mercoledì, 29 ottobre 2008

THE CORPSE GRINDER (1972)

Come ogni altro genere (o sottogenere) anche il cinema trash ha i suoi titoli di punta, quelle pellicole di cui non si può proprio fare a meno, ed è significativo che un pazzo come Ted V. Mikels sia stato autore di almeno due di questi titoli. Uno già recensito in passato era quel delirante sci-fi low budget movie intitolato The Astro-Zombies e poi questo Corpse Grinder, il quale  più che un horror sembra una favola nera per bambini malati di mente. La caratteristica principale di questo film, più che lo splatter (pressochè inesistente) o la nudity (molto tagliata), è quell'aura camp che avvolge i personaggi, di cui molti sono veri e propri freak subumani interpreti di personaggi che si vorrebbe fossero credibili.

Troviamo quindi uno sciatto becchino divoratore di snack con moglie shock al seguito che tratta la sua bambola di pezza come una figlia. Già questi due personaggi, che aprono le scene, ci introducono nel triste mondo malato e divertentissimo di Mikels dove due loschi figuri (di cui uno con evidenti tendenze necrofile), titolari della Lotus, azienda produttrice di cibo per gatti in scatola, raccattano cadaveri da cimiteri e ospedali per metterli nella macchina trituratrice che produce carne macinata per i felini. Tuttavia però i consumatori di tali pietanze sembrano gradire la carne umana al punto da doversene procurare poi ulteriori dosi assalendo inferociti i propri padroni. Al problema dei gatti killer indagano due medici che, dopo una serie di superficiali indagini raggiungono i colpevoli del misfatto rischiando anch'essi di finire triturati. L'eccesso permea le atmosfere con colori saturi e gelatine verdi e rosse che avvolgono le sequenze della efferata produzione di carne in scatola, Mikels ci sbatte dentro ogni tanto qualche flashback più per riempire il film che per esigenze narrative ma nonostante gli attori non brillino di luce propria e gli attacchi dei gatti rasentano il ridicolo, ci si diverte molto e la scorrevolezza di quest'ora e poco più merita sicuramente di essere apprezzata e goduta appieno.

Il cinema di Mikels assomiglia sempre più ad un circo, con i suoi personaggi fenomeno che sconvolgono i clichè dello spettacolo mainstream e ci regalano l'essenza vera del delirio weirdo che tutti noi aficionados del genere abbiamo imparato ad apprezzare. 

mercoledì, 22 ottobre 2008

NUDE...SI MUORE (1968)

Nonostante il titolo fuorviante (e accattivante) questa particolare incursione nel giallo da parte di Antonio Margheriti non presenta elementi particolarmente scandalosi, fatte salve le scene iniziali che vedono una donna spogliarsi ed entrare nella vasca da bagno per poi venire strangolata da un misterioso figuro. Anche le scene dei delitti non sono particolarmente efferate, anzi sfiorano volentieri il ridicolo dal momento che afferrando al collo le vittime queste cadono subito morte senza che l'assassino faccia la fatica di stringere. A parte questo però siamo di fronte ad un buon giallo con tutte le carte in regola per non sfigurare nel panorama nazionale e dare il via alla grande stagione del thriller all'italiana di cui "Nude...si muore" può a ragione essere considerato uno dei migliori precursori.

Il motivo ispiratore del film è, a tutti gli effetti, il cinema Hitchcockiano con continui riferimenti tra cui, il più celebre, quello dell'omicidio nella doccia ispirato a Psycho. L'azione si svolge in un collegio femminile di lusso situato in una zona della Costa Azzurra dove arrivano quattro nuovi insegnanti e un grosso baule che contiene il cadavere della donna vista morire dopo i titoli di testa. La storia procede a ritmo sostenuto con continue variazioni giallo rosa e una serie di personaggi ben definiti anche se non proprio originali. C'è il giardiniere guardone La Foret (Luciano Pigozzi), la ragazzina appassionata di gialli (Sally Smith), la stangona amazzone e la giovane ereditiera che mantiene una tresca con un affascinante professore (Mark Damon) con il quale ha un delirante scambio di battute su Cappuccetto Rosso e Riccardo Cuor di Leone. Verso la metà del film entra piacevolmente in scena una vera e propria icona del cinema Sci-Fi come  Michael Rennie (Klaatu Barada Niktò vi dice niente?), invecchiato ma sempre maestoso nei suoi due metri di altezza. 

Nel finale tutti i nodi vengono al pettine e la matrice ispirativa psychiana diviene ancora più marcata con un assassino che per tutto il tempo era vestito da donna. Le ultime scene strizzano l'occhi ai film di 007 e lasciano lo spettatore con un mezzo sorriso divertito. La canzone dei titoli è un volgare plagio del tema di Batman, nudità appena accennate ma protagoniste decisamente deliziose. Insomma se ci si adatta ai costumi e ai luoghi comuni dell'epoca il film non è neanche malaccio, la fotografia è ottima e Margheriti sviluppa l'intreccio con sapienza e un pizzico d'estro. Stando ben lontani dalle promesse sensuali di un titolo sbagliato, questo film può anche divertire.  

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categoria:b movie, porno era, italian movies
mercoledì, 15 ottobre 2008

JING WU MEN (It. Dalla Cina con Furore, 1972)

Di tutta la sconfinata filmografia di Bruce Lee questo è sicuramente il titolo, commercialmente parlando, più famoso, l'opera che gli permise di esplodere in tutto il mondo come il signore incontrastato delle arti marziali, un film che portò un nuovo genere alla ribalta, fuori dai confini asiatici.

Successo a parte, siamo ovviamente di fronte ad un prodotto di nicchia, una pellicola di serie B sotto tutti gli aspetti ma che, attraverso un'interazione storica assume connotati davvero speciali. Non a caso si apre con una didascalia che individua il periodo storico della Cina durante l'occupazione giapponese, un'occupazione sgradita e avvilente per il popolo della muraglia, che arriva addirittura ad appioppare cartelli davanti ai parchi in cui si vieta l'accesso ai "cani e ai cinesi". Il resto della storia vede una sorta di vendetta da parte del buon Chen, allievo modello di una scuola di King Fu di Shangai a cui hanno avvelenato l'amato maestro. Struggente apertura iniziale con  Bruce Lee che si butta sulla tomba del vecchio lordandosi fino al collo nella melma nel tentativo di togliere la terra che ricopre la bara. Successivamente il nostro assumerà una connotazione quasi da serial killer appendendo le vittime dei suoi colpi mortali ai lampioni, fuggendo nelle tenebre della periferia e cibarsi di una cosa strana che sembra quasi un (gulp!) cane arrostito.

Ma chi invece si tiene ben nascosta anche dal punto di vista recitativo è la protagonista femminile Nora Miao, priva di qualsiasi espressività anche nei momenti più caldi. Del resto l'unica cosa espressiva nel film è la prorompente fisicità di Bruce, i suoi pettoralini scolpiti e nerboruti tanto diversi dai palloni gonfiati dagli steroidi, le sue mani assassine, i salti, gli urletti in sottofondo, il doppiaggio in ritardo. Tutte cose che hanno contribuito a trascinare nel mito questo piccolo eroe dagli occhi a mandorla e dalla vita contrastata da fatiche immani e sforzi assurdi che lo portarono di seguito ad una tragica fine. La musica di sottofondo sembra rievocare ironicamente Ennio Morricone e i suoi celebri motivi western mentre regia e sceneggiatura sono affidati a Wei Lo, regista distante mille miglia dall'autorialità di molti suoi connazionali dell'epoca. Nel Finale Lee affronta addirittura un marcantonio occidentale (Robert Baker) in grado di piegare il ferro con le braccia mentre la chiusura del film con il fermo immagine del protagonista a mezz'aria intento a scagliarsi contro i suoi persecutori armati rivela l'eroismo proprio di un personaggio uscito dall'anonimato del suo recinto orientale per fregiarsi dell'iconografia di un mito ancor oggi immortale.
 

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categoria:masterpieces, made in japan, b movie, trash movie, psychotronic movies
giovedì, 09 ottobre 2008

THE RUINS (2008)

Non ho letto l'omonimo romanzo di Scott B. Smith che si dice sia molto cupo e angosciante, lacuna questa a cui spero di provvedere molto presto. Detto questo non stento a credere ai commenti entusiastici su tale opera se la sua trasposizione cinematografica risulti così efficace. Se la regola che il libro sia molto meglio del film allora si tratta di un romanzo che merita veramente. Si, perchè la pellicola di Carter Smith dispensa angoscia e raccapriccio ad ogni frame, partendo felicemente da un'idea inconsueta e procedendo spedito attraverso la storia di un gruppo di americani in vacanza (ma stì yankee non possono starsene a casa che ogni volta che escono dal loro paese finiscono nella merda?) che all'ultimo giorno prima di partire decidono di visitare delle antiche rovine di una piramide maya nascosta nella foresta messicana.

Appena arrivati vengono subito circondati da un gruppo di indigeni armati con pistole e frecce che parlano un dialetto incomprensibile e non esitano a far fuori subito uno della comitiva. Il resto del gruppo terrorizzato si rifugia in cima alla piramide dove scopre i resti della spedizione archeologica che dovevano raggiungere, non solo, dal fondo del pozzo che attraversa l'edificio sentono il trillo di un cellulare. Non tarderanno a scoprire che la selva intorno a loro è tutt'altro che innocua.

Trovate beffarde e inquietanti come i fiori che cercano di imitare il linguaggio umano, splatter disturbante quanto basta sopratutto quando si sente (il rumore delle ossa spezzate a un ragazzo a colpi di sasso), scene politically incorrect (la morte di un ragazzino) e suspense sul filo del rasoio arricchiscono quello che ad un'occhiata superficiale sembrerebbe il solito B movie terrificovacanziero ma che in realtà risulta un mirabile esempio di horror nudo e crudo con il surplus di rievocare il mostruoso annidato nelle piante, motivo che richiama inevitabilmente a classici del passato come The Day of the Triffids o The Body Snatcher. Certo un titolo del genere si affossa facilmente all'interno dell'iperproduttività nel cinema horror di questi tempi e tende in ogni caso ad essere un prodotto di puro entertainment ma dopo la visione non guarderete più il vostro vasetto di edere senza provare una certa inquietudine.

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categoria:b movie, gore n splatter, dark movies, horror and slasher
venerdì, 03 ottobre 2008

IL GATTO DAGLI OCCHI DI GIADA (1977)

E' risaputo che Antonio Bido non abbia mai avuto fortuna nel cinema, dopo questo fulminante esordio, seppur nei limiti di un'imitazione alquanto palese dei primi gialli di Dario Argento, ha diretto solo un altro thriller, intitolato Solamente nero l'anno successivo per poi perdersi in produzioni anonime fino al 1991 anno del suo ritiro dalle scene. Si vocifera da un pò di un suo ritorno ma nulla è ancora confermato. Per quanto riguarda questo ennesimo esempio di giallo all'italiana ci troviamo di fronte a una buona confezione, un'ottima fotografia ma numerose (troppe) pecche a livello di script, cosa del resto imperdonabile quando si vuol fare un thriller dai toni classici con un misterioso assassino che prima prende a mazzate un farmacista, poi tenta di uccidere un'attricetta (Paola Tedesco)  che crede sia una testimone per poi accanirsi su una vecchia friggendole letteralmente il volto nello spezzatino e strangola con il tubo della doccia un vecchio strozzino. Ma cosa c'è sotto a quelle misteriose telefonate che le vittime ricevono prima di morire? Il solito detective improvvisato Corrado Pani ricostruirà il bandolo della matassa scoprendo una vendetta che risale addirittura ai tempi del nazismo e delle leggi razziali. L'inconsistenza della trama è solo superiore alle ingenuità sceneggiative che semplificano ad oltranza la trama rendendola intrigante solo agli occhi di un bambino di sei anni. Il titolo poi non ha il minimo collegamento nel film, si, Bido ci prova a mettere qualche Frame in cui si vedono gli occhi della bestiaccia ma a che pro? In tutto il film non si trova il benchè minimo aggancio ad un qualsivoglia felino ed è questa la cosa che fa incazzare di più. Si perchè Argento, ne Il Gatto a Nove Code ci metteva dentro una frase bellissima e tutti i nodi tornavano al pettine, ma qui? Che c'entra stò gattaccio?

In ogni caso dobbiamo dare adito che Bido ci sapeva fare con le immagini, il delitto della vecchia, all'interno di un contesto intimo familiare, fa ancora rabbrividire e lo strozzamento dello strozzino, con il sottofondo lirico, ha un enfasi che oggi si trova raramente al cinema. Peccato non aver approfondito di più la trama, si scopre tutto subito nei primi quindici minuti e per tutto il resto, purtroppo, si miagola dalla noia!

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categoria:b movie, psychotronic movies, italian movies