martedì, 27 novembre 2007

FLESHEATER (1988)

Esattamente vent'anni dopo, S. William Hinzman, caratterista e attore decisamente mediocre, decide di far risorgere il personaggio che più di ogni altro lo ha fatto ricordare nella storia del cinema. Ricordate l'inizio di Night of the Living Dead ? Quando i due fratellini portano i fiori sulla tomba del loro amato genitore e vengono assaliti da uno zombi altissimo e vestito di nero? Bene quello zombi era lui, successivamente Hinzman ha lavorato ancora con George A. Romero nel bellissimo Hungry Wives  e nell'apocalittico The Crazies, ma quel poco di fama che gli era rimasta attaccata alla schiena rimase sempre lì, in quello splendido capolavoro horror che lo introdusse meravigliosamente nel cinema.

In FleshEater Hinzman si pone come prima donna in qualità di regista e attore, un film a basso budget sottointitolato Revenge of the Living Dead. L'intento, quindi, è di ricreare una specie di sequel, purtroppo però, chi troppo vuole nulla prende, il film si dimostra un'operazione penosa ed il risultato, nonostante buoni effetti gore, è veramente scandaloso. Insomma il caro Hinzman come regista è veramente uno zombie, più che come attore, le scene sono lente, la sceneggiatura gronda acqua da tutte le parti e lo spettacolo imbarazzante si trascina stancamente per tutti i 90 minuti di una farsa, accentuata maggiormente dal kitch anni 80 che, visto con occhi attuali, risulta veramente ridicolo. Un gruppo di ragazzi, la sera di Halloween decide di fare un picnic nel bosco per pomiciare un pò, peccato che un agricoltore poco distante scoperchia una tomba da cui esce Hinzman e comincia a mordere sul collo tutti quelli che incontra. Non risparmia neanche i bambini e c'è persino una scena di nudo nella doccia, dove ovviamente non succede nulla.

Gli unici due ragazzi sopravvissuti al massacro cercano disperatamente aiuto ma Halloween incombe e con esso anche gli zombi che paiono pedinarli, trasformando in un macello ovunque essi si fermino a chiedere soccorso. Alla fine, citando il film di Romero, verranno trucidati dai vigilantes. Gli zombie camminano in modo ridicolo, con le braccia allargate ai lati e, a certi livelli ricordano le camminate meccaniche da marionetta degli attori di Plan 9 from Outer Space. Chissà, forse, Hinzman guardava più a Edward D. Wood Jr. che a Romero quando ha diretto questa vaccata, ma secondo me avrebbe fatto meglio a guardare ogni tanto nell'obiettivo e rendersi conto che il vero orrore di questo film era la sua assurda e patetica messinscena. 

lunedì, 26 novembre 2007

PATRICK VIVE ANCORA (1980)

Recuperato da più parti nel mondo, questo bruttissimo film di Mario Landi rischia veramente di diventare un cult assoluto. Ed in effetti tutto si può dire su questo finto sequel del film Patrick  di Richard Franklin, tranne che sia noioso. Certo trama e recitazione sono penose, per non parlare di regia e montaggio dozzinali, ma il nudo e le scene gore sono ottime e abbondanti, ed alla fine, se guardato con amici e fiumi di birra, questo film garantisce il successo della serata! Già dalla prima scena, raffazzonata, si capisce l'evoluzione della storia, Patrick (Gianni Dei) e suo padre, il professor Herschell (Sacha Pitoëff) sono fermi con l'auto in mezzo alla strada. Passa un auto, una mano getta qualcosa dal finestrino, volto di patrick inondato di sangue, titoli!!!

In pratica il figlio dell'eminente medico finisce in coma (a proposito avete notato l'omaggio del nome Herschell???), lo vediamo su un letto con gli occhi sbarrati e tanti cavi attaccati alla testa, mentre di fronte a lui, in una stanza verde, dormono altri tre personaggi ignudi collegati ai soliti cavi.

Nella villa arrivano in sequenza un gruppo di persone, invitate dal professore e attirate con svariati pretesti a trascorrere un piacevole weekend. La trama qui si evolve come nel celebre 10 Piccoli indiani di Agatha Christie, c'è Franco Silva nella parte di un politico corrotto che si porta dietro la moglie mignotta (ebbene si... Carmen Russo!!!) quasi sempre nuda, viene bollito vivo in piscina. Giovanni Di Benedetto invece ha i sensi di colpa perchè non ha aiutato delle persone coinvolte in un incidente e viene appeso ad un gancio sopra a un pozzo. Nel frattempo la bellissima Anna Veneziano (che dopo questa esperienza cinematografica ha giustamente mollato il colpo) va nella stanza di Patrick e comincia a sentire strani desideri sessuali. Durante una cena Mariangela Giordano entra in sala da pranzo ubriaca e si malmena con Carmen, le strappa ovviamente la gonna e viene portata via dal suo accompagnatore, il losco Paolo Giusti, verrà impalata dalla vagina alla bocca con uno spiedo in una delle scene più aberranti e ben dettagliate del film mentre alla povera Carmen toccherà la decapitazione attraverso il finestrino di un'auto.

Insomma muori di qui e muori di là arriviamo alla scena della masturbazione della segretaria (sempre Anna Veneziano) in mezzo a luci stroboscopiche verdi e gli occhioni di Patrick che spuntano da tutte le parti in sovrimpressione e mi ricordano un altro cult in b/n che si intitolava Killers from Space. Quindi Patrick ha decisamente preso una cotta per la bella assistente del padre e quando questi decide di uccidere anche lei scoppia il finimondo. Si perchè alla fine scopriamo che tutto il piano è ordito dal vendicativo professore, il quale, con l'aiuto dei poteri generati durante il coma del figlio (attraverso l'energia rubata alle tre cavie) ha selezionato un gruppo di persone che forse hanno tirato la bottiglia in faccia al figlioletto. In pratica Herschell ha stilato una statistica di 6 persone che con tutta probabilità passavano sulla strada al momento dell'incidente e ha deciso di farli fuori tutti.

Già solo con queste motivazioni il film risulta ridicolo, se poi aggiungete che le protagoniste girano quasi tutte nude per le stanze e nonostante questo nessuno degli ospiti maschili denota alcun segno di desiderio sessuale, potete rendervi conto della caratura di quest'opera italiana. La recitazione come già detto sopra è ai minimi termini, gli attori entrano in scena, dicono la battuta e se ne vanno tipo la cameriera Meg (che verrà sbranata, nuda, dai cani) che dice al Di Benedetto "Devi andare via da questa casa", lui risponde "Non posso" e lei "Io ti ho avvertito!!!"

Insomma la qualità è quella che è ma il divertimento è assicurato!

domenica, 25 novembre 2007

MERMAID IN A MANHOLE (1988)

Quarto capitolo della infame serie Guinea Pig inventata da Hideshi Hino e concepita come una sorta di mostra degli orrori giapponese a partire dal primo capitolo, una vera e propria rielaborazione dello snuff movie con tutti i problemi giudiziari al seguito sopratutto dopo la denuncia di Martin Sheen, che lo scambiò per vero. A prescindere dalle questioni di falso e vero che la serie suscitò, questo Manhoru no naka no ningyo cambia direzione per quanto riguarda il plot espresso nei precedenti capitoli. Abbandonata la pura e semplice rappresentazione gratuita di torture e smembramenti, Hino vira verso una vera e propria storia dell'orrore inserendone però un'insolita connotazione romantica. Certo non mancano i dettagli forti, le inquadrature da vomito e il disgusto regna sovrano ma il tutto appare meno gratuito del solito ed il film, di breve durata, si lascia vedere piacevolmente (possibilmente non dopo mangiato).

Un pittore vedovo si aggira nelle fogne tra rifiuti e cadaveri di bambini gettati nelle acque, il suo intento è trovare soggetti da dipingere, lo vediamo infatti intento sin da subito a ritrarre il neonato immerso nelle acque limacciose con gli occhi chiusi. Successivamente però accade un fatto straordinario, nei cunicoli l'artista (Shigeru Saiki) incontra una splendida sirena ferita (Mari Somei), la porta a casa per dipingerla (esortato anche da lei stessa) ma il corpo della creatura è destinato progressivamente a marcire. A questo punto assistiamo ad un tripudio di verruche e tumori marcescenti che prendono possesso gradualmente del corpo di lei, esplodendo in liquami di pus colorato, interiora viscide e vermi schifosi. C'è veramente da stare male a guardare certe scene, pur se ben realizzate (anche troppo).

Il pittore fa di tutto per fermare la decomposizione della sirena ma inutilmente, l'unica cosa da fare è finire il quadro, che partendo da un ritratto si trasforma nella rappresentazione surreale di un volto purulento e grottesco.

Questa versione splatter della sirenetta è, a oggi, la cosa migliore partorita dalla serie Guinea Pig. Un perfetto connubio di poesia e stomaco che si insinua nei nostri occhi e strizza violentemente le nostre viscere regalandoci disgusto e disperazione in quella che potrebbe essere definita una fiaba d'amore virata al nero. Hino ci inonda di vermi giganti che escono dalle piaghe purulente e alle volte, il cervello dello spettatore, talmente aggredito da queste immagini orrende, sembra che riesca a trasmettere al corpo anche gli odori marcescenti di un corpo che si lacera mutando la carne in una nuova, oscena, forma d'arte.

 

venerdì, 23 novembre 2007

VIBROBOY (1994)

Da più parti mi era giunta la segnalazione di questo cortometraggio francese ad opera dell'allora trentenne Jan Kounen che raggiungerà il successo tre anni dopo con Dobermann. La storia parte dal ritrovamento di una statuetta atzeca in Messico che il travestito Francesca (Michel Vuillermoz) regala alla sua vicina di roulotte (Valérie Druguet). L'ambiente è quello periferico e degradato delle baraccopoli e infatti il marito di Brigitte, Leon (Dominique Bettenfeld) è uno psicopatico violento che tiranneggia la moglie e malmena il trans. Tutto succede abbastanza velocemente e la storia prende una piega surreale quando l'idolotto si rompe e Leon vi trova dentro un antichissimo fallo di pietra dagli strani poteri. Leon, a contatto con l'oggetto inizia a trasformarsi, inserito il fallo in una specie di martello pneumatico dà vita a Vibroboy, sorta di creatura mostruosa, rivestita di lastre e pezzi di metallo che farà passare un brutto quarto d'ora sia a Brigitte ma sopratutto a Francesca.

Lo stile frenetico e videoclipparo del regista comincia a farsi vedere già da questa miniproduzione della durata di mezz'ora circa. Scene lampo, trasformazioni a girandola, incendi, esplosioni e zoomate acrobatiche hanno tutto il sapore del cinema d'azione di fine secolo ma il plot è troppo debitore a Tetsuo e Delicatessen, per poterlo considerare un'opera interessante.

Sinceramente mi aspettavo di più. Certo la fattura è buona e gli attori sono sufficentemente schizzati per divertire ma quando si cerca di realizzare qualcosa di innovativo bisognerebbe prima trovare un'idea quantomeno originale, cosa qui del tutto assente ingiustificata.

Insomma un cortometraggio molto ambizioso, ben realizzato ma che non ha assolutamente nulla da dire. 

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categoria:b movie, psychotronic movies
domenica, 18 novembre 2007

PAPAYA DEI CARAIBI (1978)

Nonostante all'estero sia uscito col titolo Papaya, la dea dei cannibali, questo mirabile esempio del periodo esotico-core di Joe D'Amato, non ha niente a che vedere col cannibal movie. O meglio, a parte la prima scena, dove Papaya (Melissa Chimenti), splendida e sensuale creola dagli occhi profondi, seduce ed evira a morsi un ricercatore bianco. Il tutto fa parte di un'organizzazione di popolani caraibici sloggiati da un villaggio per fare posto ad una centrale nucleare. Questa sorta di società segreta, dedita a riti orgiastici e ad organizzare rapimenti di scienziati impiegati nella costruzione della centrale, catturerà anche Vincent (Maurice Poli) geometra della centrale e Sara (Sirpa Lane, la protagonista di La Bète nel suo periodo di riflusso italiano) giornalista intraprendente con la passione per i combattimenti dei galli. Circuiti dalla bella Papaya, i due verranno avvolti in un mondo magico e misterioso di cui Sara diverrà parte integrante subito dopo aver scoperto di amare alla follia la meravigliosa mulatta.

La trama cerca sviluppi da spystory con inseguimenti di ragazzini, omicidi rituali, sesso e tanto delirio. In realtà appare chiaro che il tutto è incentrato sul pretesto di mostrare più nudità possibile, nonostante, questo di D'amato, non è neanche il più spinto dei film...anzi!). Bisogna però riconoscergli di aver sposato una causa, una volta tanto ecologista, che si potrebbe tradurre in una frase citata da uno dei nativi: "Noi non abbiamo bisogno di centrali nucleari, abbiamo il sole, il mare e l'amore e questo ci basta!"

Certo non deve essere stata una bella pubblicità per i movimenti antinucleari vedere un gruppo di indigeni intenti a sedurre e uccidere gli stranieri invasori ma il film mostra anche argomenti sempre di grande attualità uniti a splendidi corpi che si uniscono in copula, paesaggi caraibici in questo pastiche dopotutto scorrevole e divertente, anche se ancora una volta si deve storcere il naso nel vedere maiali sbudellati in modo assolutamente gratuito (beh almeno qui sono morti prima delle riprese).

 

 

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categoria:b movie, porno era, snuff imitation, zombie and cannibal, italian movies
venerdì, 16 novembre 2007

TURISTAS (2006)

Sulle orme di Hostel esce l'anno successivo questo thriller a tinte forti diretto da John Stockwell che riprende il tema del viaggio da sogno trasformato gradualmente in un incubo, quello che succede, in pratica, a un gruppo di bellocci americani (ma c'è anche qualche inglese) in vacanza sulle terre brasiliane.Dapprima il pullman su cui viaggiano rotola per una scarpata, poi, invece di attendere il pullman successivo i ragazzi si inoltrano nella foresta dove scoprono una spiaggia da sogno ed un baretto in legno pieno di belle ragazze locali. Sembra tutto meraviglioso, alool, musica e bellone disponibili, eppure, la mattina dopo si ritrovano tutti (o quasi) sulla spiaggia deserta, spogliati di ogni avere. E' l'inizio di una via crucis che li porterà nelle mani di un gruppo di loschi trafficanti di organi, decisi a derubarli ancor di più, stavolta dall'"interno".

Stockwell, rispetto a Eli Roth, cerca di sviluppare la trama in maniera più graduale, colmando il divario tra momenti di spensieratezza e scene da incubo. Questo, a mio avviso, rappresenta un punto in più rispetto a Hostel, punto che va a colmare la derivatività del soggetto. Anche qui i luoghi comuni si sprecano, americani buoni, locali cattivi, si accentua meno la stupidità dei ragazzi ma si accresce la loro ingenuità e impreparazione ad affrontare le difficoltà della vita. Il senso di tutto il progetto Turistas sta qui, nel mostrare come si potrebbero comportare un gruppo di giovinastri gaudenti in una situazione difficile. Per fortuna Stockwell ha più buon gusto ed evita facili cadute nel supereroismo, i ragazzi non combattono (almeno uno ci prova ma cade miseramente) ma scappano di continuo. Solo sul finale "SPOILER" esploderanno nella rabbia omicida (in una scena molto debitrice a The Hills Have Eyes ) prendendo a sassate il misterioso e crudele chirurgo brasiliano (il quale, per colmo d'ironia, lo vediamo all'inizio con la spilletta di Medici senza Frontiere).

La sequenza della fuga nelle grotte subacquee è molto efficace, la fotografia è ottima, non si eccede nello splatter e gli attori, pur senza guizzi di virtuosismo attoriale, funzionano. In definitiva un prodotto dignitoso, che offre quello che promette e ci regala momenti di tensione da non buttare via.

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categoria:b movie, gore n splatter, horror and slasher
mercoledì, 14 novembre 2007

CALTIKI IL MOSTRO IMMORTALE (1959)

Ed alla fine anche Cinecittà conobbe il Monster Movie! Ispirandosi al successo di The Blob, uscito l'anno prima, Riccardo Freda e Mario Bava confezionano un'operina sci-fi di tutto rispetto, girata in bianco e nero e infarcita di riferimenti a The Quatermass Xperiment. Freda viene accreditato come il regista effettivo, con lo pseudonimo americaneggiante di Peter Hampton con cui usava presentarsi all'estero, Bava invece viene accreditato come direttore della fotografia e addetto agli effetti speciali, anche se alla fine, pare avesse completato lui il film. Una cosa è certa, la realizzazione della cosa chiamata Caltiki, una viscita entità blobbosa composta da trippa e altre schifezze manovrate dall'interno, è opera sua e dobbiamo dare atto al maestro ligure, di avere operato un vero e proprio miracolo con i soliti quattro mezzi a disposizione e la consueta arte di arrangiarsi tutta italiana. Il mostro fa veramente la sua porca figura, sopratutto nel finale, quando deve confrontarsi con i carrarmatini giocattolo che tentano di bruciarlo. Notevoli inoltre anche gli effetti splatter (vabbè non proprio splatter ma decisamente impressionanti per l'epoca) dei cadaveri gelatinosi che il mostro lascia dietro a sè.

La storia, ben orchestrata, vede un gruppo di archeologi capitanati dal dottor Fielding (John Merivale) inoltrarsi in una caverna messicana alla scoperta di reperti Maya che inducano il motivo della fine della loro civiltà. Scoprono un lago sotterraneo dove riposano le vittime dei sacrifici rituali ma anche un'orrenda creatura che divora uno scienziato e ferisce Max (Gérard Herter), elemento poco raccomandabile della compagnia. Ritornato a Città del Messico, Fielding scopre, attraverso i resti del mostro attaccati al braccio di Max, che il mostro è vecchio quanto il mondo ed è composto da una struttura unicellulare alimentata dalla radioattività. A tutti gli effetti l'amebone è Caltiki, la dea immortale che terrorizzò i Maya determinandone la fine della loro civiltà. Max intanto fugge dall'ospedale con il moncherino al braccio e s'infila nella casa di Fielding per concupire la moglie Ellen (Didi Perego) ma una cometa, che passa ogni 1300 anni portando radioattività nell'atmosfera, provocherà l'abnorme crescita dei resti di Caltiki in un finale strabordante di poltiglia oleosa, modellini che esplodono e tutte le cose che fanno felici gli amanti di questo genere cinematografico.

Pur con tutte le pecche del caso, la povertà di certe scenografie e la poca originalità del plot, Caltiki è un film che funziona, la sceneggiatura di Filippo Sanjust scorre senza sbavature ed a conti fatti, il prodotto finale si erge con orgoglio nel mare di B movie che all'epoca imperversavano al cinema.  

 

lunedì, 12 novembre 2007

Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975)

Un pugno nello stomaco, di quelli che fanno male, malissimo. Ma anche un pugno necessario, oggi più di ieri. La più tremenda delle opere mai realizzate da Pier Paolo Pasolini riesce a superare gli orrori del tempo, restandone sempre al di soprà, con la sua silente ferocia che accompagna le turpitudini di quattro facoltosi fascisti nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, quattro personaggi disgustosi (ma anche quattro attori eccezionali ) che si appelleranno per tutto il film con sedicenti qualifiche come il Duca (Paolo Bonacelli), il Presidente (Aldo Valletti), il vescovo (Giorgio Cataldi) e il magistrato (Umberto Paolo Quintavalle), una villa immensa, un gruppo di ragazzi soldato per i quali la guerra sembra un gioco e un pugno di giovinetti e giovinette che, per 120 giorni rimarranno segregati nell'edificio, oggetto di disgustose pratiche sessuali, coprofagia, turpitudini varie, stupri e umiliazioni inenarrabili.

Ispirandosi a De Sade, Pasolini ci trasporta direttamente nell'inferno dantesco, dividendo il film in gironi contrassegnati dalla presenza agghiacciante di vecchie battone dedite a raccontare le loro esperienze sessuali con borghesi e facoltosi, amanti delle perversioni più estreme. La storia viene raccontata senza musica, eccezion fatta per una pianista silenziosa (Sonia Saviange) che  verso la fine, come risvegliata da una rivelazione, si getterà dalla finestra dopo aver assimilato cotanto orrore. I quattro borghesi fascisti hanno la stessa consistenza dei diavoli, con le loro barzellette odiose, i pruriti omossessuali, i dialoghi stralunati e gli sguardi fissi delle loro maschere facciali, inespressive e prive di alcuna pietà nel relegare l'uomo al più basso livello della condizione sociale, quello dell'animale da soma, della bestia da portare in giro al guinzaglio, da vestire come sposi in una serie di matrimoni grotteschi, in un banchetto a base di merda fumante, in una sequela di orribili torture spiate a turno nel cortile della villa. 

L'unico suono che si sente per tutto il film sono gli aerei, i bombardieri che solcano il cielo, quasi una speranza di liberazione che non arriverà se non attraverso la morte, ma anche questa solo dopo innumerevoli sofferenze!  Le tre signore, la Castelli (Caterina Boratto), la Maggi (Elsa De Giorgi) e la Vaccari (Hélène Surgère) sono narratrici di grande raffinatezza, si muovono come ballerine ipertruccate, bambole del diavolo che raccontano di uomini che si fanno orinare addosso, che torturano giovinette, che mangiano merda delle condannate a morte. I loro dialoghi sono la vera colonna sonora di un film fatto di attese, di campi lunghi, di scene ad ampio respiro che si muovono come se fosse un documentario. Pasolini fa il suo primo vero film d'exploitation documentando in maniera personale una metafora del fascismo e della borghesia ma anche dell'animo umano, che quando libera i più bassi istinti, non conosce limiti.

E tutto questo, credetemi, rende questo film un capolavoro, doloroso, si ma bellissimo!  

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categoria:masterpieces, porno era, snuff imitation, dark movies, italian movies
domenica, 11 novembre 2007

LA BESTIA NELLO SPAZIO (1980)

Ultima incursione di Alfonso Brescia (con lo pseudonimo di Al Bradley) nella fantascienza, a chiusura di un tentativo di saga interstellare  cominciata nel 1977 con Battaglie negli spazi stellari e proseguita rispettivamente con Anno zero - guerra nello spazio e La Guerra dei Robot. In realtà La Bestia nello spazio è più un tentativo di riciclaggio del materiale dei vecchi film che un capitolo conclusivo. L'introduzione dell'elemento erotico o pornografico che dir si voglia, in una sottosaga che faceva il verso a Star Wars è comunque una valida testimonianza del mutare dei tempi e dei gusti del pubblico. Lo straordinario riscontro al botteghino del film "La Bestia" , soft erotico fantasy diretto da Walerian Borowczyk aveva appena sdoganato il sesso nel cinema rendendolo autorale a più livelli, "Una garanzia di successo!" deve aver pensato Brescia, al punto da tentare l'ardito esperimento di una commistione tra pornografia e fantascienza (già vista nel divertentissimo e ultracult Flesh Gordon ). Set, costumi e persino il mostruoso robottone Zakor vengono spudoratamente recuperati per dar vita a uno strano ibrido di generi, mescolando western, horror, sci-fi, fantasy e eros. Alfonso però non si ferma qui, recupera anche Sirpa Lane, la protagonista del film di Borowczyk e ce la piazza dentro con tanto di sogni erotici ricorrenti di un orrendo satiro dotato di un mostruoso pene...

Il film muove la trama dalla ricerca del prezioso Antalium, minerale rarissimo ma necessario per la costruzione di armi neuroniche, che scatena una sorta di febbre dell'oro fra mercenari galattici e capitani interstellari coraggiosi. Tra flashback erotici, risse in bar spaziali e androidi dorati assolutamente ridicoli, il film sfocia nell'immancabile orgia finale che fa intendere ad un possibile taglio, nella versione italiana, vista anche l'estrema castità delle scene a cui assistiamo. Probabilmente Brescia ha voluto più ricreare un soft-core che realizzare un vero e proprio porno ed il risultato finale, deludente sotto tutti i punti di vista, diventa un'enorme pacchianata interstellare, apprezzabile per il suo gusto demodè e per il fatto di aver realizzato una scopiazzatura di un film d'arte per trasformarlo in una mera operazione commerciale.

Reperibilità: Il film in Italia è stato pubblicato in vhs da Shendene e Moizzi per la collana "Sex and Violence", se siete fortunati, in qualche bancarella magari lo trovate.

Curiosità: In Germania il film è uscito con lo stesso titolo di "One Million Years B.C. " (Bestie aus dem Weltraum) capolavoro sci-fi con le creature a passo uno dell'immenso Ray Harryhausen.

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martedì, 06 novembre 2007

IL MOSTRO INVINCIBILE/GAMERA VS. VIRAS/DESTROY ALL MONSTERS

(Gamera tai uchu kaiju Viras,1968)

Il Kaiju Eiga è un genere a parte e come tale dovrebbe essere catalogato. Risulterebbe impossibile altrimenti giudicare film come questo film  di Noriaki Yuasa  che si potrebbe sintetizzare in uno dei suoi innumerevoli nomi:  "Gamera contro Viras". I personaggi umani sono a dir poco irritanti, al limite dell'estremo con due boyscout di 12 anni circa chiamati Masao (Toru Takatsuka) , il giapponesino genietto e Jim (Carl Craig), l'americano scaltro, rapiti dagli alieni dentro un'astronave a forma di palloncini rigati allo scopo di ricattare Gamera, il mitico tartarugone gigante che ruota nello spazio come un'astronave della serie S.H.A.D.O. e lancia fiammate contro i nemici: una sorta di vigilante della terra e amante dei bambini. La terra decide di arrendersi dopo una telefonata delle Nazioni Unite che per salvare due bambini sottomette un intero pianeta (!!!).

Per fortuna che i ragazzini sono scaltri e riescono a liberare Gamera dal costrittore di volontà che gli impone di distruggere Tokyo. A questo punto ci possiamo finalmente godere in pace un bel combattimento tra mostri, ovvero tra Gamera ed il mostruoso polipone Viras, ingigantito dall'unione fra extraterrestri poliponi, truccati da giapponesi in calzamaglia.

Il Kaiju Eiga è così, un genere costruito a uso e consumo dei bambini, dosando la loro ingenuità ad un comparto visivo che, in assenza di mezzi, fa miracoli e ci regala dei bei momenti kitch.

Dedicato a chi non smette di sognare i tartarugoni giganti!