venerdì, 29 maggio 2009

Earth vs. the Flying Saucers (1956)

Questo film rappresenta a suo modo un vero e proprio simbolo dell’immaginario fantascientifico post seconda guerra mondiale, tutto incentrato nel generare terrore da una minaccia esterna al mondo americano in cui veniva sublimata la paura della Russia e del comunismo. Semplice nella sua confezione ed alquanto banalotto nello sviluppo della storia, "Earth" in realtà nasconde profonde contraddizioni sulla politica americana del dopoguerra. Infatti gli alieni, che compaiono sin dai titoli iniziali in mirabili avvistamenti aerei, giungono sulla terra con una richiesta d’aiuto e trovano invece una risposta offensiva. Non a caso il primo colpo, quello che darà il via ad una vera e propria guerra di mondi, partirà proprio dai terrestri. Emblematiche a tal punto le scene di distruzione finale quando i disconi vanno a schiantarsi contro le imponenti costruzioni di Washington D.c. Insomma il film instilla il tarlo del dubbio su chi siano i buoni e chi i cattivi, ma è proprio un ombra leggera perchè subito dopo la prima mezz'ora le parti si chiariscono ed allora vediamo i marziani che sembrano uscire dalla pubblicità dell'omino Michelin, rapire scienziati e generali e disintegrare tutto quello che gli capita a tiro. Saranno alla fine delle onde sonore emanate da un emettitore inventato dallo scienziato di turno, a far capitolare la minaccia.

Il regista Fred F. Sears morì l'anno successivo, dopo una lunga esperienza cinematografica che proprio in quegli anni vedeva il suo massimo splendore, ha diretto per lo più western ed infatti si vede la mano poco allenata nel campo sci-fi, gli scontri finali però sono decisamente spettacolari anche grazie alle creazioni a passo uno del bravo Ray Harryhausen. Fortunatamente a coadiuvare il tutto c'è quella vecchia lenza di Curt Siodmak in qualità di sceneggiatore, mentre le scenografie vengono tenute per lo più spoglie ed essenziali come anche il design delle astronavi, ispirate, a quanto si dice, da reali avvistamenti documentati fotograficamente.

Chi guarda oggi Earth vs. the Flying Saucers troverà tanti punti in comune con Mars Attacks! al punto da credere quasi che il film di Tim Burton sia quasi un remake. Ovviamente negli anni '50 la fantascienza veniva presa come una cosa seria ed anche se, nel tempo, il genere ha perso i suoi significati reazionari , film come questo non cessano di essere parte integrante di un'identità storica di grande importanza.

postato da: albylupo alle ore 12:56 | Permalink | commenti
categoria:bianco e nero, masterpieces, sci fi of the z era
venerdì, 22 maggio 2009

Attack of the Crab Monsters (1957)

 

I titoli di testa sembrano far sperare, viene quasi voglia di pensare "Ma guarda, stà a vedere che il buon Roger Corman, stavolta ha finalmente trovato una megaproduzione", in realtà, ogni weirdo esperto che si rispetti sa benissimo che questo è il peggior film del regista americano, peggiore nel senso estetico in quanto ancor oggi considerato uno dei suoi cult assoluti .

Già dopo pochi minuti "Attack..." rivela subito la sua essenza trash quando vediamo il gommone dei protagonisti che approda sull'isola misteriosa, arivati a pochi metri dalla spiaggia, uno dei marinai casca in acqua e, nonostante siano a riva, lo vediamo affondare nelle profondità oceaniche per riaffiorare cadavere senza testa, o almeno così era nelle intenzioni ma il trucco è talmente posticcio (la camicia calzata sulla testa) e antico che fa subito strappare una risata. Il protagonista di questa scena poi, altri non è che un'altro dei grandi del cinema Bis  degli anni '50, il leggendario sceneggiatore Charles B. Griffith, qui anche nelle vesti di co-producer.

L'inizio quindi non è male ma il bello arriva con le prime apparizioni dei granchioni di cartapesta i cui l'isola è infestata, ai quali hanno disegnato pure una faccia tra le meno sveglie della storia del cinema (beh, appropriato, dopotutto i granchi non hanno fama di essere animali sagaci) con gli occhioni che si aprono e si chiudono con l'elastico delle tendine in bella mostra. Il gruppo di scienziati vittime della ridicola invasione, scoprono poi che i mostri, non solo divorano gli uomini ma ne assimilano le proprietà vocali, vediamo quindi le bestiacce parlare con le voci delle loro vittime e scopriamo che, contrariamente alle aspettative, i crostacei sono dotati di un'intelligenza sopraffina. Ben presto si scoprirà anche che l'unica cosa che li annienta è l'elettricità e dopo orrende chele di cartone che fingono di staccare la testa alle persone, uomini che vengono dondolati appesi ad una corda come se ballassero la samba, filmati di repertorio che si barcamenano tra Tsunami ed esplosioni vulcaniche si arriva finalmente al duello finale a colpi di pali della luce e carapaci polistirolici.

Attack of the Crab Monsters appartiene al periodo punk di Corman, ovvero quella fase dove " noncene fregauncazzodellaconfezione mal'importanteègirarel'importanteènarrare " filosofia questa, che approvo in pieno e, del resto  stiamo parlando di un film che, una volta visto, non lo si scorda più, a conferma che quando le cose sono troppo perfette annoiano mentre quando sono così esageratamente posticcie entrano a far parte della storia, quale fulgido esempio di una cinematografia disancorata dal puro mestiere e mossa esclusivamente da un'urgenza (che poi sia alimentare o artistica non è importante).  

venerdì, 15 maggio 2009

ROBOT HOLOCAUST (1986)

Oggi ci lamentiamo della scarsa qualità e della piattezza di idee del cinema di genere internazionale, quando non ci lamentiamo addirittura della sua progressiva scomparsa, ma provate un pò a immaginare uno spettatore ignaro che spende bei soldini per sedersi in una sala e assistere ad un film come questo!

Certo, oggi guardando il film di Tim Kincaid (il quale, incredibilmente, ha continuato a lavorare molto anche dopo questa sua "prova" artistica) ci si ride sopra, si organizzano parate notturne a base di amici, birra e popcorn per godersi in cassetta o dvd le esecrabili gesta dell'eroico NEO (Norris Culf) e il suo gruppo di ribelli al robotico dominio del crudele Dark One, ma dubito fortemente che le motivazioni ludiche fossero alla base del lancio iniziale del film, spacciato come un vero e proprio film di fantascienza di matrice post-atomica.

Si sa,  comunque che quando si spinge così a fondo sul pedale del trash involontario, attraverso una recitazione sommaria, coreografie di combattimenti al limite del ridicolo, effetti posticci e assoluta latitanza di idee, non si può che trasformare il risultato in un cult assoluto come viene oggi considerato questo "ROBOT HOLOCAUST". E allora giù con braccia che sporgono dalle pareti indossanti calzamaglia color carne a similare enormi e comicissimi vermoni dai denti stile Goofy, giù con scenografie post industriali ricavate all'interno di capannoni in disuso, amazzoni pitturate in posa plastica nei giardini pubblici che dovrebbero essere delle foreste, robot costruiti con maschere di plastica dorata, enormi moscono fatti di fil di ferro, gladiatori che lottano con una flemma degna di un ritrovo tra vecchie comari all'ora del tè,

Eppure persino questa ciofeca ha predettto l'avvento di qualcosa di più grande nella cinematografia mondiale, dando il nome al protagonista di The Matrix (ovviamente potrebbe essere solo una incredibile coincidenza) ma tutto finisce qui e i combattimenti all'arma bianca di Robot distano anni luce dalle prodezze aeree del film di  Andy Wachowski e Larry Wachowski, per il resto siamo alla sciattoneria più estrema con assenza di fotografia, trucchi ridicoli, personaggi improbabili che si districano tra ninfomani, barbari coglioni, ballerini seminudi e cavernicoli dementi.

Insomma un film che ha nel suo DNA tutta l'essenza del brutto cinematografico degli anni'80, una testimonianza estrema della decadenza artistica di quegli anni ma anche un pregiato esempio di come si deve realizzare il non cinema illudendosi di girare sci-fi quando invece si sta producendo un film comico.

venerdì, 08 maggio 2009

MATANGO (1963)

A tutti gli effetti Ishirô Honda sarà ricordato sopratutto per la sua predilezione nei confronti dei mostri giganti (se qualcuno ancora non lo sapesse è il regista del primissimo Gojira e di molti capitoli successivi della saga dei Kaiju Eiga), tuttavia il suo capolavoro assoluto è paradossalmente un film come Matango dove ci sono mostri, ma della stessa altezza degli esseri umani e dove non contano tanto trucchi, effetti speciali e modellini esplosivi ma la recitazione, le atmosfere e sopratutto la metafora, elemento primario di questa pellicola.  Un gruppo di alto borghesi giapponesi in vacanza su uno yacht naufragano su un isola apparentemente deserta e completamente priva di vegetazione. In principio trovano un relitto precedentemente arenatosi sulla spiaggia al cui interno il personale è misteriosamente svanito nel nulla, ma poi gradualmente cominciano a ricevere misteriose visite da parte di un essere ributtante. La scarsità di cibo induce il gruppo ad avventurarsi nella foresta dove scoprono che l'unico vegetale commestibile è uno strano ed enorme fungo che cresce sotto gli alberi. Ben presto chi si ciberà del fungo non potrà più farne a meno dando vita a una mostruosa automutazione in enormi e bubbosi funghi.

Nonostante l'excursus anomalo per un regista abituato al cinema spettacolare e disimpegnato, lo sviluppo della trama appare perfetto con un crescendo esaltato ancor di più dalla graduale trasformazione psicologica dei personaggi tra cui spicca senza dubbio Kumi Mizuno, splendida quanto inquietante regina del bel canto radiofonico. In particolare le atmosfere del film cambiano in continuazione, si parte dal lato quasi comico dell'inizio in barca, passando all'horror fino all'apocalisse lisergica del finale dove tutto assume un'atmosfera di fiaba mescolata con acido lisergico, a questo punto si riesce a giustificare tutto, anche i mostruosi e gommosi uomini fungo che si aggirano nei boschi ridendo con quel tono cavernoso difficile da dimenticare.

Per quanto riguarda invece le metafore sarebbe troppo facile limitarsi al gioco di ruolo tenuto dalla solita bomba atomica rappresentata dall'uomo fungo, qui entrano in gioco attacchi alla società borghese e allo smodato sviluppo della droga nel tessuto sociale nipponico. A mio parere, metafore a parte, il tutto si risolve in un mirabile, affascinante e sentito omaggio al cinema di fantascienza occidentale e ad un certo tipo di fantasociale che avrebbe di lì a poco preso piede con successo nel cinema di genere mondiale.