mercoledì, 30 gennaio 2008

IL BOSCO FUORI (2006)

Opera prima del giovane romano Gabriele Albanesi, il quale, dopo un paio di cortometraggi di successo, decide di porsi in gioco in prima persona con un lungometraggio completamente autoprodotto. Grazie anche al supporto di produttori associati di tutto rispetto come i Manetti Brothers e Sergio Stivaletti, il film ha trovato velocemente una distribuzione cinematografica, sopratutto all'estero, dal momento che in Italia è uscito in una sola sala a Roma e in qualche festival di genere. Costato 45.000 euro, Il Bosco Fuori è stato accolto positivamente sopratutto in Giappone dove è uscito con il poco edificante nome di "Italian Chainsaw". Da noi è appena uscito in Dvd anche se probabilmente rimarrà più una chicca per estimatori che altro. Da un lato è un bene visto che il film ha un assetto decisamente amatoriale, dall'altro però rappresenta un pur flebile singulto di una cinematografia indipendente nostrana che fatica ad affermarsi al grande pubblico. Con tutto il rispetto e l'ammirazione per Albanesi ed il suo lavoro, girato con notevoli sacrifici e a ritmi vertiginosi, non possiamo però dire di essere davanti ad un film nel vero senso della parola. Allorchè Lorenzo Bianchini ci aveva confezionato un prodotto analogo (nel senso amatoriale) con Lidris cuadrade di tre, questi era pur sempre un'opera originale, dove il respiro cinematografico iniziava a farsi sentire. Con il Bosco Fuori invece manca assolutamente una coerenza di base che ci permette di prendere sul serio i personaggi, la cui recitazione oscilla sempre tra il patetico e il grottesco, le situazioni, portate troppo all'eccesso per essere credibili, ma sopratutto gli effetti e il make up, che pur essendo realizzati da un artigiano di fama come Stivaletti rasentano il ridicolo.

L'inizio prometteva bene, con una famigliola felice che va fuori strada per una gomma bucata, il padre (breve cameo dell'ex Vj Enrico Silvestrin) muore sul colpo e Mamma e figlio cercano aiuto nel bosco, arriva un'auto che mette sotto la donna, scende il guidatore ma invece che aiutarla, la finisce con un sasso. Peccato che poi la storia si evolve in maniera discontinua con una coppietta aggredita da un trio di coatti (forse i personaggi migliori di tutto il film) che cerca di stuprare la ragazza (Daniela Virgilio). Una famigliola interviene, il padre (che sembra una brutta copia di Leonardo Pieraccioni) estrae la pistola e fa scappare i manigoldi. I due giovani vengono invitati nella dimora all'interno del boschetto ma finiranno dalla padella alla brace.

Non bastano litri e litri di sangue buttati sulle pareti per migliorare l'opera, troppe situazioni al limite del ridicolo, troppi dialoghi buttati a caso, recitazioni non convincenti o di maniera, scene e citazioni fritte e rifritte e poi, scusate, basta...basta con stà sega elettrica che ormai appare dappertutto. A parte la carenza di originalità nel film di Albanesi, manca completamente la dimensione della settima arte, pensare che bastavano due o tre espedienti, un paio di idee più curate, una sceneggiatura meno rozza e più studiata per fare almeno un film decente. Un'occasione mancata, peccato. Ci auguriamo che Albanesi ci riprovi con più metodo, esperienza e magari, la possibilità di lavorare più serenamente e con più personalità nella prossima opera. 

martedì, 29 gennaio 2008

LA TERZA MADRE (2007)

Si chiude in maniera disastrosa, la trilogia di Dario Argento cominciata nel lontano 1977 con quello che è comunemente considerato il suo capolavoro Suspiria. Dopo Mater Sospirorum e Mater Tenebrarum questo terzo capitolo dedicato alla Mater Lacrimarum si risolve in lacrime, si, ma per lo spettatore pagante che assiste allo squallore più completo di un regista che dovrebbe ormai essere in cassa integrazione ma continua a propinarci un film dietro l'altro senza più metterci passione nè anima. Più che con un horror, quindi, Argento ha voluto chiudere la triade con una parodia, perchè questa pellicola fa veramente ridere. Già solo la presenza di Asia Argento come protagonista, attrice notoriamente negata in qualsiasi ruolo, potrebbe dare adito a qualche perplessità, se poi ci si mette dentro una sceneggiatura scritta da ben cinque mani totalmente fuori sincrono, con personaggi che entrano ed escono dalla scena senza alcuna logica, una Daria Nicolodi ridotta a fantasma in tre dimensioni, lunghe carrellate senza senso, Udo Kier che ricorda  la sua interpretazione del miliardario Ron Camp in Ace Ventura: Pet Detective piuttosto di quella del Dr. Frank Mandel nel primo capitolo della trilogia, Philippe Leroy sulla sedia a rotelle che parla come se avesse un topo morto in bocca, il risultato supera di gran lunga la concezione estetica del "brutto" tanto osannata in questo Blog.

Che poi, attenzione, un film può essere brutto per tanti motivi, mancanza di esperienza del regista, mancanza di fondi, noie produttive ma, per quanto riguarda La Terza Madre, iperproduzione italiana, con cast internazionale e un regista che ha un nome importante nel mercato mondiale, non ci sono scusanti. L'unico sentimento che pervade questi fotogrammi è il senso del ridicolo, senso che trova la sua apoteosi nella grottesca orgia finale con la madre lacrimarum interpretata da una Moran Atias con le tette visibilmente rifatte.

Non parliamo poi di come viene rappresentata Roma in versione demoniaca, esemplificata da scenette di violenza da operetta assolutamente meno crude di una discussione ai semafori fra due automobilisti romani. Gli inserti lesbo sono assolutamente gratuiti e insoddisfacenti almeno quanto lo splatter , oltretutto fatto malissimo da un Sergio Stivaletti che non è mai stato granchè sul fronte make up ( neppure quando lo osannavano tanto in Dèmoni) ma che qui raggiunge veramente il minimo sindacale dell'impegno.

La trama è inutile pure raccontarla, tanto si parla di tuniche che vengono rinvenute in bare ottocentesche che risvegliano la madre e tutte le streghe iniziano a gironzolare per le strade ipertruccate e colorate più da festival punk che da sabba esoterico.

Persino la scimmietta che gironzola per il film è fastidiosa, al punto che quando viene schiacciata da un masso, è l'unico momento da applausi all'interno di un film talmente insipido e sterile.

 

giovedì, 24 gennaio 2008

I LUNGHI CAPELLI DELLA MORTE (1964)

Antonio Margheriti è uno dei registi più importanti del nostro panorama a partire dal dopoguerra, uno dei più coraggiosi si può dire, una specie di mestierante oggi in via d'estinzione. Capace di spaziare in più generi, si è sempre cimentato, con esiti entusiasmanti, sopratutto nell'horror e nella fantascienza.

Questa favola gotica ambientata nel medioevo oscuro è un perfetto esempio di come, attraverso atmosfere cupe, trame intricate, stregoneria e superstizione si potesse imbastire un film realmente terrificante e, ancor oggi, avvincente. Complice una storia nera che più nera non si può, dal gusto retrò con una marcata influenza proveniente dai racconti di Edgar Allan Poe, senza peraltro rinunciare a riferimenti sessuali e morbosi che trascinano lo spettatore in un vortice di passioni e di perversioni senza pari.

La storia, scritta dal bravo Ernesto Gastaldi (altro oscuro mestierante da riscoprire) e sceneggiata dallo stesso regista, vede Adele, una strega condannata al rogo in quanto accusata di aver ucciso con il suo maleficio, il conte Franz. La figlia Mary cerca di intercedere per la madre con il fratello di Franz, il conte Humbold (Giuliano Raffaelli) ma questi la seduce con l'inganno e dopo la uccide. Intanto il vero autore dell'omicidio, il giovane e crudele  Kurt (George Ardisson) vede crescere la figlioletta della strega nel suo castello, la giovane Elizabeth (Halina Zalewska). Innamoratisi, la costringe a sposarlo. A un certo punto però, Mary (Barbara Steele) torna dalla tomba nelle vesti di una nobildonna di cui Humbold, prima di morire di paura, riconosce le fattezze della vittima del suo inganno. La donna farà innamorare di sè Kurt e con esso ordirà un intrigo per uccidere Elizabeth. Come si evince dalla sinossi, siamo di fronte ad una storia complessa, con un finale trucido e allegorico, il tutto reso più marcato da una splendida fotografia in bianco e nero, uno stuolo di attori (La Steele una spanna su tutti) in grandissima forma e un'ambientazione perfetta. A differenza di altri prodotti che verranno, sopratutto negli anni '70 e '80, qua c'è molta attenzione alla sceneggiatura e difatti ogni cosa si inserisce perfettamente nell'incastro creando un gioco al terrore che regge più sulle inquietudini e sulla crudeltà dei personaggi che non sugli effettacci (peraltro interessanti per il periodo).

Margheriti è abile nel seguire i personaggi attraverso corridoi e segrete oscure, da spessore ai particolari e ai personaggi, crea attenzione e la mantiene costantemente in un crescendo di rara intensità che ha reso la scuola italiana un paradiso felice, almeno per un breve lasso di tempo. 

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lunedì, 21 gennaio 2008

PINK MOON (2007)

Ecco il mio nuovo cortometraggio in versione completa...fatemi sapere le vostre impressioni, critiche, insulti e consigli...li attendo con grande interesse! 

 

PINK MOON(2007)

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domenica, 20 gennaio 2008

The Beast from 20,000 Fathoms (1953)

Una domanda mi è sorta spontanea dopo aver rivisto questo mirabile esempio di Monster Movie dell'epoca che fu, ma J.J. Abrams aveva proprio bisogno di andare in Giappone per trovare l'ispirazione per il suo Cloverfield ? Va bene che citare i Kaiju Eiga, Godzilla e il cinema orientale in generale fa tanto moda oggi ma non serviva andare tanto lontano per cercare un mostro che passeggiava per New York.

Il Redhosauro che distrugge la metropoli americana è forse una delle creature più belle realizzate dal mago a passo uno Ray Harryhausen, l'unico in grado da dare una personalità ad un mostro preistorico risvegliato dagli esperimenti nucleari compiuti nel Polo Nord. In particolare le scene finali, ambientate in un Luna Park in fiamme con Lee Van Cleef che gli spara un proiettile radioattivo dalla pedana delle montagne russe, danno quell'atmosfera retrò che ancor oggi, nostalgia a parte, non manca di fascino e bellezza. A tutti gli effetti questo B-Movie del 1953 diretto da Eugène Lourié è da considerarsi un punto di riferimento per tutta la monster-fi del dopoguerra, la prima mezz'ora si consuma in mezzo ai ghiacci con lo scienziato di turno Paul Hubschmid che assiste alla scongelazione del dinosauro, ovviamente nessuno gli crede ma in New Scotia una nave affonda e i due sopravvissuti dicono di aver visto un serpente marino. Poi un faro del Massachussets viene distrutto in una  inquietante scena notturna, assistiamo poi all'esplorazione sottomarina del paleontologo Cecil Kellaway, inframezzata da un divertente duello fra uno squalo e una piovra (filmati probabilmente in un acquario), per arrivare al clou delo spettacolo con la prima apparizione del dinosauro nel porto di NY.

Le poche scene di panico con gente che scappa da tutte le parti si alternano al mostro che cammina in mezzo a modellini di cartapesta. Eppure nonostante la pochezza dei mezzi e l'ovvia arcaicità degli effetti speciali, le scene di distruzione sono mirabili e certe inquadrature (lo scontro del mostro con la guardia nazionale) sono altamente spettacolari. Insomma è vero che oggi questi film possono ispirare tenerezza ma se la vostra capacità di tornare bambini è ancora forte, film come questo offrono un biglietto per un favoloso viaggio nel tempo in cui l'atomo svegliava i mostri e l'esercito americano era una forza difensiva e non un dispensatore di guerre nel resto del mondo.

La storia è un libero adattamento da "The Fog Horn" del grandissimo scrittore Ray Bradbury

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giovedì, 17 gennaio 2008

OPEN WATER (2003)

Ecco uno di quei film che riescono a sorprenderti in modo piacevole per la loro semplicità e compattezza ma anche e sopratutto per quel giro di vite emozionale che le inquadrature comunicano senza troppi ricami, artifizi ed effettacci. Open Water è un film pulito, netto, quasi un documentario, Chris Kentis scrive, dirige e riprende in modo asettico le disgrazie di una coppia di turisti americani in vacanza su un isola caraibica. La prima mezzora sembra il loro filmino delle vacanze ma poi, quando la coppia sale su una barca che li porterà in mare aperto per fare un'escursione subacquea, tutto prende una piega più che drammatica. Attardatisi a risalire, i due subacquei scoprono che, per un banale errore del navigatore, sono stati dimenticati in acqua, la barca è sparita all'orizzionte e Susan (Blanchard Ryan) e Daniel (Daniel Travis) per un tragico scherzo del destino, sono prigionieri in balia delle onde e di un branco di squali che, inesorabilmente comincerà ad attaccarli. Realizzato con un budget bassissimo, il film è stato girato interamente in digitale da Kentis e sua moglie che lo hanno di seguito venduto alla Lion's Gate. 

Open Water è stato girato realmente in mezzo al mare (nei weekend) sotto la supervisione di un esperto che attirava gli squali sul set con una pasta oleosa e impediva che questi aggredissero di seguito la troupe. La storia si ispira ad un fatto realmente avvenuto, tuttavia Kentis evita di romanzare troppo e si concentra sulla tensione, le inquadrature a filo d'acqua in cui si vede il contrasto tra sopra (il mare tranquillo) e il sotto (il branco di squali) crea, assieme alle lente e improvvise apparizioni delle bestie, un reale senso di terrore accentuato dall'immensità del panorama marino che fa da perfetta location ad una tragedia improvvisa e beffarda, un piccolo incidente che potrebbe capitare a chiunque e proprio per questo, ancora più terrificante. 

 

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sabato, 12 gennaio 2008

L'ULTIMO TRENO DELLA NOTTE (1975)

Il film di Aldo Lado ha raccolto negli anni parecchi estimatori sopratutto all'estero ( tant'è che è stato citato anche da Eli Roth nel recente Hostel: Part II ) soprattutto per l'affresco piuttosto fedele di una società dove la differenza fra il mondo degli emarginati sociali e qello della ricca borghesia perbene era molto marcata. Stiamo ovviamente parlando della metà degli anni '70 dove i giovani cominciavano a conoscere l'era punk del "no future" e dove il reazionarismo post fascista cercava di arginare un fiume in piena fatto di ribellione al sistema e anarchia pura. Pur essendo a tutti gli effetti un "rape and revenge" ispirato anche al classico The Last House on the Left di Wes Craven, il film affronta in modo semplice ed anche ingenuo questo scontro generazionale diventando così una preziosa testimonianza del passato, seppur alterata dalla fiction rispetto magari a tanti altri prodotti dell'epoca.

I due sbandati e ribelli interpretati da Flavio Bucci e Gianfranco De Grassi vengono dipinti in negativo in quanto tossici, rapinatori e violenti in contrasto con le loro due giovani vittime, le sorelline virginee e  perbene Marina Berti e Laura D'Angelo. A far da punto d'incontro tra i due mondi ci pensa però Macha Méril nella parte della ricca signora lussuriosa che si allea coi due teppisti perpetrando un vortice di degrado e malvagità elegante che ovviamente la farà franca alla fine. Come dire che le apparenze ti salvano nonostante tutto! La storia scritta da Roberto Infascelli vede Blackie e Curly, due ragazzacci che dopo aver picchiato uno vestito da babbo natale ed aver cercato di rapinare una signora con la pelliccia fuggono su un treno in partenza dove le due sorelline viaggiano per raggiungere il facoltoso papà chirurgo Enrico Maria Salerno. Durante il viaggio i due vagabondi incontrano la signora con cui Blackie ha un rapporto nel cesso. Subito dopo fanno conoscenza con le ragazze che dapprincipio sembrano divertite per la presenza dei bad boys ma subito dopo la loro coscienza di brave fanciulle rifiuta quel mondo sporco e rozzo in cui vivono i balordi, troppo tardi. I due, coadiuvati dalla ricca ninfomane, fanno violentare una delle due da un passeggero guardone (che farà di seguito la soffiata alla polizia) e trafiggeranno con un coltello la vagina all'altra.

Le due giovani finiranno gettate fuori dal finestrino. I tre scendono poi alla fermata delle due ragazze e faranno conoscenza con il loro papà, il quale dopo aver scoperto la loro colpevolezza deciderà di farsi giustizia da solo. Emblematico in tal senso il finale con la Meril che si copre col velo del cappellino il volto quasi a voler significare l'ipocrisia di una classe borghese che nasconde le sue efferatezze dietro una maschera socialmente accettabile. Altro momento metaforico è la scena in cui un gruppo di nostalgici nazisti si mette a cantare nel vagone, entra Flavio Bucci urlando "Heil Hitler" e facendo di seguito il gesto dell'ombrello. La ribellione non paga, l'ipocrisia si. Musica di Ennio Morricone con un brano struggente cantato da Demis Roussos che fa da contraltare romantico alla disperazione di una società al collasso.

    

 

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lunedì, 07 gennaio 2008

PLANETA BURG (1962)

Pur non essendo esente da retorica propagandistica (ma a quei tempi era cosa normalissima) questa produzione sci-fi sovietica è un prodotto di rara bellezza e poetica che si potrebbe definire quasi una risposta russa al capolavoro di Fred M. Wilcox del 1956 Forbidden Planet. Ovviamente il film di Pavel Klushantsev non ha la stessa forza visiva e lo stesso strabiliante impatto dei suoi effetti speciali. Qui a dir la verità questi ultimi appaiono un pò posticci e datati ma a questo limite evidentemente economico, si compensa con una straordinaria rappresentazione dell'incomunicabilità fra esseri viventi di mondi ( e nazioni) diverse. La storia infatti narra le vicende di un gruppo di astronauti sovietici atterrati su Venere dove trovano un mondo ancora immerso nell'era preistorica con piante tentacolari, pterodattili, brontosauri e rettili su due zampe.

L'esplorazione degli uomini prosegue nelle profondità marine dove trovano un dragone pietrificato dall'occhio di diamante e una strana pietra triangolare. Giunta nella regione dei vulcani, la squadra attraverserà il fiume di lava perdendoci dentro il loro robottone dorato. Gli astronauti però non riusciranno a trovare tracce di vita pensante se non pochi secondi prima di ripartire, quando all'interno della pietra triangolare scopriranno l'immagine di un volto alieno. Lo spettatore vedrà l'extraterrestre riflesso in una pozza d'acqua con le mani alzate poco prima della fine del film, intento quasi a salutare quegli strani esploratori con cui è purtroppo mancato il contatto.

Conosciuto anche con il titolo "Planet of  Storms" e in italiano "I sette navigatori dello spazio" Planeta Burg rappresenta un raro excursus di cinema russo fantascientifico da riscoprire e apprezzare sopratutto da chi come me, adora lo sci-fi d'annata. Nel 1965 Roger Corman lo distribuì in occidente in una versione rimontata con l'aggiunta di attori americani (tra cui Basil Rathbone) col titolo Voyage to the Prehistoric Planet mentre tre anni dopo anche Peter Bogdanovich ne rubò alcune scene per il suo Voyage to the Planet of Prehistoric Women.

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venerdì, 04 gennaio 2008

COSA AVETE FATTO A SOLANGE? (1972)

Dopo il successo de L'Uccello dalle piume di Cristallo in Italia, agli inizi degli anni '70 ci fu un proliferare di pellicole di genere che assunsero il nome di "Giallo all'italiana", termine che ancor oggi identifica una speciale nicchia del nostro cinema anche all'estero. Certo lo spaghetti thriller esisteva anche nel decennio precedente (si pensi allo splendido La Ragazza che sapeva troppo di Mario Bava) ma se prima ci si riferiva a Alfred Hitchcock , ora le linee guida veninvano regolamentate anche attraverso la tecnica innovativa di un giovane romano di nome Dario Argento, il quale, pur ispirandosi anch'esso al grande maestro americano, prendeva le distanze con una serie di originali e sorprendenti escamotage: l'uso della soggettiva, riferimenti espliciti al sesso e una dose di violenza e sangue superiori alla media consentita del periodo. Non stupisce quindi che la scuola argentiana diede forma ad un'infinita serie di thriller tutti dotati di un serial killer particolarmente feroce ed una cospicua serie di vittime più o meno discinte ma sicuramente quasi tutte femmine e graziose.

Fra gli esempi meglio riusciti spicca questo lavoro di Massimo Dallamano coadiuvato da Joe D'Amato nella veste di direttore della fotografia e Ennio Morricone autore delle musiche. Il thriller, girato direttamente a Londra, vede Fabio Testi professore di italiano all'interno di un college cattolico. Il nostro, nonostante sia sposato con una bionda teutonica (Karin Baal) predilige le giovani collegiali ed in particolare Elizabeth (Cristina Galbó) figlia di un colonnello dell'esercito. Purtroppo la sua tresca viene disturbata dalle atrocità di un serial killer che si diverte ad infilare un coltellaccio fra le gambe delle studentesse del suo corso. Dapprima sospettato lui stesso, il professore deciderà di procedere con le indagini personalmente, arrivando a scoprire che le giovani vittime erano tutt'altro innocenti e che il movente della serie di omicidi risale alla giovane Solange (Camille Keaton) rimasta segnata da un evento misterioso che l'ha ridotta ad una specie di down.

Nonostante la trama sia tutt'altro che originale, il film viene valorizzato da una scrittura efficace e priva di sbavature (evento, nel genere, veramente raro) e da un'ambientazione appropriata. Non mancano riferimenti di stampo moralistico e religioso, come in uso all'epoca (l'assassino si veste da prete) e Dallamano, nonostante la trasferta, ci dispensa un pò di sano nazionalismo ("L'italiano è la lingua più bella del mondo" dice Fabio Testi alla sua consorte teutonica) che, a dispetto dell'esterofilia nascente, ci fa capire quanto il cinema e sopratutto il popolo italiano fossero ancora considerati. In tutto questo i riferimenti argentiani sono relegati esclusivamente ad una scena di omicidio nella vasca da bagno, realizzata egregiamente attraverso una soggettiva veloce e pulita, per il resto il film ricorda il miglior Bava coivolgendo lo spettatore in una girandola di trame e sottotrame non casuali nè gratuite dove anche le sporadiche scene di nudo, pur essendo inserite per attirare più gente possibile al botteghino, ci appaiono come una caratteristica di quegli anni (emblematica la ragazza nuda dipinta di bianco che posa per una pubblicità del latte) e come tale imprescindibile nel contesto dello spettacolo.

 

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mercoledì, 02 gennaio 2008

[REC] (2007)

L'ultimo film diretto dal vate spagnolo Jaume Balagueró a quattro mani con Paco Plaza ci dimostra ampiamente che, se raccolta bene, l'esperienza di The Blair Witch Project può portare a risultati sorprendenti. Il segreto sta tutto nel rendere giustificabile la presenza della telecamera in ogni situazione, almeno per quanto riguarda un modello di cinereality il cui obiettivo è dare la sensazione del vero più vero anche in situazioni estreme e irreali come nel caso di questa sorta di reportage horror girato da una troupe televisiva capitanata dalla frontgirl Angela (la bella e brava Manuela Velasco) con il compito di seguire passo passo una serata di lavoro dei "Bomberos" ovvero i pompieri spagnoli.

Il film inizia con prove di trasmissione, interviste varie e scene di relax all'interno della caserma nell'attesa di una chiamata di soccorso. L'intervento serale prevede un'operazione abbastanza tranquilla, i bomberos vengono chiamati per soccorrere una vecchia all'interno di un palazzo, colta da un malore. Ma qualcosa non va per il verso giusto. La vecchia si rivela più aggressiva del previsto e azzanna alla gola un poliziotto, subito dopo succede il finimondo. Gli inquilini, due poliziotti, i pompieri e la troupe rimangono bloccati nel palazzo, posto in quarantena apparentemente senza motivo . Di lì a poco si scatenerà l'inferno con gli appestati che assalgono i condomini a loro volta contagiati in una girandola di orrori resi ancora più vividi dal gioco del vedononvedo di una telecamera maltrattata in continuazione tra spintoni, corse su è giù per le rampe di scale, immagini sfuocate e scene buie dove si sente solo urlare. Balaguerò e Plaza non cercano di fare un film originale e si vede, poichè le citazioni si sprecano, da George A. Romero a 28 Days fino ad arrivare, nel bellissimo e terrificante finale, addirittura a The Exorcist, tuttavia sono consci di questo e vogliono solo giocare con lo spettatore, terrorizzarlo ma sopratutto dargli l'illusione che tutto questo stia veramente accadendo. Gli attori convincono e le ambientazioni claustrofobiche coinvolgono, non sono da meno alcune geniali intuizioni come la ripresa delle autopsie di nascosto da una finestrella lasciata aperta o la bambina che azzanna la madre in diretta. Certo, il mal di testa è in agguato e 85 minuti di inquadrature tremolanti e sfuocate possono anche portare allo sfinimento ma il coinvolgimento è totale ed alla fine ci si alza dalla sedia storditi e terrorizzati come era nell'intento dei due registi spagnoli.

Ancora inedito in Italia (se si eccettua la presentazione al Ravenna Nightmare Festival di quest'anno)  [REC] ha tutte le carte in regola per diventare il nostro primo incubo del 2008. Speriamo solo che non dia adito a eccessive emulazioni ( ma il già annunciato remake americano ed il nuovo Romero Diary of the Dead girato anch'esso allo stesso modo non lasciano molte speranze) perchè va bene tutto, ma vedere troppi film fatti da immagini traballanti e sfuocate alla fine genera anche livelli di noia e fastidio molto elevati.