lunedì, 31 marzo 2008

THE HOST (Gwoemul, 2006)

Che l'Italia sia uno dei pochissimi paesi dove questo spettacolare monster movie coreano non sia stato distruìibuito, la dice lunga sulla condizione penosa della distribuzione cinematografica nostrana. Polemiche a parte, siamo di fronte ad una ennesima dura lezione da parte del cinema orientale, capace di alternare sonore boiate a opere di una bellezza estrema come, in questo caso, l'opera di Joon-ho Bong che rispolvera a piene mani i bei tempi antichi dei mostri giganti, turpi mutazioni generate dall'incuria umana. In questo specifico caso, poi, vi aggiunge una notevole carica ironica che non svilisce il prodotto finale ma che, anzi lo esalta e lo arricchisce rendendo il tutto un capitolo fondamentale della nuova sci-fi. In realtà l'ironia viene determinata sopratutto da contenuti che estremizzano l'allarmismo generale promosso da sedicenti virus come l'aviaria e la SARS che vanno e vengono per l'aria ma che di fatto, generano solo panico e null'altro. Questa situazione paradossale viene mirabilmente esemplificata in The Host con la cieca ottusità dei militari, complice il governo Americano, che non esitano a scatenare il pandemonio per debellare un'infezione che, in realtà non è mai esistita. Siamo sul fiume Han, in una tranquilla giornata di sole che si trasforma improvvisamente in un incubo a ciel sereno con l'apparizione di un gigantesco anfibio mutante generato da un eccesso di formaldeide versata senza alcun motivo da un gruppo di medici (ovviamente chi ordina il misfatto è un americano). La creatura diffonderà morte e terrore ma anche la psicosi di un virus che attacca chi viene a contatto con il mostro. Questa psicosi viene esemplificata in una scena di grande cinema dove un gruppo di passanti, tutti dotati di mascherina, ascolta per radio come si manifestano i sintomi del morbo, ovvero un normale raffreddore. A un certo punto uno comincia a tossire, sputa in una pozzanghera, una macchina passa e spruzza i passanti generando il panico.

Il resto del film vede la famiglia Park alla ricerca della figlioletta Hyun seo (Ah-sung Ko) rapita dal mostro e nascosta in un canale di scolo. Due ore di adrenalina pura, momenti geniali e neanche la minima traccia di cadute di stile. La creatura, realizzata in 3d, si muove benissimo tra la folla e nelle limacciose acque del fiume, i personaggi vengono ben caratterizzati all'interno di una fotografia piovosa e cupa in stile Blade Runner incastonata in un groviglio urbano di ponti, grattacieli e strutture modernissime.

Bong attualizza il monster movie alla youtube generation che, alle apparizioni del mostro, guarda curiosa e divertita e riprende con il cellulare. Un film già cult ovunque, uno dei veri e propri capolavori del nuovo millennio. Da scoprire e amare! 

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categoria:masterpieces, made in japan, b movie
domenica, 23 marzo 2008

LA BIMBA DI SATANA (1982)

Uno dei grandi meriti di Mario Bianchi è sempre stato quello di aver dato vita, in completa assenza di qualità cinematografica, a veri e propri cult, ancor oggi ricercatissimi dal pubblico di genere. Probabilmente questa "Bimba di Satana" rappresenta il suo apice, considerato l'alone di mistero che, per anni, ammantò una fantomatica versione hard recentemente uscita integrale in un dvd teutonico, per la gioia di innumerevoli fans.

Eppure, siamo, a tutti gli effetti, di fronte al nulla cinematografico più assoluto, l'unico punto di interesse di questo melò horror sovrannaturale è la sua estrema bruttezza e la rigidità interpretativa dei suoi protagonisti, talmente estremi da evidenziare un nuovo linguaggio cinematografico che cerca nuove strade espressive nella totale inespressività. L'unica a salvarsi qua dentro è la splendida e generosa Mariangela Giordano, grande interprete del cinema di genere nostrano che non lesina nel mostrarci le sue splendide forme quando non indossano le vesti di un'improbabile novizia che si prende cura del fratello paralitico del castellano Aguilar (Aldo Sambrell) tossicomane e paranoico, il quale, dopo la morte della moglie (la porno star Marina Hedman meglio conosciuta per le sue performance zoofile nella serie Marina e la sua bestia ) vede in tutti gli ospiti del castello un nemico ed un amante della consorte (si! anche la suora). La figlia Myra (Jacqueline Dupré alla sua prima ed unica non interpretazione cinematografica) intanto, va su e giù per il maniero a piedi scalzi col volto espressivo come quello di una ciabatta che, poco prima dei titoli di testa riesce anche a cacciare un urlo (probabilmente il regista gli ha dovuto mostrare un ratto per renderla convincente almeno in questo frangente). La cosa più divertente del film però sono i comprimari come Alfonso Gaita nella parte del cameriere che si rifugia nelle segrete per compiere strani riti in cui ansima come in un orgasmo, accarezza mummie e galline e si rotola per terra come un ossesso. Non manca come già detto, il fratello paralitico Ignazio (Giancarlo Del Duca) che spia la suora mentre dorme ignuda e si fa palpare l'inerte uccello durante la toeletta. Non oso pensare cosa gli fanno nella versione hard del film.

Prodotto e scritto da Gabriele Crisanti e condito dalle roboanti musiche di Nico Catanese, il capolavoro scult di Mario Bianchi (qui si firma con pseudonimo americano Alan W. Cools) è un'opera che andrebbe vista nella sua interezza per poterlo pienamente apprezzare, anche perchè obbiettivamente, tette e cosce, nella versione cut, sono le uniche cose interessanti di questo delirio inutile , ma assolutamente spassoso come traccia demenziale del porno-horror, genere ormai dimenticato, qui nella sua stagione più esplosiva.

 

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lunedì, 17 marzo 2008

THE ALLIGATOR PEOPLE (1959)

Questo film è la dimostrazione che anche in certe produzioni low budget possono nascere idee interessanti pur supportate da effetti e trucchi assolutamente modesti. E' il caso di questa pellicola diretta da Roy Del Ruth e scritta da Orville H. Hampton e dalla quale è stata tratta l'ispirazione per uno dei più inquietanti comprimari di Spider-Man, ovvero Lizard. Il mito del dottore che tenta di ricreare gli arti umani asportati utilizzando ormoni di rettile (in questo specifico caso l'alligatore) viene qui per la prima volta esemplificato in una storia in bianco e nero, raccontata come un lungo flashback e supportata da attori del calibro di Beverly Garland, Bruce Bennett e Lon Chaney Jr. (qui inspiegabilmente accreditato nei titoli senza l'appellativo Jr.). L'ambientazione fosco-paludosa contribuisce molto alle atmosfere cupe del film (che probabilmente hanno molto ispirato anche Tobe Hooper per il suo DeathTrap), i coccodrilli sono sempre un elemento vincente nel cinema horror e l'assenza di happy end è particolarmente innovativa per l'epoca. Insomma tutto bene tranne una cosa, il make up finale della creatura che risulta troppo finto e gommoso contribuendo a rovinare decisamente un bel film, pur non impedendone la sua entrata nell'olimpo del cult per quanto riguarda il genere "monster movie".

Una coppia di sposini stanno trascorrendo la luna di miele in treno, ad un tratto lui riceve una lettera, scende di colpo alla prima fermata e scompare. La moglie disperata si mette sulle sue tracce e raggiunge una vecchia casa isolata nelle paludi. Qui non ci metterà molto a scoprire che il consorte è parte di una serie di volontari per un esperimento a base di ormoni di alligatore, in grado di far ricresce parti del corpo amputate. L'uomo, il cui volto è completamente avvolto in squame verdi da rettile, dovrà subire un trattamento a base di raggi gamma per tornare alla realtà ma qualcosa non andrà per il verso giusto.

Nel complesso, un film minore ma dotato di ottimi momenti e avvolto dalle giuste inquietudini, peccato per il coccodrillone di gomma finale, ma a quei tempi l'esposizione del mostro era un perno fondamentale per lo spettatore pagante, anche a costo di rendere ridicolo un progetto altrove molto originale e interessante.

martedì, 04 marzo 2008

GODZILLA VS. MEGALON (Gojira tai Megaro, 1973)

Considerato a torto (ce ne sono ben di peggio, fidatevi!) uno dei più brutti episodi della serie Kaiju Eiga, il film di Jun Fukuda è in realtà un minestrone kitsch di puro delirio anni '70 a cui non si può negare, nonostante le ingenuità tipiche del genere, una buona resa spettacolare dell'insieme. Certo, in alcuni momenti rasenta il delirio più assoluto ma è un film di continua azione tra inseguimenti, botte da orbi tra mostri e uomini, esplosioni, raggi laser e un tripudio di mostri giganti che se le danno di santa ragione. Le prime immagini vedono un bambino nippo che naviga su un lago a bordo di un pedalò a forma di clown, sulla riva il padre, il professor Goro (Katsuhiko Sasaki) ed il fratello assistono a un terremoto ed al ribollire delle acque. Nota ironica, in questo film i tre protagonisti sono tutti maschili (e in effetti non c'è una donna in tutta la pellicola) quasi a voler individuare una sorta di famiglia omosessuale di cui tanto si discute al giorno d'oggi. Disquisizioni sociologiche a parte, in Godzilla vs. Megalon si respira un'aria di misoginia preponderante che in un film per bambini assume connotazioni quasi allarmanti. In ogni caso si prosegue in forma di spy story, al professor Goro cercano di fregare l'arma segreta, un robottone colorato dal ghigno stampato sulla maschera d'argento che si chiama Jet Jaguar, i cattivi in questione sono i setoniani, il cui capo veste con la toga e l'aureola romana ed ha un vice vestito come il cameriere di un albergo di lusso.

Gli alieni, incazzati per gli esperimenti atomici terrestri inviano il loro scarafaggione gigante Megalon (un bellissimo costume in verità) a distruggere il pianeta. I tre protagonisti, dopo varie peripezie, riescono a riprendere il controllo di Jet Jaguar e lo mandano a chiamare Godzillla sull'isola dei mostri. Come in ogni sano scontro che si rispetti, gli avversari devono essere equiparati e quindi i setoniani si fanno spedire da Venere Gaigan, una specie di pollo con le braccia ad uncino. L'ultima mezz'ora vede il combattimento a quattro, fra balzi, cazzotti, voli pindarici, fiamme, bombe e sfracazzamenti, i buoni trionferanno, Godzilla saluterà tutti  e buona notte al secchio. Certo, non ci si può aspettare da un kaiju eiga, profonde riflessioni metacinematografiche e del resto è bello così. Il fascino dei modellini di cartapesta che esplodono è sempre magnetico, vedere poi Megalon preso per la coda e sbattuto al suolo dal nostro amato lucertolone rasenta il sublime del nulla in celluloide, rimangono i quadranti coi led, i raggi laser disegnati su pellicola e i carrarmatini dell'esercito che prendono fuoco. Ma che vogliamo di più?

lunedì, 03 marzo 2008

5 BAMBOLE PER LA LUNA D'AGOSTO (1970)

Opera non certo memorabile ma di sicuro interesse per gli estimatori del grande Mario Bava, questa pellicola, girata in piena epoca beat, ha dalla sua una particolare estrosità quasi beffarda con cui il regista muove i personaggi all'interno di un plot narrativo ispirato a "dieci piccoli indiani" di Agatha Christie fino ad arrivare ad un finale quasi umoristico. Un gruppo di facoltosi industriali si ritrova su una villa posta in un piccolo atollo deserto per trattare la vendita di una rivoluzionaria resina industriale a colpi di milioni di dollari. Peccato che lo scienziato Fritz Farrel (William Berger) abbia idee romantiche e umanistiche e quindi decide di non vendere la formula per regalarla all'umanità. Da qui in poi assistiamo ad una serie di omicidi e, uno ad uno, i personaggi finiranno appesi in una cella frigorifera.

Questo soggetto semplice, scritto da Mario di Nardo è il terreno ideale per Bava, su cui poggia una serie di immagini tra lo psichedelico e il noir d'annata. Purtroppo la pellicola non è esente da difetti (il passaggio di scena tra notte e giorno nella stessa sequenza) ma anche di autentici guizzi di genio (l'arrivo dei marinai che non trovano nessuno, il festino iniziale che si trasforma in un rito di sangue, l'inquadratura eccezionale dell'occhio attraverso il mirino della pistola) che rendono il prodotto dignitoso e godibile sotto tutti i punti di vista. Ad aggiungersi ai pregi c'è sicuramente un cast di tutto rispetto che parte da Ira von Fürstenberg fino al bravissimo Maurice Poli, passando per le bellezze di una Edwige Fenech in piena forma (sotto tutti i punti di vista).

La fotografia dello stesso Bava è eccellente almeno quanto la scelta di un grande compositore come Piero Umiliani coadiuvato dalla title theme realizzata dal gruppo progressive "Il Balletto di Bronzo", di cui consiglio la riscoperta di almeno due classici quali YS e Sirio 2222 dove è contenuta per l'appunto la canzone del film "Ti risveglierai con me " (ma nei titoli di coda viene erroneamente scambiata con il loro maggior successo "neve calda")

 

 

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categoria:b movie, porno era, psychotronic movies, italian movies