giovedì, 18 settembre 2008

TEETH (2007)

Ci vuole un bel coraggio a fare un film come questo ma anche un certo background cinematografico ed artistico per poterlo assolvere senza scadere nel ridicolo. Il regista Mitchell Lichtenstein, figlio del grande artista Roy Lichtenstein, dimostra sicuramente di aver attinto le venature pop del genitore, portando la pellicola su un piano in bilico tra horror, teencomedy e pura exploitation, il tutto sapientemente dosato con la giusta misura che impedisce di scadere nel ridicolo nonostante i temi trattati. Si respira il cinema di John Waters e il suo humor cinico in cui personaggi deviati e moralmente fuorviati ruotano attorno a Dawn (Jess Weixler) teen-ager impegnata nella conservazione della propria ed altrui verginità con proclami, promesse e dibattiti pubblici, allorchè, irretita da un baldo giovane scoprirà suo malgrado un terribile segreto nascosto nella sua intimità. All'inizio spaventata, Dawn scopre via via che può controllare quella sorta di tenaglia eviratrice che ha in mezzo alle gambe ed usarla come arma punitiva nei confronti dei maschi vigliacchi e del fratello Brad (John Hensley) metallaro violento e fancazzista con la discutibile  passione per il coito Anale.                                         

Nel film non viene spiegata la ragione di questa mutazione dentata, ma Lichtenstein lancia riferimenti a una possibile mutazione radioattiva (vista la presenza costante di una centrale nucleare che sporge in contrasto con l'ambientazione agreste), fino ad arrivare alla mitologia mischiata con la leggenda urbana. Cast spesso sopra le righe ma indimenticabile, su cui la protagonista spicca per profondità del personaggio a cui da un volto insolito nella gioventù attuale, una sorta di dottor Jeckill e Mister Hyde in piena pubertà adolescenziale, un angelo che scopre il diavolo dentro di sè e ne viene risucchiata in un vortice estremo la cui scia di peni tagliati e mostrati abbondantemente non può che disturbare lo spettatore maschio e far sognare un'arma così efficace e funzionale come la vagina dentata a tutte le donne sottomesse e umiliate dalla società machista e retrograda.

Nonostante le molteplici critiche ricevute, Teeth è un bel film, misurato (con un argomento del genere poteva nascere qualsiasi cosa!), intelligente e onesto. Forse il nostro morboso voyeurismo avrebbe gradito una visione della vagina zannuta (che viene tenuta nascosta per tutto il film) ma per elevare nel gotha del cult assoluto questo film ci basta la sequenza della visita ginecologica  che culmina nell'urlo liberatorio del medico, privato delle proprie dita, che urla sporco di sangue "La Vagina Dentata esiste!  La Vagina Dentata esiste!"   

martedì, 16 settembre 2008

LE LAC DES MORT VIVANTS (Zombie Lake 1981)

Se almeno fosse uscito prima di Shock Waves avrebbe almeno avuto l'onore di essere il primo a usare zombie nazisti in un film, invece la pellicola di Jean Rollin (emulo francese di Jesus Franco specializzato in storie di sesso e vampiri) si rivela un'inetta copia del film di Ken Wiederhorn che già di per sè era pallosetto. Immaginatevi ora una storia di soldati nazisti uccisi dai partigiani francesi e gettati in un lago, che risorgono per vendicarsi e passano un'ora e mezza a ciondolare fuori e dentro dalle acque allegramente, buttategli dentro qualche nudo gratuito e qualche secchiata di vernice rossa sul collo di giovinette che non sanno neanche fingere di essere morte, e vi renderete conto della tortura che vi accingete a sopportare guardando questo film.

D'accordo che Rollin è un artigiano, d'accordo che sfornava film come il pane senza starci troppo a pensare (in effetti per vendere le pellicole a lui bastavano tette e culi in bella mostra) però stavolta ha esagerato. Troppe le ridicolaggini e gli errori spaventosamente vistosi che emergono minuto dopo minuto. Ci sono un gruppo di ragazzone di una squadra di basket che si spogliano e iniziano a giocare con l'acqua che gli arriva alle gambe, ma da sotto vediamo le gambe muoversi come se tutto il corpo fosse immerso. E' questo è solo l'inizio, gli zombi agguantano al collo le donne ma non ci sono ferite, solo una spruzzata di sangue vistosamente finto come fintissimo è anche il make up dei soldati (gli colorano la faccia di verde ma non il collo!). Le scene passano dal giorno alla notte improvvisamente, Rollin tenta di dare una parvenza di spessore con la storia della bambina che sarebbe figlia di uno dei soldati, ma a parte la bruttezza della bambina (ma chi li faceva i casting?) come si fa a farla piangere nel finale e dire "non ti dimenticherò" quando lei stessa ha ordito il piano per distruggere col napalm il plotone di morti viventi?

Persino Howard Vernon che dovrebbe essere un buon attore ciondola inutilmente in questa farsa maleodorante che un bambino girerebbe meglio con la telecamerina super 8. Dulcis in fundo la musica che accompagna tutta la tragedia (per lo spettatore) è noiosa alla millesima potenza. Insomma il film adatto se volete che la fidanzata vi molli o se volete far confessare qualcuno!

venerdì, 12 settembre 2008

REPO MAN (1984)

Con gli anni non è invecchiato, anzi, il film culto di Alex Cox sembra ringiovanire ogni volta che lo si guarda, accentuato maggiormente dall'affetto nei suoi confronti che porto nel cuore, a partire dalla metà degli anni '80 quando, su Raitre lo trasmisero per la prima volta. Ricordo che non sapevo nulla di questo titolo a parte il fatto che era un film di fantascienza, e, nel panorama artefatto della cinematografia pre block buster, tanto patinata quanto insipida, questa pellicola, sporca, raffazzonata e nel contempo densa di magia filosofico punkeggiante mi colpì almeno quanto le prime rudi note di chitarra distorta provenienti dal pezzo di Iggy Pop e dall'animazione della cartina stradale verdastra che appariva sullo schermo. Che dire poi quando, nelle sequenze iniziali troviamo Emilio Estevez che balla il pogo insieme a un gruppo di punkabbestia ubriachi? Il personaggio di Otto è una delle più vere rappresentazioni della gioventù anarchica anni '80, lontana anni luce dal mito dello yuppismo, conflittuale con i genitori hippy cannaioli rincoglioniti dal pastore che predica in televisione. Erano gli anni di Dianetics mirabilmente sbeffeggiato dalle continue citazioni del libro Dioretics che circola nei fotogrammi (in pratica un dianetics diuretics!), dei marchi del consumismo che inperversavano nel cinema (qui invece nei supermercati non ci sono marchi le lattine portano semplicemente la scritta "beer" e le scatole di cartone "corn flakes").

Poi c'è Harry Dean Stanton, il recuperatore di auto, cinico e imbroglione, disfatto socialmente dalla solitudine e dalla cocaina, che insegna al giovane Otto i rudimenti del mestiere infame, quello di portar via le auto a chi non paga le rate, con tutte le conseguenze del caso.

Infine, entrano in scena una misteriosa chevrolet guidata da un professore orbo il cui portabagagli contiene un segreto altamente disintegrante, e un gruppo di imbellettati biondi e vestiti di nero che non possono non far pensare a Kill Bill e al cinema  di Quentin Tarantino con la scienziata dotata di una ridicola mano di ferro. Ironico, dissacratorio e mordace Repo Man è uscito dai canoni del cinema per regalarci un universo alternativo al reaganismo imperante, un'America lontana dai vari Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, finti miti di un decennio finto, un paese non confezionato ma vero, claudicante, rattoppato e disilluso.

Se non l'avete ancora fatto, recuperatelo! 

postato da: albylupo alle ore 08:49 | Permalink | commenti (2)
categoria:anni 80, masterpieces, b movie, psychotronic movies
mercoledì, 10 settembre 2008

I, ZOMBIE (THE CHRONICLES OF PAIN, 1998)

A seguito di questa recensione numerosi cestoni dei centri commerciali si sono lamentati della scarsa considerazione da me espressa in tal frangente. Così, per bilanciare le cose, parleremo di un altro titolo facilmente reperibile nei cestoni a basso costo, ma di qualità decisamente superiore.

Questo horror di Andrew Parkinson è un prodotto low budget, quasi amatoriale, ma notevole nel suo sviluppo e originale all'interno di un genere come lo zombie movie, che, a partire dagli anni '70 ha ormai esaurito tutte le idee. In questo frangente, invece, assistiamo ad un'innovativo concetto del morto vivente, che viene visto come una sorta di malato, perfettamente cosciente della sua condizione di zombie e del bisogno di nutrirsi di carne umana. Viene persino data una spiegazione logica al suo cannibalismo, lo zombie infatti, dopo 4 giorni senza carne viene assalito da dolorissimi spasmi che rischiano di portarlo alla follia. Vediamo quindi il protagonista David (Dean Sipling) scosso in più occasioni come in preda a un attacco epilettico. Studente Universitario, il nostro eroe, viene morso da una zombessa durante una passeggiata studio nei boschi, da allora la sua vita (o morte?) cambia radicalmente. Scompare dalla vita della sua fidanzata Sarah (Ellen Softley), prende un appartamento in periferia e inizia a dedicarsi ai suoi appetiti carnivori come un vero e proprio predatore.

La differenza sta nel fatto che per David questa condizione rasenta quasi la tossicodipendenza, accentuata da una progressiva decomposizione del corpo che raggiunge il suo apice quando, in un tentativo di masturbazione, gli rimane in mano l'uccello. Intanto nel film si susseguono delle interviste agli altri personaggi, in particolare Sarah che continua a domandarsi che fine abbia fatto il suo fidanzato, finchè, stufa di attendere il suo ritorno decide di dimenticare e nelle ultime scene, abbandona il sacco coi suoi vestiti in strada mentre, da un'altra parte, il povero protagonista, ormai ridotto ad un ammasso putrido, incapace ormai di camminare, si abbandona sul letto in un sonno forse senza ritorno. Nonostante una fotografia grossolana e alcune sequenze eccessivamente lente, il film sviluppa bene la progressione del morbo, con una trasformazione che ricorda molto Tetsuo e sopratutto si tasta da vicino la dolorosa empatia con il personaggio e la sua umanità disfatta. Per la prima volta vediamo uno zombie con un'anima, percepiamo la sofferenza ed alla fine l'affresco complessivo ti si inserisce dentro lasciando quel piacevole sapore amaro che solo i bei film riescono ancora a regalarci.

giovedì, 04 settembre 2008

MACISTE E LA REGINA DI SAMAR (1964)

Conosciuto in tutto il mondo con il titolo "Hercules vs. The Moon men", questo peplum del regista friulano Giacomo Gentilomo è un curioso quanto ridicolo frullato di generi, dall'horror alla fantascienza passando dal cinema mitologico per narrare le gesta di Maciste/Ercole (Nell'Italia degli anni '60/'70 il personaggio di Maciste veniva sfruttato commercialmente in quanto personaggio dell'immaginario popolare che all'estero era praticamente sconosciuto) alle prese con il regno della crudele regina Samara (Jany Clair) intenta a sacrificare i giovani del suo popolo a leggendarie creature nascoste nella montagna della morte. Protagonista lo scultoreo quanto inespressivo Alan Steel (al secolo Sergio Ciani) forzuto dal cuore d'oro che s'impegnerà a fondo per sconfiggere il male ma sopratutto per mantenere in ordine la sua chioma laccata e mettere in evidenza i suoi notevoli pettorali. Lo vediamo combattere contro i centurioni, allargare sbarre di metallo, strozzare un mostro scimmia zannuto arrivato chissà da dove, scagliarsi contro i ridicoli mostri di pietra che dovrebbero essere i lunari ma paiono robottini a molla che manco ce la fanno a camminare, dulcis in fundo, il nostro eroe rovescia una pesante statua d'oro il cui crollo determina l'annientamento del tempio del male. Ovviamente il film è avaro di spiegazioni su come si possa distruggere un tempio extraterestre ed uscirne indenni, pronto a cavalcare sul suo magnifico destriero con la bellona di turno (Anna Maria Polani) in groppa, ma questo risulta superfluo all'interno di un contesto narrativo inesistente.

Cinema di puro intrattenimento come si faceva una volta, questo peplum non ci risparmia fantasiosi costumi, il sacerdote alieno indossa una maschera da rana in cui si intravedono le labbra mentre parla, c'è un grosso pallone di gomma che dovrebbe essere una specie di cervello marziano, che si gonfia risaltando le venature verdastre e sopratutto ci sono loro, gli uomini di pietra, i quali nella loro goffaggine emanano un'irresistibile tenerezza al pensiero dello sforzo occorso alle comparse per muoversi in quel pesante fardello. Le ambientazioni esterne sono ridotte al minimo indispensabile (quasi tutte le scene d'azione si svolgono in una vallata), gli arredi sono più che altro grosse statue di polistirolo dorato e i costumi sembrano raccolti dai bidoni per la raccolta solidale, si è cercato di risparmiare? Ovvio! Il budget del film è stato speso più che altro per oliare i bicipiti di Sergio Ciani (che in passato faceva la comparsa per il mitico Steve Reeves ) dal momento che la telecamera insiste quasi più su questi che sul suo volto, del resto completamente inespressivo.

Il mistero più grande rimane in ogni caso la marca della lacca usata dal mitologico eroe, lo vediamo infatti annaspare in una vasca piena d'acqua, lottare contro centinaia di persone, correre, cavalcare, venire quasi trafitto da centinaia di punte e finire in una tempesta di sabbia ma niente di tutto questo riesce minimamente a scalfire la sua acconciatura! Del resto si sa che i capelli sono importanti per il nostro eroe, sappiamo tutti quello che succede se glieli tagliano...ah no! Scusate, quello era Sansone!

 

martedì, 02 settembre 2008

The Irrefutable Truth About Demons (2000)

C'è sempre un buon motivo quando un titolo affolla i cestoni degli ipermercati a prezzo scontatissimo, è questo film neozelandese di Glenn Standring ne è la prova (perdonate il gioco di parole) inconfutabile. L' antropologo Karl Urban, tra uno spinello e l'altro si dedica all'esoterismo ma qualcuno non gradisce e gli manda una videocassetta sporca di sangue. Un'evidente minaccia che si trasforma in realtà quasi subito con un gruppo di punk usciti da qualche filmaccio subatomico dei tardi eighties che tentano di rapirlo. Tornato a casa trova la fidanzata Katie Wolfe appesa al muro, terrorizzato all'idea di venire incriminato, il dottore fugge di casa e incontra la bella streghetta Celia (Sally Stockwell) che lo aiuterà a sconfiggere il demoniaco sacerdote delle tenebre Le Valliant (Jonathon Hendry) in un tripudio di cuori strappati, scarafaggi infilati in bocca e mostruose entità. Un pastiche abbastanza imbarazzante che sembra uscito in ritardo dagli anni '90, uno dei periodi più bui del cinema horror. Demons tenta di ricalcare le atmosfere carpenteriane de "Il Signore delle Tenebre" citandolo nei primi piani dei clochard che passeggiano di notte per le vie malfamate della città. Peccato che le atmosfere cupe e tenebrose non bastino per creare un film del terrore, ed infatti il vero grande assente della pellicola è proprio la paura che, però viene sostituita alla grande da un continuo senso del ridicolo, alimentato anche dalla scarsa recitazione del cast (eccettuato il bravo Urban) e dalla caduta esoterica del finale dove si assiste all'ennesimo scontro tra il bene e il male.

Standring ci prova a dire qualcosa di nuovo ma i debiti sono tanti e vistosi ed alla fine il risultato è confuso, pasticciato e si tira dietro una pesantezza notevole verso il finale con classico contraccolpo a sorpresa che non c'entra nulla ma sembra comunque necessario. Più di tutto "The Irrefutable...." appare inutile e non c'è neanche abbastanza splatter o sesso da giustificarne una serata tra amici all'insegna della goliardia più pura.

postato da: albylupo alle ore 16:04 | Permalink | commenti (3)
categoria:dark movies, punkie junkie, horror and slasher