mercoledì, 11 novembre 2009
PROLOGO
Quando si recensiscono certi pezzi da novanta della cinematografia "trash" italiana bisognerebbe scrivere in posizione "adorante" col viso rivolto verso terra e le gambe inginocchiate, difatti è questa la posizione assunta dal sottoscritto per scrivere la sua seconda recensione del capolavoro di Marco Antonio Andolfi.
La prima recensione potete trovarla
qui.


LA CROCE DALLE SETTE PIETRE (1987)




Finanziato inspiegabilmente con contributi statali, "La croce dalle sette pietre" è un film talmente brutto e malfatto da essere oggi giorno considerato uno dei cult assoluti del cinema horror, innanzitutto per la curiosa commistione tra film di licantropi, satanismo e Camorra story, al punto da essere conosciuto anche come "L'uomo lupo contro la camorra" , poi sicuramente per l'imbarazzante recitazione, i clamorosi buchi di sceneggiatura e gli osceni effetti speciali, tutte cose realizzate personalmente dal nostro regista che scrive, produce  e interpreta il protagonista (sotto lo pseudonimo di Eddy Endolf) Marco Sartori, bancario romano che giunge a Napoli per rivedere la cugina Carmela.



Ma andiamo con ordine: Il film inizia subito elegantemente offrendoci la sublime vista di una serie di normalissime cantine da condominio, in una delle quali un gigionesco Gordon Mitchell sta organizzando un festino satanico per richiedere la venuta del demone Aborym (rappresentato qui come un grottesco chewbacca). Tra un ciccione che cerca in modo goffo di baciare le zinne a una tipa tutta fetish ed un incappucciato che passa la serata a frustare un altra ragazza mentre questa geme dal piacere ("Il tuo dolore è il mio piacere"), arriva il signore delle tenebre con una maschera da scimmia visibilmente di gomma e un costume di lana alquanto infeltrito.
Dopo esserci divertiti con le ridicole facce del buon Mitchell che sembra isterico mentre recita "Aborì vieni qui!!!... Subito!!!!...Ora!!!  Partono i titoli di testa. 
A questo punto appare d'obbligo una riflessione: il film è talmente povero e girato con una pellicola scaduta che, nonostante sia databile nei tardi anni ottanta, sembra uscito direttamente verso la metà degli anni settanta (e non è volutamente retrò).
Marco Sartori arriva alla stazione di Napoli, incontra la cugina Carmela, il dialogo si rivela assolutamente inutile e ci fa da subito capire che quanto scritto in questo canovaccio potrebbe essere rimescolato e utilizzato in qualsiasi altro punto del film senza cambiare una virgola del significato intrinseco dello stesso (il che accade praticamente per tutti i dialoghi della scemeggiatura).
A questo punto la scena cambia e vediamo Mitchell in giacca e cravatta posare in modo statuario sulla spiaggia per una sequenza che avrei visto bene in Gomorra con due tizi che si passano la roba giunta da un ragazzino perplesso che cammina quasi avesse la bici senza sellino. I due si fanno sulla scogliera mentre Mitchell ghigna oscenamente (Mamma mia, è proprio cattivo questo qua!).
Marco e Carmella vanno al bar a fare colazione, lei ordina un caffè senza zucchero e va a fare una telefonata in uno di quegli antichissimi apparecchi a gettoni. Dopodichè passeggiano per le strade, arrivano due (quelli che si stavano "perando" prima probabilmente) in motorino e  fottono a  Marco una catenina che teneva appesa al collo, una scena che succede spesso a Napoli, solo che il nostro eroe si dispera in maniera decisamente esagerata e fa intervenire la polizia per inseguire gli scippatori.
Carmela a questo punto scompare inspiegabilmente e non la rivedremo più per tutto il film, in realtà era una finta Carmela, amica della vera cugina che si era spacciata per lei allo scopo di conoscere il bel giovinotto (visto che la cugina gli aveva parlato della visita di Marco). Prendiamo quindi buono questo pretesto per l'uscita di scena di Carmela e proseguiamo con Marco che si reca in una discoteca dove conosce Maria (Annie Belle) una giovane escort che scopre subito di essere innamorata di lui, non si sa per quale motivo, succede...a Napoli!



Marco viene prelevato e malmenato da un gruppo di energumeni, riesce però a scoprire che il ricettatore Totonno 'o cafone (un personaggio ma sopratutto un nome mitico!) potrebbe avere la croce gemmata. Si reca quindi in piena notte a picchiare i pugni a casa di Totonno ma questi dopo averlo insultato in napoletano rivela di non avere più la croce ma di averla venduta a Don Raffaele Esposito, boss della camorra di Torre Annunziata.
Finalmente giunge la prima trasformazione di Marco anche se non la vediamo direttamente,  ci basta ammirare il risultato, dovete infatti sapere che il lupo mannaro, in questo film, viene rappresentato come un uomo completamente nudo ad eccezione di una sorta di parruccone di lana di vetro che gli copre il viso fino all'altezza del naso, Andolfi non mette neanche dei denti finti, per ovviare al problema si limita a digrignare in continuazione emettendo un suono simile ad uno squittio, la peluria copre quindi le mani e il pisello creando quello che forse è il più ridicolo licantropo della storia del cinema. Le apparizioni del mostro si alternano con brevi primi piani di un simpatico cagnolino che forse nelle intenzioni del regista doveva rappresentare la dualità tra l'uomo e la bestia.



In ogni caso il licantropo assale Totonno che, senza essere praticamente toccato, cade a terra e si scioglie tutto in una mirabile dissolvenza realizzata mettendo un manichino in un forno a 180 gradi.
Ma il colpo di genio totale è che il mostro quando è ancora umano risulta vestito, poi diventa nudo (non ci è dato di sapere che fine hanno fatto gli abiti) e quando ritorna normale è di nuovo vestito come prima!!!
Marco torna a casa sua e si mette a letto, nel sonno continua a ripetere il nome di Don Raffaele Esposito quasi ne fosse innamorato mentre sullo schermo scorre quello che vorrebbe essere una sorta di sogno ma in realtà è un arzigogolato montaggio di sequenze passate, presenti e future del film, in pratica Andolfi ci fa vedere un sunto del film di modo che, molto onestamente a mio avviso, se quello che vedremo non ci piace ce ne possiamo anche andare via subito, a riprova che questo spettacolo è riservato a persone dal palato fine e non dal popolo bue ignorante che non è in grado di apprezzare la nouvelle vague del cinema sperimentale di genere!
Accompagnato da Maria, che chissà come e chissà perchè gli si è appiccicata addosso, Sartori si reca Torre Annunziata e, siccome il modo migliore per rintracciare i camorristi è l'approccio diretto, si ferma ad un bar e chiede molto gentilmente dove può trovare Don Raffaele. 
Arrivano subito due sgherri del don che lo prelevano e lo portano in una villa, Maria li tallona e, dotata di poteri magici (evidentemente) si intrufola nella villa dove assiste ad un raffinato dialogo campano tra due guardie (una con sofisticati calzini rossi) che concludono la loro diatriba con la tipica espressione gergale dei camorristi, ovvero "Jammè a vedè Maradona!!!"   
Don Raffaè riceve il giovane ma non crede che lui sia venuto solo per la croce pur essendo armato di "una penna e nu fazzoletto bah!" quindi lo fa ammanettare e malmenare dai suoi uomini, siccome Sartori non parla, il boss chiama i siciliani, vediamo quindi George Ardisson nella parte di un credibilissimo mafioso anglo siculo che gli inietta il siero della verità, peccato che improvvisamente sorga la luna piena e finalmente assistiamo alla trasmutazione in dissolvenza del volto di Andolfi, probabilmente Jack P. Pierce a questo punto si sarebbe rivoltato nella tomba assistendo alla eterna e sfiancante (almeno per lo spettatore) trasformazione "un pelo alla volta" della faccia digrignante del nostro eroe, contrassegnata da continui ululati che sembrano uscire da un megafono alla stazione della metropolitana.
Il mostro compie un massacro (dipende dai punti di vista dal momento che appena tocca qualcuno questo muore senza motivo), Maria lo recupera ma ancora niente croce. Attraverso un flashback vediamo finalmente a che minchia serve sta croce gemmata! La mamma di Marco era una seguace di Aborym e dopo aver copulato con lui in una scena eccitante quanto una colonscopia ha dato alla luce il nostro protagonista (ovviamente biondo da bambino nonostante il protagonista in età adulta sia improvvisamente diventato castano scuro) mettendogli sta croce al collo per evitargli di prendere la mostruosa strada paterna. Entra in scena aborym e con una voce che sembra appartenere ad un alcolizzato dell'oltretomba piuttosto che ad un demone, da della sgualdrina alla donna e gli fa esplodere lo stomaco.
Adesso è tutto più chiaro, ma la croce è stata donata ad una fattucchiera da cui si reca Marco. Dopo un dialogo imbarazzante in cui Andolfi sembra essersi improvvisamente addormentato (vedere per credere!) questa gli dice che bisogna aspettare non si sa cosa, poi i due si spogliano (anche se lui è attivo come una cozza) e fanno sesso (massì va passiamo il tempo in modo piacevole), Marco mentre la sta penetrando (almeno pare ma vista la posizione che assumono non ci giurerei) si trasforma, riempie di bava schiumosa la tipa urlante e la deflora a morte (si, insomma si vede il sangue sulle parti intime della donna).



Maria giunge sul luogo del delitto, trova la croce e anche la bestia che gli mette le mani al collo, molto tranquillamente direi, ed altrettanto con calma la ragazza, senza provare alcun patema nonostante sia molto prossima alla morte, gli allaccia la croce al collo ponendo fine alla maledizione.
A questo punto è tempo che i cattivi muoiano e quindi Gordon Mitchell fa un incidente in auto tutto da solo, muore e la gente che lo soccorre assiste alla sua istantanea decomposizione. 
Lieto fine con retrogusto cattolico e gita papale inclusa per la nostra coppia (è noto che i figli del demonio si rechino spesso a far visita al Papa) mentre i titoli di coda scorrono davanti alla cupola di San Pietro.
Attore espressivo quanto una colata di cemento, sceneggiatore di fotoromanzi e raffinato regista, Marco Antonio Andolfi, inspiegabilmente,  non ha più lavorato nel cinema fino al 2008 quando, dopo essersi reso conto che qualcuno aveva rivalutato la sua schifezza, ha deciso di realizzare una sorta di mediometraggio sequel dal titolo "
Riecco Aborym", intimistica rilettura del mito intervallato da scene riprese dal film originale, insomma nonostante gli anni Andolfi non ha perso la sua straordinaria capacità di allungare il brodo trasformando la merda in oro colato!

EPILOGO
Finalmente la recensione è finita, posso tornare alla mia posizione normale pur conservando negli occhi quella punta di commozione inevitabile quando si parla di certi capolavori (sigh!). Ovviamente è d'obbligo la visione del film in posizione canonica!


lunedì, 09 novembre 2009

Adrénaline (1990)



Operazione alquanto anomala nel panorama cinematografico fine anni ottanta, molto coraggiosa e terribilmente avanti, visto poi la successiva rivalutazione del cortometraggio come strumento espressivo minimale. Adrenaline è una produzione francese che ha raccolto una serie di miniracconti a opera di 6 registi spaziando tra horror, fantascienza, humor nero e splatter, tutti rigorosamente caratterizzati da un'incredibile aura weirdo che non si vergogna di mostrarsi ridicola all'interno di un circo giocoso e irriverente.
Non esiste un vero e proprio filo conduttore che lega insieme le storie, forse il lento e inesorabile battere dei bastoni di un'eterna fila di ciechi (Segmento "Les aveugles") in attesa di un qualcosa, assurda introduzione virata in un psichedelico bianco e nero. Dopo una partenza al fulmicotone acido con Métrovision" di 
Yann Piquer (sinceramente non molto entusiasmante) si prosegue con il bellissimo e crudele "Le cimetière des éléphants" di Philippe Dorison dove le vecchie auto prendono vita propria e si recano inesorabili verso la demolizione con il guidatore prigioniero dentro, un corto quasi muto ma emblematico, sottolineato da un'ossessiva  musica che lo rende agghiacciante nella sua involontaria comicità, anche l'incredibile "Corridor" di Alain Robak spicca nettamente nella mischia con una sorta di gara per vincere una casa irta di trappole mortali ordite da due mefistofelici vecchietti.



Adrenaline ci regala alcune opere memorabili di Piquer e Jean-Marie Maddeddu (anche attore in molti degli episodi)  come "Sculpture physique" posto giustamente a conclusione del film, oppure "La dernière mouche", quasi surrealista e bunuelliano nella sua rappresentazione della follia di un cacciatore di mosche, altrettanto vintage è il Revestriction di Barthélémy Bompard dove una tipa si alza una mattina e si trova prigioniera nella sua stanza col soffitto che si abbassa sempre più. Momenti cyberpunk invece con il "Cyclope" di John Hudson e Anita Assal dove una telecamera a circuito chiuso si trasforma in un ragno meccanico, gli stessi registi ci regalano anche il telesorcista nel divertente  "TV Buster", mentre splatter e grottesco si miscelano in "Interrogatoire" e nel delirante "Graffiti".


 
Altre opere invece risultano più debolucce come "Embouteillage" di Barthélémy Bompard o  "Urgences". Per dirla alla francese un pout pourri di cinema veramente stravagante che fra i suoi alti e bassi ha goduto di un'inaspettata originalità e freschezza di (allora) giovani leve registiche,  un titolo purtroppo oggi caduto nel dimenticatoio ma che bisognerebbe assolutamente riscoprire. Ultima raccomandazione, non spegnete prima della fine dei titoli di coda!

mercoledì, 04 novembre 2009
NIGHTWING (1979)

"I Pipistrelli vampiro sono la quintessenza del male, ti succhiano tutto il sangue e pisciano quello in eccesso lasciando in giro odore di ammoniaca", queste in sostanza le motivazioni che spingono il cacciatore di vampiri David Warner a portarsi con un furgoncino nel deserto del New Mexico in compagnia di uno sceriffo pellerossa a caccia di mostruosi chirotteri che dapprima si accontentavano di mucche e cavalli, poi si sono rivolti verso gli indiani di una riserva lasciando dietro di sè una scia di peste, acido e morte. Arthur Hiller dirige questo eco-vengeance di fine anni settanta, tratto dal romanzo "L'ala della notte" di Martin Cruz Smith, prima di essere baciato dal successo di Gorky Park.



Purtroppo nonostante ci sia tutto per realizzare un buon film, pipistrelli assassini, magia indiana e splendidi paesaggi selvaggi, il film non decolla e cade addirittura nel ridicolo con l'apparizione degli spettri degli antenati nel finale. 
Carlo Rambaldi si occupa di realizzare i mostriciattoli alati ma purtroppo non fa un gran bel lavoro, i pipistrelli sono troppo cicciotti  e pelosi per far paura e sbattono le ali meccanicamente senza nascondere troppo la loro natura artificiale, manca la suspance e pure l'azione, non bastano gli anatemi del solito vecchio indiano a creare tensione, oltretutto alla fine i morti sono pochissimi (per un film del genere) e a parte uno o due casi, il decesso non è neanche attribuibile ai vampiri se non collateralmente. Si salva solo la sequenza dell'assalto al bivacco di stupidi turisti portati nel deserto di notte, abbastanza trucida nel suo insieme ma che rappresenta solo un guizzo di vivacità in un film decisamente morto. La pellicola uscì in Italia decisamente in sordina, con il titolo "Le ali della notte". 
  
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categoria:anni 80, b movie, ridicolous monsters, horror anni 80, animals invasion
venerdì, 30 ottobre 2009

MEGA SHARK VS. GIANT OCTOPUS (2009)


 

E' incredibile come, in ogni decade, appaia una casa cinematografica di film exploitation che raggiunge il culto supremo pur producendo film dozzinali, non tanto per i titoli in sè ma per l'abnorme numero di uscite annuali che la stessa manda fuori. Era il caso della Hammer e della Amicus negli anni 50/60 e 70, negli anni ottanta invece fu la volta della Full Moon e negli anni novanta assurse al podio la ben nota TROMA che nel nuovo millennio ha apparentemente conosciuto un graduale periodo di stanca, tutto a favore della new entry, ovvero la Asylum, piccola casa di produzione specializzata nel Mockbuster, ovvero il plagio più o meno esplicito dei blockbuster mainstream. Posizionata come un parassita sotto le colline di Hollywood, la Asylum spia, ascolta e ricopia con mezzi effimeri le ultime produzioni sopratutto in campo horror e sci-fi, realizzandone la propria versione caratterizzata da recitazioni pessime, CG miserrima ed effetti che sembrano usciti da un Vic 20 piuttosto che da un computer. Ha successo Snakes on a Plane ? Ecco uscire "Snake on a Train"(Spacciandolo per il seguito oltretutto) ! Fanno un film sui Transformers ? Loro realizzano Transmorpher! E che dire di Pirates of Treasure Island  che rifà il verso a Pirates of the Caribbean: The Curse of the Black Pearl? E sul loro sito potete trovare altri centinaia di titoli demenziali da accostare ad altrettanti successi Hollywoodiani. Insomma un vero paradiso del trash a basso costo di cui parleremo molto su queste pagine.

Mega Shark si presta a diventare uno dei loro titoli assoluti, grazie anche alla famosa scena del megasqualo che fa un balzo incredibile e azzanna un aereo di linea in volo trascinandolo nell'oceano, una scena peraltro realizzata malissimo a livello di effetti e modelli 3d ma efficace e assolutamente inverosimile. Ecco quello che piace della Asylum il loro personalissimo concetto di spettacolo. In breve la storia vede un antico scontro tra due bestiacce preistoriche di gigantesche proporzioni che riemergono dai ghiacci dell'Antartide per rinverdire la propria secolare rivalità. Sono un megalodonte, gigantesco squalo ferocissimo e una piovra gigante. Lo squalone da parte sua ne combina delle belle, azzanna un ponte, abbatte un aereo, distrugge sottomarini, prima di rincontrarsi col mostruoso mollusco e finire in bellezza questa perla del non sense cinematografico.



In realtà gli effetti e i modellini sono più visibili guardando i trailer che non il film stesso, infarcito abbondantemente da dialoghi inutili e assoluta assenza di altro tipo d'azione. Tolte quindi le scene tamarre di distruzione, il resto del film vive grazie ad attori come Lorenzo Lamas e Deborah Gibson probabilmente più adatti ad una soap opera che ad un film di mostri giganti. Dirige Jack Perez reduce da un altro plagio asylumiano in salsa anticristiana 666: The Child  (copiazzatura del remake di The Omen).

Stranamente Mega Shark non copia nessun blockbuster, anzi si pone come un'affettuosa rimpatriata dei vecchi monster movie giapponesi degli anni cinquanta. Peccato che gli effetti del terribile Tiny Juggernaut rovinino ogni sorta di nostalgica benevolenza nei suoi riguardi.    

mercoledì, 28 ottobre 2009
LA CODA DELLO SCORPIONE (1971)



Personaggio di spicco nel cinema di genere italiano, Sergio Martino ha sempre avuto il merito di offrire, oltre ad una consolidata maestranza come regista, anche un certo gusto per la sperimentazione visiva e la narrazione dinamica. Non a caso, negli anni settanta firma uno dietro l'altro una serie di veri e propri capolavori cult come Tutti i colori del buio , Giovannona coscialunga, disonorata con onore, spaziando dalla fantascienza (L'isola degli uomini pesce) all'eco vengeance (Il fiume del grande caimano) al cinema d'avventura ( La montagna del dio cannibale) al western ( Mannaja) fino al lacrimarello (La bellissima estate ) con una caratteristica comune a quasi tutta la sua filmografia: tutti i suoi titoli sono considerati dei classici. Non c'è quindi solo mestiere nel cinema di Martino, ma una identità precisa che lo rende unico ed inimitabile nel panorama della settima arte. Non a caso anche questo "La coda dello Scorpione" ha una marcia in più nonostante non sia considerato uno dei suoi titoli di spicco.



La dinamica del giallo, lo sviluppo della trama, gli ottimi attori e una visionarietà che salta fuori spesso e volentieri in inquadrature non convenzionali, rendono questo film un pregevole esempio di puro divertissement per il pubblico e un buon giallo che ha notevolmente scavalcato i confini nazionali diventando un titolo di punta per molti registi d'oltreoceano (Tarantino in primis...vabbè ma questo si sa). Girato successivamente a
Lo strano vizio della Signora Wardh, doveva in origine  vedere protagonista ancora Edwige Fenech ma la maternità dell'attrice rese impossibile il suo ingresso nel cast, così Martino ripiegò nella neo esordiente Anita Strindberg che si era già fatta notare nel film Una lucertola con la pelle di donna sopratutto per il suo seno scultoreo e visibilmente rifatto, cosa che a quei tempi era un'assoluta novità. Il viso nordico e il corpo mozzafiato dell'attrice svedese irrompono quindi da protagonisti in una truce storia di omicidi legati ad un'assicurazione sulla vita da riscuotere con George Hilton nei panni di un agente assicurativo e il bravo Luigi Pistilli che stranamente ricopre un ruolo positivo (L'ispettore di polizia).



Splendidi scenari greci costituiscono le location principali, ardite inquadrature, soggettive, qualche nudo e un pò di stilettate qua e la farciscono l'opera e la rendono un gustoso prodotto per divertirsi ma che non rinuncia decisamente alla sua dignità stilistica.
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mercoledì, 21 ottobre 2009
I COLTELLI DEL VENDICATORE (1966)




Decisamente Mario Bava doveva avere una fissa con le vecchie, in quasi tutti i film del maestro si ritrova una vecchia megera, spesso e volentieri nel parte del mostro di turno (I Tre Volti della paura, Operazione Paura), qualche volta come elemento di inquietudine (la vecchietta morta in "La ragazza che sapeva troppo") e altre volte in apertura del film a snocciolare terribili profezie come nel caso di questo "Viking movie" che vede protagonista il muscoloso attore americano Cameron Mitchell.



Il film inizia su una spiaggia dove la vecchia strega profetizza alla regina Karin (
Elissa Pichelli) e il figlioletto Moki (Luciano Pollentin) perseguitati dal perfido Hagen (Fausto Tozzi), bandito con mire di potere a capo di una banda di tagliagole a cavallo. Hagen, approfittando dell'assenza di Re Harald (il sempiterno Giacomo Rossi-Stuart) vuole infatti catturare la regina e il principe e prendere possesso del regno. I due fuggiaschi si ritirano in una specie di baita dove incontrano il solitario Rurik (Mitchell) il quale, abilissimo nel lancio di coltelli fa sfumare i tentativi di cattura da parte di Hagen. Peccato che il nostro eroe, in passato, per una questione d'onore avesse già massacrato tutto il popolo di Re Harald nonchè violentato la stessa regina (che non può riconoscerlo in quanto era mascherato durante il fattaccio).



Come si vede la trama è molto articolata, ciononostante Bava mette in segna un buon film d'avventura che, senza particolari guizzi, si mantiene al di sopra degli standard del film di genere di allora, offrendo puro intrattenimento ma anche la solita splendida fotografia, ottimi attori e scenografie minimali ma interessanti. Non il miglior Bava, ovviamente, ma una prova tangibile della sua destrezza nello spaziare in vari generi mantenendo sempre in prima posizione la qualità del racconto per immagini e anche una certa personalità visiva. Peculiarità assoluta dei grandi maestri italiani del film di genere, ma anche peculiarità, purtroppo, del passato. 
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categoria:b movie, italian movies
mercoledì, 14 ottobre 2009
COLOR ME BLOOD RED (1965)




La moda delle trilogie ha fatto si che anche i primi tre film di
Herschell Gordon Lewis venissero considerati una specie di "Trilogia del sangue", più precisamente stiamo parlando del classico d'esordio Blood Feast,  il secondo e  divertentissimo Two Thousand Maniacs e, a chiusura, questo "Color Me Blood red", storia di Adam Sorg (Gordon Oas-Heim) un pittore pazzerello che vive in una baita sulla spiaggia e scopre il pigmento perfetto per i suoi quadri nel sangue umano, dapprima usa il suo ma gli svenimenti non permettono di stare in piedi e quindi decide di utilizzare il sangue delle sue modelle per completare le sue opere, divenendo così un omicida psicopatico.



In realtà questa trilogia non ha nessun tipo di connessione fra i suoi film se non l'uso smodato del gore (anche se in "color" è molto più attenuato) che del resto rappresenta l'anima dei film di Lewis, per i quali è giustamente considerato l'inventore del genere splatter. In ogni caso l'elemento che più caratterizza i suoi film, oltre al low budget, è l'ironia pungente che caratterizza gli eventi a partire dall'introduzione in cui vediamo un uomo vestito elegante che poggia un quadro per terra, dopo averlo contemplato, e gli da fuoco. Anche la pazzesca corsa con i pedalò con Sorg armato di lancia che insegue una delle sue vittime ha un che di ironico, quasi una sorta di citazione western o medioevale.



La confezione appare anche più povera dei titoli precedenti, girata in tre sole location (spiaggia, casa del pittore, galleria d'arte) con i soliti ragazzini che fanno il falò al mare. Certo il film risulta assai godibile ma la quasi totale mancanza di gimmick gore riscontrabili nei suoi titoli (i fantasiosi smembramenti delle sue vittime che rappresentano il marchio di fabbrica di Lewis) penalizzano però l'effetto finale, quasi a significare che il padrino del gore abbia tentato di realizzare un film serio, per una volta, trascurando budella e squartamenti a favore della storia. Non  sarebbe neanche male come tentativo ma sinceramente preferisco il Lewis di "The Wizard of Gore" o "2000 Maniacs". 
venerdì, 09 ottobre 2009
DORIANA GREY (DIE MARQUISE VON SADE 1976)




Ci sono artisti che disegnano sempre la stessa bottiglia, ci sono cantanti che suonano sempre la stessa canzone (tipo un certo signor Gigi D'Alessio) e ci sono registi che girano sempre lo stesso film o quanto meno utilizzano per ogni film lo stesso tema narrativo. Jesus Franco, arcinoto regista spagnolo dotato di una impressionante prolificità registica, ha sempre avuto a cuore il tema della vampira sexy che succhia la linfa vitale delle sue vittime, sia donne che uomini, attraverso il sesso orale. Una sorta di porno o sexy horror che ha permesso al regista di girare uno dei suoi capolavori "Vampiros lesbos " e le sue derivazioni (tipo Les avaleuses considerato quasi una specie di remake) tra le quali questo "Doriana Gray" rappresenta una variante in cui si mescola anche il tema del doppio ispirata al celebre romanzo di Oscar Wilde.
 

L'interprete come in avaleuses (che uscì in Italia col titolo di Female Vampire o giù di lì) è la splendida e cupa 
Lina Romay che Franco assunse a sostituta della splendida quanto sfortunata Soledad Miranda morta 6 anni prima e interprete di "Vampiros". Diciamo che, a parte un certo estetismo forzato, il regista iberico non ci propina nulla di nuovo se non primi piani vertiginosi della vagina della Romay in preda a un delirio sadomasochistico masturbatorio mentre si rigira in calazamaglia nel letto di una stanza d'ospedale mentre una specie di sorella gemella passa il suo tempo in vestaglietta rinchiusa in una sontuosa villa a succhiare vagine e liquido vitale dalle sue vittime che gli procura il compiacente servo Zyros (Raymond Hardy). Il tutto raccontato in prima persona a una giornalista compiacente dalla stessa Doriana.



La trama in breve vede questo dualismo tra sorelle siamesi di cui una è pazza, l'altra è una vampira e già queste poche righe bastano a farci capire il delirio di tutto il film, alquanto pretestuoso perchè dopotutto è un porno e la sua funzione è quella di far vedere scene porno. Certo il senso estetico di Franco è indubbiamente affascinante anche se i dettagli morbosi delle vagine pelose e martoriate fanno cadere un pò il pathos, di certo i lunghi dialoghi e la staticità dell'insieme  non contribuiscono a farne un prodotto fruibile ma nell'insieme lo si può considerare un porno autoriale di un Franco più alimentare che ispirato.

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domenica, 27 settembre 2009
BOTTOM FEEDER (2006)


Ragazzi! Era dai tempi della Full Moon di Charles Band e quel gran manipolatore di porcherie gommose di nome Ted Nicolaou (Se non lo conoscete andate a recuperarvi TerrorVision) che non vedevo un film così brutto. A differenza dei gommosi della Full Moon qua non cìè neanche l'allegra atmosfera Camp di quegli anni, solo il goffo tentativo di generare dialoghi sterili stile americano figo con gangster, killer crudeli e agenti segreti. Il tutto ruota attorno a una specie di milionario senza scrupoli con il volto deturpato in un incidente, si incontra con uno scienziato al quale ha commissionato un siero in grado di rigenerare i tessuti, peccato ci sia una piccola controindicazione: se non si inietta subito dopo una sorta di nutriente (una broda fosforescente che sembra uscita da Re-Animator) che attenui la tremenda fame generata dal siero, una fame talmente forte che ti porta a divorare la prima cosa che passa di lì (un pò come la pubblicità del Tuc!) il che provoca una strana simbiosi con quanto ingerito. Insomma per farla breve il milionario piazza lo scienziato in una cantina a fare da cavia ma dimentica di dargli il nutriente così il poveretto si avventa sui topi vivi e se li magna crudi.


"Sei quello che mangi" dice uno degli attori a inizio film e infatti lo scienziato si trasforma in un gobboso uomo topo dalla forma ridicola che tiene in scacco sia gli sgherri del cattivo sia una squadra di manutenzione finita lì per fregarsi del materiale sanitario (siamo in un vecchio ospedale abbandonato) abbandonato. Randy Daudlin tenta di rifare Alien 2 sulla Terra  manco fosse Ciro Ippolito, l'impresa si rivela un fiacco filmetto buono per il mercato home video, con un pò di splatter visto e stravisto, un Tom Sizemore irriconoscibile e un gruppo di caratteristi assolutamente poco credibili che passano dall'impaurito al coraggioso in modo talmente improvviso da far gridare al miracolo, anche se qui il vero miracolo è riuscire a stare seri di fronte a tanta assurdità. Meno male che si ride insomma, perchè il film dovrebbe far paura!
 
giovedì, 17 settembre 2009

IL MONDO DI YOR (1983)

Tratto dagli splendidi fumetti di Ray Collins e Juan Zanotto editi su Lanciostory a partire dagli anni '70, il film di Antonio Margheriti coglie a fagiolo l'occasione per sfruttare la vigente moda del post atomico per realizzare finalmente uno dei più importanti tasselli della sua lunga carriera, ovvero trarre un film da un fumetto, pratica allora molto rara ancora (però Spider-man l'avevano già fatto, almeno un tentativo) e comunque piena di risultati non incoraggianti ( a parte Bava con lo splendido Diabolik e Lenzi col discreto Kriminal). Le gesta del preistorico cacciatore biondo (interpretato da Reb Brown) che combatte dinosauri di cartapesta in un mondo non bene imprecisato, con al fianco la splendida Corinne Clery e uno stuolo di pelosissimi quanto ridicoli barbari, diventa per l'Italia un mini serial di 4 puntate da un'ora ciascuno oltre ad un lungometraggio per il mercato estero che diventerà sorprendentemente un grande successo. Merito sopratutto della curiosa commistione tra fantasy, avventura e fantascienza che rendono il progetto particolarissimo nonostante che la consueta carenza di mezzi renda la confezione tutt'altro che un blockbuster. La scelta poi infelice di creare dinosauri a dimensione reale, in legno e gommapiuma, per rendere maggiormente enfatico il rapporto di fisicità tra mostro e attore, non rende sicuramente con il più nostalgico ma molto più efficace passo uno. Insomma mostri che aprono e chiudono la bocca come se fosse una persiana non aiuta sicuramente l'immedesimazione dello spettatore in un mondo selvaggio dove Yor è alla perenne ricerca dell'altra metà del medaglione che rappresenta lunica testimonianza delle sue origini. Origini che, come scopriremo in seguito, appartengono ad una civiltà evolutissima quanto aliena, stabilitasi sul pianeta dopo le solite guerre atomiche che avevano devastato la terra natale.

Altra scelta infelice, oltre alla comicità involontaria di vedere preistorici con barbe posticce, è l'attore protagonista, ridicolo col suo parruccone glam quanto idiota nella sua recitazione. Peccato perchè il buon Margheriti ce l'ha messa tutta per fare un bel film, e qua e là il genio torna a galla, il ritmo è buono e il film riesce a non annoiare. Insomma Yor, nel suo genere si staglia sopra la (bassa) media del periodo e la derivazione sci-fi del finale riesce anche a salvare il tutto con effetti più che discreti.

Nell'elenco del cast troverete un sacco di nomi strani...niente paura, il film è stato girato interamente in Turchia.

 

postato da: albylupo alle ore 22:47 | Permalink | commenti (2)
categoria:anni 80, b movie, ridicolous monsters, sci fi of the z era, punkie junkie