venerdì, 31 marzo 2006

Bubba Ho-Tep (2002)

Se il cinema lo aveva dimenticato, Don Coscarelli non ha certo dimenticato come si fa il vero cinema, quello brioso, geniale e fantastico dei tempi di Phantasm, il suo indiscusso capolavoro horror datato 1979. Da allora il cineasta libico (ma in parte anche italiano) ha proseguito nella saga di Tall Man e le micidiali sfere killer, alternandosi con la saga di The Beastmaster  (da noi uscito come Kaan Principe guerriero) ma senza grandi lampi di genio. Miracolosamente risorto dalle sue ceneri nel 2002, Coscarelli ci regala questa preziosa gemma inspiegabilmente ignorata dai nostri distributori locali. Peccato perchè questa pellicola, tratta da un breve  racconto di Joe R. Lansdale e magistralmente interpretata da Bruce Campbell rappresenta un delizioso omaggio al cinema horror anni '80, genere che ha ancora tanti estimatori nel nostro paese.

Ovviamente chi cerca lo spavento e la tensione si astenga da Bubba Ho-Tep, che non mancherà di attrarre  invece, chi, nel cinema, cerca qualcosa di diverso dal solito, una storia originale e tantissima ironia di fondo. In una clinica per anziani malati troviamo nientemeno che Elvis Presley, il quale fattosi sostituire nella vita da un sedicente imitatore di nome Sebastian Huff, ha cercato di rifarsi una vita nell'anonimato, senonchè, a causa di un incendio perderà tutti i documenti della sua vera identità. Per campare, quindi, decide a sua volta di diventare un imitatore di se stesso, finchè una caduta dal palco lo priva temporaneamente dell'uso delle gambe e con una brutta ferita al "coso". Ma nella clinica iniziano ad accadere cose strane, morti misteriose ed un enorme coleottero che svolazza per le stanze (molto simile al moscone assassino di Phantasm I ), in breve Elvis e il suo amico del cuore JFK (Ossie Davis) che, a sua volta, crede di essere il presidente Kennedy ( peccato che sia nero) si troveranno faccia a faccia con una mummia vivente succhia anime che indossa stivali da cowboy !! Come vedete, c'è abbastanza materiale perchè questo film diventi un cult del cinema bizzarro, una pellicola originale in cui gli interpreti recitano in stato di grazia rendendo ben delineato lo spessore dei personaggi e dove la trama scorre alla perfezione senza alcuna sbavatura. Impossibile non amare Bubba Ho -Tep, speriamo solo che Don Coscarelli non  faccia passare altri 20 anni prima di regalarci un altro capolavoro come questo.  

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categoria:masterpieces, zombie and cannibal, horror and slasher
domenica, 26 marzo 2006

Multiple Maniacs (1970)

Ci sono tante cose in comune tra John Waters e Pier Paolo Pasolini : il gusto dell'eccesso, lunghi dialoghi e la ripresa del vero che più vero non si può ovvero il mondo degli emarginati dei freak che si trasformavano nelle borgate romane. Entrambi cercano la verità ma John Waters lo fa con un piglio molto infantile e goliardesco. Divine veste con un abito molto semplice anni '60 ma tutta la sua cattiveria trasgressiva la esprime nel rossetto sulla bocca che lo rende più simile ad un ghigno satanico alla "joker" maggiormente accentuato nella psichedelica scena del sesso lesbico in chiesa (anche se per un travestito la parola "lesbica" appare un pò come un controsenso). In questa scena Divine viene masturbata da una distinta signora (Mink Stole)  con un rosario ed è stata girata in una vera chiesa (anche se al prete non era stato rivelato il vero intento del regista), la scena di sesso viene inoltre intervallata da una sorta di riedizione della passione di Gesù Cristo, piuttosto feroce (le scatolette di tonno ed il pane imbustato come sorta di pani e pesci dell'era consumistica). In Multiple Maniacs, uno dei primi lungometraggi del regista di Baltimora, considerato il re del cattivo gusto (ma a Baltimora pare abbiano tutti una predilezione per il kitch), appaiono tutti gli attori della Dreamland , una specie di comune cinematografica tra John, Mink Stole, Edith Massey , David Lochary e naturalmente Divine.

In questo film Waters esprime tutta la sua predilezione per le storie criminose (John Waters ama assistere ai processi in tribunale) e cita anche il massacro di Bel Air e Sharon Tate.L'uso del bianco e nero rende tutto molto suggestivo ma è sopratutto nel finale catartico che si esprime al meglio la tragicità grottesca di questo "non facile da digerire" film, un finale in cui muoiono tutti (o quasi) per mano di Divine, trasformatasi progressivamente in un serial killer cannibale che mangia il cuore al suo ragazzo per poi, chissà come e all'improvviso venire stuprata da una enorme aragosta dal nome mitico di Lobstora, una sequenza da incubo in cui Divine non lesina certo le urla disperate, è tuttavia grottesco che mentre l'aragosta stupra divine, si vedono i cavi che sorreggono il plasticoso crostaceo. Ma non finisce qui, Divine, completamente pazza esce di casa in vestaglia e pelliccia, inizia a sfasciare macchine ed aggredire gente (che del resto fugge ridendo) prima di venire uccisa, in un selvaggio rituale hippy, dalla guardia nazionale. Cosa rende questo film mitico? Il magico mondo dei disperati annusatori di colla e l'incomparabile interpretazione di Divine, mostro goliardesco del futuro e tutta la setta di pazzi che ha partecipato alla realizzazione di questo capolavoro.

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categoria:masterpieces, b movie, trash movie, punkie junkie
lunedì, 20 marzo 2006

The Ape Man (1943)

Ah! Come adoro questi piccoli, piccolissimi film di un'epoca in cui andare al cinema era un puro divertimento e non un investimento sulla qualità del film stesso. In questa vecchia, sconosciutissima pellicola in bianco e nero, diretta da un anonimo regista di nome William Beaudine troviamo un emulo del miglior Corman ed un Bela Lugosi non ancora sulla strada del declino ma abbastanza gigionesco da rendere godibile la storia demenziale di uno scienziato che si finge scomparso, salvo poi essere relegato assieme ad un vecchio gorilla nel suo laboratorio, completamente ricoperto di peli ed ingobbito da una scimmesca mutazione.

I sorrisetti del Bela si sprecano mentre cerca disperatamente di tornare eretto uccidendo persone per estrargli il fluido spinale atto a ricomporre la sua corporatura umana. I delitti vengono compiuti dal gorilla e in questo troviamo un chiaro riferimento ad Edgar Allan Poe ed il suo racconto della Rue Morgue. In tutto questo vediamo incalzare sempre più l'invadente presenza dei giornalisti (i media erano voraci anche allora!) che lo porteranno inevitabilmente alla catarsi finale. Bela alza ancora le braccia come se fosse Dracula ma l'ironia del suo viso ricoperto da peli di scimmia lo umilia un pò e si vede! Tutto questo non può che farci adorare quel piccolo altezzoso ungherese diventato una star del cinema che, oggi, meriterebbe una mitizzazione pari a quella di Marilyn Monroe .

 

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categoria:bianco e nero, b movie, ridicolous monsters, sci fi of the z era
sabato, 18 marzo 2006

Cradle of Fear (2001)

Alex Chandon già regista di un video dei Cradle of Filth, realizza questa questo baraccone horror splatter facendo interpretare a Dani Filth, leader del gruppo metal, la parte del demone che funge da elemento unificatore per tutti e quattro gli episodi del film. A metà tra il gothic dark di The Crow e le Amicus Productions  degli anni '70 Cradle of Fear ha come elemento conduttore lo schizoide omicida satanista Kemper (David McEwen) rinchiuso nell'Amicus Asylum (citazione alquanto esplicita della grande casa cinematografica horror inglese ma anche del film Asylum  da essa prodotto) da cui controlla la volontà omicida di "The Man", il quale lungo il suo percorso sciorinerà una serie di omicidi brutali.Attraverso questo pretesto narrativo si svolgono quattro episodi di cui due ambientati nel mondo dei ragazzi Gothic con discotece metalliche, borchie e crocifissi, un terso sarà la storia di un uomo che uccide per procurarsi una nuova gamba mentre il quarto narra di un tecnico dei computer che scopre un sito web in cui si può creare il proprio snuff movie.

Ed è proprio quest'ultima storia la più interessante di tutte, con l'ossessione ben rappresentata dei misteri oscuri di internet, un alto grado di splatter condito da una robusta dose di ironia. Per il resto l'eccesso di gore infonde più che altro la noia anche se l'utilizzo di effetti e make up artigianali stile anni'80 appare alquanto interessante pur con qualche vistosa pecca. In definitiva un prodotto poco originale ma con qualche spunto interessante (l'episodio "the sick room" appunto). Se amate le suggestioni british horror con case vittoriane e splatter a profusione molto meglio andarsi a ripescare le opere di Pete Walker, vero maestro del genere i cui film risultano, per contenuti ed effetti, un pugno nello stomaco ancor oggi a 30 anni di distanza.

domenica, 12 marzo 2006

Aftermath (1994)

Cosa c'è dopo la Morte? L'eterna domanda trova una sarcastica risposta nel piccolo capolavoro di Nacho Cerdà, appena mezz'ora di durata, quanto basta perchè l'inferno trovi la sua massima rappresentazione, una rappresentazione fatta da celle murarie e tavoli da sala operatoria intrisi delle nostre interiora. Noi siamo solo corpi privi di volontà nella vita e diventiamo cadaveri da martoriare nella morte, siamo solo carne da palpeggiare, sezionare, bucare, trapanare mentre medici voluttuosi asportano il nostro cervello e stuprano le nostre membra. Mai il tema della necrofilia era stato rappresentato così apertamente ed in modo così sfacciatamente esplicito.

 

 

 

 

 

Ma non è nell'ultragore di questa piccola perla cinematografica che dobbiamo trovare il senso della perversione umana. Il segreto è lì nella nostra carne e nella perversione più pura che accompagan la nostra dipartita da questo mondo. L'ironia dell'autoscatto che riprende il coito macabro del medico con il cadavere di una donna è un pugno aperto nel nostro stomaco. E' la fine della fiction, il male diviene realtà, la perversione diventa arte perchè l'arte è perversione, ed ho trovato molta più arte in questa scarsa mezz'ora di delirio necrofilo che in tanti lunghissimi, insulsi blockbuster che pretendono di insegnarci il senso della vita attraverso la falsità del cinematografo. Il cinema è questo, il cinema è Aftermath! 

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categoria:gore n splatter, underground horror, snuff imitation
mercoledì, 01 marzo 2006

Hostel (2005)

Si parla molto in questo periodo dell'ultima fatica di Eli Roth regista del precedente stupidotto Cabin Fever , e lo si fa quasi sempre in termini negativi, si sente parlare di una fregatura commerciale alla quale si è prestato anche Quentin Tarantino (che con questa mossa meriterebbe la palma del William Castle dei tempi moderni). Purtroppo non molti sono avezzi alla poesia del B Movie e al fatto che film come questo rappresentano la nuova leva di cineasti horror del nuovo millennio. Eli è scatenato, pretenzioso ma attento ai particolari ed alla storia, non gli piace girare film anonimi, per cui la trama deve comunque essere originalissima. E' cosa c'è di più originale della storia di tre ragazzini yankee che passano dalle vetrine di Amsterdam ad un ostello in Slovacchia dove pare che le studentesse dormano nude accanto agli studenti? Il fatto che poi la storia da teen movie s'intrecci improvvisamente con l'incubo  della mente più perversa, capace di immaginare un malatissimo centro dove pazzi e maniaci provenienti da tutto il mondo vanno regolarmente a sfogare le proprie sadiche voglie su giovani studenti opportunatamente legati ad una sedia da barbiere (vi ricorda qualcosa?) rende la pellicola quasi un trip psichedelico in cui si può tastare il malessere dello spettatore. Insomma una storia malata, un viaggio che inizia spensierato e diventa il peggior incubo di un qualsiasi teenager; non è così che si vive la vita adesso? Alla giornata. Una giornata che comincia bene e può anche finire male come il viaggio di Paxton, Josh e Oli, ossessionati dal sesso facile al punto da lanciarsi a migliaia di chilometri pur di raggiungere il paradiso....o l'inferno?

Le scene di tortura in cui lo splatter è solo sottinteso e mai lasciato allo sguardo creano un'immedesimazione ancora più forte nei confronti delle urla di dolore dei ragazzi. Poi chiaramente può dar fastidio la retorica di fondo che vede la vecchia Europa (dal punto di vista americano) covo di sadici e prostitute, ma se la si intende con la volontà del regista, ovvero il rendere tutto alquanto ironico, dovrebbe far sorridere la condizione di minoranza subita dalle generazioni più giovani, trasformate per l'occasione in stupide marionette alle quali sono stati tolti i valori e la dignità umana al punto di renderli buoni solo come carne da macello per le vecchie generazioni. Forse è qusto che non è stato inteso in Hostel, chissà..forse tra qualche anno sarà un cult, per me lo è già da adesso!

postato da: albylupo alle ore 21:28 | Permalink | commenti (2)
categoria:b movie, snuff imitation, horror and slasher