mercoledì, 25 novembre 2009

For Y'ur Height Only (1981)

Forti di un'industria cinematografica altamente di genere, al pari di quella turca o indiana, i filippini hanno sempre sfornato autentici cult-movie, peccato che da noi non arrivi nulla se non in lingua originale o doppiato in inglese, anche quando si tratta di titoli di importanza quasi storica nel panorama dell'exploitation mondiale come nel caso della più famosa avventura dell'agente 00 interpretato da Weng Weng, alias Ernesto de la Cruz, uno degli uomini più bassi del mondo (praticamente alto quanto una bottiglia di coca cola), vero e proprio scherzo della natura che ha trasformato il suo handycap in una forza trainante del suo successo portandolo spesso e volentieri a diventare assiduo frequentatore  del palazzo di Imelda Marcos.




Appassionato sin dalla tenera infanzia alle arti marziali, Wen Weng girò in tutto nove film, tre dei quali impersonando il mini agente segreto che lo fece diventare un vero e proprio idolo cinematografico nelle filippine, seppur per un breve periodo. Morì nel 1992 a soli 35 anni,  nel 2007 è stato realizzato un documentario dedicato alla sua carriera dal titolo
The Search for Weng Weng .



Già dal titolo (Solo per la tua altezza) "For Y'ur Height Only" mette subito le carte in chiaro, stiamo parlando di una parodia, oltretutto una parodia trash del ciclo dedicato a James Bond, Weng Weng ostenta un completo bianco, salta come un matto, viene letteralmente lanciato addosso ai cattivi e appena tocca qualcuno lo stende al suolo, ma sopratutto e incredibilmente ci sa fare con le donne, anche se vedere enormi donnone mulatte che lo baciano spesso ha un che di grottesco nell'insieme, Weng recita sempre con la stessa espressione, sfodera armi talmente assurde quanto ridicole, tipo l'anello che cambia colore in presenza del veleno o il cappello telecomandato e, dulcis in fundo, degli incredibili retrorazzi con cui si sposta in cielo.



Il tutto all'interno di una trama che è poco più di un pretesto con un signore della guerra, tale Mr. Giant (eh beh!) che rapisce il professor Van Kohler per usare la sua terribile invenzione, la N-Bomb, toccherà quindi al piccoletto sgominare la sua incredibile banda di ladri e assassini in un tripudio assoluto di finti combattimenti, sparatorie alla pirite e vestiti ultrapacchiani delle migliori psychosartorie di Manila. In tutto questo il divertimento è assoluto e la sensazione del weirdo permane immota nelle nostre menti mentre scorrono incredibili momenti del miglor cinema spazzatura.   

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martedì, 17 novembre 2009
I VAMPIRI (1956)



Il film di
Riccardo Freda ha avuto il pregio di aprire ufficialmente la grande stagione del gotico italiano, una corrente di gusto decisamente popolare e per questo spesso e volentieri snobbata qui in Italia ma incensata moltissimo in Francia. Ma oltre a questo I Vampiri ha un gusto del classico e della narrazione impeccabile, arricchito ulteriormente dalla meravigliosa fotografia di Mario Bava che in questo contesto, ebbe anche il compito di completare il film pur non venendone mai accreditato come secondo regista (Freda a quanto pare non voleva il lieto fine imposto dalla produzione).  Basti pensare che gli stupefacenti effetti di invecchiamento della protagonista, la contessa Du Grand (un'immensa Gianna Maria Canale) furono realizzati in un'unica sequenza utilizzando proprio dei giochi di luce realizzati dal buon Bava, in aggiunta a un trucco facciale applicato a strati, questi giochi non visibili nella pellicola in bianco e nero permettevano di rivelare il graduale invecchiamento della nobile assassina che per mantenersi giovane faceva uccidere giovinette da uno psicopatico per rubargli il sangue. La trama, raccontata così a grandi linee, rappresentava per l'epoca una novità innanzitutto per l'originale mixaggio tra horror e poliziesco, un'operazione che in Italia avrà in seguito molto successo, e poi per i riferimenti alla contessa Elizabeth Bathory ma anche al classico Il gabinetto del dottor Caligari. Ma non solo luci e ombre, l'effetto finale lo si deve anche allo scenografo Beni Montresor il quale, con cupe architetture barocche contribuisce ad una messa in scena di grande effetto, in particolar modo nelle sequenze di interni, che richiamano immagini medioevali.



In ogni caso non siamo di fronte solo al primo horror nazionale ma anche alla nascita di un vero e proprio manuale per il cinema di genere che renderà così famoso il nostro paese negli anni a seguire, qua c'è di tutto, serial killer, scienziati pazzi, stregoneria, teschi, cimiteri, vicoli oscuri, omicidi, un vero e proprio calderone bis contenente tutta la passione e la sensibilità dei nostri artigiani .



Freda e Bava hanno lavorato a questo film con un budget ridicolo (L'ambientazione parigina è completamente ricostruita in teatro), tempi di lavorazione brevissimi (12 giorni) e continue intromissioni da parte dei produttori che non facilitano l'estro creativo. Eppure il film ha una grande forza sia dal punto di vista narrativo sia per quanto riguarda quello visivo. Nonostante alcuni punti della storia possano far storcere il naso ai puristi e ai decontestualizzati spettatori moderni, "I Vampiri" rimane un classico irrinunciabile per chi ama l'horror ma anche il cinema italiano del passato. 
mercoledì, 11 novembre 2009
PROLOGO
Quando si recensiscono certi pezzi da novanta della cinematografia "trash" italiana bisognerebbe scrivere in posizione "adorante" col viso rivolto verso terra e le gambe inginocchiate, difatti è questa la posizione assunta dal sottoscritto per scrivere la sua seconda recensione del capolavoro di Marco Antonio Andolfi.
La prima recensione potete trovarla
qui.


LA CROCE DALLE SETTE PIETRE (1987)




Finanziato inspiegabilmente con contributi statali, "La croce dalle sette pietre" è un film talmente brutto e malfatto da essere oggi giorno considerato uno dei cult assoluti del cinema horror, innanzitutto per la curiosa commistione tra film di licantropi, satanismo e Camorra story, al punto da essere conosciuto anche come "L'uomo lupo contro la camorra" , poi sicuramente per l'imbarazzante recitazione, i clamorosi buchi di sceneggiatura e gli osceni effetti speciali, tutte cose realizzate personalmente dal nostro regista che scrive, produce  e interpreta il protagonista (sotto lo pseudonimo di Eddy Endolf) Marco Sartori, bancario romano che giunge a Napoli per rivedere la cugina Carmela.



Ma andiamo con ordine: Il film inizia subito elegantemente offrendoci la sublime vista di una serie di normalissime cantine da condominio, in una delle quali un gigionesco Gordon Mitchell sta organizzando un festino satanico per richiedere la venuta del demone Aborym (rappresentato qui come un grottesco chewbacca). Tra un ciccione che cerca in modo goffo di baciare le zinne a una tipa tutta fetish ed un incappucciato che passa la serata a frustare un altra ragazza mentre questa geme dal piacere ("Il tuo dolore è il mio piacere"), arriva il signore delle tenebre con una maschera da scimmia visibilmente di gomma e un costume di lana alquanto infeltrito.
Dopo esserci divertiti con le ridicole facce del buon Mitchell che sembra isterico mentre recita "Aborì vieni qui!!!... Subito!!!!...Ora!!!  Partono i titoli di testa. 
A questo punto appare d'obbligo una riflessione: il film è talmente povero e girato con una pellicola scaduta che, nonostante sia databile nei tardi anni ottanta, sembra uscito direttamente verso la metà degli anni settanta (e non è volutamente retrò).
Marco Sartori arriva alla stazione di Napoli, incontra la cugina Carmela, il dialogo si rivela assolutamente inutile e ci fa da subito capire che quanto scritto in questo canovaccio potrebbe essere rimescolato e utilizzato in qualsiasi altro punto del film senza cambiare una virgola del significato intrinseco dello stesso (il che accade praticamente per tutti i dialoghi della scemeggiatura).
A questo punto la scena cambia e vediamo Mitchell in giacca e cravatta posare in modo statuario sulla spiaggia per una sequenza che avrei visto bene in Gomorra con due tizi che si passano la roba giunta da un ragazzino perplesso che cammina quasi avesse la bici senza sellino. I due si fanno sulla scogliera mentre Mitchell ghigna oscenamente (Mamma mia, è proprio cattivo questo qua!).
Marco e Carmella vanno al bar a fare colazione, lei ordina un caffè senza zucchero e va a fare una telefonata in uno di quegli antichissimi apparecchi a gettoni. Dopodichè passeggiano per le strade, arrivano due (quelli che si stavano "perando" prima probabilmente) in motorino e  fottono a  Marco una catenina che teneva appesa al collo, una scena che succede spesso a Napoli, solo che il nostro eroe si dispera in maniera decisamente esagerata e fa intervenire la polizia per inseguire gli scippatori.
Carmela a questo punto scompare inspiegabilmente e non la rivedremo più per tutto il film, in realtà era una finta Carmela, amica della vera cugina che si era spacciata per lei allo scopo di conoscere il bel giovinotto (visto che la cugina gli aveva parlato della visita di Marco). Prendiamo quindi buono questo pretesto per l'uscita di scena di Carmela e proseguiamo con Marco che si reca in una discoteca dove conosce Maria (Annie Belle) una giovane escort che scopre subito di essere innamorata di lui, non si sa per quale motivo, succede...a Napoli!



Marco viene prelevato e malmenato da un gruppo di energumeni, riesce però a scoprire che il ricettatore Totonno 'o cafone (un personaggio ma sopratutto un nome mitico!) potrebbe avere la croce gemmata. Si reca quindi in piena notte a picchiare i pugni a casa di Totonno ma questi dopo averlo insultato in napoletano rivela di non avere più la croce ma di averla venduta a Don Raffaele Esposito, boss della camorra di Torre Annunziata.
Finalmente giunge la prima trasformazione di Marco anche se non la vediamo direttamente,  ci basta ammirare il risultato, dovete infatti sapere che il lupo mannaro, in questo film, viene rappresentato come un uomo completamente nudo ad eccezione di una sorta di parruccone di lana di vetro che gli copre il viso fino all'altezza del naso, Andolfi non mette neanche dei denti finti, per ovviare al problema si limita a digrignare in continuazione emettendo un suono simile ad uno squittio, la peluria copre quindi le mani e il pisello creando quello che forse è il più ridicolo licantropo della storia del cinema. Le apparizioni del mostro si alternano con brevi primi piani di un simpatico cagnolino che forse nelle intenzioni del regista doveva rappresentare la dualità tra l'uomo e la bestia.



In ogni caso il licantropo assale Totonno che, senza essere praticamente toccato, cade a terra e si scioglie tutto in una mirabile dissolvenza realizzata mettendo un manichino in un forno a 180 gradi.
Ma il colpo di genio totale è che il mostro quando è ancora umano risulta vestito, poi diventa nudo (non ci è dato di sapere che fine hanno fatto gli abiti) e quando ritorna normale è di nuovo vestito come prima!!!
Marco torna a casa sua e si mette a letto, nel sonno continua a ripetere il nome di Don Raffaele Esposito quasi ne fosse innamorato mentre sullo schermo scorre quello che vorrebbe essere una sorta di sogno ma in realtà è un arzigogolato montaggio di sequenze passate, presenti e future del film, in pratica Andolfi ci fa vedere un sunto del film di modo che, molto onestamente a mio avviso, se quello che vedremo non ci piace ce ne possiamo anche andare via subito, a riprova che questo spettacolo è riservato a persone dal palato fine e non dal popolo bue ignorante che non è in grado di apprezzare la nouvelle vague del cinema sperimentale di genere!
Accompagnato da Maria, che chissà come e chissà perchè gli si è appiccicata addosso, Sartori si reca Torre Annunziata e, siccome il modo migliore per rintracciare i camorristi è l'approccio diretto, si ferma ad un bar e chiede molto gentilmente dove può trovare Don Raffaele. 
Arrivano subito due sgherri del don che lo prelevano e lo portano in una villa, Maria li tallona e, dotata di poteri magici (evidentemente) si intrufola nella villa dove assiste ad un raffinato dialogo campano tra due guardie (una con sofisticati calzini rossi) che concludono la loro diatriba con la tipica espressione gergale dei camorristi, ovvero "Jammè a vedè Maradona!!!"   
Don Raffaè riceve il giovane ma non crede che lui sia venuto solo per la croce pur essendo armato di "una penna e nu fazzoletto bah!" quindi lo fa ammanettare e malmenare dai suoi uomini, siccome Sartori non parla, il boss chiama i siciliani, vediamo quindi George Ardisson nella parte di un credibilissimo mafioso anglo siculo che gli inietta il siero della verità, peccato che improvvisamente sorga la luna piena e finalmente assistiamo alla trasmutazione in dissolvenza del volto di Andolfi, probabilmente Jack P. Pierce a questo punto si sarebbe rivoltato nella tomba assistendo alla eterna e sfiancante (almeno per lo spettatore) trasformazione "un pelo alla volta" della faccia digrignante del nostro eroe, contrassegnata da continui ululati che sembrano uscire da un megafono alla stazione della metropolitana.
Il mostro compie un massacro (dipende dai punti di vista dal momento che appena tocca qualcuno questo muore senza motivo), Maria lo recupera ma ancora niente croce. Attraverso un flashback vediamo finalmente a che minchia serve sta croce gemmata! La mamma di Marco era una seguace di Aborym e dopo aver copulato con lui in una scena eccitante quanto una colonscopia ha dato alla luce il nostro protagonista (ovviamente biondo da bambino nonostante il protagonista in età adulta sia improvvisamente diventato castano scuro) mettendogli sta croce al collo per evitargli di prendere la mostruosa strada paterna. Entra in scena aborym e con una voce che sembra appartenere ad un alcolizzato dell'oltretomba piuttosto che ad un demone, da della sgualdrina alla donna e gli fa esplodere lo stomaco.
Adesso è tutto più chiaro, ma la croce è stata donata ad una fattucchiera da cui si reca Marco. Dopo un dialogo imbarazzante in cui Andolfi sembra essersi improvvisamente addormentato (vedere per credere!) questa gli dice che bisogna aspettare non si sa cosa, poi i due si spogliano (anche se lui è attivo come una cozza) e fanno sesso (massì va passiamo il tempo in modo piacevole), Marco mentre la sta penetrando (almeno pare ma vista la posizione che assumono non ci giurerei) si trasforma, riempie di bava schiumosa la tipa urlante e la deflora a morte (si, insomma si vede il sangue sulle parti intime della donna).



Maria giunge sul luogo del delitto, trova la croce e anche la bestia che gli mette le mani al collo, molto tranquillamente direi, ed altrettanto con calma la ragazza, senza provare alcun patema nonostante sia molto prossima alla morte, gli allaccia la croce al collo ponendo fine alla maledizione.
A questo punto è tempo che i cattivi muoiano e quindi Gordon Mitchell fa un incidente in auto tutto da solo, muore e la gente che lo soccorre assiste alla sua istantanea decomposizione. 
Lieto fine con retrogusto cattolico e gita papale inclusa per la nostra coppia (è noto che i figli del demonio si rechino spesso a far visita al Papa) mentre i titoli di coda scorrono davanti alla cupola di San Pietro.
Attore espressivo quanto una colata di cemento, sceneggiatore di fotoromanzi e raffinato regista, Marco Antonio Andolfi, inspiegabilmente,  non ha più lavorato nel cinema fino al 2008 quando, dopo essersi reso conto che qualcuno aveva rivalutato la sua schifezza, ha deciso di realizzare una sorta di mediometraggio sequel dal titolo "
Riecco Aborym", intimistica rilettura del mito intervallato da scene riprese dal film originale, insomma nonostante gli anni Andolfi non ha perso la sua straordinaria capacità di allungare il brodo trasformando la merda in oro colato!

EPILOGO
Finalmente la recensione è finita, posso tornare alla mia posizione normale pur conservando negli occhi quella punta di commozione inevitabile quando si parla di certi capolavori (sigh!). Ovviamente è d'obbligo la visione del film in posizione canonica!


lunedì, 09 novembre 2009

Adrénaline (1990)



Operazione alquanto anomala nel panorama cinematografico fine anni ottanta, molto coraggiosa e terribilmente avanti, visto poi la successiva rivalutazione del cortometraggio come strumento espressivo minimale. Adrenaline è una produzione francese che ha raccolto una serie di miniracconti a opera di 6 registi spaziando tra horror, fantascienza, humor nero e splatter, tutti rigorosamente caratterizzati da un'incredibile aura weirdo che non si vergogna di mostrarsi ridicola all'interno di un circo giocoso e irriverente.
Non esiste un vero e proprio filo conduttore che lega insieme le storie, forse il lento e inesorabile battere dei bastoni di un'eterna fila di ciechi (Segmento "Les aveugles") in attesa di un qualcosa, assurda introduzione virata in un psichedelico bianco e nero. Dopo una partenza al fulmicotone acido con Métrovision" di 
Yann Piquer (sinceramente non molto entusiasmante) si prosegue con il bellissimo e crudele "Le cimetière des éléphants" di Philippe Dorison dove le vecchie auto prendono vita propria e si recano inesorabili verso la demolizione con il guidatore prigioniero dentro, un corto quasi muto ma emblematico, sottolineato da un'ossessiva  musica che lo rende agghiacciante nella sua involontaria comicità, anche l'incredibile "Corridor" di Alain Robak spicca nettamente nella mischia con una sorta di gara per vincere una casa irta di trappole mortali ordite da due mefistofelici vecchietti.



Adrenaline ci regala alcune opere memorabili di Piquer e Jean-Marie Maddeddu (anche attore in molti degli episodi)  come "Sculpture physique" posto giustamente a conclusione del film, oppure "La dernière mouche", quasi surrealista e bunuelliano nella sua rappresentazione della follia di un cacciatore di mosche, altrettanto vintage è il Revestriction di Barthélémy Bompard dove una tipa si alza una mattina e si trova prigioniera nella sua stanza col soffitto che si abbassa sempre più. Momenti cyberpunk invece con il "Cyclope" di John Hudson e Anita Assal dove una telecamera a circuito chiuso si trasforma in un ragno meccanico, gli stessi registi ci regalano anche il telesorcista nel divertente  "TV Buster", mentre splatter e grottesco si miscelano in "Interrogatoire" e nel delirante "Graffiti".


 
Altre opere invece risultano più debolucce come "Embouteillage" di Barthélémy Bompard o  "Urgences". Per dirla alla francese un pout pourri di cinema veramente stravagante che fra i suoi alti e bassi ha goduto di un'inaspettata originalità e freschezza di (allora) giovani leve registiche,  un titolo purtroppo oggi caduto nel dimenticatoio ma che bisognerebbe assolutamente riscoprire. Ultima raccomandazione, non spegnete prima della fine dei titoli di coda!

mercoledì, 04 novembre 2009
NIGHTWING (1979)

"I Pipistrelli vampiro sono la quintessenza del male, ti succhiano tutto il sangue e pisciano quello in eccesso lasciando in giro odore di ammoniaca", queste in sostanza le motivazioni che spingono il cacciatore di vampiri David Warner a portarsi con un furgoncino nel deserto del New Mexico in compagnia di uno sceriffo pellerossa a caccia di mostruosi chirotteri che dapprima si accontentavano di mucche e cavalli, poi si sono rivolti verso gli indiani di una riserva lasciando dietro di sè una scia di peste, acido e morte. Arthur Hiller dirige questo eco-vengeance di fine anni settanta, tratto dal romanzo "L'ala della notte" di Martin Cruz Smith, prima di essere baciato dal successo di Gorky Park.



Purtroppo nonostante ci sia tutto per realizzare un buon film, pipistrelli assassini, magia indiana e splendidi paesaggi selvaggi, il film non decolla e cade addirittura nel ridicolo con l'apparizione degli spettri degli antenati nel finale. 
Carlo Rambaldi si occupa di realizzare i mostriciattoli alati ma purtroppo non fa un gran bel lavoro, i pipistrelli sono troppo cicciotti  e pelosi per far paura e sbattono le ali meccanicamente senza nascondere troppo la loro natura artificiale, manca la suspance e pure l'azione, non bastano gli anatemi del solito vecchio indiano a creare tensione, oltretutto alla fine i morti sono pochissimi (per un film del genere) e a parte uno o due casi, il decesso non è neanche attribuibile ai vampiri se non collateralmente. Si salva solo la sequenza dell'assalto al bivacco di stupidi turisti portati nel deserto di notte, abbastanza trucida nel suo insieme ma che rappresenta solo un guizzo di vivacità in un film decisamente morto. La pellicola uscì in Italia decisamente in sordina, con il titolo "Le ali della notte". 
  
postato da: albylupo alle ore 12:13 | Permalink | commenti (2)
categoria:anni 80, b movie, ridicolous monsters, horror anni 80, animals invasion