venerdì, 30 ottobre 2009

MEGA SHARK VS. GIANT OCTOPUS (2009)


 

E' incredibile come, in ogni decade, appaia una casa cinematografica di film exploitation che raggiunge il culto supremo pur producendo film dozzinali, non tanto per i titoli in sè ma per l'abnorme numero di uscite annuali che la stessa manda fuori. Era il caso della Hammer e della Amicus negli anni 50/60 e 70, negli anni ottanta invece fu la volta della Full Moon e negli anni novanta assurse al podio la ben nota TROMA che nel nuovo millennio ha apparentemente conosciuto un graduale periodo di stanca, tutto a favore della new entry, ovvero la Asylum, piccola casa di produzione specializzata nel Mockbuster, ovvero il plagio più o meno esplicito dei blockbuster mainstream. Posizionata come un parassita sotto le colline di Hollywood, la Asylum spia, ascolta e ricopia con mezzi effimeri le ultime produzioni sopratutto in campo horror e sci-fi, realizzandone la propria versione caratterizzata da recitazioni pessime, CG miserrima ed effetti che sembrano usciti da un Vic 20 piuttosto che da un computer. Ha successo Snakes on a Plane ? Ecco uscire "Snake on a Train"(Spacciandolo per il seguito oltretutto) ! Fanno un film sui Transformers ? Loro realizzano Transmorpher! E che dire di Pirates of Treasure Island  che rifà il verso a Pirates of the Caribbean: The Curse of the Black Pearl? E sul loro sito potete trovare altri centinaia di titoli demenziali da accostare ad altrettanti successi Hollywoodiani. Insomma un vero paradiso del trash a basso costo di cui parleremo molto su queste pagine.

Mega Shark si presta a diventare uno dei loro titoli assoluti, grazie anche alla famosa scena del megasqualo che fa un balzo incredibile e azzanna un aereo di linea in volo trascinandolo nell'oceano, una scena peraltro realizzata malissimo a livello di effetti e modelli 3d ma efficace e assolutamente inverosimile. Ecco quello che piace della Asylum il loro personalissimo concetto di spettacolo. In breve la storia vede un antico scontro tra due bestiacce preistoriche di gigantesche proporzioni che riemergono dai ghiacci dell'Antartide per rinverdire la propria secolare rivalità. Sono un megalodonte, gigantesco squalo ferocissimo e una piovra gigante. Lo squalone da parte sua ne combina delle belle, azzanna un ponte, abbatte un aereo, distrugge sottomarini, prima di rincontrarsi col mostruoso mollusco e finire in bellezza questa perla del non sense cinematografico.



In realtà gli effetti e i modellini sono più visibili guardando i trailer che non il film stesso, infarcito abbondantemente da dialoghi inutili e assoluta assenza di altro tipo d'azione. Tolte quindi le scene tamarre di distruzione, il resto del film vive grazie ad attori come Lorenzo Lamas e Deborah Gibson probabilmente più adatti ad una soap opera che ad un film di mostri giganti. Dirige Jack Perez reduce da un altro plagio asylumiano in salsa anticristiana 666: The Child  (copiazzatura del remake di The Omen).

Stranamente Mega Shark non copia nessun blockbuster, anzi si pone come un'affettuosa rimpatriata dei vecchi monster movie giapponesi degli anni cinquanta. Peccato che gli effetti del terribile Tiny Juggernaut rovinino ogni sorta di nostalgica benevolenza nei suoi riguardi.    

mercoledì, 28 ottobre 2009
LA CODA DELLO SCORPIONE (1971)



Personaggio di spicco nel cinema di genere italiano, Sergio Martino ha sempre avuto il merito di offrire, oltre ad una consolidata maestranza come regista, anche un certo gusto per la sperimentazione visiva e la narrazione dinamica. Non a caso, negli anni settanta firma uno dietro l'altro una serie di veri e propri capolavori cult come Tutti i colori del buio , Giovannona coscialunga, disonorata con onore, spaziando dalla fantascienza (L'isola degli uomini pesce) all'eco vengeance (Il fiume del grande caimano) al cinema d'avventura ( La montagna del dio cannibale) al western ( Mannaja) fino al lacrimarello (La bellissima estate ) con una caratteristica comune a quasi tutta la sua filmografia: tutti i suoi titoli sono considerati dei classici. Non c'è quindi solo mestiere nel cinema di Martino, ma una identità precisa che lo rende unico ed inimitabile nel panorama della settima arte. Non a caso anche questo "La coda dello Scorpione" ha una marcia in più nonostante non sia considerato uno dei suoi titoli di spicco.



La dinamica del giallo, lo sviluppo della trama, gli ottimi attori e una visionarietà che salta fuori spesso e volentieri in inquadrature non convenzionali, rendono questo film un pregevole esempio di puro divertissement per il pubblico e un buon giallo che ha notevolmente scavalcato i confini nazionali diventando un titolo di punta per molti registi d'oltreoceano (Tarantino in primis...vabbè ma questo si sa). Girato successivamente a
Lo strano vizio della Signora Wardh, doveva in origine  vedere protagonista ancora Edwige Fenech ma la maternità dell'attrice rese impossibile il suo ingresso nel cast, così Martino ripiegò nella neo esordiente Anita Strindberg che si era già fatta notare nel film Una lucertola con la pelle di donna sopratutto per il suo seno scultoreo e visibilmente rifatto, cosa che a quei tempi era un'assoluta novità. Il viso nordico e il corpo mozzafiato dell'attrice svedese irrompono quindi da protagonisti in una truce storia di omicidi legati ad un'assicurazione sulla vita da riscuotere con George Hilton nei panni di un agente assicurativo e il bravo Luigi Pistilli che stranamente ricopre un ruolo positivo (L'ispettore di polizia).



Splendidi scenari greci costituiscono le location principali, ardite inquadrature, soggettive, qualche nudo e un pò di stilettate qua e la farciscono l'opera e la rendono un gustoso prodotto per divertirsi ma che non rinuncia decisamente alla sua dignità stilistica.
postato da: albylupo alle ore 14:24 | Permalink | commenti
categoria:b movie, psychotronic movies, italian movies, horror and slasher
mercoledì, 21 ottobre 2009
I COLTELLI DEL VENDICATORE (1966)




Decisamente Mario Bava doveva avere una fissa con le vecchie, in quasi tutti i film del maestro si ritrova una vecchia megera, spesso e volentieri nel parte del mostro di turno (I Tre Volti della paura, Operazione Paura), qualche volta come elemento di inquietudine (la vecchietta morta in "La ragazza che sapeva troppo") e altre volte in apertura del film a snocciolare terribili profezie come nel caso di questo "Viking movie" che vede protagonista il muscoloso attore americano Cameron Mitchell.



Il film inizia su una spiaggia dove la vecchia strega profetizza alla regina Karin (
Elissa Pichelli) e il figlioletto Moki (Luciano Pollentin) perseguitati dal perfido Hagen (Fausto Tozzi), bandito con mire di potere a capo di una banda di tagliagole a cavallo. Hagen, approfittando dell'assenza di Re Harald (il sempiterno Giacomo Rossi-Stuart) vuole infatti catturare la regina e il principe e prendere possesso del regno. I due fuggiaschi si ritirano in una specie di baita dove incontrano il solitario Rurik (Mitchell) il quale, abilissimo nel lancio di coltelli fa sfumare i tentativi di cattura da parte di Hagen. Peccato che il nostro eroe, in passato, per una questione d'onore avesse già massacrato tutto il popolo di Re Harald nonchè violentato la stessa regina (che non può riconoscerlo in quanto era mascherato durante il fattaccio).



Come si vede la trama è molto articolata, ciononostante Bava mette in segna un buon film d'avventura che, senza particolari guizzi, si mantiene al di sopra degli standard del film di genere di allora, offrendo puro intrattenimento ma anche la solita splendida fotografia, ottimi attori e scenografie minimali ma interessanti. Non il miglior Bava, ovviamente, ma una prova tangibile della sua destrezza nello spaziare in vari generi mantenendo sempre in prima posizione la qualità del racconto per immagini e anche una certa personalità visiva. Peculiarità assoluta dei grandi maestri italiani del film di genere, ma anche peculiarità, purtroppo, del passato. 
postato da: albylupo alle ore 13:08 | Permalink | commenti
categoria:b movie, italian movies
mercoledì, 14 ottobre 2009
COLOR ME BLOOD RED (1965)




La moda delle trilogie ha fatto si che anche i primi tre film di
Herschell Gordon Lewis venissero considerati una specie di "Trilogia del sangue", più precisamente stiamo parlando del classico d'esordio Blood Feast,  il secondo e  divertentissimo Two Thousand Maniacs e, a chiusura, questo "Color Me Blood red", storia di Adam Sorg (Gordon Oas-Heim) un pittore pazzerello che vive in una baita sulla spiaggia e scopre il pigmento perfetto per i suoi quadri nel sangue umano, dapprima usa il suo ma gli svenimenti non permettono di stare in piedi e quindi decide di utilizzare il sangue delle sue modelle per completare le sue opere, divenendo così un omicida psicopatico.



In realtà questa trilogia non ha nessun tipo di connessione fra i suoi film se non l'uso smodato del gore (anche se in "color" è molto più attenuato) che del resto rappresenta l'anima dei film di Lewis, per i quali è giustamente considerato l'inventore del genere splatter. In ogni caso l'elemento che più caratterizza i suoi film, oltre al low budget, è l'ironia pungente che caratterizza gli eventi a partire dall'introduzione in cui vediamo un uomo vestito elegante che poggia un quadro per terra, dopo averlo contemplato, e gli da fuoco. Anche la pazzesca corsa con i pedalò con Sorg armato di lancia che insegue una delle sue vittime ha un che di ironico, quasi una sorta di citazione western o medioevale.



La confezione appare anche più povera dei titoli precedenti, girata in tre sole location (spiaggia, casa del pittore, galleria d'arte) con i soliti ragazzini che fanno il falò al mare. Certo il film risulta assai godibile ma la quasi totale mancanza di gimmick gore riscontrabili nei suoi titoli (i fantasiosi smembramenti delle sue vittime che rappresentano il marchio di fabbrica di Lewis) penalizzano però l'effetto finale, quasi a significare che il padrino del gore abbia tentato di realizzare un film serio, per una volta, trascurando budella e squartamenti a favore della storia. Non  sarebbe neanche male come tentativo ma sinceramente preferisco il Lewis di "The Wizard of Gore" o "2000 Maniacs". 
venerdì, 09 ottobre 2009
DORIANA GREY (DIE MARQUISE VON SADE 1976)




Ci sono artisti che disegnano sempre la stessa bottiglia, ci sono cantanti che suonano sempre la stessa canzone (tipo un certo signor Gigi D'Alessio) e ci sono registi che girano sempre lo stesso film o quanto meno utilizzano per ogni film lo stesso tema narrativo. Jesus Franco, arcinoto regista spagnolo dotato di una impressionante prolificità registica, ha sempre avuto a cuore il tema della vampira sexy che succhia la linfa vitale delle sue vittime, sia donne che uomini, attraverso il sesso orale. Una sorta di porno o sexy horror che ha permesso al regista di girare uno dei suoi capolavori "Vampiros lesbos " e le sue derivazioni (tipo Les avaleuses considerato quasi una specie di remake) tra le quali questo "Doriana Gray" rappresenta una variante in cui si mescola anche il tema del doppio ispirata al celebre romanzo di Oscar Wilde.
 

L'interprete come in avaleuses (che uscì in Italia col titolo di Female Vampire o giù di lì) è la splendida e cupa 
Lina Romay che Franco assunse a sostituta della splendida quanto sfortunata Soledad Miranda morta 6 anni prima e interprete di "Vampiros". Diciamo che, a parte un certo estetismo forzato, il regista iberico non ci propina nulla di nuovo se non primi piani vertiginosi della vagina della Romay in preda a un delirio sadomasochistico masturbatorio mentre si rigira in calazamaglia nel letto di una stanza d'ospedale mentre una specie di sorella gemella passa il suo tempo in vestaglietta rinchiusa in una sontuosa villa a succhiare vagine e liquido vitale dalle sue vittime che gli procura il compiacente servo Zyros (Raymond Hardy). Il tutto raccontato in prima persona a una giornalista compiacente dalla stessa Doriana.



La trama in breve vede questo dualismo tra sorelle siamesi di cui una è pazza, l'altra è una vampira e già queste poche righe bastano a farci capire il delirio di tutto il film, alquanto pretestuoso perchè dopotutto è un porno e la sua funzione è quella di far vedere scene porno. Certo il senso estetico di Franco è indubbiamente affascinante anche se i dettagli morbosi delle vagine pelose e martoriate fanno cadere un pò il pathos, di certo i lunghi dialoghi e la staticità dell'insieme  non contribuiscono a farne un prodotto fruibile ma nell'insieme lo si può considerare un porno autoriale di un Franco più alimentare che ispirato.

postato da: albylupo alle ore 14:20 | Permalink | commenti
categoria:b movie, porno era, psychotronic movies
venerdì, 02 ottobre 2009

Monster in the Closet (1986)



Uscito da noi nei tardi anni '80 con il titolo  "Non aprite quell'armadio" quando sembrava che tutti i film horror dovessero avere nel titolo una citazione di "Non Aprite quella porta" (Non aprite quel cancello, Non entrate in quella casa...non fate un cazzo di niente!), il film scritto e diretto da Bob Dahlin (più portato ad essere assistente direttore o direttore di seconda unità che regista) è una delle tante "Troma Release" che giravano in quegli anni portando con sè l'irriverenza volutamente trash della casa di Lloyd Kaufman, con pochi soldi e tanto citazionismo divertito e divertente.
In effetti  "Monster in the closet" appare sin da subito come una parodia del classico horror anche se man mano che si procede nella storia si vira decisamente verso il monster movie ad ampio respiro con tanto di sequenze di panico collettivo riciclate e scene di repertorio burlescamente montate in sovrimpressione mentre il mostro gira indisturbato per la città.


La storia è quella di una serie di misteriose sparizioni, un vecchietto (piccolo cameo per il grande
John Carradine), il suo cane ed alcune ragazze, tutti nei pressi di un guardaroba. Gli assalti del mostro vengono infatti rappresentati fuori campo ed esemplificati attraverso lo spargimento di vestiti anzichè di sangue. Dal principio la stampa non da credito al caso e incarica uno sprovveduto giornalista (Donald Grant) detto Richard "don't call me Superman" Kent (per via della somiglianza con Clark Kent), più amante delle barrette al cioccolato che dei casi di cronaca nera. L'indagine lo porta a conoscere la giovane e avvenente biologa  Dianne Bennett (Denise DuBarry), con l'aiuto di un valente scienziato (Henry Gibson) i due ordiranno una trappola elettrificata per il mostro (un incrocio tra un bruco e un uomo di neardenthal che si muove attraverso i ripostigli) usando come esca una barretta di cioccolato duramente estorta al povero Richard.



Niente da fare però e a quel punto il mostro rapisce il giovane reporter e se lo porta in braccio in giro per le strade. A quel punto l'unica soluzione per distruggerlo è fare in modo che tutti i ripostigli e gli armadi a muro vengano distrutti, e infatti vediamo la gente che prende ad accettate i camerini e gli spogliatoi. Il mostro non potendo più rifugiarsi da nessuna parte muore con in braccio ancora la sua preda. A quel punto non è chiaro se siamo di fronte ad una versione gay di King Kong o una sorta di MiniGodzilla senza futuro ma di certo il film è scorrevole e diverte al punto giusto, l'idea di base è delirante quanto basta per trasformare "Monster in the Closet" in un istant cult e dulcis in fundo, il film è impreziosito da questi piccoli cameo di grandi caratteristi del passato, oltre a Carradine e Gibson troviamo anche
Claude AkinsHoward Duff e Stella Stevens.

postato da: albylupo alle ore 12:57 | Permalink | commenti (2)
categoria:anni 80, trash movie, ridicolous monsters, psychotronic movies