giovedì, 26 febbraio 2009

ORGY OF THE DEAD (1965)

A suo modo un classico quest'esordio alla regia del regista bulgaro Stephen C. Apostolof che amava firmarsi come A.C. Stephens, da un punto di vista strettamente filmico segna infatti l'incontro e l'inizio della collaborazione con Edward D. Wood Jr., il quale quando non era occupato a fregiarsi del titolo di "peggior regista del mondo", scriveva soggetti e sceneggiature.

Del resto anche Ed Wood considerava Apostolof il "peggior regista del mondo" ed infatti questo suo primo lungometraggio traccia delle basi abbastanza concrete della pessima tecnica di cui era dotato il direttore bulgaro. Inquadrature statiche e sbilenche, pessime recitazioni e scene assolutamente weirdo caratterizzano appieno questa sorta di strana commistione fra un horror e un teatrino di spogliarelliste. Pura exploitation miscelata al genere nudie (in pratica il precursone del porno nelle sale a luci rosse) con un sapiente riciclo delle atmosfere e dei personaggi di Plan 9 from Outer Space al punto che troviamo, oltre al mitico Criswell nella parte del demone giudicatore, anche una specie di clone di Vampira interpretato da Fawn Silver, leggermente più bassa di statura, sicuramente più abbondante di seno ma decisamente meno inquietante.

La storia, ovviamente, è quanto di più pretestuoso si possa trovare nel magico mondo del cinema exploitation con una coppietta che fa un incidente in auto e si ritrova catapultata in una dimensione infernale (in realtà un boschetto con qualche colonna di polistirolo e due pali) dove assistono ad una sorta di giudizio universale di un gruppo di ragazze in topless che escono dal tempio e cominciano a ballare in modo più o meno improvvisato, l'importante a questo punto è che tette e culo diventino protagonisti di questo delirante musical weirdo. La cosa che fa più sorridere è quella sorta di contrappasso dantesco con cui si giustifica il giudizio di queste ragazze, del tipo che un'avida biondona viene immersa nell'oro fuso, un'altra che amava i gatti la si vede danzare vestita da gatto (ovviamente il costume è dotato di buchi per mostrare seni e chiappe), un'altra viene fatta sposare con uno scheletro, poi via via verso derivazioni etniche (ballerine di flamenco, hawaiane, pellerossa) fino al culmine in cui i due sposini vengono catturati dalla "mummia" e dall'"uomo lupo", due personaggi che, se esistesse l'oscar del weirdo meriterebbero senz'altro di vincerlo, si agitano, ciondolano come scimmie e se la chiaccherano facendo il tifo quando Criswell ordina alle guardie romane (due armadi con il gonnellino) "Tortura, più tortura, hahahahah!). Il licantropo poi, quando ulula sembra un cowboy sodomizzato mentre il costume della mummia sembra fatto coi rotoli di carta igienica. Insomma lo spettatore viene trasferito in un universo weirdo dove la recitazione non esiste, men che meno la logica di un film che finisce con il risveglio da un incubo, e non solo per i due protagonisti!!!  

Siccome poi le disgrazie non vengono mai sole, la collaborazione tra Wood e Apostolof proseguirà nel tempo con una serie di pellicole più o meno sexy ma senza la componente horror che rende quindi questo titolo unico nel suo genere.

 

mercoledì, 18 febbraio 2009

THE SINFUL DWARF (Dværgen 1973)

Perfido e delirante come il nanerottolo protagonista, questo film danese ad opera di Vidal Raski è un vero focolaio weirdo che già dalle prime scene iniziali la dice lunga sul suo status di cult assoluto della corrente "women in cage" che nella prima metà degli anni '70 stava attraversando il mondo cinematografico occidentale. Anche se normalmente i film sul regime carcerario al femminile (condito spesso e volentieri da sesso lesbico e violenza) vengono ambientati in riformatori/centri di reclusione, in alcuni casi, peraltro straordinari ma incredibilmente originali, l'ambientazione poteva essere una cantina o, come nel caso di questo "nano peccaminoso", in una soffitta.

Il film inizia subito senza mezzi termici a darci una pratica dimostrazione di che cos'è il weirdo, vediamo infatti il bruttissimo Olaf (Torben Bille) che passeggia con il suo bastone e un cagnolino a molla, mostra il gioco a una ragazza che saltella sulle caselle disegnate col gesso sul marciapiede (anche se un pò grandicella per stò gioco eh), e mentre lei si china a carezzarlo, il nano gli dà una bastonata e si porta via trascinandola la giovane. Olaf vive con la madre, ex cantante e spogliarellista alcolizzata ed insieme gestiscono un ostello fatiscente. In realtà la donna passa il tempo con una sua amica a sbevazzare e rinverdire con assurdi teatrini canori, la sua carriera artistica. Intanto Mary (Anne Sparrow) e il marito Pete (Tony Eades) hanno la brutta idea di prendere una camera nell'albergaccio, subito sentono strani rumori e il nano che entra ed esce da una stanza buia. Naturalmente allo spettatore è dato subito di capire che dietro una porta sbarrata Olaf tiene segregate un gruppetto di ragazze completamente nude che assoggetta ai suoi voleri con la droga e le fa prostituire in una sorta di squallido harem.

Dopo un ora di questo delirio, fra amplessi vari, nudità, rumori, pupazzi a molla e siparietti caraibici, anche Mary verrà rapita dal nano che la stuprerà con un bastone obbligandola a cedere alle voglie dei suoi clienti. Fortunatamente Pete riesce a scoprire il commercio di droga che passa nascosto nei pupazzi di peluche che il nano passa a un riparatore di giocattoli, avverte la polizia e dopo una collutazione sanguinosa, Olaf si getterà dalla finestra. Le ultime scene vedono il cane a molla iniziale che zampetta attorno alla mano insanguinata del nano.

Come si evince dalla storia è un film che non va solo visto ma "vissuto",  gli attori non sono un granchè, alla protagonista si preferisce guardare le tette che soffermarsi sulle sue penose espressioni di angoscia   ma, nonostante la povertà dei mezzi, la bruttura della confezione (oltrechè del nano) e lo squallore dei temi trattati, si lascia vedere bene, sopratutto non si dimentica facilmente come non si dimenticano gli infernali giochi a molla che infestano tutto il film, titoli di testa (peraltro bellissimi) compresi. 

 

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mercoledì, 11 febbraio 2009

DEATH RACE 2000 (1975)

Prodotto da quel geniaccio di Roger Corman, questo incredibile e divertentissimo B-movie si è trasformato negli anni, com'era prevedibile, in una piccola icona di culto. Del resto un film ambientato nel futuro in cui lo sport nazionale è una gara di automobili truccate in modo weirdeggiante, che giocano a investire più passanti possibili, non poteva, nella sua straordinaria originalità, che lasciare il segno. Intanto troviamo un Sylvester Stallone in erba che recita (beh insomma si, avete capito...) nella parte di Machine Gun Joe Viterbo, una sorta di pilota mafioso con vestito e bretellone e cappello a falde, c'è poi David Carradine nella parte di Frankenstein, il campione assoluto, appena riscostruito in laboratorio che si presenta con vestito fetish e maschera mostruosa (in realtà sotto le vesti è normalissimo), per finire un campionario di partecipanti alla gara davvero degno di nota come Mathilda la nazista, Nero the hero e Calamity Jane (Mary Woronov). Tutti impegnati a correre come forsennati e a investire più pedoni possibili, tutti catalogati con un loro punteggio ben preciso (70 punti i neonati, 100 punti gli anziani) in un delirio continuo ad alta velocità (anche se le riprese sono palesemente accellerate) non avaro di momenti spassosi, come il pedone che fa il torero con l'auto di Calamity Jane o l'auto di Machine Gun Joe che insegue a pelo d'acqua un pescatore sul fiume.

Ma lungo il percorso un gruppo di ribelli tenta di sabotare in tutti i modi i piloti in gara, con finte deviazioni verso il burrone, mine antiuomo disseminate per la strada e altre trovate. Non bastasse questo, il film gode, almeno per l'epoca, di un sano gore liberatorio con teste maciullate, corpi smembrati e arti strappati. Certo la confezione del film è alquanto rustica e non nasconde certo la sua immagine di seconda categoria (gli sfondi delle città futuristiche sono disegnati) ma la ricerca delle inquadrature, il montaggio e la serie di trovate esilaranti che pervadono lo spettacolo segnano il colpo, l'idea in sè stessa poi, per quanto macabra ha da sempre eccitato la fantasia popolare (chi non ha mai detto o sentito dire in auto "se investi la vecchietta sono 100 punti"?) oltre a dare lo spunto per un famoso videogioco (Carmageddom), insomma il regista Paul Bartel, pur non avendo mai brillato di luce propria nella storia cinematografica, ha comunque messo in piedi un fantacirco divertente e dignitoso. Piccola nota curiosa: tra gli operatori della seconda unità c'è anche il giovane Lewis Teague che si specializzò poco più avanti in eco-horror quali Alligator e Cujo.

DEATH RACE (2008)

Perchè si fanno i Remake? Forse perchè i produttori sperano sempre che la gente non abbia visto l'originale e, di conseguenza, apprezzi questa nuova versione. In effetti vedendo prima questo Death Race del pur bravo anche se non memorabile regista Paul W.S. Anderson l'impressione è senza dubbio positiva: ottimo ritmo, ottimi effetti speciali, molta violenza ma senza prendersi troppo sul serio. Insomma lo spirito perfetto del B-movie nuovo millennio. Certo, se poi si va a vedere l'originale tutto cambia. La superiorità del film di Paul Bartel è schiacciante: più cattiveria, più ironia, addirittura più sangue, il tutto pur limitato dai mezzi a disposizione negli anni '70 per quanto riguarda il film di genere.

Fortunatamente Anderson ha avuto il buon gusto di rendere questo suo Death Race più un sequel che un remake vero e proprio, il protagonista Jason Statham, finisce in un carcere di massima sicurezza, accusato ingiustamente di aver ucciso la moglie e il figlio, visto il suo passato da pilota la perfida direttrice del carcere lo assolda per impersonare Frankenstein, il campione di Death Race morto nella precedente gara e dovrà vedersela con un nuovo Machine Gun Joe, stavolta nero e omosessuale. A parte l'imbarazzante happy end finale, Anderson sa il fatto suo in quanto ad action movie, ed infatti il film non è certamente uno di quelli che annoiano, anzi, il fiato si ferma in gola per tutti i 100 minuti, peccato che, alla scritta "fine" il cervello abbia già dimenticato tutto. Gli effetti da videogame sono fatti bene ma fanno perdere l'aura di artigianalità dell'originale, le idee poi latitano ed alla fine ci si chiede perchè spendere soldi nel realizzare sequel/remake che non dicono nulla di nuovo e nulla fanno se non rifriggere la solita zuppa ormai stantia.

Nonostante questo il nome del colpevole di tutto, quel tale Roger Corman che ogni weirdo lover ha imparato ad amare, è sempre lì (nel remake in qualità di executive producer) e ci guarda con benevolenza sulle poltrone del cinema ad ingozzarci di pop corn ed a ridere come matti ad ogni esplosione/maciullamento. Questo è il cinema ragazzi! 

 

 

mercoledì, 04 febbraio 2009

Fritz the Cat (1972)

Certo, oggi l'impatto di Fritz the Cat è minore e, a ben guardare, sembra anche molto più soft di un qualsiasi prodotto della Pixar (non fosse per le scene di sesso) ma immaginatevi, alla sua uscita nelle sale, come può essere stato accolto un cartone animato di questo tipo, per un pubblico abituato esclusivamente alle fiabe Disney? L'importanza del film di Ralph Bakshi sta tutta nel suo precedere i tempi portando al cinema le irriverenti tavole di Robert Crumb introducendole con un operaio che piscia su un passante e, a seguire un droga party che si trasforma in un orgia multirazziale animale (nel senso che si accoppiano cani, gatti, ippopotami, mucche ecc.) interrotta da due poliziotti maiali, i quali inseguono il nostro intrepido gattone dentro una sinagoga.

Successivamente il gatto Fritz, audace predicatore del sesso libero incontrerà lungo il suo percorso una serie di bizzarri personaggi in una sequela di gag più o meno esilaranti che prendono in giro tutti e nessuno, dal quartiere nero pieno di corvi dove il micione istillerà una rivolta sedata nel sangue, all'incontro con un motorbiker strafatto che picchia la sua donna a catenate, fino al viaggio finale con la compagna di turno che abbandonerà al primo guasto. Il tutto passando in mezzo a trip psichedelici, orgie irrefrenabili, violenze, sangue e assoluta mancanza di buon gusto. Sicuramente il tempo ha scemato l'irriverenza di Fritz e oggi il film può essere visto tranquillamente anche dagli adolescenti (abituati a ben altro...decisamente!), anche i disegni, sicuramente non bellissimi anche allora, sono limitati, con ampio uso di fondali fissi, scene live action e una certa legnosità dei movimenti/espressioni.

Cosa resta allora di Fritz The Cat per i posteri? Ovviamente un prezioso quanto originale punto di vista su una società dai forti contrasti come quella vissuta verso la fine degli anni sessanta, con le sue contestazioni, gli emarginati, la concezione utopistica di un sesso senza barriere, la mancanza di moralità e di politically correct, insomma una serie di situazioni che vanno sempre più ridimensionandosi nella nostra vita reale ma quanto meno, nel cinema, tendono ad essere un linguaggio sempre attuale. Diciamo quindi che Fritz  ha avuto il pregio di rischiare tutto aprendo una strada diversa nel cinema d'animazione ma anche il difetto di non essere andato, a livello contenutistico, oltre alla mera irrisione dei costumi di un'epoca decisamente travagliata.

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lunedì, 02 febbraio 2009

Låt den rätte komma in (Lasciami Entrare, 2008)

Ci voleva la Svezia e un regista come Tomas Alfredson che tutto aveva fatto prima tranne che un horror, a rielaborare i canoni linguistici del genere per riportarli su un piano narrativo finalmente efficace. Basta scene adrenaliniche intrise di budella, basta corse impazzate, urla, botte da orbi e crudeli serial killer, dal freddo del Nord Europa è arrivato il cinema puro, che non urla ma sussurra, che parla poco ma dice tanto, fatto di piani sequenza e fotografia fredda, di personaggi normali quasi inespressivi ma che difficilmente verranno dimenticati. La storia, tratta dal best seller dello scrittore John Ajvide Lindqvist  qui in veste di sceneggiatore, narra il rapporto che si crea tra Oskar (Kåre Hedebrant) ragazzino chiuso e introverso, amante dei fatti di cronaca nera, e Elli (Lina Leandersson) ambigua ragazzina dall'odore strano, i capelli unti e grandi occhioni che sembrano aver visto l'intero mondo. Si incontrano di sera nel parchetto sotto casa, un enorme palazzone dormitorio attorno a un paesaggio innevato che sembra eterno.

Entrambi vivono muro contro muro nel condominio e imparano a comunicare con il linguaggio morse, battendo le dita sulla parete. Ben presto però Oskar dovrà fare i conti con la vera natura di Elli che ha 12 anni da molto molto tempo, uccide per sopravvivere succhiando il sangue delle sue vittime e dormendo di giorno nella vasca da bagno del suo appartamento. Impossibile descrivere appieno il piacere e l'ammirazione che si prova nel vedere prodotti così al cinema, lontani anni luce dalle regole del marketing che hanno partorito la sua orrenda antitesi (la giovanilistica finto horror story Twilight), veri nella loro onestà ma così intensi nella ricerca del linguaggio cinematografico al punto da trasformare un film oggettivamente "lento" (quasi VanSantiano) in un'avventura romantica e ingenuamente leggera ma piena di particolari e messaggi per la cui comprensione è necessario rivedere il film almeno un'altra volta o, in alternativa, leggere il libro. 

La ricostruzione della Svezia dei primi anni ottanta è legata a pochi ma fondamentali elementi (le notizie dell'Unione Sovietica che incalza, un vecchio televisore) così come una brevissima scena rivela la vera essenza dell'ambiguità di Elli (la cicatrice sul pube che indica la sua evirazione, poichè nel romanzo la vampirella è in realtà un ragazzo). Il tutto si conclude poi mirabilmente con una formidabile sequenza nella piscina che è un vero e proprio monumento di arte cinematografica. Con  Låt den rätte komma in la stagione 2009 inizia proprio bene, speriamo che duri.

 

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