venerdì, 03 luglio 2009

Morirai a mezzanotte (1986)

Dopo l’abboffata di gialli italiani degli anni settanta, il decennio successivo si dimostra alquanto avaro nel suo genere, con una preoccupante carenza di prodotti. Ci pensa quindi il buon Lamberto a portare avanti il thriller all’italiana, così dopo un discreto horror d’esordio dai toni D’amatiani quale era il gustoso Macabro e l'improvviso successo benedetto dal re Dario (Dèmoni) realizza, complice la produzione berlusconiana di ReteItalia, questo giallo ambientato nelle Marche, figlio dei cambiamenti di stile e di abbigliamento che influiscono negativamente però, alla confezione finale. Intendiamoci, non è che sia un bruttissimo film (un po’ brutto però si eh!) ma i protagonisti sembrano uscire direttamente dalla claque di Drive in, con sbirri in spolverino e Timberland, ragazze con la tutina da Flashdance , maglioni dolce vita e pettinature da brivido!

La storia inizia con un intreccio di amore e gelosia da parte di una coppia, lui (Leonardo Treviglio) la segue in un negozio, lei entra in camerino e da sotto la tendina spuntano le gambe di un altro (???) , lui se ne accorge e ci resta malissimo, gli aveva preso pure dei fiori (fiori? Seee, quattro foglie verdi senza un petalo), si incazza e a casa litigano, lei gli pianta un rompighiaccio sul petto e lui tenta di affogarla nella sciacquatura dei piatti, poi se ne va via. Lei rimane e si fa la doccia ma un misterioso assassino prende il rompighiaccio e la fa fuori sotto la doccia nel solito omaggio hitchcockiano assolutamente fuori luogo.

Il marito fuggitivo va a casa dell’amica (Valeria D'Obici), intanto il misterioso assasino prende le sembianze di un pazzo criminale morto in un incendio anni prima e comincia a sterminare tutte le tipe che trova in giro.

Alcuni momenti sono interessanti, la caccia nel vecchio teatro circense abbandonato, la tipa che si nasconde nelle cabine della spiaggia ma altre situazioni rasentano il ridicolo come la terza vittima che vede l’assassino nel museo di storia naturale e invece che fuggire va al telefono a gettoni per chiamare la polizia, la ragazza in casa da sola che tenta di difendersi con il frullatore o nel finale, il solito guardone che spunta all’improvviso e si becca una pugnalata allo stomaco, non muore ma rimane lì contro il muro ad ascolatre il poliziotto che spiega il movente degli omicidi invece di richiedere immediatamente l’intervento dell’ambulanza.

In ogni caso il film gode di una confezione da teleromanzo d'appendice motivata in parte dal fatto che in origine la pellicola era stata realizzata per la televisione e solo successivamente, ovvero appena dopo il successo di Demoni, proposta per il grande pubblico in sala.

In conclusione un thriller che si sviluppa tra alti e bassi,  ma con i bassi che gradualmente prendono il sopravvento, la fotografia è da soap opera, la musica di Simonetti distrugge le atmosfere invece che enfatizzarle e la sceneggiatura del pur bravo Dardano Sacchetti rivela solamente le necessità economiche di una committenza senza alcun interesse artistico. 

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venerdì, 26 giugno 2009

La ragazza che sapeva troppo (1963)

Sulle note di "Furore" ottimo brano pop cantato da Adriano Celentano, inizia uno dei film che determineranno per la prima volta in Italia le regole del giallo, quelle stesse regole seguite un pò da tutti i registi di genere del successivo decennio. Partendo da un titolo che ricalca esplicitamente il cinema Hitchcockiano, Mario Bava forgia in un cupo bianco e nero un vero e proprio incubo in celluloide, che, sopratutto nella prima mezz'ora lascia senza respiro. Bava in compagnia di Enzo Corbucci mette in scena, sette anni prima di L'uccello dalle piume di cristallo  la storia di un turista americano (in questo caso una donna,  l'attrice Letícia Román) che giunta in vacanza a Roma, ospite di una vecchia parente, finisce per passare una notte di puro terrore quando la vecchia muore nel suo letto (in una sequenza che Bava riprodurrà anche nel suo successivo capolavoro I tre volti della paura ).

La ragazza (che si chiama Nora) esce di casa per cercare soccorso ma trovatosi sola fra le antiche e deserte strade notturne della capitale, assiste all' omicidio di una donna. Nora cerca di allontanarsi ma inciampa e batte la testa, verso l'alba un uomo le passa accanto e le da da bere del whisky da una fiaschetta cosicchè il poliziotto che la trova stessa sul selciato pensa ad un'ubriacona di passaggio. Fortunatamente per Nora ci penserà l'aitante medico John Saxon ad aiutarla a scoprire il misterioso caso in cui è coinvolta, che ha come protagonista un fantomatico serial killer che uccide seguendo uno schema alfabetico.

Pur nella sua estrema semplicità strutturale, "La ragazza..." è un film che mantiene tutte le sue promesse, snocciolando emozioni a tutt'andare, arricchito da ottimi attori sia americani che italiani (tra cui spicca la bravissima Valentina Cortese) e impreziosito da una fotografia noir di gran classe che solo il maestro Bava sapeva regalare nei suoi film, che pur se a basso costo rappresentano senza dubbio una scuola di cinema preziosa per tutti gli autori nel mondo. Il tocco finale, geniale escamotage ironico, tende a ribaltare tutto quello che si è visto finora, piccola firma personale del nostro amato regista che amava giocare con il dualismo finzione cinematografica/realtà di quello che effettivamente si vede.

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mercoledì, 17 giugno 2009

Un bianco vestito per Marialé (1972)

Già il nome della protagonista (Marialè???) dovrebbe indurci a sospettare non che siamo davanti al solito Thriller all'italiana, certo gli elementi classici ci sono tutti, i flashback di un trauma subito in gioventù (l'uxoricidio della madre sorpresa in camporella con l'amante subito dopo i titoli di testa), il solito maniero con tanto di inquietante maggiordomo che risponde al nome di Osvaldo (interpretato dal volto scavato e minaccioso di  Gengher Gatti), il solito raduno di ricchi annoiati, il solito marito possessivo e autoritario (interpretato dal solito Luigi Pistilli) che obbliga Marialè a prendere psicofarmaci con la forza, il solito ragazzone aitante che piace tanto alla padrona di casa (interpretato anche lui dal solito Ivan Rassimov) il solito omicida che, nascosto nell'ombra, uccide uno a uno tutti gli invitati e, dolcis in fundo, la solita mulatta libertina che balla nuda in giro per le stanze (anche in questo ruolo la solita Pilar Velázquez).

Insomma tutto fa intendere che questo film avrà gli stessi canoni del giallo italico se non fosse che il regista è quel Romano Scavolini trasferitosi di seguito all'estero per girare il suo cult di maggior successo, ovvero il sanguinosissimo e bannatissimo Nightmare di cui parlammo qualche anno fa su queste pagine.

La storia della ricca e schizzata Marialè che organizza, di nascosto al marito, possessivo e violento, un ritrovo di amici e faccendieri al castello, per vincere la noia della sua perpetua reclusione, che si trasforma a sua volta in un gioco al massacro da parte di un misterioso omicida, ricorda molto da vicino la trama di "Dieci Piccoli indiani" e la noia regnerebbe veramente sovrana con un plot così esile e straabusato, se Scavolini da parte sua, non trovasse l'occasione di sperimentare visivamente la sua ambizione cinematografica. Ecco quindi soggettive elaborate come quella dove si vede dal punto di vista di una vittima sbranata dai cani (veramente d'effetto), inquadrature ardite, scenografie suggestive come quella dove gli invitati si truccano e si vestono con costumi ottocenteschi in mezzo a coloratissimi manichini e, incredibile ma vero, una recitazione che non scende mai sotto i livelli di guardia. Certo il soggetto è quello che è, quindi gli sceneggiatori Remigio Del Grosso e Giuseppe Mangione calcano la mano sull'aspetto psicologico della vicenda, esagerando con la ramificazione della trama che spesso e volentieri diventa confusionaria e totalmente sballata. Ottimo il commento musicale realizzato da Fiorenzo Carpi ed eseguito dal bravo Bruno Nicolai che marca bene gli accenti psichedelici del film.

 

 

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mercoledì, 10 giugno 2009

Così dolce... così perversa (1969)

Sulle note di Why, motivetto cantato da Vincent Ewell e composto  Riz Ortolani che si ripete fino all'ossessione nella colonna sonora del film, parte questo ennesimo thriller con venature sexy diretto dal prolifico maestro Umberto Lenzi che nello stesso anno girerà anche il film di guerra La legione dei dannati  ma sopratutto Orgasmo, suo titolo di maggior successo, anch'esso incentrato nel genere giallo erotico. A differenza di quest'ultimo le scene spinte sono ridotte al lumicino con qualche fuggevole nudo da parte delle due splendide protagoniste Erika Blanc e Carroll Baker, ragion per cui forse "Così dolce...." non ottenne all'epoca il successo sperato. Le ragioni del fiasco però si sommano all'eccessiva complessità della trama che spesso e volentieri perde credibilità sopratutto verso il finale.

Il protagonista Jean Rynaud (Jean-Louis Trintignant al massimo della sua inespressività) è un facoltoso avventuriero con una moglie bella ma indifferente (La Blanc), una sera verde arrivare nell'appartamento sopra il suo una nuova inquilina (La Baker) bionda, bellissima ma molto inquieta a causa dell'insistente presenza del violento e psicopatico ex fidanzato Klaus (il gelido Horst Frank). Jean fa di tutto per iniziare una relazione con la donna ma non tutto è quel che sembra e, nell'ombra un terribile complotto sta per realizzare il suo perfido disegno. Lenzi cerca di ricalcare il giallo Hitcockiano ispirandosi anche al celebre Les diaboliques e diciamo che per un buon 60% ci riesce appieno. Lo sviluppo, lento e inesorabile, riesce a catturare e a tener viva l'attenzione ma verso la fine la banalità irrompe nella scena con una forza dirompente, passando per il solido festino Hippy chic dove la solita indigena di colore intrattiene gli invitati con balletti e giochini sexy (la scena in cui Trintignant e la Baker devono baciarsi per pagare la penitenza è di un finto che più finto non si può). In generale però il cast all-star funziona egregiamente riuscendo a ricreare perfettamente quel clima di ambiguità dove non esiste un modello positivo ma dove tutti hanno qualcosa da nascondere ma le atmosfere sembrano più quelle di un film di James Bond che non quelle di un erosthriller che si rispetti. Il soggetto originale è del grande Luciano Martino mentre la sceneggiatura è di Ernesto Gastaldi che aveva codiretto quattro anni prima Libido un altro eros thriller dal titolo più che esplicito, oltre ad una serie piuttosto importante di sceneggiature del cinema di genere italiano tra cui L'orribile segreto del Dr. Hichcock, La vergine di Norimberga, La cripta e l'incubo e Tutti i colori del buio. Insomma due firme di qualità che purtroppo, in questo film specifico non hanno dato il meglio.

   

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venerdì, 05 giugno 2009

THE DECLINE OF THE WESTERN CIVILIZATION (1981)

Un titolo ironico, visto l'argomento trattato ma sopratutto un documento coraggioso quello della controversa e a suo modo geniale regista Penelope Spheeris, uno spaccato di subcultura giovanile assolutamente underground giustamente diventato film di culto oltre ad essere una delle poche possibilità di vedersi oggi un'esibizione filmata di Darby Crash, leggendario leader dei Germs, morto di overdose poco prima dell'uscita del documentario. La Spheeris, che girerà in seguito il violento e disturbante The Boys Next Door e qualche anno dopo il gangster movie tutto interpretato da ragazzini The Little Rascals, raccoglie interviste a spettatori, roadie e buttafuori che bazzicano i locali dove si balla lo slamdance (divenuto in seguito il pogo), spezzoni di concerti di gruppi punk nella Los Angeles a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni'80, poco dopo quindi l'esplosione del movimento "no future" che vide la sua massima espressione nel 1977 in Inghilterra. Assistiamo quindi alle rabbiose performance dei Black Flag, Circle Jerks, Fear, Alice Bag Band e gli X. di John Doe e Exene Cervenka all'interno di locali fumosi e cupi, piccoli e claustrofobici dove è il pubblico spesso e volentieri a garantire lo spettacolo con gente che si spintona, sale sul palco cercando di rubare gli strumenti a quelli che suonano, che si lancia di sotto, sputa, urla e impreca nel più puro punk style.

I gruppi vengono intervistati nell'intimità dei loro appartamenti diroccati, Darby Crash addirittura parla davanti alle telecamere nella cucina di casa e salta subito agli occhi il contrasto tra le persone nella normalità di tutti i giorni e quando salgono sul palco per scatenare la loro furia ribelle, esemplare a tal proposito la performance di Alice Bag vestita con eleganza in antitesi con la forza distruttiva che esprime al microfono.  DECLINE non è quindi solo un documentario su una corrente alternativa di quegli anni, è la rappresentazione più pura dei contrasti di un'epoca, lo specchio del degrado di una generazione senza più speranze che esplode di rabbia nel buio, che sfoga la violenza nel ballo e nell'ammassarsi di corpi sudati accompagnati dalla musica proveniente dall'inferno, il punk ha cambiato una generazione nascondendosi nelle cantine, e per chi come me, oggi, è appassionato di quell'epoca sommersa, documenti come il film della Spheeris rappresentano una testimonianza unica e preziosa.

Sette anni dopo Phenelope Spheeris darà luce al seguito The Decline of Western Civilization Part II: The Metal Years dedicato alla scena heavy metal mentre il terzo capitolo ritorna, nel 1998, a calcare la mano sulla nuova scena punk decisamente più estrema e grottesca di quella che segnò le sue origini. 

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lunedì, 01 giugno 2009

L'ULTIMO UOMO SULLA TERRA (1964)

Considerato non solo una delle più efficaci trasposizioni del bellissimo romanzo di Richard Matheson "Io sono Leggenda" ma anche uno dei più sorprendenti B movie italiani degli anni sessanta, L'ultimo uomo sulla terra è stato addirittura considerato fonte ispiratrice per George A. Romero e il suo Night of the Living Dead . Certo le atmosfere ci sono tutte anche se all'epoca furono tante le possibilità di ispirazione per Romero (vedi a tal proposito il surreale e simbolico Carnival of Souls .

Sicuramente, ai fini della confezione più che decorosa del film giocarono molto la collaborazione con tecnici americani, essendo una co-produzione, le atmosfere regalate dalla location dell'Eur di Roma, la presenza di un monumento alla recitazione come Vincent Price e dulcis in fundo la suggestiva fotografia in bianco e nero di Franco Delli Colli, insomma i soldi degli americani e le maestranze italiane poterono un miracolo irripetibile nel nostro paese, ovvero quello di realizzare un film di genere potente ed efficace, da poco tempo riscoperto (cioè poco dopo l'uscita di quella schifezza di I Am Legend con Will Smith) e apprezzato dai critici di tutto il mondo. Un colpaccio dunque, partorito dalla mente di quel genio del B movie che era Samuel Z. Arkoff coadiuvato dalla collaborazione dello stesso Matheson in veste di co-sceneggiatore sotto falso nome ( Logan Swanson), ma quanto si può considerare italiano un film di questo tipo? Certo qualcuno potrebbe obiettare che il regista, quindi la mente pulsante del progetto era italiano, quel tal Ubaldo Ragona di cui si ebbero poche tracce nel cinema mondiale, tuttavia ciò non è accertato, fonti abbastanza attendibili danno come regista effettivo tal Sidney Salkow che non compare nemmeno nei titoli, questo, pare perchè la Titanus impose solo nomi italiani all'interno della pellicola, insomma una specie di convenzione che prevedeva di maestranze locali, ed in effetti scorrendo la pagina di Imdb si nota subito che, a parte la produzione, tutta la troupe era italiana. Tra l'altro Imdb accredita in co-regia anche il sedicente regista. Ma quanto girò uno e quanto girò l'altro? C'è chi afferma che il nome di Salkow compare per esigenze produttive nella versione estera, c'è chi dice che era lo stesso Ragona sotto falso nome (ma chi afferma questa cosa dice una stronzata!), c'è invece chi come me se ne frega un pò e si gode le spettrali sequenze di Price che gira per le strade deserte a caccia di vampiri con punteruoli di frassino e collane d'aglio, mentre il suo buon amico Ben (un'ottimo Giacomo Rossi-Stuart) si piazza tutte le sere di fronte a casa sua per ucciderlo insieme ad altre creature della notte più simili a zombie che a succhiasangue.

Un ottimo film in sostanza, gravato da una serie di interrogativi che ne alimentano la sua aura mitologica, tra i quali sorge spontaneo e lecito anche il domandarsi perchè, se tra gli sceneggiatori c'era lo stesso scrittore, ha accettato di cambiare il nome al personaggio trasformando Robert Neville (il protagonista originale) in Robert Morgan?

 

 

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venerdì, 29 maggio 2009

Earth vs. the Flying Saucers (1956)

Questo film rappresenta a suo modo un vero e proprio simbolo dell’immaginario fantascientifico post seconda guerra mondiale, tutto incentrato nel generare terrore da una minaccia esterna al mondo americano in cui veniva sublimata la paura della Russia e del comunismo. Semplice nella sua confezione ed alquanto banalotto nello sviluppo della storia, "Earth" in realtà nasconde profonde contraddizioni sulla politica americana del dopoguerra. Infatti gli alieni, che compaiono sin dai titoli iniziali in mirabili avvistamenti aerei, giungono sulla terra con una richiesta d’aiuto e trovano invece una risposta offensiva. Non a caso il primo colpo, quello che darà il via ad una vera e propria guerra di mondi, partirà proprio dai terrestri. Emblematiche a tal punto le scene di distruzione finale quando i disconi vanno a schiantarsi contro le imponenti costruzioni di Washington D.c. Insomma il film instilla il tarlo del dubbio su chi siano i buoni e chi i cattivi, ma è proprio un ombra leggera perchè subito dopo la prima mezz'ora le parti si chiariscono ed allora vediamo i marziani che sembrano uscire dalla pubblicità dell'omino Michelin, rapire scienziati e generali e disintegrare tutto quello che gli capita a tiro. Saranno alla fine delle onde sonore emanate da un emettitore inventato dallo scienziato di turno, a far capitolare la minaccia.

Il regista Fred F. Sears morì l'anno successivo, dopo una lunga esperienza cinematografica che proprio in quegli anni vedeva il suo massimo splendore, ha diretto per lo più western ed infatti si vede la mano poco allenata nel campo sci-fi, gli scontri finali però sono decisamente spettacolari anche grazie alle creazioni a passo uno del bravo Ray Harryhausen. Fortunatamente a coadiuvare il tutto c'è quella vecchia lenza di Curt Siodmak in qualità di sceneggiatore, mentre le scenografie vengono tenute per lo più spoglie ed essenziali come anche il design delle astronavi, ispirate, a quanto si dice, da reali avvistamenti documentati fotograficamente.

Chi guarda oggi Earth vs. the Flying Saucers troverà tanti punti in comune con Mars Attacks! al punto da credere quasi che il film di Tim Burton sia quasi un remake. Ovviamente negli anni '50 la fantascienza veniva presa come una cosa seria ed anche se, nel tempo, il genere ha perso i suoi significati reazionari , film come questo non cessano di essere parte integrante di un'identità storica di grande importanza.

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venerdì, 22 maggio 2009

Attack of the Crab Monsters (1957)

 

I titoli di testa sembrano far sperare, viene quasi voglia di pensare "Ma guarda, stà a vedere che il buon Roger Corman, stavolta ha finalmente trovato una megaproduzione", in realtà, ogni weirdo esperto che si rispetti sa benissimo che questo è il peggior film del regista americano, peggiore nel senso estetico in quanto ancor oggi considerato uno dei suoi cult assoluti .

Già dopo pochi minuti "Attack..." rivela subito la sua essenza trash quando vediamo il gommone dei protagonisti che approda sull'isola misteriosa, arivati a pochi metri dalla spiaggia, uno dei marinai casca in acqua e, nonostante siano a riva, lo vediamo affondare nelle profondità oceaniche per riaffiorare cadavere senza testa, o almeno così era nelle intenzioni ma il trucco è talmente posticcio (la camicia calzata sulla testa) e antico che fa subito strappare una risata. Il protagonista di questa scena poi, altri non è che un'altro dei grandi del cinema Bis  degli anni '50, il leggendario sceneggiatore Charles B. Griffith, qui anche nelle vesti di co-producer.

L'inizio quindi non è male ma il bello arriva con le prime apparizioni dei granchioni di cartapesta i cui l'isola è infestata, ai quali hanno disegnato pure una faccia tra le meno sveglie della storia del cinema (beh, appropriato, dopotutto i granchi non hanno fama di essere animali sagaci) con gli occhioni che si aprono e si chiudono con l'elastico delle tendine in bella mostra. Il gruppo di scienziati vittime della ridicola invasione, scoprono poi che i mostri, non solo divorano gli uomini ma ne assimilano le proprietà vocali, vediamo quindi le bestiacce parlare con le voci delle loro vittime e scopriamo che, contrariamente alle aspettative, i crostacei sono dotati di un'intelligenza sopraffina. Ben presto si scoprirà anche che l'unica cosa che li annienta è l'elettricità e dopo orrende chele di cartone che fingono di staccare la testa alle persone, uomini che vengono dondolati appesi ad una corda come se ballassero la samba, filmati di repertorio che si barcamenano tra Tsunami ed esplosioni vulcaniche si arriva finalmente al duello finale a colpi di pali della luce e carapaci polistirolici.

Attack of the Crab Monsters appartiene al periodo punk di Corman, ovvero quella fase dove " noncene fregauncazzodellaconfezione mal'importanteègirarel'importanteènarrare " filosofia questa, che approvo in pieno e, del resto  stiamo parlando di un film che, una volta visto, non lo si scorda più, a conferma che quando le cose sono troppo perfette annoiano mentre quando sono così esageratamente posticcie entrano a far parte della storia, quale fulgido esempio di una cinematografia disancorata dal puro mestiere e mossa esclusivamente da un'urgenza (che poi sia alimentare o artistica non è importante).  

venerdì, 15 maggio 2009

ROBOT HOLOCAUST (1986)

Oggi ci lamentiamo della scarsa qualità e della piattezza di idee del cinema di genere internazionale, quando non ci lamentiamo addirittura della sua progressiva scomparsa, ma provate un pò a immaginare uno spettatore ignaro che spende bei soldini per sedersi in una sala e assistere ad un film come questo!

Certo, oggi guardando il film di Tim Kincaid (il quale, incredibilmente, ha continuato a lavorare molto anche dopo questa sua "prova" artistica) ci si ride sopra, si organizzano parate notturne a base di amici, birra e popcorn per godersi in cassetta o dvd le esecrabili gesta dell'eroico NEO (Norris Culf) e il suo gruppo di ribelli al robotico dominio del crudele Dark One, ma dubito fortemente che le motivazioni ludiche fossero alla base del lancio iniziale del film, spacciato come un vero e proprio film di fantascienza di matrice post-atomica.

Si sa,  comunque che quando si spinge così a fondo sul pedale del trash involontario, attraverso una recitazione sommaria, coreografie di combattimenti al limite del ridicolo, effetti posticci e assoluta latitanza di idee, non si può che trasformare il risultato in un cult assoluto come viene oggi considerato questo "ROBOT HOLOCAUST". E allora giù con braccia che sporgono dalle pareti indossanti calzamaglia color carne a similare enormi e comicissimi vermoni dai denti stile Goofy, giù con scenografie post industriali ricavate all'interno di capannoni in disuso, amazzoni pitturate in posa plastica nei giardini pubblici che dovrebbero essere delle foreste, robot costruiti con maschere di plastica dorata, enormi moscono fatti di fil di ferro, gladiatori che lottano con una flemma degna di un ritrovo tra vecchie comari all'ora del tè,

Eppure persino questa ciofeca ha predettto l'avvento di qualcosa di più grande nella cinematografia mondiale, dando il nome al protagonista di The Matrix (ovviamente potrebbe essere solo una incredibile coincidenza) ma tutto finisce qui e i combattimenti all'arma bianca di Robot distano anni luce dalle prodezze aeree del film di  Andy Wachowski e Larry Wachowski, per il resto siamo alla sciattoneria più estrema con assenza di fotografia, trucchi ridicoli, personaggi improbabili che si districano tra ninfomani, barbari coglioni, ballerini seminudi e cavernicoli dementi.

Insomma un film che ha nel suo DNA tutta l'essenza del brutto cinematografico degli anni'80, una testimonianza estrema della decadenza artistica di quegli anni ma anche un pregiato esempio di come si deve realizzare il non cinema illudendosi di girare sci-fi quando invece si sta producendo un film comico.

venerdì, 08 maggio 2009

MATANGO (1963)

A tutti gli effetti Ishirô Honda sarà ricordato sopratutto per la sua predilezione nei confronti dei mostri giganti (se qualcuno ancora non lo sapesse è il regista del primissimo Gojira e di molti capitoli successivi della saga dei Kaiju Eiga), tuttavia il suo capolavoro assoluto è paradossalmente un film come Matango dove ci sono mostri, ma della stessa altezza degli esseri umani e dove non contano tanto trucchi, effetti speciali e modellini esplosivi ma la recitazione, le atmosfere e sopratutto la metafora, elemento primario di questa pellicola.  Un gruppo di alto borghesi giapponesi in vacanza su uno yacht naufragano su un isola apparentemente deserta e completamente priva di vegetazione. In principio trovano un relitto precedentemente arenatosi sulla spiaggia al cui interno il personale è misteriosamente svanito nel nulla, ma poi gradualmente cominciano a ricevere misteriose visite da parte di un essere ributtante. La scarsità di cibo induce il gruppo ad avventurarsi nella foresta dove scoprono che l'unico vegetale commestibile è uno strano ed enorme fungo che cresce sotto gli alberi. Ben presto chi si ciberà del fungo non potrà più farne a meno dando vita a una mostruosa automutazione in enormi e bubbosi funghi.

Nonostante l'excursus anomalo per un regista abituato al cinema spettacolare e disimpegnato, lo sviluppo della trama appare perfetto con un crescendo esaltato ancor di più dalla graduale trasformazione psicologica dei personaggi tra cui spicca senza dubbio Kumi Mizuno, splendida quanto inquietante regina del bel canto radiofonico. In particolare le atmosfere del film cambiano in continuazione, si parte dal lato quasi comico dell'inizio in barca, passando all'horror fino all'apocalisse lisergica del finale dove tutto assume un'atmosfera di fiaba mescolata con acido lisergico, a questo punto si riesce a giustificare tutto, anche i mostruosi e gommosi uomini fungo che si aggirano nei boschi ridendo con quel tono cavernoso difficile da dimenticare.

Per quanto riguarda invece le metafore sarebbe troppo facile limitarsi al gioco di ruolo tenuto dalla solita bomba atomica rappresentata dall'uomo fungo, qui entrano in gioco attacchi alla società borghese e allo smodato sviluppo della droga nel tessuto sociale nipponico. A mio parere, metafore a parte, il tutto si risolve in un mirabile, affascinante e sentito omaggio al cinema di fantascienza occidentale e ad un certo tipo di fantasociale che avrebbe di lì a poco preso piede con successo nel cinema di genere mondiale.