venerdì, 26 giugno 2009

La ragazza che sapeva troppo (1963)

Sulle note di "Furore" ottimo brano pop cantato da Adriano Celentano, inizia uno dei film che determineranno per la prima volta in Italia le regole del giallo, quelle stesse regole seguite un pò da tutti i registi di genere del successivo decennio. Partendo da un titolo che ricalca esplicitamente il cinema Hitchcockiano, Mario Bava forgia in un cupo bianco e nero un vero e proprio incubo in celluloide, che, sopratutto nella prima mezz'ora lascia senza respiro. Bava in compagnia di Enzo Corbucci mette in scena, sette anni prima di L'uccello dalle piume di cristallo  la storia di un turista americano (in questo caso una donna,  l'attrice Letícia Román) che giunta in vacanza a Roma, ospite di una vecchia parente, finisce per passare una notte di puro terrore quando la vecchia muore nel suo letto (in una sequenza che Bava riprodurrà anche nel suo successivo capolavoro I tre volti della paura ).

La ragazza (che si chiama Nora) esce di casa per cercare soccorso ma trovatosi sola fra le antiche e deserte strade notturne della capitale, assiste all' omicidio di una donna. Nora cerca di allontanarsi ma inciampa e batte la testa, verso l'alba un uomo le passa accanto e le da da bere del whisky da una fiaschetta cosicchè il poliziotto che la trova stessa sul selciato pensa ad un'ubriacona di passaggio. Fortunatamente per Nora ci penserà l'aitante medico John Saxon ad aiutarla a scoprire il misterioso caso in cui è coinvolta, che ha come protagonista un fantomatico serial killer che uccide seguendo uno schema alfabetico.

Pur nella sua estrema semplicità strutturale, "La ragazza..." è un film che mantiene tutte le sue promesse, snocciolando emozioni a tutt'andare, arricchito da ottimi attori sia americani che italiani (tra cui spicca la bravissima Valentina Cortese) e impreziosito da una fotografia noir di gran classe che solo il maestro Bava sapeva regalare nei suoi film, che pur se a basso costo rappresentano senza dubbio una scuola di cinema preziosa per tutti gli autori nel mondo. Il tocco finale, geniale escamotage ironico, tende a ribaltare tutto quello che si è visto finora, piccola firma personale del nostro amato regista che amava giocare con il dualismo finzione cinematografica/realtà di quello che effettivamente si vede.

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categoria:bianco e nero, masterpieces, dark movies, italian movies
mercoledì, 17 giugno 2009

Un bianco vestito per Marialé (1972)

Già il nome della protagonista (Marialè???) dovrebbe indurci a sospettare non che siamo davanti al solito Thriller all'italiana, certo gli elementi classici ci sono tutti, i flashback di un trauma subito in gioventù (l'uxoricidio della madre sorpresa in camporella con l'amante subito dopo i titoli di testa), il solito maniero con tanto di inquietante maggiordomo che risponde al nome di Osvaldo (interpretato dal volto scavato e minaccioso di  Gengher Gatti), il solito raduno di ricchi annoiati, il solito marito possessivo e autoritario (interpretato dal solito Luigi Pistilli) che obbliga Marialè a prendere psicofarmaci con la forza, il solito ragazzone aitante che piace tanto alla padrona di casa (interpretato anche lui dal solito Ivan Rassimov) il solito omicida che, nascosto nell'ombra, uccide uno a uno tutti gli invitati e, dolcis in fundo, la solita mulatta libertina che balla nuda in giro per le stanze (anche in questo ruolo la solita Pilar Velázquez).

Insomma tutto fa intendere che questo film avrà gli stessi canoni del giallo italico se non fosse che il regista è quel Romano Scavolini trasferitosi di seguito all'estero per girare il suo cult di maggior successo, ovvero il sanguinosissimo e bannatissimo Nightmare di cui parlammo qualche anno fa su queste pagine.

La storia della ricca e schizzata Marialè che organizza, di nascosto al marito, possessivo e violento, un ritrovo di amici e faccendieri al castello, per vincere la noia della sua perpetua reclusione, che si trasforma a sua volta in un gioco al massacro da parte di un misterioso omicida, ricorda molto da vicino la trama di "Dieci Piccoli indiani" e la noia regnerebbe veramente sovrana con un plot così esile e straabusato, se Scavolini da parte sua, non trovasse l'occasione di sperimentare visivamente la sua ambizione cinematografica. Ecco quindi soggettive elaborate come quella dove si vede dal punto di vista di una vittima sbranata dai cani (veramente d'effetto), inquadrature ardite, scenografie suggestive come quella dove gli invitati si truccano e si vestono con costumi ottocenteschi in mezzo a coloratissimi manichini e, incredibile ma vero, una recitazione che non scende mai sotto i livelli di guardia. Certo il soggetto è quello che è, quindi gli sceneggiatori Remigio Del Grosso e Giuseppe Mangione calcano la mano sull'aspetto psicologico della vicenda, esagerando con la ramificazione della trama che spesso e volentieri diventa confusionaria e totalmente sballata. Ottimo il commento musicale realizzato da Fiorenzo Carpi ed eseguito dal bravo Bruno Nicolai che marca bene gli accenti psichedelici del film.

 

 

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categoria:b movie, psychotronic movies, dark movies, italian movies, horror and slasher
mercoledì, 10 giugno 2009

Così dolce... così perversa (1969)

Sulle note di Why, motivetto cantato da Vincent Ewell e composto  Riz Ortolani che si ripete fino all'ossessione nella colonna sonora del film, parte questo ennesimo thriller con venature sexy diretto dal prolifico maestro Umberto Lenzi che nello stesso anno girerà anche il film di guerra La legione dei dannati  ma sopratutto Orgasmo, suo titolo di maggior successo, anch'esso incentrato nel genere giallo erotico. A differenza di quest'ultimo le scene spinte sono ridotte al lumicino con qualche fuggevole nudo da parte delle due splendide protagoniste Erika Blanc e Carroll Baker, ragion per cui forse "Così dolce...." non ottenne all'epoca il successo sperato. Le ragioni del fiasco però si sommano all'eccessiva complessità della trama che spesso e volentieri perde credibilità sopratutto verso il finale.

Il protagonista Jean Rynaud (Jean-Louis Trintignant al massimo della sua inespressività) è un facoltoso avventuriero con una moglie bella ma indifferente (La Blanc), una sera verde arrivare nell'appartamento sopra il suo una nuova inquilina (La Baker) bionda, bellissima ma molto inquieta a causa dell'insistente presenza del violento e psicopatico ex fidanzato Klaus (il gelido Horst Frank). Jean fa di tutto per iniziare una relazione con la donna ma non tutto è quel che sembra e, nell'ombra un terribile complotto sta per realizzare il suo perfido disegno. Lenzi cerca di ricalcare il giallo Hitcockiano ispirandosi anche al celebre Les diaboliques e diciamo che per un buon 60% ci riesce appieno. Lo sviluppo, lento e inesorabile, riesce a catturare e a tener viva l'attenzione ma verso la fine la banalità irrompe nella scena con una forza dirompente, passando per il solido festino Hippy chic dove la solita indigena di colore intrattiene gli invitati con balletti e giochini sexy (la scena in cui Trintignant e la Baker devono baciarsi per pagare la penitenza è di un finto che più finto non si può). In generale però il cast all-star funziona egregiamente riuscendo a ricreare perfettamente quel clima di ambiguità dove non esiste un modello positivo ma dove tutti hanno qualcosa da nascondere ma le atmosfere sembrano più quelle di un film di James Bond che non quelle di un erosthriller che si rispetti. Il soggetto originale è del grande Luciano Martino mentre la sceneggiatura è di Ernesto Gastaldi che aveva codiretto quattro anni prima Libido un altro eros thriller dal titolo più che esplicito, oltre ad una serie piuttosto importante di sceneggiature del cinema di genere italiano tra cui L'orribile segreto del Dr. Hichcock, La vergine di Norimberga, La cripta e l'incubo e Tutti i colori del buio. Insomma due firme di qualità che purtroppo, in questo film specifico non hanno dato il meglio.

   

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categoria:b movie, porno era, punkie junkie, italian movies
venerdì, 05 giugno 2009

THE DECLINE OF THE WESTERN CIVILIZATION (1981)

Un titolo ironico, visto l'argomento trattato ma sopratutto un documento coraggioso quello della controversa e a suo modo geniale regista Penelope Spheeris, uno spaccato di subcultura giovanile assolutamente underground giustamente diventato film di culto oltre ad essere una delle poche possibilità di vedersi oggi un'esibizione filmata di Darby Crash, leggendario leader dei Germs, morto di overdose poco prima dell'uscita del documentario. La Spheeris, che girerà in seguito il violento e disturbante The Boys Next Door e qualche anno dopo il gangster movie tutto interpretato da ragazzini The Little Rascals, raccoglie interviste a spettatori, roadie e buttafuori che bazzicano i locali dove si balla lo slamdance (divenuto in seguito il pogo), spezzoni di concerti di gruppi punk nella Los Angeles a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni'80, poco dopo quindi l'esplosione del movimento "no future" che vide la sua massima espressione nel 1977 in Inghilterra. Assistiamo quindi alle rabbiose performance dei Black Flag, Circle Jerks, Fear, Alice Bag Band e gli X. di John Doe e Exene Cervenka all'interno di locali fumosi e cupi, piccoli e claustrofobici dove è il pubblico spesso e volentieri a garantire lo spettacolo con gente che si spintona, sale sul palco cercando di rubare gli strumenti a quelli che suonano, che si lancia di sotto, sputa, urla e impreca nel più puro punk style.

I gruppi vengono intervistati nell'intimità dei loro appartamenti diroccati, Darby Crash addirittura parla davanti alle telecamere nella cucina di casa e salta subito agli occhi il contrasto tra le persone nella normalità di tutti i giorni e quando salgono sul palco per scatenare la loro furia ribelle, esemplare a tal proposito la performance di Alice Bag vestita con eleganza in antitesi con la forza distruttiva che esprime al microfono.  DECLINE non è quindi solo un documentario su una corrente alternativa di quegli anni, è la rappresentazione più pura dei contrasti di un'epoca, lo specchio del degrado di una generazione senza più speranze che esplode di rabbia nel buio, che sfoga la violenza nel ballo e nell'ammassarsi di corpi sudati accompagnati dalla musica proveniente dall'inferno, il punk ha cambiato una generazione nascondendosi nelle cantine, e per chi come me, oggi, è appassionato di quell'epoca sommersa, documenti come il film della Spheeris rappresentano una testimonianza unica e preziosa.

Sette anni dopo Phenelope Spheeris darà luce al seguito The Decline of Western Civilization Part II: The Metal Years dedicato alla scena heavy metal mentre il terzo capitolo ritorna, nel 1998, a calcare la mano sulla nuova scena punk decisamente più estrema e grottesca di quella che segnò le sue origini. 

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categoria:anni 80, masterpieces, b movie, punkie junkie
lunedì, 01 giugno 2009

L'ULTIMO UOMO SULLA TERRA (1964)

Considerato non solo una delle più efficaci trasposizioni del bellissimo romanzo di Richard Matheson "Io sono Leggenda" ma anche uno dei più sorprendenti B movie italiani degli anni sessanta, L'ultimo uomo sulla terra è stato addirittura considerato fonte ispiratrice per George A. Romero e il suo Night of the Living Dead . Certo le atmosfere ci sono tutte anche se all'epoca furono tante le possibilità di ispirazione per Romero (vedi a tal proposito il surreale e simbolico Carnival of Souls .

Sicuramente, ai fini della confezione più che decorosa del film giocarono molto la collaborazione con tecnici americani, essendo una co-produzione, le atmosfere regalate dalla location dell'Eur di Roma, la presenza di un monumento alla recitazione come Vincent Price e dulcis in fundo la suggestiva fotografia in bianco e nero di Franco Delli Colli, insomma i soldi degli americani e le maestranze italiane poterono un miracolo irripetibile nel nostro paese, ovvero quello di realizzare un film di genere potente ed efficace, da poco tempo riscoperto (cioè poco dopo l'uscita di quella schifezza di I Am Legend con Will Smith) e apprezzato dai critici di tutto il mondo. Un colpaccio dunque, partorito dalla mente di quel genio del B movie che era Samuel Z. Arkoff coadiuvato dalla collaborazione dello stesso Matheson in veste di co-sceneggiatore sotto falso nome ( Logan Swanson), ma quanto si può considerare italiano un film di questo tipo? Certo qualcuno potrebbe obiettare che il regista, quindi la mente pulsante del progetto era italiano, quel tal Ubaldo Ragona di cui si ebbero poche tracce nel cinema mondiale, tuttavia ciò non è accertato, fonti abbastanza attendibili danno come regista effettivo tal Sidney Salkow che non compare nemmeno nei titoli, questo, pare perchè la Titanus impose solo nomi italiani all'interno della pellicola, insomma una specie di convenzione che prevedeva di maestranze locali, ed in effetti scorrendo la pagina di Imdb si nota subito che, a parte la produzione, tutta la troupe era italiana. Tra l'altro Imdb accredita in co-regia anche il sedicente regista. Ma quanto girò uno e quanto girò l'altro? C'è chi afferma che il nome di Salkow compare per esigenze produttive nella versione estera, c'è chi dice che era lo stesso Ragona sotto falso nome (ma chi afferma questa cosa dice una stronzata!), c'è invece chi come me se ne frega un pò e si gode le spettrali sequenze di Price che gira per le strade deserte a caccia di vampiri con punteruoli di frassino e collane d'aglio, mentre il suo buon amico Ben (un'ottimo Giacomo Rossi-Stuart) si piazza tutte le sere di fronte a casa sua per ucciderlo insieme ad altre creature della notte più simili a zombie che a succhiasangue.

Un ottimo film in sostanza, gravato da una serie di interrogativi che ne alimentano la sua aura mitologica, tra i quali sorge spontaneo e lecito anche il domandarsi perchè, se tra gli sceneggiatori c'era lo stesso scrittore, ha accettato di cambiare il nome al personaggio trasformando Robert Neville (il protagonista originale) in Robert Morgan?

 

 

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categoria:bianco e nero, masterpieces, b movie, zombie and cannibal, italian movies