mercoledì, 30 aprile 2008

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mercoledì, 30 aprile 2008

SYMPATHY FOR MR. VENGEANCE (Boksuneun naui geot, 2002)

Il primo della ormai arcinota trilogia della vendetta realizzata dal regista coreano Chan-wook Park è una pellicola dai toni freddi e sepolcrali, lenta nel suo graduale procedere verso una tragedia dai toni shakespeariani che non conosce curve di cambiamento. Nel cinema di Park l'inevitabilità del destino è un dogma scritto a caratteri purpurei dove la vita fa a cambio con la morte attraverso il grottesco procedere della vita. Personaggi muti e personaggi parlanti, scene silenziose dove raramente la musica fa capolino ma dove il sangue e le ferite si aprono in modo copioso irrorando il fiume, portatore di vita e dispensatore di morte. Il film parte dal cupo e lento movimento degli operai in fabbrica e ci trasporta in uno squallido appartamento dove un ragazzo sordomuto dai capelli verdi non esita a rivolgersi a loschi trafficanti di organi pur di donare un rene all'amata sorella. E quando Ryu (Ha-kyun Shin) si sveglia in una pozzanghera con una cicatrice al fianco il dolore esplode e porta la disperazione verso un progetto di rapimento ai danni di un facoltoso imprenditore (Kang-ho Song).

Fratello e sorella rapiscono la sua bambina ma per uno sfortunato incidente questa annega nel fiume mentre Ryu seppelisce la sorella fra i sassi. Da qui inizia la ricerca della vendetta del padre mentre Ryu stesso, armato di mazza, cercherà anche lui di placare la sua sete di sangue sterminando i trafficanti. Ma alla fine la vendetta assume i contorni del destino stesso a cui non si può resistere e la morte diventa una parte di noi a cui non si può dire di no.

La fotografia sporca, le lunghe sequenze fisse, la recitazione a tratti quasi grottesca fanno di questo titolo un imperdibile omaggio al dolore ed al sangue, un film che resta dentro, che colpisce allo stomaco e alla mente e non lascia spazio, nella nostra memoria, se non per ricordarci quei duri volti sofferenti in cui non esiste riscatto ma solo la dura e feroce realtà.

 

martedì, 22 aprile 2008

LA TARANTOLA DAL VENTRE NERO (1971)

L'esplosione del giallo all'italiana all'inizio degli anni '70 portò una serie di titoli dal richiamo animalesco/minaccioso, fra questi il film di Paolo Cavara è uno dei pochi che dal titolo prende realmente spunto per sviluppare la trama di questo bellissimo thriller.

Analogalmente all'aracnide del titolo, l'assassino paralizza le sue vittime rendendole immobili di fronte al loro terrificante martirio, così da farle assistere impotenti alla loro uccisione.

Si inizia con una Barbara Bouchet che si fa massaggiare sensualmente nuda, la vediamo poi litigare col marito Silvano Tranquilli ed infine venire paralizzata con uno spillone da agopuntura e successivamente squartata con un coltellaccio. Come inizio niente da dire, anche se poi il film prende una piega meno horror e più legata ad una serie di ricatti e omicidi che girano attorno ad un centro benessere.

Inseguimenti ad alta quota, sesso più o meno velato, droga e morte sono gli ingredienti base di questo succoso plot dove Cavara rinuncia intelligentemente a copiare le classiche sequenze in soggettiva in stile argentiano e si sofferma invece sui dettagli, sui mobili antichi e quelli pop dei seventies, sui guanti in lattice dell'omicida che ricorrono costantemente lungo i fotogrammi.

Impagabile il personaggio del commissario, interpretato da un giovanissimo Giancarlo Giannini, un antieroe sensibile e impressionabile che non nasconde le sue debolezze ed alla fine risulta una delle figure più malinconiche e vere dell'intera trama. Lo affianca una giovane ed ancora innocente Stefania Sandrelli che da una parte trema per le sorti del fidanzato e dall'altra lo incita ad andare avanti (L'assassino ti teme, ha paura di te).

Il finale cade un pò nell'affrettato ma le ultime sequenze con il Giannini che si allontana sconsolato in mezzo alla folla sono un punto di chiusura oltremodo suggestivo per un prodotto tutto sommato dignitoso che ha contribuito a dare forza al nostro bel cinema del passato.

postato da: albylupo alle ore 13:16 | Permalink | commenti (2)
categoria:psychotronic movies, dark movies, italian movies, horror and slasher
venerdì, 18 aprile 2008

DRAGON WARS (2007)

Il sottotitolo ideale, per questa sorta di blockbuster coreano, potrebbe essere "come buttare miliardi giù da un palazzo", si perchè nonostante la notevole forza visiva delle immagini e degli effetti visivi (comune però a quasi tutti i videogame di ultima generazione) il film di Hyung-rae Shim ha più buchi di sceneggiatura di quanti ne fa il gigantesco serpentone protagonista mentre striscia sul grattacielo in una delle scene più spettacolari. Ispirato ad una serie di leggende coreane, il plot segue un'ambientazione occidentale poco credibile nonostante l'ampio utilizzo di attori americani,strategia meramente commerciale per vendere il prodotto al mercato estero. Già è triste dover rinunciare alla propria nazionalità, se poi i personaggi non sono neanche in sintonia con la storia raccontata, nonostante l'espediente di renderli reincarnazioni di antichi guerrieri con gli occhi a mandorla, raggiunge il sublime della pochezza.

La storia racconta di un'antica leggenda in cui i dragoni tornano dopo 500 anni per catturare una donna con il simbolo del serpente tatuato sulla spalla. A questo punto sembra che dall'estremo oriente, i personaggi si reincarnino in giovani americani di Los Angeles con un enorne cobra realizzato in 3d che cerca in tutti i modi di far fuori i nostri eroi. Lasciando perdere i cambi di scena incongruenti (i due ragazzi passano dalla città alla spiaggia senza apparente motivo) mancano totalmente le caratterizzazioni e nonostante gli effetti digitali siano molto belli, dopo un pò stufano e si arriva al grottesco duello finale tra mostri che risulta invedibile. Insomma dopo appena un'ora ci si è già rotti le palle di vedere morte e distruzione proprinati così allegramente senza un vero e proprio colpo di scena. Si salva solo la sequenza in flashback all'inizio (in cui gli attori sono tutti orientali) e l'assalto alla città da parte dell'orda mostruosa.

La domanda che sorge a questo punto è: "ma un buon sceneggiatore costa così tanto? Non si poteva comprarne uno in più e lasciar perdere qualche mostriciattolo di troppo?"

In un'ultima analisi Dragon War è un film che passa come acqua fresca, senza lasciare traccia ed agli appassionati di Giant Monster Movie non resta altro che tornare a guardarsi i vecchi film di Godzilla, dove almeno il ridicolo è già talmente palese che almeno ci si diverte.

Qua si rischia invece di sbadigliare talmente forte da superare le notevoli urla dei mostri!  

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categoria:made in japan, b movie, ridicolous monsters, animals invasion
mercoledì, 16 aprile 2008

THE MOST DANGEROUS GAME (1932)

Un anno prima di sfondare con il successo mondiale King Kong, il regista Ernest B. Schoedsack, in collaborazione con Irving Pichel realizza un altro capolavoro, forse meno conosciuto delle avventure del gigantesco gorillone, ma certamente pregno di fascino. "La pericolosa partita" (questo il titolo in italiano) traccia le basi per il film successivo utilizzando la stessa protagonista femminile, la splendida Fay Wray, qui a dire il vero, nella veste molto più sensuale della preda, in compagnia di Joel McCrea, famoso cacciatore che, a causa di un naufragio, si ritrova in quest'isoletta sperduta dove troneggia la fortezza del conte Zaroff (un Leslie Banks ai massimi livelli espressivi in quanto a cattiveria e psicopatia sexualis), esule russo e maniaco della caccia. Non ci vorrà molto al giovane sopravvissuto per capire che l'oggetto del nuovo sport ideato dal cattivissimo nobile è la caccia all'uomo con tanto di trofei umani collocati in una misteriosa stanza segreta.

Girato con un bianco e nero dalle tinte fosche e cupissime, il film si sviluppa in una appassionante caccia all'uomo all'interno di una giungla nebbiosa, tra cani feroci, giganteschi servitori senza parola, coccodrilli e trappole infernali.

Le location sono molto simili alla giungla che ben ricordiamo in King Kong (il tronco gigante su cui passano i fuggiaschi è lo stesso) ma la tensione che si respira in questo film è cento volte superiore, la scena finale del conte che cade dalla finestra mentre la coppia fugge con una barca sul mare è assolutamente un'opera d'arte proprio a livello estetico e concettuale, i protagonisti sono perfetti e la bella Wray si concede l'esposizione di qualche lembo di pelle in più (neanche male per l'epoca). Sono migliaia i film che si sono ispirati a questa favola nera, (un titolo per tutti First Blood) dove l'elemento mostro è incanalato nella figura di Zaroff, decisamente più terrificante di tutti i gorilloni che sono arrivati subito dopo!

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categoria:bianco e nero, masterpieces, dark movies
lunedì, 07 aprile 2008

SAN BABILA ORE 20 : UN DELITTO INUTILE (1976)

Confesso di non aver seguito particolarmente il cinema di Carlo Lizzani, professionista di grande rispetto ma dal taglio cinematografico, a mio parere, molto impersonale, eppure questa sua incursione nel cinema da "cronaca nera" metropolitana incentrato sulle cosidette bande di sanbabilini che terrorizzavano il centro di Milano negli anni di piombo, rappresenta uno dei film che più ho amato nella vita. Freddo nella sua rappresentazione Kubrickiana della violenza, impersonale, quasi pasoliniano, San Babila è in realtà quanto più vicino si possa trovare in Italia ad una risposta nostrana di A Clockwork Orange. La trama racconta di 24 ore brave di quattro giovani di buona famiglia che passano il tempo a spaccare i motorini dei rossi davanti al Liceo Cattaneo, a mettere bombe che poi non esplodono nelle sedi sindacali di Sesto San giovanni, a sparare contro sagome femminili nel tiro a segno e a fare dialoghi deliranti su un auspicabile ritorno al medioevo, estremizzati nella ormai celebre scena della parata a passo d'oca in piazza San Babila, di fronte ad una rassegnata platea di passanti inerti.

Si è criticato da più parti la mancanza di spessore psicologico dei protagonisti eppure la pellicola funziona, scorre via tranquilla e ci regala uno dei più bei finali del cinema italiano della malavita, anticipato dagli ultimi 20 minuti che scandiscono uno splendido ed angosciante inseguimento sotto i portici di Corso Vittorio Emanuele, davanti a una città immersa nella paura e nelle botteghe che chiudono, una città da sempre egoista che fa da contraltare a un periodo particolare della nostra Italia, diviso tra rosso e nero, tra faide e terrorismo, tra criminali d'accatto e polizia che sta a guardare. Nell'ombra il potere politico che muove le le trame di quattro facinorosi viziati che usano il manganello al posto del cazzo e che viaggiano su una giardinetta verde per le strade di una Milano non poi così diversa da quella che conosciamo oggi.

In conclusione non posso esimermi dal citare l'ormai mitica frase del film riferita a Pinelli : «Una volta dalle finestre volavano i sovversivi, adesso volano solo cazzi di gomma»

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categoria:masterpieces, b movie, punkie junkie, italian movies