giovedì, 30 aprile 2009

QUALCOSA STRISCIA NEL BUIO (1971)

Non fosse stato per questo film, opera seconda e ultima, nessuno ricorderebbe Mario Colucci se non per un pugno di sceneggiature neanche troppo interessanti nel genere thriller italiano. A dir la verità neanche "Qualcosa striscia..." è da considerare poi un prodotto significativo non fosse per l'uso sapiente delle atmosfere fantasmifiche che esala la pellicola, mantenendo un buon equilibrio di attenzione all'interno di un plot dove praticamente non accade nulla, non si vede niente e tutto si conclude con una serie di rumoracci, risate sataniche e tremolii di porte e mura. Del resto il tema della presenza invisibile è uno dei più economici nel cinema horror e infatti ha rappresentato, sopratutto nel periodo fine sessanta inizi settanta, uno dei temi prediletti per un cinema povero di mezzi come quello italiano. Povero di mezzi si ma, intendiamoci, ricco di idee e sopratutto di espedienti.

La storia sembra quasi un remake dell'ottimo "Contronatura" di Margheriti anche se qui le atmosfere morbose ed equivoche latitano, qualche nudo di ripiego lo si trova sopratutto grazie a Giulia Rovai, la ragazza di Joe (Gianni Medici) il proprietario della villona dove un gruppo di viaggiatori notturni si rifugia a seguito della piena che ha interrotto la strada nel bel mezzo della notte. Fra i viandanti c'è anche un terribile serial Killer Spike (Farley Granger) e l'ispettore di polizia (Dino Fazio) che lo ha arrestato dopo un forsennato inseguimento automobilistico.

Il gruppo si ritrova quindi sotto il tetto della malvagia Lady Marlowe, defunta nobile lasciva e perversa che anche dall'aldilà troverà il modo di uccidere e terrorizzare i suoi ospiti. Si deve dare atto a Loredana Nusciak di essere l' unica attrice al mondo ad interpretare il film solo in fotografia, Resta comunque una presenza inquietante che pervade tutto il film fino alla sua chiusura. Insomma Colucci riesce a fare un horror dove il mostro è costituito da una foto in bianco e nero e questo è un merito non da poco (chisà quanti registi nipponici ci hanno ricamato sopra nei loro film!), per il resto siamo di fronte a un prodotto medio dell'epoca, onesto nell'insieme ma non memorabile.

Nel cast anche Lucia Bosé e il sempiterno Giacomo Rossi-Stuart, presenza imponente e immortale del nostro cinema ma sopratutto del cinema di genere.

 

 

 

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categoria:b movie, porno era, dark movies, italian movies, horror and slasher
giovedì, 23 aprile 2009

the Sadistic Hypnotist (1969)

Il sottobosco delle produzioni di purissima exploitation degli anni '60 ci hanno sempre regalato qualche gradita sorpresa, in particolare all'interno della vastissima produzione del cinema di puro richiamo in cui si versavano abbondanti dosi di sesso, droga e violenza nonchè veri e propri spettacoli dedicati unicamente al sadomaso e al torture show, tutto un universo deprecabile volto a placare gli appetiti più esigenti di un pubblico immorale e pervertito. Recuperare oggi film come questo Sadistic Hypnotist (conosciuto anche come Wanda, the Sadistic Hypnotist ) di Greg Corarito non significa solo acquisire testimonianze di un passato nostalgico ma dare alla luce pure perle demenziali in cui la pretestuosità della trama raggiungeva livelli grottescamente artistici. Questo misconosciuto tesoretto di fine sixties in particolare è addirittura un film nel film. Vediamo infatti mentre scorrono i titoli di testa un tizio che scorrazza in automobile, poi si avvicina a una vetrina di porcellane e comincia ad avere visioni erotiche e infine entra in un cinema a luci rosse dove comincia il vero film, intervallato ogni tanto da un inquadratura dei pochi spettatori in sala che guardano compiaciuti questa fine immondizia. Sullo schermo invece c'è il sole e un auto che fa un incidente, il guidatore Sylvester (Richard Compton) viene raccolto da due strane tizie Wanda (Katherine Shubeck) e Greta (Janine Sweet) che lo trasportano nel loro lussuoso residence con piscina chiamato addirittura Sex Toy.

Qui Wanda rivela i suoi poteri ipnotici con cui soggioga l'infortunato e lo obbliga a subire una serie di penosissime e verosimilmente finte frustate. A questo punto irrompo un gruppo di teen ager svestite che si buttano in piscina, subito dopo comincia una sorta di festino sexy nel quale irrompe uno psicopatico fuggito da un manicomio, il quale dopo aver picchiato e violentato le tizie, fa comunella con Sylvester e manda in acido l'intero party (con LSD conservato in cucina eh!). Qui vediamo la parte migliore del film, tutta virata a colori psichedelici, musica pop ossessiva e fotografia delirante. Per il resto Colarito sembra girare con una cinepresa in Super8 con inquadrature sghembe, primi piani eccessivi e tremolii allucinogeni. Gli attori non sembrano tali vista la cagneria generale ma almeno le attrici non lesinano a mostrare la carnina, siamo comunque lontani dalle forme da top model del cinema mainstream e le dettagliate inquadrature del nostro Corarito non aiutano l'estetica generale. Rimane comunque un originale tentativo di inserire un senso artistico al cinema d'exploitation con l'espediente del film nel film che rimanda un pò a Truffaut, anche se, diciamoci la verità, è solo un altro pretestuoso espediente per mostrare culi e tette.

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categoria:b movie, trash movie, porno era, psychotronic movies, punkie junkie
giovedì, 16 aprile 2009

ARRAPAHO (1984)

Strano destino quello dei membri dello pseudo gruppo trash demenziale Squallor, paradossalmente i nomi legati a uno dei combo più scriteriati e irriverenti mai apparsi in Italia erano per la maggior parte produttori musicali e compositori di primaria importanza, Daniele Pace scriveva brani per la Cinquetti e Loredana Bertè (sua la mitica E la Luna Bussò),  Giancarlo Bigazzi invece compose Lisa dagli Occhi Blu e Luglio mentre invece Totò Savio firmò maledetta Primavera. A questi nomi poi si aggiunsero alcuni insospettabili come Gianni Boncompagni e, per un breve periodo anche Gigi Sabani. Insomma, mai il detto "le apparenze ingannano" fu più rivelatore per quanto concerne uno dei gruppi Cult degli anni '80.

Il film "Arrapaho" rappresenta, in questo contesto, l'apice del loro successo, che esulava dalla pura exploitation divenendo un vero e proprio fenomeno di costume in cui il brutto fa tendenza e l'idiozia diventa il tormentone definitivo di una cultura che andava imbarbarendosi sempre di più fino a toccare il punto di non ritorno. Ecco, "Arrapaho", in un certo senso, è il punto di non ritorno del cinema italiano di serie Zeta che conobbe grande successo e diffusione fino agli anni 90. Incapace di strappare una risata anche ad un decelebrato, l'immondo film di Ciro Ippolito, regista del cult del fanta-spaghetti  Alien 2 sulla terra, è un putrido collage dei migliori brani tratti dalla discografia degli "squallidi", resa purtroppo nel modo peggiore grazie all'estrema cagneria degli attori, non tanto del protagonista Daniele Pace (Palla Pesante) che come comico non avrà avuto futuro (pace all'anima sua) ma come logorroico tritapalle era messo benissimo, quanto per quello stuolo di attorucoli presi non so da quale cloaca estera che ciondola inutilmente nel film (tipo quello che interpreta Latte Macchiato) esemplificati mirabilmente dalla draiviniana Tinì Cansino che ha almeno il buon gusto di farsi vedere nuda in una delle migliori scene, quella della cascata con sottofondo di "O Tiempo se ne va".

Nota a parte invece meritano gli stacchetti pubblicitari e in particolare il divertentissimo Tranvel Trophy in cui il guidatore apre le porte e cicca in faccia il ciccioso passeggero che vuole disperatamente salire.

Per il resto la saga dei Froceyennes e degli arrapaho è facilmente dimenticabile e si riassume perfettamente nel titolo finale "The Gay After", mal realizzata parodia di usi e costumi e film al tempo attuali ma presto relegati nel dimenticatoio della piattezza comune.

   

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categoria:anni 80, b movie, trash movie, porno era, punkie junkie
mercoledì, 08 aprile 2009

DAY THE WORLD ENDED (1955)

...Ovvero il post atomico secondo Roger Corman e quindi in assoluta economia, l'introduzione infatti mostra alcune sequenze di repertorio (tratte probabilmente da filmati della seconda guerra mondiale) accompagnati dalla solita minacciosa voce narrante che snocciola moralistici epiteti sulla fine dell'umanità.

Per il resto tutto si svolge in una piccola vallata delimitata dalle nebbie radioattive dove Jim (Paul Birch) e la figlia Louise (Lori Nelson) hanno costruito quello che dovrebbe sembrare un rifugio antiatomico ma che altri non è che una neanche troppo malcelata villetta su un piano incastrata nella roccia. Qui si rifugiano un gruppo di improbabili sopravvissuti al disastro tra cui una ballerina, un balordo e un vecchio contadino con l'asino. A questi si aggiunge anche il solito belloccio tutto muscoli che dovrebbe fare la parte dell'eroe (Richard Denning) e uno che ha respirato troppa aria radioattiva (Jonathan Haze).

La teoria interessante che esprime questo film è che la radioattività è una sorta di licantropia che ti fa venire l'istinto di cacciare e cibarsi di carni contaminate, ovvero quello che succede al contaminato che molto presto andrà a unirsi alla schiera di mostri che vivono alidlà della valle, sorta di nuova progenie di un mondo malato. Di queste creature dovremo però aspettare la fine del film prima di vederne le fattezze, ma il buon "weirdo-lover" non rimarrà di certo deluso dal goffo scimmione con la faccia da strega bacheca con tre occhi, un vero e proprio pezzo da 90 nel cinema spazzatura, una delle innumerevoli creature che Corman ci ha regalato nel corso della sua straordinaria carriera. In più il regista ci aggiunge una nota ambigua e alla fine non si arriva realmente a capire chi sia il mostro in questione, la cui fine viene determinata dall'avvento delle pioggie pulite, così come gli elementi radioattivi generano mostri così gli elementi puri rappresentano la morte per essi. Finale molto epico, sceneggiatura magistrale e attori in buona forma determinano un bel filmino sci-fi che diverte e intriga con un'idea mica male.

Il tutto ovviamente nel sano e divertente segno del weirdo!

In Italia è uscito con l'inspiegabile titolo "Il Mostro del pianeta perduto"