venerdì, 26 giugno 2009

La ragazza che sapeva troppo (1963)

Sulle note di "Furore" ottimo brano pop cantato da Adriano Celentano, inizia uno dei film che determineranno per la prima volta in Italia le regole del giallo, quelle stesse regole seguite un pò da tutti i registi di genere del successivo decennio. Partendo da un titolo che ricalca esplicitamente il cinema Hitchcockiano, Mario Bava forgia in un cupo bianco e nero un vero e proprio incubo in celluloide, che, sopratutto nella prima mezz'ora lascia senza respiro. Bava in compagnia di Enzo Corbucci mette in scena, sette anni prima di L'uccello dalle piume di cristallo  la storia di un turista americano (in questo caso una donna,  l'attrice Letícia Román) che giunta in vacanza a Roma, ospite di una vecchia parente, finisce per passare una notte di puro terrore quando la vecchia muore nel suo letto (in una sequenza che Bava riprodurrà anche nel suo successivo capolavoro I tre volti della paura ).

La ragazza (che si chiama Nora) esce di casa per cercare soccorso ma trovatosi sola fra le antiche e deserte strade notturne della capitale, assiste all' omicidio di una donna. Nora cerca di allontanarsi ma inciampa e batte la testa, verso l'alba un uomo le passa accanto e le da da bere del whisky da una fiaschetta cosicchè il poliziotto che la trova stessa sul selciato pensa ad un'ubriacona di passaggio. Fortunatamente per Nora ci penserà l'aitante medico John Saxon ad aiutarla a scoprire il misterioso caso in cui è coinvolta, che ha come protagonista un fantomatico serial killer che uccide seguendo uno schema alfabetico.

Pur nella sua estrema semplicità strutturale, "La ragazza..." è un film che mantiene tutte le sue promesse, snocciolando emozioni a tutt'andare, arricchito da ottimi attori sia americani che italiani (tra cui spicca la bravissima Valentina Cortese) e impreziosito da una fotografia noir di gran classe che solo il maestro Bava sapeva regalare nei suoi film, che pur se a basso costo rappresentano senza dubbio una scuola di cinema preziosa per tutti gli autori nel mondo. Il tocco finale, geniale escamotage ironico, tende a ribaltare tutto quello che si è visto finora, piccola firma personale del nostro amato regista che amava giocare con il dualismo finzione cinematografica/realtà di quello che effettivamente si vede.

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lunedì, 01 giugno 2009

L'ULTIMO UOMO SULLA TERRA (1964)

Considerato non solo una delle più efficaci trasposizioni del bellissimo romanzo di Richard Matheson "Io sono Leggenda" ma anche uno dei più sorprendenti B movie italiani degli anni sessanta, L'ultimo uomo sulla terra è stato addirittura considerato fonte ispiratrice per George A. Romero e il suo Night of the Living Dead . Certo le atmosfere ci sono tutte anche se all'epoca furono tante le possibilità di ispirazione per Romero (vedi a tal proposito il surreale e simbolico Carnival of Souls .

Sicuramente, ai fini della confezione più che decorosa del film giocarono molto la collaborazione con tecnici americani, essendo una co-produzione, le atmosfere regalate dalla location dell'Eur di Roma, la presenza di un monumento alla recitazione come Vincent Price e dulcis in fundo la suggestiva fotografia in bianco e nero di Franco Delli Colli, insomma i soldi degli americani e le maestranze italiane poterono un miracolo irripetibile nel nostro paese, ovvero quello di realizzare un film di genere potente ed efficace, da poco tempo riscoperto (cioè poco dopo l'uscita di quella schifezza di I Am Legend con Will Smith) e apprezzato dai critici di tutto il mondo. Un colpaccio dunque, partorito dalla mente di quel genio del B movie che era Samuel Z. Arkoff coadiuvato dalla collaborazione dello stesso Matheson in veste di co-sceneggiatore sotto falso nome ( Logan Swanson), ma quanto si può considerare italiano un film di questo tipo? Certo qualcuno potrebbe obiettare che il regista, quindi la mente pulsante del progetto era italiano, quel tal Ubaldo Ragona di cui si ebbero poche tracce nel cinema mondiale, tuttavia ciò non è accertato, fonti abbastanza attendibili danno come regista effettivo tal Sidney Salkow che non compare nemmeno nei titoli, questo, pare perchè la Titanus impose solo nomi italiani all'interno della pellicola, insomma una specie di convenzione che prevedeva di maestranze locali, ed in effetti scorrendo la pagina di Imdb si nota subito che, a parte la produzione, tutta la troupe era italiana. Tra l'altro Imdb accredita in co-regia anche il sedicente regista. Ma quanto girò uno e quanto girò l'altro? C'è chi afferma che il nome di Salkow compare per esigenze produttive nella versione estera, c'è chi dice che era lo stesso Ragona sotto falso nome (ma chi afferma questa cosa dice una stronzata!), c'è invece chi come me se ne frega un pò e si gode le spettrali sequenze di Price che gira per le strade deserte a caccia di vampiri con punteruoli di frassino e collane d'aglio, mentre il suo buon amico Ben (un'ottimo Giacomo Rossi-Stuart) si piazza tutte le sere di fronte a casa sua per ucciderlo insieme ad altre creature della notte più simili a zombie che a succhiasangue.

Un ottimo film in sostanza, gravato da una serie di interrogativi che ne alimentano la sua aura mitologica, tra i quali sorge spontaneo e lecito anche il domandarsi perchè, se tra gli sceneggiatori c'era lo stesso scrittore, ha accettato di cambiare il nome al personaggio trasformando Robert Neville (il protagonista originale) in Robert Morgan?

 

 

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venerdì, 29 maggio 2009

Earth vs. the Flying Saucers (1956)

Questo film rappresenta a suo modo un vero e proprio simbolo dell’immaginario fantascientifico post seconda guerra mondiale, tutto incentrato nel generare terrore da una minaccia esterna al mondo americano in cui veniva sublimata la paura della Russia e del comunismo. Semplice nella sua confezione ed alquanto banalotto nello sviluppo della storia, "Earth" in realtà nasconde profonde contraddizioni sulla politica americana del dopoguerra. Infatti gli alieni, che compaiono sin dai titoli iniziali in mirabili avvistamenti aerei, giungono sulla terra con una richiesta d’aiuto e trovano invece una risposta offensiva. Non a caso il primo colpo, quello che darà il via ad una vera e propria guerra di mondi, partirà proprio dai terrestri. Emblematiche a tal punto le scene di distruzione finale quando i disconi vanno a schiantarsi contro le imponenti costruzioni di Washington D.c. Insomma il film instilla il tarlo del dubbio su chi siano i buoni e chi i cattivi, ma è proprio un ombra leggera perchè subito dopo la prima mezz'ora le parti si chiariscono ed allora vediamo i marziani che sembrano uscire dalla pubblicità dell'omino Michelin, rapire scienziati e generali e disintegrare tutto quello che gli capita a tiro. Saranno alla fine delle onde sonore emanate da un emettitore inventato dallo scienziato di turno, a far capitolare la minaccia.

Il regista Fred F. Sears morì l'anno successivo, dopo una lunga esperienza cinematografica che proprio in quegli anni vedeva il suo massimo splendore, ha diretto per lo più western ed infatti si vede la mano poco allenata nel campo sci-fi, gli scontri finali però sono decisamente spettacolari anche grazie alle creazioni a passo uno del bravo Ray Harryhausen. Fortunatamente a coadiuvare il tutto c'è quella vecchia lenza di Curt Siodmak in qualità di sceneggiatore, mentre le scenografie vengono tenute per lo più spoglie ed essenziali come anche il design delle astronavi, ispirate, a quanto si dice, da reali avvistamenti documentati fotograficamente.

Chi guarda oggi Earth vs. the Flying Saucers troverà tanti punti in comune con Mars Attacks! al punto da credere quasi che il film di Tim Burton sia quasi un remake. Ovviamente negli anni '50 la fantascienza veniva presa come una cosa seria ed anche se, nel tempo, il genere ha perso i suoi significati reazionari , film come questo non cessano di essere parte integrante di un'identità storica di grande importanza.

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venerdì, 22 maggio 2009

Attack of the Crab Monsters (1957)

 

I titoli di testa sembrano far sperare, viene quasi voglia di pensare "Ma guarda, stà a vedere che il buon Roger Corman, stavolta ha finalmente trovato una megaproduzione", in realtà, ogni weirdo esperto che si rispetti sa benissimo che questo è il peggior film del regista americano, peggiore nel senso estetico in quanto ancor oggi considerato uno dei suoi cult assoluti .

Già dopo pochi minuti "Attack..." rivela subito la sua essenza trash quando vediamo il gommone dei protagonisti che approda sull'isola misteriosa, arivati a pochi metri dalla spiaggia, uno dei marinai casca in acqua e, nonostante siano a riva, lo vediamo affondare nelle profondità oceaniche per riaffiorare cadavere senza testa, o almeno così era nelle intenzioni ma il trucco è talmente posticcio (la camicia calzata sulla testa) e antico che fa subito strappare una risata. Il protagonista di questa scena poi, altri non è che un'altro dei grandi del cinema Bis  degli anni '50, il leggendario sceneggiatore Charles B. Griffith, qui anche nelle vesti di co-producer.

L'inizio quindi non è male ma il bello arriva con le prime apparizioni dei granchioni di cartapesta i cui l'isola è infestata, ai quali hanno disegnato pure una faccia tra le meno sveglie della storia del cinema (beh, appropriato, dopotutto i granchi non hanno fama di essere animali sagaci) con gli occhioni che si aprono e si chiudono con l'elastico delle tendine in bella mostra. Il gruppo di scienziati vittime della ridicola invasione, scoprono poi che i mostri, non solo divorano gli uomini ma ne assimilano le proprietà vocali, vediamo quindi le bestiacce parlare con le voci delle loro vittime e scopriamo che, contrariamente alle aspettative, i crostacei sono dotati di un'intelligenza sopraffina. Ben presto si scoprirà anche che l'unica cosa che li annienta è l'elettricità e dopo orrende chele di cartone che fingono di staccare la testa alle persone, uomini che vengono dondolati appesi ad una corda come se ballassero la samba, filmati di repertorio che si barcamenano tra Tsunami ed esplosioni vulcaniche si arriva finalmente al duello finale a colpi di pali della luce e carapaci polistirolici.

Attack of the Crab Monsters appartiene al periodo punk di Corman, ovvero quella fase dove " noncene fregauncazzodellaconfezione mal'importanteègirarel'importanteènarrare " filosofia questa, che approvo in pieno e, del resto  stiamo parlando di un film che, una volta visto, non lo si scorda più, a conferma che quando le cose sono troppo perfette annoiano mentre quando sono così esageratamente posticcie entrano a far parte della storia, quale fulgido esempio di una cinematografia disancorata dal puro mestiere e mossa esclusivamente da un'urgenza (che poi sia alimentare o artistica non è importante).  

mercoledì, 08 aprile 2009

DAY THE WORLD ENDED (1955)

...Ovvero il post atomico secondo Roger Corman e quindi in assoluta economia, l'introduzione infatti mostra alcune sequenze di repertorio (tratte probabilmente da filmati della seconda guerra mondiale) accompagnati dalla solita minacciosa voce narrante che snocciola moralistici epiteti sulla fine dell'umanità.

Per il resto tutto si svolge in una piccola vallata delimitata dalle nebbie radioattive dove Jim (Paul Birch) e la figlia Louise (Lori Nelson) hanno costruito quello che dovrebbe sembrare un rifugio antiatomico ma che altri non è che una neanche troppo malcelata villetta su un piano incastrata nella roccia. Qui si rifugiano un gruppo di improbabili sopravvissuti al disastro tra cui una ballerina, un balordo e un vecchio contadino con l'asino. A questi si aggiunge anche il solito belloccio tutto muscoli che dovrebbe fare la parte dell'eroe (Richard Denning) e uno che ha respirato troppa aria radioattiva (Jonathan Haze).

La teoria interessante che esprime questo film è che la radioattività è una sorta di licantropia che ti fa venire l'istinto di cacciare e cibarsi di carni contaminate, ovvero quello che succede al contaminato che molto presto andrà a unirsi alla schiera di mostri che vivono alidlà della valle, sorta di nuova progenie di un mondo malato. Di queste creature dovremo però aspettare la fine del film prima di vederne le fattezze, ma il buon "weirdo-lover" non rimarrà di certo deluso dal goffo scimmione con la faccia da strega bacheca con tre occhi, un vero e proprio pezzo da 90 nel cinema spazzatura, una delle innumerevoli creature che Corman ci ha regalato nel corso della sua straordinaria carriera. In più il regista ci aggiunge una nota ambigua e alla fine non si arriva realmente a capire chi sia il mostro in questione, la cui fine viene determinata dall'avvento delle pioggie pulite, così come gli elementi radioattivi generano mostri così gli elementi puri rappresentano la morte per essi. Finale molto epico, sceneggiatura magistrale e attori in buona forma determinano un bel filmino sci-fi che diverte e intriga con un'idea mica male.

Il tutto ovviamente nel sano e divertente segno del weirdo!

In Italia è uscito con l'inspiegabile titolo "Il Mostro del pianeta perduto"

giovedì, 26 marzo 2009

The Earth Dies Screaming (1965)

Sono ben poche le incursioni di Terence Fisher nel gener sci-fi così come sono ben poche le opere dal mai compianto regista inglese girate in bianco e nero. Devo tuttavia ammettere che questo suo quasi sconosciuto B-Movie realizzato al di fuori della Hammer, la famosa casa di produzione horror di cui lo stesso Fisher fu un cavallo di battaglia nonchè realizzatore dei titoli di maggior successo (The Mummy , The Revenge of Frankenstein e l'ormai storico Dracula). Consideriamo quindi Earth Dies Screaming una sorta di vacanza dal gothic horror che imperversava all'epoca, un viaggio all'interno della pura sci-fi che parte da un'invasione extraterrestre invisibile che ricorda molto l'incipit de Village of the Damned. Anche qui infatti le persone cascano a terra all'improvviso come se fossero assalite da un gas volatile. Solo che a differenza del film di Wolf Rilla qui i terrestri muoiono davvero.

Il pilota spaziale Jeff Nolan (Willard Parker) tornato da una missione, trova quindi l'inghilterra deserta, con una massa (beh, visto che il film è low budget, qualche decina) di cadaveri riversi nel marciapiedi. Tutta la storia si svolge quindi in un piccolo paesino di provincia dove il pilota vede avvicendarsi, un pò alla volta, un gruppo di sopravvissuti tra cui il cinico Taggart (Dennis Price) armato di pistola. Il gruppo trova anche una radio da cui sente arrivare strani suoni. Sono segnali extraterrestri i responsabili di tutto, gli alieni però mandano giù enormi robottoni con caschi trasparenti guidati dagli impulsi radio che risvegliano i cadaveri trasformandoli in zombie dagli occhi bianchi.

In generale il ritmo del film non è dei più azzeccati, i robot sono praticamente ciechi e inesorabili ma non generano particolari ansie (cioè per farti uccidere devi proprio andare a rompergli il cazzo!), per lo più il film si sviluppa in dialoghi tra i sopravvissuti ma le atmosfere da doom day anni '60 ci sono tutte ed i robottoni sono la cosa più bella che possa mai vedere un estimatore di sci-fi. Per il resto The Earth Dies Screaming (che merita di essere visto solo per il titolo) è puro feticismo retrò che si lascia vedere e nel finale imbarca la giusta dose di pathos che lascia comunque felici e contenti.

 

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sabato, 03 gennaio 2009

SHE WOLF OF LONDON (1946)

Nonostante il titolo richiami echi di trasformazioni belluine e creature mannare in stile Lon Chaney Jr. non siamo di fronte ad un horror vero e proprio, non ci sono effetti di sovrimpressioni nè mostri pelosi che si aggirano per i fumosi quartieri di Londra. In realtà il film di Jean Yarbrough è più un thriller a tinte forti quasi tutto al femminile e per lo più ambientato in una enorme casa vittoriana dove la giovane protagonista Phyllis (June Lockhart) si sveglia tutte le mattine con le scarpe infangate e le mani sporche di sangue mentre di notte una strana donna con il volto avvolto in uno scialle si aggira per il nebbioso parco a uccidere giovanotti raffinati e poliziotti ciccioni. Sulla giovane grava infatti una terribile maledizione di famiglia che vede i suoi membri trasformarsi in licantropi sotto l'influsso della luna piena.

Tuttavia la soluzione al mistero è meno soprannaturale del previsto e si capisce, anche perchè la misteriosa lupa mannara uccide con una specie di rastrellino per giardino e non ulula bensì abbaia. Ecco forse quest'ultimo particolare è la cosa più weirdo di tutto il film, che non brilla certo di particolari momenti di tensione, invischiato com'è in una serie di noiossimi dialoghi e drammatici struggimenti della giovane, a carburare la dose entrano in scena dei personaggi veramente stereotipati del cinema dell'epoca come la vecchia governante (Eily Malyon) che non si fa mai gli affari suoi ma che vuole tanto bene a phyllis ( e infatti sarà lei a salvarla alla fine) oltre alla solita matrigna Sara Haden ed alla sorella che viene sospettata per prima di essere il misterioso licantropo. Insomma elettrocardiogramma piatto per un film senza particolare interesse per cui essere riscoperto se non il fatto che, all'epoca fu la prima versione del mito licantropesco virata al femminile, cosa questa che in seguito verrà meglio sfruttata da altri titoli mescolando insieme horror e sesso. Insomma se amate le licantrope molto meglio ricercare il mitico"La lupa mannara" del nostro Rino Di Silvestro.

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giovedì, 18 dicembre 2008

THE MOLE PEOPLE (1956)

Le impenetrabili profondità della terra ci hanno sempre regalato un campionario di immaginarie creature weirdo davvero impagabili, si veda a tal proposito tutte le varie pellicole peplum fantasy dei vari Ercole e Maciste oltre ai vari Kaiju Eiga giapponesi in cui ridicoli mostri gommuti uscivano agitando le zampe dai vulcani o dalle profondità marine. Di certo le orrende quando goffe creature protagoniste di questo classico diretto da Virgil W. Vogel non sfigurano nel campionario, anzi, nel tempo, questi uomini-talpa (Nell'edizione italiana vengono chiamati "i tenebriani") hanno raggiunto un'aura iconografica davvero notevole nonostante il loro verso più simile ad un grugnito di maiale che a quello di una creatura delle tenebre. In ogni caso tutto il film è bilanciato ai limiti del ridicolo a partire dal popolo albino nascosto, sin dai tempi del diluvio universale, nelle profondità della terra, dentro una grotta sotto una montagna innevata del territorio asiatico. Qui, tre esploratori raggiungono le rovine di un'antica città nascosta da cui accedono ad un pozzo che scende sottoterra e scoprono questo strano popolo che veste come gli antichi sumeri, è pallido ed ha paura della luce, tant'è che la torcia elettrica del trio viene scambiata come un'arma divina e permette agli occidentali di scampare da morte certa (almeno per il primo tempo). Il popolo sotterraneo si ciba di enormi fungoni di cartapesta e passa il suo tempo a frustare i poveri tenebriani che spuntano da buchi nella sabbia quando devono uccidere o rapire qualcuno.

Intanto gli stranieri scoprono che una loro ancella, Adad (Cynthia Patrick) non è albina perchè rapita dalla superfice tanto tempo fa. Con l'aiuto dei tenebriani che alla fine non sono poi così cattivi gli esploratori (rimasti nel frattempo in due perchè uno, ciccione e pauroso, muore) riescono a risalire alla luce con la bella Adad e qui si attua forse il più ridicolo finale che la storia del cinema ricordi (ma non ve lo rivelo, vedere per credere!).

L'introduzione del film, com'era d'obbligo a quei tempi, è una lunga divagazione scientifica del solito professorone che ipotizza cosa può nascondersi nei sotterranei del nostro pianeta. Insomma un classicone imperdibile per chi ama la sci-fi condita con un pò di fantasy ma sopratutto per chi ama i "ridiculous monsters" che alla fine della fiera diventano protagonisti di un immaginario collettivo che si tramanda di padre in figlio.

martedì, 08 luglio 2008

THE BIRTH OF A NATION (1915)

Che il primo esempio di Kolossal cinematografico mai operato nella storia sia anche il primo esempio di WeirdoKolossal la dice lunga sul futuro del cinema, tre abbondanti di pellicola per un film muto dedicato alla guerra di secessione americana, alla conseguente liberazione della schiavitù nera e la nascita del Ku Klux Klan, il tutto attraverso la saga di due famiglie americane ma sopratutto attraverso un'ottica meramente di parte, al punto che, vista con gli occhi moderni assume quasi le connotazioni di un film di fantapolitica marcatamente razzista.Il regista D.W. Griffith da vita a uno dei racconti più infami dell'epoca, ancorchè distorto dalla visione xenofoba del prete battista Thomas F. Dixon Jr. in cui la storia, come la conosciamo oggi, viene decisamente rovesciata, Griffith non nasconde la sua predisposizione alle ottiche sudiste, immaginando schiavi felici che ballano a piedi scalzi nella sabbia e sono trattati gentilmente dai proprietari del sud, le famiglie degli Stoneman e dei Cameron.

La componente ideologica si evince inoltre nell'uso di bianchi che interpretano neri con la faccia colorata col lucido da scarpe, almeno per quanto riguarda attori che minimamente interpretano una parte, le comparse, ovviamente sono veri neri, probabilmente assunti senza manco sapere di che parlasse il film. La ricostruzione delle battaglie è notevole e lo sforzo produttivo ingente, in un epoca dove il cinema era agli albori e dove era già un miracolo se si riusciva a tirare un'ora di film. Per la prima metà diciamo che tutto fila abbastanza bene, scene di vita familiare, serve nere affezionate ai padroni, la guerra, Abramo Lincoln che viene trucidato a Teatro in una mirabile sequenza, i soldati neri del nord e la concessione del diritto di voto alle persone di colore.Poi comincia l'assoluto delirio, Sylas Lynch (George Siegmann) è il primo mulatto che viene eletto nel paese ma il regista ci mostra sequenze di bianchi che vengono allontanati dalle urne, neri che votano due volte, neri che votano i bianchi e vengono appesi ad un albero e frustati. Griffith con semplice ed ingenua volontà descrittiva mostra che il popolo nero, divenuto un popolo libero comincia a vessare i bianchi, a portare il caos e l'anarchia giustificando così la nascita del KKK. I neri infatti vengono dipinti come pigri, oziosi, alcolizzati e molestatori di donne, in questo modo il primo delitto del clan è nei confronti di un soldato nero responsabile della morte della giovane e leggiadra figlioletta dei Cameron.

Alla fine vedremo l'eroica cavalcata degli adepti al Ku Klux Klan verso il paese nel caos, per salvare le due famiglie assediate, in più luoghi, dai neri cattivi che vogliono fargli la pelle e il politico mulatto Lynch ormai ubriaco di potere che cerca di costringere la bella Flora Cameron (Mae Marsh) a nozze indesiderate.

Lieto fine assicurato con i bianchi fantasmi crociati che riportano l'ordine e la disciplina, i neri confinati nei loro ranghi e le due famiglie che finalmente possono riabbracciarsi,

Certo l'inquietudine che traspare da questo spettacolo, la cui visione può essere una valida prova per misurare la propria forza di volontà, è notevole, forse perchè ci riporta indietro ad un'epoca assurda attraverso la visione, totalmente di parte, di un gruppo di persone che consideravano giuste e plausibili certe ideologie. Da vedere assolutamente, anche per capire quanto siano cattivoni i neri e rendersi conto dei pericoli legati ad una possibile presa di potere da parte loro!!

 

 

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mercoledì, 16 aprile 2008

THE MOST DANGEROUS GAME (1932)

Un anno prima di sfondare con il successo mondiale King Kong, il regista Ernest B. Schoedsack, in collaborazione con Irving Pichel realizza un altro capolavoro, forse meno conosciuto delle avventure del gigantesco gorillone, ma certamente pregno di fascino. "La pericolosa partita" (questo il titolo in italiano) traccia le basi per il film successivo utilizzando la stessa protagonista femminile, la splendida Fay Wray, qui a dire il vero, nella veste molto più sensuale della preda, in compagnia di Joel McCrea, famoso cacciatore che, a causa di un naufragio, si ritrova in quest'isoletta sperduta dove troneggia la fortezza del conte Zaroff (un Leslie Banks ai massimi livelli espressivi in quanto a cattiveria e psicopatia sexualis), esule russo e maniaco della caccia. Non ci vorrà molto al giovane sopravvissuto per capire che l'oggetto del nuovo sport ideato dal cattivissimo nobile è la caccia all'uomo con tanto di trofei umani collocati in una misteriosa stanza segreta.

Girato con un bianco e nero dalle tinte fosche e cupissime, il film si sviluppa in una appassionante caccia all'uomo all'interno di una giungla nebbiosa, tra cani feroci, giganteschi servitori senza parola, coccodrilli e trappole infernali.

Le location sono molto simili alla giungla che ben ricordiamo in King Kong (il tronco gigante su cui passano i fuggiaschi è lo stesso) ma la tensione che si respira in questo film è cento volte superiore, la scena finale del conte che cade dalla finestra mentre la coppia fugge con una barca sul mare è assolutamente un'opera d'arte proprio a livello estetico e concettuale, i protagonisti sono perfetti e la bella Wray si concede l'esposizione di qualche lembo di pelle in più (neanche male per l'epoca). Sono migliaia i film che si sono ispirati a questa favola nera, (un titolo per tutti First Blood) dove l'elemento mostro è incanalato nella figura di Zaroff, decisamente più terrificante di tutti i gorilloni che sono arrivati subito dopo!

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