mercoledì, 25 novembre 2009

For Y'ur Height Only (1981)

Forti di un'industria cinematografica altamente di genere, al pari di quella turca o indiana, i filippini hanno sempre sfornato autentici cult-movie, peccato che da noi non arrivi nulla se non in lingua originale o doppiato in inglese, anche quando si tratta di titoli di importanza quasi storica nel panorama dell'exploitation mondiale come nel caso della più famosa avventura dell'agente 00 interpretato da Weng Weng, alias Ernesto de la Cruz, uno degli uomini più bassi del mondo (praticamente alto quanto una bottiglia di coca cola), vero e proprio scherzo della natura che ha trasformato il suo handycap in una forza trainante del suo successo portandolo spesso e volentieri a diventare assiduo frequentatore  del palazzo di Imelda Marcos.




Appassionato sin dalla tenera infanzia alle arti marziali, Wen Weng girò in tutto nove film, tre dei quali impersonando il mini agente segreto che lo fece diventare un vero e proprio idolo cinematografico nelle filippine, seppur per un breve periodo. Morì nel 1992 a soli 35 anni,  nel 2007 è stato realizzato un documentario dedicato alla sua carriera dal titolo
The Search for Weng Weng .



Già dal titolo (Solo per la tua altezza) "For Y'ur Height Only" mette subito le carte in chiaro, stiamo parlando di una parodia, oltretutto una parodia trash del ciclo dedicato a James Bond, Weng Weng ostenta un completo bianco, salta come un matto, viene letteralmente lanciato addosso ai cattivi e appena tocca qualcuno lo stende al suolo, ma sopratutto e incredibilmente ci sa fare con le donne, anche se vedere enormi donnone mulatte che lo baciano spesso ha un che di grottesco nell'insieme, Weng recita sempre con la stessa espressione, sfodera armi talmente assurde quanto ridicole, tipo l'anello che cambia colore in presenza del veleno o il cappello telecomandato e, dulcis in fundo, degli incredibili retrorazzi con cui si sposta in cielo.



Il tutto all'interno di una trama che è poco più di un pretesto con un signore della guerra, tale Mr. Giant (eh beh!) che rapisce il professor Van Kohler per usare la sua terribile invenzione, la N-Bomb, toccherà quindi al piccoletto sgominare la sua incredibile banda di ladri e assassini in un tripudio assoluto di finti combattimenti, sparatorie alla pirite e vestiti ultrapacchiani delle migliori psychosartorie di Manila. In tutto questo il divertimento è assoluto e la sensazione del weirdo permane immota nelle nostre menti mentre scorrono incredibili momenti del miglor cinema spazzatura.   

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lunedì, 09 novembre 2009

Adrénaline (1990)



Operazione alquanto anomala nel panorama cinematografico fine anni ottanta, molto coraggiosa e terribilmente avanti, visto poi la successiva rivalutazione del cortometraggio come strumento espressivo minimale. Adrenaline è una produzione francese che ha raccolto una serie di miniracconti a opera di 6 registi spaziando tra horror, fantascienza, humor nero e splatter, tutti rigorosamente caratterizzati da un'incredibile aura weirdo che non si vergogna di mostrarsi ridicola all'interno di un circo giocoso e irriverente.
Non esiste un vero e proprio filo conduttore che lega insieme le storie, forse il lento e inesorabile battere dei bastoni di un'eterna fila di ciechi (Segmento "Les aveugles") in attesa di un qualcosa, assurda introduzione virata in un psichedelico bianco e nero. Dopo una partenza al fulmicotone acido con Métrovision" di 
Yann Piquer (sinceramente non molto entusiasmante) si prosegue con il bellissimo e crudele "Le cimetière des éléphants" di Philippe Dorison dove le vecchie auto prendono vita propria e si recano inesorabili verso la demolizione con il guidatore prigioniero dentro, un corto quasi muto ma emblematico, sottolineato da un'ossessiva  musica che lo rende agghiacciante nella sua involontaria comicità, anche l'incredibile "Corridor" di Alain Robak spicca nettamente nella mischia con una sorta di gara per vincere una casa irta di trappole mortali ordite da due mefistofelici vecchietti.



Adrenaline ci regala alcune opere memorabili di Piquer e Jean-Marie Maddeddu (anche attore in molti degli episodi)  come "Sculpture physique" posto giustamente a conclusione del film, oppure "La dernière mouche", quasi surrealista e bunuelliano nella sua rappresentazione della follia di un cacciatore di mosche, altrettanto vintage è il Revestriction di Barthélémy Bompard dove una tipa si alza una mattina e si trova prigioniera nella sua stanza col soffitto che si abbassa sempre più. Momenti cyberpunk invece con il "Cyclope" di John Hudson e Anita Assal dove una telecamera a circuito chiuso si trasforma in un ragno meccanico, gli stessi registi ci regalano anche il telesorcista nel divertente  "TV Buster", mentre splatter e grottesco si miscelano in "Interrogatoire" e nel delirante "Graffiti".


 
Altre opere invece risultano più debolucce come "Embouteillage" di Barthélémy Bompard o  "Urgences". Per dirla alla francese un pout pourri di cinema veramente stravagante che fra i suoi alti e bassi ha goduto di un'inaspettata originalità e freschezza di (allora) giovani leve registiche,  un titolo purtroppo oggi caduto nel dimenticatoio ma che bisognerebbe assolutamente riscoprire. Ultima raccomandazione, non spegnete prima della fine dei titoli di coda!

mercoledì, 04 novembre 2009
NIGHTWING (1979)

"I Pipistrelli vampiro sono la quintessenza del male, ti succhiano tutto il sangue e pisciano quello in eccesso lasciando in giro odore di ammoniaca", queste in sostanza le motivazioni che spingono il cacciatore di vampiri David Warner a portarsi con un furgoncino nel deserto del New Mexico in compagnia di uno sceriffo pellerossa a caccia di mostruosi chirotteri che dapprima si accontentavano di mucche e cavalli, poi si sono rivolti verso gli indiani di una riserva lasciando dietro di sè una scia di peste, acido e morte. Arthur Hiller dirige questo eco-vengeance di fine anni settanta, tratto dal romanzo "L'ala della notte" di Martin Cruz Smith, prima di essere baciato dal successo di Gorky Park.



Purtroppo nonostante ci sia tutto per realizzare un buon film, pipistrelli assassini, magia indiana e splendidi paesaggi selvaggi, il film non decolla e cade addirittura nel ridicolo con l'apparizione degli spettri degli antenati nel finale. 
Carlo Rambaldi si occupa di realizzare i mostriciattoli alati ma purtroppo non fa un gran bel lavoro, i pipistrelli sono troppo cicciotti  e pelosi per far paura e sbattono le ali meccanicamente senza nascondere troppo la loro natura artificiale, manca la suspance e pure l'azione, non bastano gli anatemi del solito vecchio indiano a creare tensione, oltretutto alla fine i morti sono pochissimi (per un film del genere) e a parte uno o due casi, il decesso non è neanche attribuibile ai vampiri se non collateralmente. Si salva solo la sequenza dell'assalto al bivacco di stupidi turisti portati nel deserto di notte, abbastanza trucida nel suo insieme ma che rappresenta solo un guizzo di vivacità in un film decisamente morto. La pellicola uscì in Italia decisamente in sordina, con il titolo "Le ali della notte". 
  
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venerdì, 02 ottobre 2009

Monster in the Closet (1986)



Uscito da noi nei tardi anni '80 con il titolo  "Non aprite quell'armadio" quando sembrava che tutti i film horror dovessero avere nel titolo una citazione di "Non Aprite quella porta" (Non aprite quel cancello, Non entrate in quella casa...non fate un cazzo di niente!), il film scritto e diretto da Bob Dahlin (più portato ad essere assistente direttore o direttore di seconda unità che regista) è una delle tante "Troma Release" che giravano in quegli anni portando con sè l'irriverenza volutamente trash della casa di Lloyd Kaufman, con pochi soldi e tanto citazionismo divertito e divertente.
In effetti  "Monster in the closet" appare sin da subito come una parodia del classico horror anche se man mano che si procede nella storia si vira decisamente verso il monster movie ad ampio respiro con tanto di sequenze di panico collettivo riciclate e scene di repertorio burlescamente montate in sovrimpressione mentre il mostro gira indisturbato per la città.


La storia è quella di una serie di misteriose sparizioni, un vecchietto (piccolo cameo per il grande
John Carradine), il suo cane ed alcune ragazze, tutti nei pressi di un guardaroba. Gli assalti del mostro vengono infatti rappresentati fuori campo ed esemplificati attraverso lo spargimento di vestiti anzichè di sangue. Dal principio la stampa non da credito al caso e incarica uno sprovveduto giornalista (Donald Grant) detto Richard "don't call me Superman" Kent (per via della somiglianza con Clark Kent), più amante delle barrette al cioccolato che dei casi di cronaca nera. L'indagine lo porta a conoscere la giovane e avvenente biologa  Dianne Bennett (Denise DuBarry), con l'aiuto di un valente scienziato (Henry Gibson) i due ordiranno una trappola elettrificata per il mostro (un incrocio tra un bruco e un uomo di neardenthal che si muove attraverso i ripostigli) usando come esca una barretta di cioccolato duramente estorta al povero Richard.



Niente da fare però e a quel punto il mostro rapisce il giovane reporter e se lo porta in braccio in giro per le strade. A quel punto l'unica soluzione per distruggerlo è fare in modo che tutti i ripostigli e gli armadi a muro vengano distrutti, e infatti vediamo la gente che prende ad accettate i camerini e gli spogliatoi. Il mostro non potendo più rifugiarsi da nessuna parte muore con in braccio ancora la sua preda. A quel punto non è chiaro se siamo di fronte ad una versione gay di King Kong o una sorta di MiniGodzilla senza futuro ma di certo il film è scorrevole e diverte al punto giusto, l'idea di base è delirante quanto basta per trasformare "Monster in the Closet" in un istant cult e dulcis in fundo, il film è impreziosito da questi piccoli cameo di grandi caratteristi del passato, oltre a Carradine e Gibson troviamo anche
Claude AkinsHoward Duff e Stella Stevens.

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martedì, 22 settembre 2009

DRAG ME TO HELL (2009)

Ritorna Sam Raimi e con lui tutto il cinema horror degli anni ottanta, la stagione più grande che questo genere conobbe in passato, paradossalmente grazie sopratutto a questo piccolo genio indipendente che con 350.000 dollari e un gruppo di amici rivoluzionò tutto mescolando splatter, cartoon, terrore e commedia nel suo primo capolavoro The Evil Dead. Passati gli anni a rimescolare i fumettoni della Marvel dipingendo le gesta del più grande lanciaragnatele della carta stampata, Raimi decide finalmente di tornare all'horror con questo Drag Me to hell e lo fa con incredibile umiltà, voglia di divertirsi e fantasia che è veramente difficile non lasciarsi trasportare dalle gesta della povera Christine Brown (Alison Lohman) alle prese con una terrificante vecchia zingara che, per avergli negato una proroga nei pagamenti del mutuo, gli lancia addosso la maledizione della Lamia, un terribile demone che dopo tre giorni da incubo viene a prenderti per portarti all'inferno.

L'occasione è ghiotta per recuperare quel bagaglio di orrori che il buon Sam aveva accantonato nella triade di Evil Dead 1,2 e Army of Darkness. Lo schifo si mescola con lo spavento circense a suon di apparizioni improvvise, sbalzi di suono e urla che fanno saltare sulla sedia (ma quanto si saltava al cinema vedendo "La Casa"?), rumori, sibili, svomitazzate di brodaglia verde, spruzzi di sangue dal naso (forse la scena più divertente del film) mosche che ti entrano nel naso e ti fanno vedere occhi che escono dalle torte, capre che parlano e ti danno della puttana, sacrifici umani, sedute spiritiche in stile esorcista. Davvero un calderone per tutti i gusti ma sapientemente mescolato da una storia quanto meno pretestuosa che fa il suo porco lavoro e tiene dignitosamente in piedi tutta la messinscena regalandoci oltretutto anche un finale a sorpresa che lascia lo spettatore carico di inquietudine. 

Un cast volutamente di bravi ma sconosciuti, atmosfere alla Jacques Torneur, i mirabolanti make up del bravo Gregory Nicotero (la vecchia è impressionante) e la sapiente scrittura dei fratelli Raimi danno alla nuova stagione cinematografica 2009/2010 quello start in più che promette bene, e un bell'horror come questo, di questi tempi credetemi, vale veramente tanto oro quanto pesa.

giovedì, 17 settembre 2009

IL MONDO DI YOR (1983)

Tratto dagli splendidi fumetti di Ray Collins e Juan Zanotto editi su Lanciostory a partire dagli anni '70, il film di Antonio Margheriti coglie a fagiolo l'occasione per sfruttare la vigente moda del post atomico per realizzare finalmente uno dei più importanti tasselli della sua lunga carriera, ovvero trarre un film da un fumetto, pratica allora molto rara ancora (però Spider-man l'avevano già fatto, almeno un tentativo) e comunque piena di risultati non incoraggianti ( a parte Bava con lo splendido Diabolik e Lenzi col discreto Kriminal). Le gesta del preistorico cacciatore biondo (interpretato da Reb Brown) che combatte dinosauri di cartapesta in un mondo non bene imprecisato, con al fianco la splendida Corinne Clery e uno stuolo di pelosissimi quanto ridicoli barbari, diventa per l'Italia un mini serial di 4 puntate da un'ora ciascuno oltre ad un lungometraggio per il mercato estero che diventerà sorprendentemente un grande successo. Merito sopratutto della curiosa commistione tra fantasy, avventura e fantascienza che rendono il progetto particolarissimo nonostante che la consueta carenza di mezzi renda la confezione tutt'altro che un blockbuster. La scelta poi infelice di creare dinosauri a dimensione reale, in legno e gommapiuma, per rendere maggiormente enfatico il rapporto di fisicità tra mostro e attore, non rende sicuramente con il più nostalgico ma molto più efficace passo uno. Insomma mostri che aprono e chiudono la bocca come se fosse una persiana non aiuta sicuramente l'immedesimazione dello spettatore in un mondo selvaggio dove Yor è alla perenne ricerca dell'altra metà del medaglione che rappresenta lunica testimonianza delle sue origini. Origini che, come scopriremo in seguito, appartengono ad una civiltà evolutissima quanto aliena, stabilitasi sul pianeta dopo le solite guerre atomiche che avevano devastato la terra natale.

Altra scelta infelice, oltre alla comicità involontaria di vedere preistorici con barbe posticce, è l'attore protagonista, ridicolo col suo parruccone glam quanto idiota nella sua recitazione. Peccato perchè il buon Margheriti ce l'ha messa tutta per fare un bel film, e qua e là il genio torna a galla, il ritmo è buono e il film riesce a non annoiare. Insomma Yor, nel suo genere si staglia sopra la (bassa) media del periodo e la derivazione sci-fi del finale riesce anche a salvare il tutto con effetti più che discreti.

Nell'elenco del cast troverete un sacco di nomi strani...niente paura, il film è stato girato interamente in Turchia.

 

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mercoledì, 05 agosto 2009

BROTHER FROM ANOTHER PLANET (1984)

A volte fare un film di fantascienza low budget rappresenta una vera e propria scommessa, in molti casi si deve lavorare molto sulle idee quando non si hanno mezzi ed il risultato è decisamente esaltante come nel caso di questa sorta di tardo blacksploitation indipendente scritto e diretto da John Sayles. Una sorta di E.T. politicamente incorretto dove Joe Morton è un alieno di colore piombato chissà da dove nella città di New York finendo direttamente nei sobborghi di Harlem, il misterioso visitatore non parla, ai piedi ha tre ditone zannute ed è bravissimo a riparare videogames solo apponendo la sua mano sui circuiti. Sayles mescola sapientemente Spielberg e Spike Lee con infinite chiacchere da bar, scene di ordinaria tossicodipendenza e la presenza di due misteriosi bianchi allampati e vestiti di nero che cercano ovunque l'alieno (Uno dei due interpretato dallo stesso regista). Cast quasi completamente all black con gustoso cameo della cantante Dee Dee Bridgewater che si porta a letto il "fratello".

Sayles usa in modo straordinario il protagonista, personaggio al quale è difficile non affezionarsi per la sua aria confusa ma anche saggia, quasi ascetica nel suo costante e colpevole silenzio. Certo non stiamo parlando di un film per amanti di Star Trek o Guerre Stellari, la fantascienza è ridotta all'osso di cui le sole tracce vengono espresse nell'atterraggio iniziale dentro al fiume Hudson o quando il fratello si stacca un occhio e lo piazza a mo di telecamera in un vaso per spiare i movimenti di un pusher ma l'utilizzo dei graffiti come codice di comunicazione con gli altri "fratelli" alieni atterrati prima di lui o la scena dove prova l'eroina e vive una nottata da sballo nella downtown sono momenti cult di grande spessore che aiutano a comporre tassello per tassello uno dei più bei film originali e indipendenti degli anni '80.

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mercoledì, 15 luglio 2009

SLITHER (2006)

Vi ricordate di quel piccolo gioiellino degli anni ottanta intitolato Night of the Creeps ? Un B-movie horror fantascientifico diretto dal geniale Fred Dekker (a proposito qualcuno sa che cavolo sta facendo?) che parlava di schifose sanguisughe aliene che si infilavano nelle persone trasformandole in zombie. Non è ben chiaro se Slither sia una sorta di omaggio o remake riadattato di questo cult movie uscito da noi con il pessimo titolo "Dimensione Terrore", certo è che ne ricalca lo spirito (oltre alla trama) in maniera impressionante. L'estroso regista targato Troma James Gunn dirige ottimamente con chiari intenti nostalgici le vicende di una piccola comunità americana su cui piomba una strana meteora il cui contenuto si insinua nello sfortunato Grant Grant (un redivivo quanto ironico Michael Rooker), dapprima i cambiamenti sono in positivo (aumento della libido, forza) ma quando l'insano appetito di carne cruda comincia a prendere il sopravvento le cose iniziano a complicarsi. Dopo aver morso e mutato la sua amante Shelby (Jenna Fischer) la rapisce e la rinchiude in un fienile dove verrà rinvenuta mostruosamente gonfia come un pallone aerostatico. Al suo rinvenimento la polizia scoprirà che dal suo corpo esploso fuoriescono migliaia di vermoni alieni i quali, penetrando in bocca alle persone ne assumeranno il controllo trasformandoli in zombi.

Nonostante siamo di fronte a un prodotto low budget, la confezione è ottima, il ritmo è forsennato e gli effetti sono buoni, merito di uno sviluppo della trama concepito in maniera da centellinare le situazioni dosandole al modo giusto, insaporendo il tutto con una verve ironica che richiama molto le precedenti produzioni in casa Lloyd Kaufman, non a caso poi Gunn è anche sceneggiatore ( suo lo script del remake di Dawn of the Dead ) oltre ad essere un appassionato dei cult del passato le cui numerose citazioni, all'interno del film non possono passare inosservate, oltre al film di Dekker, infatti, troviamo rimandi a Frank Henenlotter (Basket Case), John Carpenter (La Cosa), David Cronenberg (il vermone che nuota nella vasca da bagno con la ragazza nuda ricorda molto una scena de "Il Demone sotto la pelle" in cui, del resto, c'erano anche i vermoni) e dulcis in fundo le trasmutazioni gommose di Society (tanto per chiarirsi la foto sotto non vi ricorda quello splendido film di Stuart Gordon intitolato "From Beyond"?).

Slither quindi si rivela oltre ad essere un buon prodotto da entertainment, anche una discreta operazione nostalgica della meravigliosa decade horror per eccellenza, ovvero gli eighteis e tutto il loro armamentario di geniali schifezze sanguinolente.

James Gunn, ha realizzato recentemente "PG Porn" una serie televisiva che sembra decisamente interessante, basata infatti sulle situazioni da cinema porno in cui vengono volutamente omesse le scene hard, mantenendo intatte le altre caratteristiche.  

venerdì, 03 luglio 2009

Morirai a mezzanotte (1986)

Dopo l’abboffata di gialli italiani degli anni settanta, il decennio successivo si dimostra alquanto avaro nel suo genere, con una preoccupante carenza di prodotti. Ci pensa quindi il buon Lamberto a portare avanti il thriller all’italiana, così dopo un discreto horror d’esordio dai toni D’amatiani quale era il gustoso Macabro e l'improvviso successo benedetto dal re Dario (Dèmoni) realizza, complice la produzione berlusconiana di ReteItalia, questo giallo ambientato nelle Marche, figlio dei cambiamenti di stile e di abbigliamento che influiscono negativamente però, alla confezione finale. Intendiamoci, non è che sia un bruttissimo film (un po’ brutto però si eh!) ma i protagonisti sembrano uscire direttamente dalla claque di Drive in, con sbirri in spolverino e Timberland, ragazze con la tutina da Flashdance , maglioni dolce vita e pettinature da brivido!

La storia inizia con un intreccio di amore e gelosia da parte di una coppia, lui (Leonardo Treviglio) la segue in un negozio, lei entra in camerino e da sotto la tendina spuntano le gambe di un altro (???) , lui se ne accorge e ci resta malissimo, gli aveva preso pure dei fiori (fiori? Seee, quattro foglie verdi senza un petalo), si incazza e a casa litigano, lei gli pianta un rompighiaccio sul petto e lui tenta di affogarla nella sciacquatura dei piatti, poi se ne va via. Lei rimane e si fa la doccia ma un misterioso assassino prende il rompighiaccio e la fa fuori sotto la doccia nel solito omaggio hitchcockiano assolutamente fuori luogo.

Il marito fuggitivo va a casa dell’amica (Valeria D'Obici), intanto il misterioso assasino prende le sembianze di un pazzo criminale morto in un incendio anni prima e comincia a sterminare tutte le tipe che trova in giro.

Alcuni momenti sono interessanti, la caccia nel vecchio teatro circense abbandonato, la tipa che si nasconde nelle cabine della spiaggia ma altre situazioni rasentano il ridicolo come la terza vittima che vede l’assassino nel museo di storia naturale e invece che fuggire va al telefono a gettoni per chiamare la polizia, la ragazza in casa da sola che tenta di difendersi con il frullatore o nel finale, il solito guardone che spunta all’improvviso e si becca una pugnalata allo stomaco, non muore ma rimane lì contro il muro ad ascolatre il poliziotto che spiega il movente degli omicidi invece di richiedere immediatamente l’intervento dell’ambulanza.

In ogni caso il film gode di una confezione da teleromanzo d'appendice motivata in parte dal fatto che in origine la pellicola era stata realizzata per la televisione e solo successivamente, ovvero appena dopo il successo di Demoni, proposta per il grande pubblico in sala.

In conclusione un thriller che si sviluppa tra alti e bassi,  ma con i bassi che gradualmente prendono il sopravvento, la fotografia è da soap opera, la musica di Simonetti distrugge le atmosfere invece che enfatizzarle e la sceneggiatura del pur bravo Dardano Sacchetti rivela solamente le necessità economiche di una committenza senza alcun interesse artistico. 

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venerdì, 05 giugno 2009

THE DECLINE OF THE WESTERN CIVILIZATION (1981)

Un titolo ironico, visto l'argomento trattato ma sopratutto un documento coraggioso quello della controversa e a suo modo geniale regista Penelope Spheeris, uno spaccato di subcultura giovanile assolutamente underground giustamente diventato film di culto oltre ad essere una delle poche possibilità di vedersi oggi un'esibizione filmata di Darby Crash, leggendario leader dei Germs, morto di overdose poco prima dell'uscita del documentario. La Spheeris, che girerà in seguito il violento e disturbante The Boys Next Door e qualche anno dopo il gangster movie tutto interpretato da ragazzini The Little Rascals, raccoglie interviste a spettatori, roadie e buttafuori che bazzicano i locali dove si balla lo slamdance (divenuto in seguito il pogo), spezzoni di concerti di gruppi punk nella Los Angeles a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni'80, poco dopo quindi l'esplosione del movimento "no future" che vide la sua massima espressione nel 1977 in Inghilterra. Assistiamo quindi alle rabbiose performance dei Black Flag, Circle Jerks, Fear, Alice Bag Band e gli X. di John Doe e Exene Cervenka all'interno di locali fumosi e cupi, piccoli e claustrofobici dove è il pubblico spesso e volentieri a garantire lo spettacolo con gente che si spintona, sale sul palco cercando di rubare gli strumenti a quelli che suonano, che si lancia di sotto, sputa, urla e impreca nel più puro punk style.

I gruppi vengono intervistati nell'intimità dei loro appartamenti diroccati, Darby Crash addirittura parla davanti alle telecamere nella cucina di casa e salta subito agli occhi il contrasto tra le persone nella normalità di tutti i giorni e quando salgono sul palco per scatenare la loro furia ribelle, esemplare a tal proposito la performance di Alice Bag vestita con eleganza in antitesi con la forza distruttiva che esprime al microfono.  DECLINE non è quindi solo un documentario su una corrente alternativa di quegli anni, è la rappresentazione più pura dei contrasti di un'epoca, lo specchio del degrado di una generazione senza più speranze che esplode di rabbia nel buio, che sfoga la violenza nel ballo e nell'ammassarsi di corpi sudati accompagnati dalla musica proveniente dall'inferno, il punk ha cambiato una generazione nascondendosi nelle cantine, e per chi come me, oggi, è appassionato di quell'epoca sommersa, documenti come il film della Spheeris rappresentano una testimonianza unica e preziosa.

Sette anni dopo Phenelope Spheeris darà luce al seguito The Decline of Western Civilization Part II: The Metal Years dedicato alla scena heavy metal mentre il terzo capitolo ritorna, nel 1998, a calcare la mano sulla nuova scena punk decisamente più estrema e grottesca di quella che segnò le sue origini. 

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