il controllo trasformandoli in zombi.

Nonostante siamo di fronte a un prodotto low budget, la confezione è ottima, il ritmo è forsennato e gli effetti sono buoni, merito di uno sviluppo della trama concepito in maniera da centellinare le situazioni dosandole al modo giusto, insaporendo il tutto con una verve ironica che richiama molto le precedenti produzioni in casa Lloyd Kaufman, non a caso poi Gunn è anche sceneggiatore ( suo lo script del remake di Dawn of the Dead ) oltre ad essere un appassionato dei cult del passato le cui numerose citazioni, all'interno del film non possono passare inosservate, oltre al film di Dekker, infatti, troviamo rimandi a Frank Henenlotter (Basket Case), John Carpenter (La Cosa), David Cronenberg (il vermone che nuota nella vasca da bagno con la ragazza nuda ricorda molto una scena de "Il Demone sotto la pelle" in cui, del resto, c'erano anche i vermoni) e dulcis in fundo le trasmutazioni gommose di Society (tanto per chiarirsi la foto sotto non vi ricorda quello splendido film di Stuart Gordon intitolato "From Beyond"?).

Slither quindi si rivela oltre ad essere un buon prodotto da entertainment, anche una discreta operazione nostalgica della meravigliosa decade horror per eccellenza, ovvero gli eighteis e tutto il loro armamentario di geniali schifezze sanguinolente.

James Gunn, ha realizzato recentemente "PG Porn" una serie televisiva che sembra decisamente interessante, basata infatti sulle situazioni da cinema porno in cui vengono volutamente omesse le scene hard, mantenendo intatte le altre caratteristiche.  

lunedì, 30 marzo 2009

MARTYRS (2008)

Uno dei titoli di punta del nuovo horror francese, un pugno allo stomaco senza precedenti ai danni dell'incauto spettatore che cercasse di avvicinarsi alla sala cinematografica non preparato spiritualmente. Con queste premesse ci si aspetterebbe di trovarsi davanti l'ennesima cavolata alla Saw o a qualche clone di Hostel. Invece no, cari miei, Martyrs è il classico film che non t'aspetti ed è proprio quando pensi di aver visto tutto ecco che si ricomincia daccapo. Un film che sembra finire ogni mezz'ora ed ogni volta riparte, merito della sceneggiatura scritta dallo stesso regista Pascal Laugier che riesce a rendere un soggetto altresì banale e stravisto, un qualcosa di nuovo e strabiliante.

 

Inutile dirvi che anche solo raccontare l'inizio della trama ci si rovinerebbe il gusto di scoprire le cose da soli e io non vi farò questo torto, mi limiterò solo a citare i riferimenti a Suspiria ( (Laugier è un fan diDario Argento ed infatti dedica l'intero film al regista romano), a Clive Barker (sopratutto nel finale), straordinariamente qualcuno troverà anche qualche riferimento ad una vecchia storia a fumetti apparsa sulla rivista Splatter della Edizioni ACME, storia ripresa in seguito anche dal bravo Alex Visani nel suo cortometraggio La Soglia.

Non è comunque un caso che, dopo questo film Laugier sia stato scelto per il remake di "Hellraiser ".

Martyrs si sviluppa in tre fasi distinte che potremmo definire quasi dei gironi, a tratti sembra rievocare La Divina Commedia di Dante con un inferno iniziale sulla terra, un purgatorio e un paradiso finale andando a concludersi con una sorta di spiegazione misticheggiante che sfocia nel beffardo. Non so per quale motivo ma ci ho trovato molto di Society  di Brian Yuzna e un ironico riferimento all'ultimo geniale episodio del film "Adrénaline " (ve lo ricordate?). In sostanza un film dal plot narrativo non originale ma strutturato in modo da esprimere nuovi concetti di cinema, con un ottima caratterizzazione dei personaggi, sopratutto le due ragazze protagoniste (Morjana Alaoui e Mylène Jampanoï) , molta violenza (sopratutto psicologica), un pò di Gore (ma poco, pochissimo rispetto a quanto ci si aspettava di vedere) e quella disturbante sensazione che, da un momento all'altro, ci si para davanti qualche scena tratta daFaces of Death. Non ci si spaventa molto ma la tensione è elevatissima, sopratutto perchè Laugier ribalta completamente il linguaggio dell'horror contemporaneo per creare qualcosa di nuovo che non è più un horror, nè un thriller nè un film d'exploitation ma tutto quanto insieme, in un calderone infernale difficilmente dimenticabile.

 

giovedì, 19 marzo 2009

POSTAL (2007)

Avevo sempre sentito parlare male di Uwe Boll, considerato da molti uno dei peggiori registi del mondo, tuttavia mi è sempre mancata l'occasione di confermare tale epiteto. Sopratutto Boll è uno a cui piace prendere delle grosse licenze narrative quando si tratta di fare film ispirati a videogame. Ma sopratutto a Boll piace fare film tratti dai videogame (come nel caso di BloodRayne, Alone in the Dark) e giustamente anche questo Postal si ispira alla lontana all'omonimo videogame. La sensazione, guardando questo film, è che comunque, al regista tedesco, servisse il game giusto per poter esprimere al meglio la sua creatività, fatta di grotteschi rimandi a John Waters (le scene nella roulotte con la moglie trippona che tradisce il protagonista sanno molto di Pink Flamingos) e al cinema Frat Pack dei vari Zoolander e Tropic Thunder, ovvero comicità di grana grossa, volgare, politically uncorrect e totalmente demenziale. Con questi ingredienti, Boll ha sempre tentato di interagire, operando però nel cinema horror e fantasy questi elementi tendevano ad essere però involontari e quindi il film in sè stesso si traduceva in una stupidata oscena, mal recitata e prima di capo e di coda. Con Postal, invece questi elementi hanno la possibilità di tradursi nel miglior film ( a detta di molta della critica a lui ostile) realizzato dal nostro.

Qui tutto funziona alla grande, persino Boll sfata il mito di non esser capace di girare, realizzando dal punto di vista tecnico un ottimo prodotto. L'ironia non risparmia nessuno, dai musulmani (irresistibile l'intro con i due terroristi sull'aereo che litigano per il numero di vergini che dovrebbero toccargli nell'aldilà) ai finti santoni hippie mangiasoldi, Boll si scatena sulle presunte amicizie tra Bush e Osama Bin Laden, sui parchi a tema, nazisti, CIA e sulle ossessioni moderne...e allora giù di massacri di infanti, gatti usati come silenziatori, nani stuprati da scimpanzè, botte, sparatorie ed esplosioni nucleari. Insomma il buon Uwe non ci fa mancare niente, neanche l'autoironia di apparire in un breve cameo prima di venire assalito dall'ideatore del videogioco che lo accusa, nuovamente, di aver stravolto il senso del tutto. Così è stato anche stavolta, infatti, ma almeno eravamo stati avvertiti.

postato da: albylupo alle ore 12:49 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 11 febbraio 2009

DEATH RACE 2000 (1975)

Prodotto da quel geniaccio di Roger Corman, questo incredibile e divertentissimo B-movie si è trasformato negli anni, com'era prevedibile, in una piccola icona di culto. Del resto un film ambientato nel futuro in cui lo sport nazionale è una gara di automobili truccate in modo weirdeggiante, che giocano a investire più passanti possibili, non poteva, nella sua straordinaria originalità, che lasciare il segno. Intanto troviamo un Sylvester Stallone in erba che recita (beh insomma si, avete capito...) nella parte di Machine Gun Joe Viterbo, una sorta di pilota mafioso con vestito e bretellone e cappello a falde, c'è poi David Carradine nella parte di Frankenstein, il campione assoluto, appena riscostruito in laboratorio che si presenta con vestito fetish e maschera mostruosa (in realtà sotto le vesti è normalissimo), per finire un campionario di partecipanti alla gara davvero degno di nota come Mathilda la nazista, Nero the hero e Calamity Jane (Mary Woronov). Tutti impegnati a correre come forsennati e a investire più pedoni possibili, tutti catalogati con un loro punteggio ben preciso (70 punti i neonati, 100 punti gli anziani) in un delirio continuo ad alta velocità (anche se le riprese sono palesemente accellerate) non avaro di momenti spassosi, come il pedone che fa il torero con l'auto di Calamity Jane o l'auto di Machine Gun Joe che insegue a pelo d'acqua un pescatore sul fiume.

Ma lungo il percorso un gruppo di ribelli tenta di sabotare in tutti i modi i piloti in gara, con finte deviazioni verso il burrone, mine antiuomo disseminate per la strada e altre trovate. Non bastasse questo, il film gode, almeno per l'epoca, di un sano gore liberatorio con teste maciullate, corpi smembrati e arti strappati. Certo la confezione del film è alquanto rustica e non nasconde certo la sua immagine di seconda categoria (gli sfondi delle città futuristiche sono disegnati) ma la ricerca delle inquadrature, il montaggio e la serie di trovate esilaranti che pervadono lo spettacolo segnano il colpo, l'idea in sè stessa poi, per quanto macabra ha da sempre eccitato la fantasia popolare (chi non ha mai detto o sentito dire in auto "se investi la vecchietta sono 100 punti"?) oltre a dare lo spunto per un famoso videogioco (Carmageddom), insomma il regista Paul Bartel, pur non avendo mai brillato di luce propria nella storia cinematografica, ha comunque messo in piedi un fantacirco divertente e dignitoso. Piccola nota curiosa: tra gli operatori della seconda unità c'è anche il giovane Lewis Teague che si specializzò poco più avanti in eco-horror quali Alligator e Cujo.

DEATH RACE (2008)

Perchè si fanno i Remake? Forse perchè i produttori sperano sempre che la gente non abbia visto l'originale e, di conseguenza, apprezzi questa nuova versione. In effetti vedendo prima questo Death Race del pur bravo anche se non memorabile regista Paul W.S. Anderson l'impressione è senza dubbio positiva: ottimo ritmo, ottimi effetti speciali, molta violenza ma senza prendersi troppo sul serio. Insomma lo spirito perfetto del B-movie nuovo millennio. Certo, se poi si va a vedere l'originale tutto cambia. La superiorità del film di Paul Bartel è schiacciante: più cattiveria, più ironia, addirittura più sangue, il tutto pur limitato dai mezzi a disposizione negli anni '70 per quanto riguarda il film di genere.

Fortunatamente Anderson ha avuto il buon gusto di rendere questo suo Death Race più un sequel che un remake vero e proprio, il protagonista Jason Statham, finisce in un carcere di massima sicurezza, accusato ingiustamente di aver ucciso la moglie e il figlio, visto il suo passato da pilota la perfida direttrice del carcere lo assolda per impersonare Frankenstein, il campione di Death Race morto nella precedente gara e dovrà vedersela con un nuovo Machine Gun Joe, stavolta nero e omosessuale. A parte l'imbarazzante happy end finale, Anderson sa il fatto suo in quanto ad action movie, ed infatti il film non è certamente uno di quelli che annoiano, anzi, il fiato si ferma in gola per tutti i 100 minuti, peccato che, alla scritta "fine" il cervello abbia già dimenticato tutto. Gli effetti da videogame sono fatti bene ma fanno perdere l'aura di artigianalità dell'originale, le idee poi latitano ed alla fine ci si chiede perchè spendere soldi nel realizzare sequel/remake che non dicono nulla di nuovo e nulla fanno se non rifriggere la solita zuppa ormai stantia.

Nonostante questo il nome del colpevole di tutto, quel tale Roger Corman che ogni weirdo lover ha imparato ad amare, è sempre lì (nel remake in qualità di executive producer) e ci guarda con benevolenza sulle poltrone del cinema ad ingozzarci di pop corn ed a ridere come matti ad ogni esplosione/maciullamento. Questo è il cinema ragazzi!