La ragazza che sapeva troppo (1963)

Sulle note di "Furore" ottimo brano pop cantato da Adriano Celentano, inizia uno dei film che determineranno per la prima volta in Italia le regole del giallo, quelle stesse regole seguite un pò da tutti i registi di genere del successivo decennio. Partendo da un titolo che ricalca esplicitamente il cinema Hitchcockiano, Mario Bava forgia in un cupo bianco e nero un vero e proprio incubo in celluloide, che, sopratutto nella prima mezz'ora lascia senza respiro. Bava in compagnia di Enzo Corbucci mette in scena, sette anni prima di L'uccello dalle piume di cristallo la storia di un turista americano (in questo caso una donna, l'attrice Letícia Román) che giunta in vacanza a Roma, ospite di una vecchia parente, finisce per passare una notte di puro terrore quando la vecchia muore nel suo letto (in una sequenza che Bava riprodurrà anche nel suo successivo capolavoro I tre volti della paura ).

La ragazza (che si chiama Nora) esce di casa per cercare soccorso ma trovatosi sola fra le antiche e deserte strade notturne della capitale, assiste all' omicidio di una donna. Nora cerca di allontanarsi ma inciampa e batte la testa, verso l'alba un uomo le passa accanto e le da da bere del whisky da una fiaschetta cosicchè il poliziotto che la trova stessa sul selciato pensa ad un'ubriacona di passaggio. Fortunatamente per Nora ci penserà l'aitante medico John Saxon ad aiutarla a scoprire il misterioso caso in cui è coinvolta, che ha come protagonista un fantomatico serial killer che uccide seguendo uno schema alfabetico.

Pur nella sua estrema semplicità strutturale, "La ragazza..." è un film che mantiene tutte le sue promesse, snocciolando emozioni a tutt'andare, arricchito da ottimi attori sia americani che italiani (tra cui spicca la bravissima Valentina Cortese) e impreziosito da una fotografia noir di gran classe che solo il maestro Bava sapeva regalare nei suoi film, che pur se a basso costo rappresentano senza dubbio una scuola di cinema preziosa per tutti gli autori nel mondo. Il tocco finale, geniale escamotage ironico, tende a ribaltare tutto quello che si è visto finora, piccola firma personale del nostro amato regista che amava giocare con il dualismo finzione cinematografica/realtà di quello che effettivamente si vede.

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