martedì, 26 febbraio 2008

THE THING WITH TWO HEADS (1972)

Già prima dei titoli di testa si intuisce subito che questa pellicola sarà una festa del B-Movie, viene infatti presentato da quel Samuel Z. Arkoff che rappresenta un'icona del cinema di exploitation degli anni '70, aggiungetevi poi nomi come Ray Milland e Roosevelt Grier (cugino della ben più nota Pam) ed il quadro è completo. Il film di Lee Frost si presenta come un felice mix di horror, sci-fi, commedia grottesca e blacksploitation e narra di un anziano chirurgo che fa esperimenti per trapiantare la testa di un uomo nel corpo di un altro; per ovviare ai problemi di rigetto, la testa del proprietario originale viene lasciata per 24 ore in compagnia dell'altra creando di fatto un mostro a due teste, prima di essere asportata completamente. Inizialmente quest'esperimento viene effettuato su un gorilla (uno dei primi costumi realizzati e indossati dal mago del make up Rick Baker) ma ben presto sopraggiunge l'esigenza di trapiantare il capo dello stesso medico, ormai in fase di coma irreversibile su un corpo di un volontario donatore. Purtroppo per il dottor Kirshner, noto per le sue idee razziste, l'unico volontario è Big Jack, un grosso negro condannato a morte per un omicidio non commesso. I due si troveranno quindi attaccati per il collo e la convivenza sarà tutt'altro che facile.

Aiutati dal giovane medico di colore Fred Williams (Don Marshall) cercheranno di raggiungere la ragazza di Jack per recuperare le prove della sua innocenza, almeno fin quando il dottor Kirshner non prenderà il sopravvento del corpo ospitante. Questa pellicola inconsueta e alquanto bizzarra, nonostante la povertà dei mezzi e la chiara immagine di cinema di genere ha dalla sua notevoli carte per diventare un piccolo cult, innanzitutto per il tono ironico con cui si sviluppa la vicenda, poi per i dignitosi effetti speciali che riescono a rendere il tutto veramente credibile, ma sopratutto per i contenuti, esplicitamente antirazzisti che rivelano come l'uomo bianco si dimostri un parassita nei confronti del "nigger", attaccato al corpo dei fratelli per succhiarne le forze e acquisire il potere con lo sfruttamento e la schiavitù. Alla fine, sarà Big Jack a spuntarla e il film finisce con lui, il dottor Williams e la ragazza, in auto a cantare "oh Happy Days" come nella migliore tradizione gospel dei neri americani, la cui unica speranza è ritrovare la propria dignità staccandosi dal bianco sfruttatore. Un chiaro messaggio di un'epoca travagliata dalle Black Panther, dalla lotta per i diritti e l'emancipazione dell'uomo di colore, che purtroppo, ad oggi non ha ancora completato il suo corso. Se amate il cinema di John Landis troverete più di un riferimento tra cui un lunghissimo inseguimento delle auto della polizia che per mezz'ora abbondante vediamo scontrarsi, sprofondare, schiantarsi in un susseguirsi di scene spettacolari (e un pò noiose in verità) da far invidia al mitico The Blues Brothers, Landis, che realizzerà il suo primo film l'anno successivo, è chiaramente debitore di questo gioiellino, da noi purtroppo, sconosciuto.

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categoria:masterpieces, b movie, ridicolous monsters, porno era, punkie junkie
venerdì, 22 febbraio 2008

SCARED TO DEATH (1947)

Girato quasi interamente in interni, questo piccolo prodotto della cinematografia low budget del primo dopoguerra ha almeno due particolarità degne di nota. La prima è rappresentata dalla commistione di generi in cui il regista Christy Cabanne mescola horror, thriller e commedia in un unico plot narrativo, privo quasi totalmente di azione e sorretto unicamente da una serie di dialoghi al limite del delirio. La seconda nota riguarda il trait d'union dell'intera storia che viene narrato in forma di flashback da un "cadavere",  e più specificatamente, dal corpo steso sul lettino dell'obitorio, appartenente a Laura Van Ee (Molly Lamont) donna senza scrupoli che ha contratto un matrimonio d'interesse con Ward il ricco primogenito del facoltoso medico Josef Van Ee (George Zucco) che per tutto il film continuerà a prendere manganellate in testa da un losco figuro nascosto nell'ombra con una maschera da manichino.

La donna vive con il terrore di essere bendata, non esce mai dalla sua stanza e non acconsente al divorzio per paura di perdere la propria parte di capitale, teme che qualcuno voglia farla fuori ed in effetti un misterioso individuo gli manda in regalo una testa di manichino, fuoriesce il poster di una rappresentazione teatrale in cui ella era protagonista e, come se non bastasse, nella casa cominciano ad accadere cose strane, tra cui l'entrata in scena di un misterioso dottor Leonida (Bela Lugosi), ipnotista e illusionista fallito con un misterioso nano sordomuto chiamato Indigo, al seguito.

I personaggi sono quasi tutti stereotipati, c'è il giornalista d'assalto Terry Lee (Douglas Fowley) con la fidanzata stupidina, la cameriera rompiscatole (Gladys Blake) e il poliziotto scemo Bull (Nat Pendleton) che spera di acciuffare il colpevole (di cosa non si sa) per ritornare nei ranghi del corpo dopo essere stato estromesso per aver bucherellato un manichino.

Come si evince, la trama è ricca di situazioni spesso non collegate fra di loro, i personaggi sono abbastanza caratterizzati anche se la semplicità del plot narrativo appare più che evidente. Insomma per 65 minuti non succede quasi nulla ma succede di tutto, sempre sul filo della dark comedy che culmina nell'apparizione della cameriera ipnotizzata divenuta cadavere per poi rivelarsi in trance. Passaggi segreti, apparizioni in giardino e quel grosso gigione di Lugosi che si diverte un mondo a rifare la stessa interpretazione dell'uomo col mantello (lo vediamo in pose grottesche che ricordano la vampiresca memoria, mentre ulula in giardino).

Tutto sommato è un'operetta divertente che sembra fuoriuscire da un romanzo pulp dell'epoca, buona per passare un'oretta spensierata e per rivedere il nano Angelo Rossitto sgattaiolare da una parte all'altra delle stanze, 15 anni dopo aver partecipato a quell'immenso capolavoro horror che fu Freaks.

Il film, in pubblico dominio, si può vedere in lingua italiana (doppiato malissimo però) a questo indirizzo

http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Xvid&id=7164

 

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categoria:b movie, trash movie, dark movies
mercoledì, 20 febbraio 2008

BLOOD TIDE (1982)

Curiosa coproduzione greco britannica, questa prova del mediocre Richard Jefferies è un onesto B movie ancora legato alle atmosfere anni tardo seventies con un irriconoscibile James Earl Jones ed un mai troppo compianto José Ferrer all'interno di un plot avventuroso horrorifico che narra le vicende di una giovane coppia americana (interpretati da Martin Kove e Mary Louise Weller) i quali sfruttano il loro viaggio di nozze per cercare la sorella di lui, Madeleine (Deborah Shelton) su un'isoletta greca alquanto minuscola e arretrata. La ragazza, un'artista un pò matta, non ha infatti dato più notizie di sè in quanto impegnata a restaurare un'antichissima icona raffigurante San Giorgio e il Drago.

In questa sorta di "Mediterraneo rosso sangue" troviamo anche Frye (il buon J.E.Jones) avventuriero maschilista e alcolizzato che fa esplodere una grotta per recuperare un tesoro di monete antiche risvegliando una mostruosa creatura anfibia. Ad un certo punto il villaggio dovrà tornare ad atavici rituali organizzando un sacrificio umano per placare il mostro furioso e la bella Madeleine scoprirà alcune sue discendenze con una vittima cerimoniale che si vede all'inizio del film in una sorta di flashback introduttivo.

Pur essendo diretto male, con inquadrature traballanti ed una assoluta mancanza di tensione, il film ha alcune curiosità che meritano la visione, l'utilizzo dell'iconografia ortodossa per rievocare miti tribalisti, l'inconsueta e splendida location (già però sdonagata da Antropophagus due anni prima) dell'isoletta greca e il mostro che si muove sia sulla terraferma che in acqua come il Gillman di Creature from the Black Lagoon. Il regista ha, inoltre, il buon gusto di non mostrare mai la creatura (che già quando si vedono le mani si capisce quanto possa essere ridicolo il make up). C'è poi un continuo riferimento sessuale/fallico nel rapporto fra la vittima e il demone, riferimento che si fa esplicito nel finale. Deborah Shelton inoltre è di una bellezza mistica che merita più di un apprezzamento.

Blood Tide ad oggi è di pubblico dominio quindi facilmente reperibile in rete, lo potete vedere sottotitolato in italiano a questo link: http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Xvid&id=7600

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categoria:anni 80, b movie, ridicolous monsters, horror anni 80
giovedì, 14 febbraio 2008

THE DEADLY MANTIS (1957)

Nella cinematografia americana del dopoguerra, i ghiacci polari sono stati un ampio ricettacolo di mostri giganti delle più svariate specie, in questo piccolo B movie cult assoluto, il polo ci regala addirittura una enorme mantide religiosa che le solite deflagrazioni atomiche degli esperimenti nucleari scongelano dalla preistoria, rilasciando l'insettone con secoli di appetito arretrato.

Il film in realtà presenta per tre quarti scene di repertorio con una lunga introduzione sulle basi artiche americane per poi successivamente concentrarsi su esercitazioni militari aeree e terrestri. Praticamente all'inizio sembra quasi un documentario, salvo poi virare sul gigantesco mostro che distrugge la base polare, abbatte aerei dell'aviazione americana e punta dritto dritto nientemeno che su Washington DC dove la vediamo appollaiata sull'Obelisco. Dopo aver distrutto un autobus di linea e aver seminato il panico in un tunnel autostradale, la mantide verrà fermata a colpi di bombe e lanciafiamme dai militari con la complicità di uno zoologo e della solita bella giornalista.

Niente di nuovo quindi rispetto ai formiconi del bellissimo Them! o al ragno gigante dell'ormai mitico Tarantula. Eppure il regista, l'austroungarico Nathan Juran è uno specialista del genere Giant Monster, non a caso nello stesso anno realizzerà quel piccolo gioiellino assoluto di sci-fi che è 20 Million Miles to Earth  e successivamente un altro bellissimo cult Attack of the 50 Foot Woman. Deadly mantis resta comunque un titolo imprescindibile per chi ama i monster movie se non altro per l'uso di una fra le creature più temibili della fauna terrestre, un insetto che, senza bisogno di essere ingrandito, fa paura così com'è. Purtroppo la posa del mostro mentre vola è alquanto ridicola e la sensazione generale rimane quella di un'occasione mancata, dando troppo spazio a descrizioni inutili sulla difesa americana e poche informazioni e caratterizzazioni della mantide stessa. Restano comunque memorabili le scene in cui la bestia scala l'obelisco, quella in cui la giornalista Alix Talton parla senza vedere che il mostruoso insetto è affacciato alla finestra e la battaglia finale tra l'essere e i soldati con le tute di amianto.

   

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categoria:bianco e nero, b movie, ridicolous monsters, sci fi of the z era
lunedì, 11 febbraio 2008

CAT WOMEN OF THE MOON (1953)

A cavallo tra gli anni '50 e gli anni '60 il cinema di Exploitation cannibalizzò la fantascienza con una serie di titoli che ammiccavano lo spettatore attraverso riferimenti erotici, espressi sopratutto nei titoli, che puntualmente offrivano pochissimo al piacere voyeuristico del pubblico ma, dal punto di vista economico, erano una manna per produttori ed esercenti. Si perchè questi titoli, realizzati in assoluta economicità, davano sempre un buon riscontro al botteghino grazie alla loro capacità di attrazione nei confronti di un pubblico guardone e perennemente affamato di sesso. Titoli deliranti come Devil Girl from Mars o Queen of Outer Space (protagonista Zsa Zsa Gabor) e Fire Maidens from Outer Space presupponevano tutti lo stesso plot narrativo che ritroviamo anche in Cat Women: una spedizione spaziale di astronauti maschi che incontrano su un pianeta inesplorato (che sia Marte o la Luna) una civiltà di sole donne in trepida attesa dell'uomo salvatore in grado di soddisfare la lunga attesa solitaria.

In realtà, in questi film non si va mai oltre ad una slinguazzata tra l'eroe di turno e la bella marziana che rompe le regole della sua specie e decide di assaporare il piacere del maschio terrestre. In ogni caso, a parte i riferimenti maschilistici tipici di un'epoca in cui l'emancipazione non era neanche stata presa in considerazione, Cat Women of the moon è un prodotto assurdo che sprigiona povertà e senso del ridicolo ad ogni fotogramma. Le prime scene ambientate all'interno di una cabina comando spaziale è un set realizzato palesemente in un garage, con marchingegni valvolari e elettrodi tipici di chi ripara radio e televisioni, il palazzo lunare sembra però uscire dai racconti di H.P. Lovecraft. L'astronave deve aver successivamente ispirato l'autore del protovideogame "Asteroids" visto che si muove ruotando come la lancetta di una bussola quando deve virare la sua direzione. Non parliamo poi del ragnone gigante che, ad un certo punto attacca i nostri esploratori, avete presente i ragni di gomma legati con un elastico? Ecco, dimensionatelo a misura d'uomo ed avrete un idea di come è stata realizzata rozzamente questa scena dal regista  Arthur Hilton.

Anche le donne gatto sembrano un pò ridicole, tutte vestite con una tuta nera attillata e una pettinatura da incubo, le vediamo ballare come odalische in una sorta di ristorante spaziale con tanto di tavolini e brocche. Certo a questo punto ci sarebbe stato bene uno spogliarello ma essendo gli anni '50 non vediamo manco quello.

Insomma, tra una gag (quella dell'aria respirabile sulla luna, su tutte) e l'altra, piani sequenza lunghissimi, patetiche scene romantiche al tramonto, assistiamo ad una tragedia d'amore tra un astronauta e una donna gatto che si ribella alle regole di famiglia e, alla fine viene uccisa dalle sue stesse consimili. Ci sarebbe materiale per una disquisizione socio cinematografica sul pensiero americano del dopoguerra ma quando vediamo i protagonisti togliersi le tute spaziali e indossare calzoncini da piccolo esploratore della giungla, beh...quello è un chiaro segnale che, a volte, le parole sono inutili ed è il momento giusto per abbandonarsi ad una sana e liberatoria risata.

 

martedì, 05 febbraio 2008

CLOVERFIELD (2008)

Un progetto che già da tempo aveva stuzzicato la curiosità in rete il quale si rivela alla sua uscita molto più di quanto potevamo aspettarci. Si, perchè questo film voluto da J.J. Abrams (per quei pochi che non lo sapessero è l'inventore di serie televisive cult come "Lost" e "Alias") su un gigantesco mostro che attacca New York non è solo una piatta rielaborazione di Godzilla nè un bieco tentativo di riciclare le idee del pur geniale The Blair Witch Project, è l'apocalisse da un piccolo punto di vista. Poteva esserci qualsiasi cosa là fuori, un terremoto, un'invasione marziana, uno Tsunami e non sarebbe cambiato nulla del plot di questa pellicola. Difatti il film diretto da Matt Reeves gioca tutto sull'ansia, sulla corsa contro il tempo di un manipolo di ragazzi che si trovano a passare da una festa bucolica uguale a mille altre ad un incubo a occhi aperti visto attraverso l'obiettivo di una telecamera che uno degli invitati si è caricato sulle spalle con il compito di documentare la serata. Visto comunque che il ragazzo non appare tanto sveglio quando gli passano lo strumento, si intuisce che prenderà alla lettera il compito affidatogli, giustificando così la sua insistenza nel riprendere una città devastata da parti della statua della Libertà, palazzi che crollano e mostruosi ragni che attaccano nel buio di una metropolitana deserta.

A differenza del quasi contemporaneo [Rec] qui non è la claustrofobia a terrorizzare ma l'agorafobia, il terrore degli spazi aperti, la paura che da un momento all'altro ti arrivi qualcosa tra capo e collo, il terrore del ponte di Brooklyn che si piega sotto i nostri piedi mentre camminiamo in fila indiana cercando di uscire da una città immersa nell'orrore più totale.

Nonostante quel che abbia detto Mereghetti alla sua uscita, Cloverfield coinvolge a fondo lo spettatore proprio per questo suo gioco del "vedo non vedo" ed è  paradossalmente proprio quando iniziamo a vedere realmente la creatura lovecraftiana nel finale che l'immedesimazione perde colpi  e tensioni, anche se non posso che applaudire le riprese del mostro viste dall'alto di un elicottero, mentre devasta i grattacieli, unico vero momento, questo, in cui Cloverfiled diventa (per pochi istanti) veramente un monster movie.

Perchè la genialità del film sta tutta qui, nell'aver speso migliaia di dollari per gli effetti speciali e decidere di non mostrarceli se non al margine dell'obiettivo traballante e sfuocato, o per pochi impercettibili secondi. Le esplosioni ci sono, sono a fianco a noi e le percepiamo ed anche la creatura risulta più terrificante proprio nei momenti in cui passa dietro ad un palazzo e lo spettatore sforza l'occhio nel tentativo di recepirne qualche forma. Ma la forza vera del film è la sensazione di esserci dentro in una pazza corsa contro il tempo di Rob (Michael Stahl-David) che deve salvare l'amata Beth (Odette Yustman) prigioniera delle macerie nel suo appartamento, nelle strade percorse da gente impazzita, militari che sparano, luci, rumori, polvere...l'11 settembre rivisto oggi attraverso la fantasia americana così come allora i giapponesi riflettevano nei kaiju eiga le loro paure sulla bomba atomica. Il cerchio si chiude ed una nuova era di mostri giganti si appresta a tormentare le notti d'oltreoceano.

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categoria:masterpieces, ridicolous monsters, psychotronic movies, dark movies
lunedì, 04 febbraio 2008

ROBOT MONSTER (1953)

Nell'immaginario collettivo della sci-fi d'annata, pochi film hanno saputo trasformarsi in un'icona fondamentale del genere, tra questi un piccolo, bruttissimo e scalcagnato prodotto di serie ultra zeta che nel 1953 uscì con l'inquietante nome di Robot-Monster. Costata pressapoco 12.000 dollari, questa pellicola di appena 66 minuti ha lasciato, nei decenni successivi, un'impronta di assoluto rilievo  fra gli estimatori, proprio in virtù dell'estrema povertà dei suoi mezzi ma sopratutto per l'arditezza con cui veniva rappresentato il mostro vero e proprio, o meglio il Ro-Man, sorta di mostro composto dal costume di un gorilla con in testa il casco da palombaro. Nella sua pochezza quest'immagine tanto ridicola è diventata il simbolo di quella fantascienza  proveniente dalla letteratura pulp e dai fumetti fantasy tanto in voga all'epoca. Non è un caso infatti che i titoli di testa e di coda siano composti da un collage di riviste, libri e fumetti divorati dai teen-agers americani del dopoguerra.

Certo nel film diretto da Phil Tucker (che tentò il suicidio dopo il fiasco al botteghino di questa sua opera) il delirio e la ridicolaggine sono ad ogni angolo, a partire dal picnic tra le rocce di una tranquilla famiglia americana che si trasforma in un incubo quando dal cielo piove una specie di meteora accompagnata da scariche elettriche, dinosauri che si azzannano fra di loro (il solito coccodrillino truccato da dimetrodonte che morde il varano). Da lì in poi entra in scena il Ro-Man (sotto la pelliccia George Barrows) che deve distruggere l'ultima famiglia superstite all'invasione (che si vede solo attraverso panoramiche di città bombardate). Tra macchine che fanno le bolle di sapone, antenne che emanano scariche elettriche ed un primo, rozzo, prototipo di schermo ultrapiatto, il mostro strangolerà la loro bambina, ucciderà lo sposo della figlia del patriarca (l'ultimo scienziato sopravvissuto) e cercherà di violentarla (????) prima di essere fermato. In realtà, alla fine si rivelerà essere tutto un incubo del ragazzino e questo, a parer mio, da un senso a tutta la vicenda, altrimenti contrassegnata dal puro delirio fantascientifico.

Certo le ambientazioni sono quello che sono (la famiglia sopravvissuta la vediamo all'interno di un cantiere edile che simula la città distrutta) gli effetti sono più che altro psicotronici e gli attori recitano in maniera superficiale, ma non si può negare a Robot Monster un fascino evocativo prorompente, proprio per la sua diversità rispetto ai prodotti dell'epoca e per l'estremo grottesco (dettato più che altro dalla carenza di mezzi) di un mostro alieno che non ha eguali nella storia.