giovedì, 24 luglio 2008

MOSQUITO (1995)

Parte bene questo low budget sci-fi movie, con una bella sequenza dove un'astronave aliena lancia sulla terra una scialuppa di salvataggio che approda in una palude americana, nell'impatto con il suolo l'alieno a bordo muore ma una zanzara posatasi sul suo braccio acquisisce una terribile mutazione. Ed in effetti la vediamo subito sfrecciare, visibilmente ingigantita su una strada per poi andarsi a schiantare contro un automobile in corsa. La coppietta che guidava il veicolo si ritrova con il radiatore a pezzi e decide di fermarsi in un campeggio nelle vicinanze. Da qui inizia l'incubo con una sonora invasione di zanzaroni giganti che non si limitano a innocue punturine al braccio ma prosciugano completamente le vittime. Purtroppo, almeno a livello di effetti speciali, il film evidenzia successivamente tutti i suoi limiti con qualche sequenza decisamente imbarazzante, strano perchè il regista Gary Jones ha fatto parte dello staff tecnico di Evil Dead II e Army of Darkness, due film dove gli effetti sono decisamente grandiosi. A parte questo "Mosquito" regge bene il ritmo dell'invasione zanzarifera con un gruppo di sopravvissuti in perenne fuga dai mostri assetati di sangue, tra questi poi c'è la partecipazione di Gunnar Hansen, da tutti conosciuto come l'originale Leatherface di The Texas Chain Saw Massacre, ovviamente il nostro "faccia di pelle" non può esimersi dallo sfoderare la sua inseparabile sega a motore anche in questo frangente, fortunatamente stiamo parlando di una pellicola che non si prende troppo sul serio perchè vedere il buon Gunnar che tenta di segare un zanzarone è veramente una scena comicissima.

Altro memorabile cameo è per Ron Asheton, chitarrista del mitico gruppo "The Stooges", qui nella breve parte di un ranger. Scena cult assoluta del film è lo zanzarone che si insinua in una tenda dove una ragazza nuda di schiena ci mostra il suo bel sederone, l'insetto tira fuori un fallico pungiglione per forarla in una chiappa, una sorta di anal splatter virtualmente accennato. Mosquito, in sostanza, è un divertissement senza pretese, realizzato con quattro soldi ma tanta grinta, che omaggia la stagione Bug Invasion degli anni '50 senza dire nulla di nuovo ma divertendo con passione attraverso i mezzi disponibili, che erano veramente pochi. 

lunedì, 14 luglio 2008

RITI, MAGIE NERE E SEGRETE ORGIE NEL TRECENTO (1973)

Parlare male del cinema di Renato Polselli è un pò come sparare sulla croce rossa, in realtà quando si raggiungono certi livelli in cui la bruttezza rasenta il sublime, ecco che certe opere rimangono impresse nella storia e diventano argomento di disquisizione per le successive generazioni. E' questo il caso di "Riti, magie nere...", un film che è praticamente un taglia e cuci di sequenze scombinate fra loro, dove la coerenza narrativa è decisamente negata a fronte di un guazzabuglio in cui il soggetto vero e proprio risulterebbe incomprensibile se qualche magnanimo attore non lo spiegasse verso la fine dello spettacolo. Non tutto il male viene per nuocere, perchè poi alla fine questo film potrebbe risultare anche una sorta di interessante esperimento metacinematografico se non conoscessi le reali intenzioni dell'autore, ovvero realizzare un pretesto scenico per giustificare le copiose scene di nudo che albergano per tutti i fotogrammi, e se Rita Calderoni mantiene inalterata la sua unica espressione recitativa per tutta la durata del film poco male, perchè l'occhio dello spettatore è distratto dalle sue enormi e prosperose tettone. Inoltre, essendo il film girato in piena epoca beat è pregno di sequenze psichedeliche, a cominciare dall'acidissima messa satanica con gli officianti in tutina aderente rossa che strappano il cuore alla vittima di turno e lo fanno bere al cadavere di Isabel, strega bruciata secoli prima quivi rappresentata dalla stessa Calderoni truccata da zombi. Alcuni frammenti panoramici appaiono e scompaiono in modo ossessivo e ripetitivo, espressività artistica? No, solo necessità di arrivare a un'ora e trenta, e per questo obiettivo Polselli non ci risparmia nulla, a cominciare dalle riprese dei paesani, un gruppo di vecchietti assoldati nelle campagne che continuano ad incitare al rogo con le loro splendide bocche sdentate.

Nel minestrone c'è anche spazio per il vampirismo, peccato che i vampiri succhiano il collo senza morderlo e sopratutto senza fare uscire sangue, urla e strilli iper reverberati,  un pò di lesbo, qualche sequenza di tortura per giustificare il titolo ed ecco qua un cult assoluto oggi improponibile nella nostra epoca ma proprio per questo ancora più prezioso come testimonianza di una libertà stilistica di una generazione di cineasti pronti a tutto per sfornare prodotti popolari, vera e propria merce di richiamo per un pubblico affamato di nudità gratuite e sangue a profusione. Qua e la c'è anche una sorta di richiamo gotico al cinema di Corman, con attori baffuti che parlano davanti a una lampada psichedelica di colori diversi, ma è solo un lampo momentaneo, subito dopo spunta fuori una tettona urlante e, tra uno sbadiglio e l'altro, il pubblico può ancora godere.  

martedì, 08 luglio 2008

THE BIRTH OF A NATION (1915)

Che il primo esempio di Kolossal cinematografico mai operato nella storia sia anche il primo esempio di WeirdoKolossal la dice lunga sul futuro del cinema, tre abbondanti di pellicola per un film muto dedicato alla guerra di secessione americana, alla conseguente liberazione della schiavitù nera e la nascita del Ku Klux Klan, il tutto attraverso la saga di due famiglie americane ma sopratutto attraverso un'ottica meramente di parte, al punto che, vista con gli occhi moderni assume quasi le connotazioni di un film di fantapolitica marcatamente razzista.Il regista D.W. Griffith da vita a uno dei racconti più infami dell'epoca, ancorchè distorto dalla visione xenofoba del prete battista Thomas F. Dixon Jr. in cui la storia, come la conosciamo oggi, viene decisamente rovesciata, Griffith non nasconde la sua predisposizione alle ottiche sudiste, immaginando schiavi felici che ballano a piedi scalzi nella sabbia e sono trattati gentilmente dai proprietari del sud, le famiglie degli Stoneman e dei Cameron.

La componente ideologica si evince inoltre nell'uso di bianchi che interpretano neri con la faccia colorata col lucido da scarpe, almeno per quanto riguarda attori che minimamente interpretano una parte, le comparse, ovviamente sono veri neri, probabilmente assunti senza manco sapere di che parlasse il film. La ricostruzione delle battaglie è notevole e lo sforzo produttivo ingente, in un epoca dove il cinema era agli albori e dove era già un miracolo se si riusciva a tirare un'ora di film. Per la prima metà diciamo che tutto fila abbastanza bene, scene di vita familiare, serve nere affezionate ai padroni, la guerra, Abramo Lincoln che viene trucidato a Teatro in una mirabile sequenza, i soldati neri del nord e la concessione del diritto di voto alle persone di colore.Poi comincia l'assoluto delirio, Sylas Lynch (George Siegmann) è il primo mulatto che viene eletto nel paese ma il regista ci mostra sequenze di bianchi che vengono allontanati dalle urne, neri che votano due volte, neri che votano i bianchi e vengono appesi ad un albero e frustati. Griffith con semplice ed ingenua volontà descrittiva mostra che il popolo nero, divenuto un popolo libero comincia a vessare i bianchi, a portare il caos e l'anarchia giustificando così la nascita del KKK. I neri infatti vengono dipinti come pigri, oziosi, alcolizzati e molestatori di donne, in questo modo il primo delitto del clan è nei confronti di un soldato nero responsabile della morte della giovane e leggiadra figlioletta dei Cameron.

Alla fine vedremo l'eroica cavalcata degli adepti al Ku Klux Klan verso il paese nel caos, per salvare le due famiglie assediate, in più luoghi, dai neri cattivi che vogliono fargli la pelle e il politico mulatto Lynch ormai ubriaco di potere che cerca di costringere la bella Flora Cameron (Mae Marsh) a nozze indesiderate.

Lieto fine assicurato con i bianchi fantasmi crociati che riportano l'ordine e la disciplina, i neri confinati nei loro ranghi e le due famiglie che finalmente possono riabbracciarsi,

Certo l'inquietudine che traspare da questo spettacolo, la cui visione può essere una valida prova per misurare la propria forza di volontà, è notevole, forse perchè ci riporta indietro ad un'epoca assurda attraverso la visione, totalmente di parte, di un gruppo di persone che consideravano giuste e plausibili certe ideologie. Da vedere assolutamente, anche per capire quanto siano cattivoni i neri e rendersi conto dei pericoli legati ad una possibile presa di potere da parte loro!!

 

 

postato da: albylupo alle ore 11:00 | Permalink | commenti
categoria:bianco e nero, masterpieces, trash movie
lunedì, 07 luglio 2008

IL TUO VIZIO E' UNA STANZA CHIUSA E SOLO IO NE HO LA CHIAVE (1972)

Titolo chilometrico e minaccioso per questa variante in salsa erotik-thriller del celebre racconto "Il Gatto nero" di Edgar Allan Poe, uno degli autori più saccheggiati dal cinema di serie b a partire dagli anni' 50.

Il prolificissimo Sergio Martino ritenta la carta Edwige Fenech rivelatasi vincente un anno prima con il fortunato "Lo strano vizio della Signora Ward" inserendola addirittura nei credits iniziali come protagonista assoluta nonostante l'attrice appaia dopo quasi tre quarti d'ora, dulcis in fundo vi aggiunge anche un nome oggi poco conosciuto ma ai tempi commercialmente appetibile come Ivan Rassimov, il quale, pur apparendo in poche fugaci sequenze, viene accreditato quasi come co-protagonista. Dobbiamo dare atto a Martino che sapeva vendere bene i suoi prodotti, a partire dal titolo che sprizza sensualità da tutti i pori ma che poi, all'atto pratico, non c'entra niente con il resto del film.

Gli attori principali della trama sono in realtà Luigi Pistilli e Anita Strindberg, lui scrittore fallito e alcolizzato, succube del ricordo della nobile madre, lei moglie oggetto continuamente vessata e umiliata, il tutto si svolge all'interno di un'immensa villa in provincia di Padova dove Oliviero (questo il nome dello scrittore) organizza una festa hippie con un gruppo di giovini discinti, a un certo punto costringe la moglie Irina a bere un pasticcioso mix alcolico, una ragazza intona un gospel e Dalila Di Lazzaro sale sul tavolone e comincia a ballare nuda asserendo che i vestiti condizionano la nostra personalità. Da questi presupposti ci si aspetta quindi un bel film psichedelico e pieno di nudità gratuite ma di fatto, da qui in poi si vedrà poco o niente. Un misterioso assassino uccide l'amante di Oliviero e successivamente entra nella villa e accoppa la cameriera nera. Intanto Irina è ossessionata dal gatto nero di casa, che casualmente è stato chiamato Satana! Essendo sospettato del primo omicidio Oliviero decide di murare il corpo della servetta in cantina, intanto il vero killer, dopo aver fatto fuori nientemeno che Enrica Bonaccorti in una poco ordinaria versione da prostituta veneta con tanto di parruccone biondo, viene ucciso dalla vecchia magnaccia del paese. Da qui in poi il giallo finisce ed entra in scena finalmente Floriana (la Fenech) con gonnellino rosso mini, stivaloni neri e capelli a caschetto. Lei è la nipote di Oliviero e si rivela subito una sessuofila senza scrupoli, in pochi minuti si fa il garzone del paese, Irina e lo stesso Oliviero, il quale innamoratisi di lei, decide di far fuori la moglie che nel frattempo, tanto per non perdere l'adattamento del racconto di Poe, acceca il gattaccio. D'ora in avanti vedremo solo un fotogramma di satana, ovvero un'istantanea del suo sguardo sguerciato che insiste continuamente per tutto il resto della pellicola, ovviamente accompagnato da un miagolio sinistro.

In breve i due coniugi arrivano ai ferri corti, Irina scopre che Oliviero ha influenzato nientepopodimeno che The Shining scrivendo a macchina in modo ossessivo le parole "Murare in cantina" e "Vendetta" (e poi dicono che certi film non ispirano i grandi!) e deciderà di anticiparlo con un paio di cesoie. Il resto del film è una serie di complotti alquanto loffi che richiamano alla mente certi fotoromanzi noir anni '70 o fumetti come Diabolik e Kriminal per concludersi in un finale a metà tra il gotico e il Cormaniano andante.

Assolutamente inutile e iperderivativa la colonna sonora, una deludente performance di Bruno Nicolai